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The Adamant Adam Ant

Chi non conosce i Nirvana o Robbie Williams? Ma conoscete invece Adam Ant e i suoi Adam and the ants?
Se la risposta è no è il momento di rimediare, dato che sono stati proprio loro a ispirare suoni e look con le proprie esibizioni, tutto fuorché classiche e ignorabili.
Adam Ant, al secolo Stuart Leslie Goddard, nacque a Londra esattamente 61 anni fa, e prima di riuscire a sfondare dovette farne di strada. Diede vita alla band degli ants nel 1975 ma i primi anni furono purtroppo poco redditizi, almeno economicamente parlando. La critica non apprezzava l’estro dei testi del gruppo, troppo feticisti, troppo punk, troppo dark e glam rock, e le case discografiche si rifiutavano di portare avanti una band così poco amata per più di un demo. Un periodo difficile per il frontman, che vide i musicisti arrivare e tornare via, intercambiarsi rendendo decisamente instabile la formazione della band.
Ma fu con l’arrivo dell’ennesimo membro che le cose presero una direzione ben diversa per quel gruppo appoggiato solo dai fan, un fiume ben fornito di Antpeople che, purtroppo, dimostrava come il successo non bastasse senza l’appoggio di una casa discografica e di un produttore che si potesse occupare di dare una mano al giovane londinese. Marco Pirroni, figlio di immigrati italiani, fu la chiave di volta che supportò Adam nel percorso artistico non solo della band ma della sua futura carriera da solista.
"Kings Of The Wild Frontiers" fu il primo album prodotto e commercializzato dalla Sony Music Entertainment e fu subito successo. Sbancò nel Regno Unito e proiettò gli Adam and the ants in prima linea nel New Romantic movement, con il suo mood New wave e il suo aspetto dandy che stregò gli ascoltatori di tutto il mondo, sfornando singoli da top ten uno dietro l’altro nel 1980. Ma il culmine arrivò l’anno successivo con l’album "Prince Charming" e i continui passaggi sul canale di MTV con video innovativi e dal sicuro approccio sul pubblico. Le atmosfere evocative di pirati e furfanti dandy, come si definisce lo stesso Adam nel testo di "Stand and Deliver", portarono alla nomination nel 1982 per il Grammy Awards come Miglior Artista Emergente. Un successo fermato sul nascere poiché la band si sciolse subito dopo, negando la possibilità alle proprie sonorità glamour e punk di evolversi totalmente.
La carriera di Adam non si fermò, sfociando in progetti da solista dei più disparati, dall’approccio con il dance a quello con le ballad, che qualche maligno ha definito in seguito da “nightclub”.

E, nonostante l’allontanamento dalle scene per più di dieci anni a causa di un disturbo mentale, nel 2013 l’eclettico e trasformista pirata si è di nuovo affacciato sulle scene, con un nuovo album, con la nuova collaborazione con Pirroni, con una serie di tracce ispirate ad ogni singolo momento della propria più che controversa carriera. E non è tutto, malgrado la critica non sia mai diventata completamente entusiasta, ed MTV abbia spinto il pubblico selettivo e a tratti snob americano a non seguirlo più già dagli anni ’80, Adam Ant inizierà un nuovo tour in Gran Bretagna nel maggio 2016, riproponendo l’iconico album che lo portò al successo: "Kings Of The Wild Frontiers".

Quindi tanti auguri da Rock Targato Italia a uno dei dandy membro del corredo di personaggi estrosi di cui si fa vanto l’Inghilterra, e un in bocca al lupo per questa nuova avventura che, dopo anni, lo riporterà a contatto con un esercito di Antpeople che si è dimostrato, come da nome, Adamant.

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Le "veline" del Blue-eyed Soul

Billboard, la rivista musicale statunitense più famosa al mondo, fu fondata nel 1936, ma solo nel il 2 ottobre di 22 anni dopo introdusse quella che sarebbe divenuta la classifica più importante dell’intero pianeta, che combinava le vendite e le rotazioni radiofoniche di un singolo per stilarne la popolarità: la Billboard Hot 100.

E fu proprio nel 2 ottobre del 1981, nel ventitreesimo anno di vita della classifica, che la sua vetta venne raggiunta dal singolo “Private Eyes” del duo di Philadelphia Hall & Oates.
Hall & Oates, esteticamente il prototipo delle moderne “veline” per dirla con ironia, biondo e dagli occhi azzurri Hall, moro e dalle origini italiane Oates, si incontrarono alla Temple Univercity di Philadelphia e da lì iniziò il loro connubio artistico che dette vita a melodie varie, dal soft rock all’ R&B, dal dance rock al soul, dal pop rock al distintivo blue-eyed soul. Quest’ultimo genere, non ben definito, è un modo gentile per riferirsi alla musica soul interpretata dai bianchi ma ispirata all’originaria musica nera, della quale il duo sentì tutta l’influenza crescendo per i locali della cittadina della Pennsylvania.

Contando più di sessanta milioni di copie vendute, un numero imprecisato di singoli spacca classifica e dodici anni di carriera ai vertici delle classifiche, Hall & Oates realizzarono "Rich Girl", "Kiss on My List", "I Can't Go for That (No Can Do)", "Maneater", "Out of Touch" e la già citata "Private Eyes", tutte arrivate al primo posto nella classifica di Billboard Hot 100, fin quando poi non scivolarono via dalle classifiche.

Ciò nonostante il duo non si è fermato, e se capitaste per gli States potreste trovarli attualmente in tour a riempire i teatri delle città più importanti. Non più in cima alla Hot 100 come con "Private Eyes", ma di certo ancora ricchi di un vasto esercito di fan.

Private Eyes - Hall & Oates

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Quel monumentale Moog III C: Keith Emerson

“You've got to keep things flying.” ____K.Emerson

Era il 1944 quando, in questo giorno, in una cittadina dello Yorkshire veniva alla luce uno dei migliori pianisti rock della storia della musica, un innovatore dell’uso dell’organo Hammond e dei sintetizzatori Moog.
Rock progressivo, art rock e musica elettronica sono solo alcuni dei generi che possiamo attribuire a Keith Emerson, un tastierista e organista in grado di unire il rock alla musica classica, sfociando addirittura nel jazz.
Per lui, e solo per lui, venne costruito il monumentale sintetizzatore monofonico modulare MOOG III C dall’ingegnere Robert Moog, così che gli fosse permesso suonare come primo nella storia dal vivo con tale strumento. Circondato da un muro di tastiere, oltre che un incredibile effetto scenico, Emerson aveva la possibilità di portare sul palco, con il proprio talento, sonorità che fino a quel momento chiunque altro aveva inciso in solamente in studio.

Conosciuto per il suo modo di suonare energico ed eccentrico, arrivando ad accoltellare i tasti delle tastiere senza cessare di suonare o a stendersi a terra trascinando con sé un Hammond L100 per suonarlo al contrario, il tastierista viene considerato un genio anche della musica classica, riarrangiata e introdotta come cover negli LP delle band di cui ha fatto parte e nella sua carriera da solista.
Famosi fra i brani di altri compositori riproposti da Emerson, sono America dal musical West Side Story, il Rondo di Bach, Hoedown di Aaron Copland o la Toccata di Alberto Ginastera, solo per citarne qualcuno. Gli autori originali o i possessori dei diritti ebbero reazioni molto variegate per le versioni elettroniche e sintetizzare delle proprie opere, da Ginastera che ne rimase impressionato ed entusiasta a Bernstein che arrivò a chiedere che i Nice, il gruppo con cui Emerson aveva adatto la canzone America rendendola “sacrilega”, venissero radiati da tutti i teatri degli Stati Uniti.

Dai Nice agli Emerson Lake & Palmer, dagli Emerson Lake & Powell al ritorno degli Emerson Lake & Palmer, le dita di Emerson hanno sempre incantato i propri ascoltatori, producendo brani che si sono affermati come colonne sonore di colossal mondiali come Godzilla: Final Wars o Inferno di Dario Argento. E, nonostante l’operazione al braccio del ’94 e quella al colon del 2010, ancora oggi, all’età di settantun anni, l’uomo che ha sdoganato l’utilizzo dell’organo nel rock, che ha fatto dell’uso dei sintetizzatori un’opera d’arte e che ha stregato la fantasia anche degli autori più classici, continua a far sognare i tasti bianchi e neri delle tastiere con il proprio inconfondibile tocco.

Auguri quindi ad un grande artista da Rock Targato Italia.

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Anyway the wind blows… - 40 anni di Bohemian Rhapsody

Era il 31 ottobre del 1975 quando, nei negozi di dischi del Regno Unito, si affacciava il 45 giri dal titolo Bohemian Rhapsody: cambiò il mondo della musica per sempre.

Il primo singolo estratto da The Night Of The Opera, album più costoso della storia, il cui titolo si ispira dichiaratamente al film dei fratelli Marx.

Capolavoro dalla creazione lunga e laboriosa che incoronò i Queen tra le band epiche non solo della Gran Bretagna ma di tutto il pianeta. La canzone viveva nella testa di Freddie Mercury prima ancora di esser scritta sui suoi piccoli fogli come un puzzle, prima di essere registrata in settimane di duro lavoro di incisione e collage di pellicola che andarono a sopperire alle limitazioni tecnologiche, prima che gli ascoltatori di tutto il mondo la coronassero come la canzone simbolo del secolo.

E pensare che avrebbe potuto non essere mai trasmessa in alcuna stazione radiofonica, se non fosse stato per la lungimiranza del dj Kenny Everett che, possessore di una cassetta promozionale, mentì spudoratamente dichiarando al gruppo che non l’avrebbe trasmessa. Viene da ringraziarlo di cuore per averlo fatto per ben 14 volte in soli due giorni e aver costretto i produttori a farne il singolo estratto dall’album.

Una canzone di quasi 6 minuti, una miscela di ballata, opera, hard rock, assolo di chitarra e canto a cappella. Impensabile per le radio non solo degli anni ’70. Ma quel brano, quell’opera d’arte unica nel suo genere stravolse gli standard di tutto il mondo restando in vetta alla classifica inglese per ben 9 settimane e ritornandovi sedici anni dopo per altre 5 settimane, quando venne ripubblicata per la scomparsa del frontman della band.

“Se chiedi a chiunque: onestamente , ti piace Bohemian Rhapsody? Se rispondono di no… stanno mentendo”. (Justin Hawkins)

Ed è questo il premio più grande che la canzone abbia ricevuto: l’amore spassionato, i brividi sotto la pelle, il testo urlato a squarciagola in macchina scuotendo la testa come nel film Fuori di Testa, grazie al quale finalmente i Queen vennero apprezzati negli Stati Uniti, più dei riconoscimenti veri e propri che sono culminati appena pochi giorni fa con il premio Q Classic Single ai Q Awards 2015.

Il testo di Bohemian Rhapsody possiede forse il più lungo e contorto intreccio di ipotesi sul proprio significato. Tanti gli intellettuali che cercarono di svelare il mistero che avvolge le parole del brano, passando dalla più accreditata versione sulla canzone simbolo del coming out di Freddie Mercury, alle più fantasiose teorie complottistiche e satanistiche. Nomi e termini che nessuno avrebbe mai pensato di inserire nella stessa canzone tutt’altro che convenzionale. Da Galileo a Figaro, da Scaramouche a Bismillah e Belzebù; religioni, scienza, opere d’arte, tutte insieme per un brano criptico, che ancora oggi tormenta chi lo ascolta.

Soltanto il suo autore avrebbe potuto rivelare ciò che si celava dietro il testo che ancora oggi, a distanza di 40 anni dalla propria entrata in scena, cattura ed emoziona chiunque lo ascolti. Facendo sorridere i membri del gruppo, commuovendo la madre del grande Mercury, la melodia innovativa e originale della canzone simbolo della band che ha conquistato il mondo e le generazioni non morirà mai. 

“Eletti sono coloro per i quali le cose belle non hanno altro significato che di pura bellezza.” (Oscar Wilde)

Questo forse il segreto del capolavoro Bohemian Rhapsody: che abbia un significato, che non ne abbia nessuno, che ne abbia mille, è stupenda perché, semplicemente, è stupenda.

Anyway the wind blows… Ovunque soffi il vento continuerà a portare con sé le note del pianoforte di Freddie.

Queen - Live at Wembley Stadium 1986 - Bohemian Rhapsody

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Oh….Pretty Woman!

25 anni sono passati dall’uscita al cinema di Pretty Woman, dove la bella prostituta Vivian conquista e viene conquistata dall’importante uomo d’affari Edward. E ancora oggi le note trascinanti della colonna sonora fanno scattare i piedi di chiunque la ascolti.
E diciamo pure che la canzone simbolo del film e di più di una generazione è in realtà decisamente più “anziana”. Pubblicata nell’estate del 64, il 30 ottobre dello stesso anno, esattamente 51 anni fa, “Oh, Pretty Woman” otteneva il disco d’oro, portando il proprio creatore, Roy Orbison a uno dei momenti di massima popolarità.

Un rock ’n’ roll trascinante, una leggera contaminazione pop rock, e un ritmo che ti entra nella testa per non lasciarla più andare fino all’ultima nota, rimanendo poi ad aleggiare nella mente e guidare i piedi in una camminata in stile Julia Roberts piena di pacchi fin sopra la testa nella memorabile scena dello shopping sfrenato.
Il brano rimase nel ’64 al primo posto nella Billboard Hot 100 e nella Uk Single Charts per tre settimane, in Germania per quattro, in Norvegia per cinque ed in Olanda addirittura per nove. Orbison ha poi vinto postumo, grazie al successo acquisito nuovamente dal brano dopo il 1990, il Grammy Awards 1991 come Miglior performance maschile pop, mentre la canzone stessa è stata onorata nel 1999 con il Grammy Hall of Fame Awards.

“Is she walking back to me,yeah, she’s walking back to me. Oh, oh, pretty woman!”

E la bella donna non solo è tornata, ma continua a conquistare proprio tutti.

"Oh Pretty Woman" - Trailer 1990

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Basette, timbro unico: Francesco Sarcina

Dopo averlo visto calcare il proprio palco da giovanissimo, partecipando a varie edizioni e vincendo quella del 1997 con il gruppo Majora, Rock Targato Italia è felice di fare i più sentiti auguri a Francesco Sarcina!

Nato a Milano ma di origini pugliesi, è stato conosciuto dal grande pubblico grazie al primo successo, nel 2003, con la band Le Vibrazioni: “Dedicato a te”. Nello stesso anno vinse con il gruppo due Italian Music Awards (Miglior Rivelazione, Miglior Gruppo), il Festival Bar con il brano “In una notte d’estate” e raggiunse le 500.000 copie con “Vieni da me”.
Esattamente dieci anni dopo, nel 2013, venne pubblicato “Tutta la notte”, il suo primo singolo da solista posteriore allo scioglimento della band, che anticipò il lancio nel 2014 dell’album “Io”.

Sarcina ha partecipato al Festival della musica italiana sia come membro de Le Vibrazioni sia in solitaria, riscuotendo sempre successo e affermandosi e riaffermandosi ogni volta nel panorama musicale italiano. Un genere pop rock personale, una ballata particolare che lo contraddistingue, una voce riconoscibile in mezzo a mille dalle prime note. Il cantante fa senza alcun dubbio parte del bagaglio musicale che il nostro paese può vantare di possedere, e la sua attività è in continua evoluzione. Infatti, proprio nel 2015 è stato pubblicato l’album “Femmina”, da cui sono stati estratti due singoli: “Femmina” e “Parte di me”. E quindi ancora buon compleanno e un augurio sincero nel ricordo dei suoi primi passi sul palcoscenico a Francesco da tutto lo staff di Rock Targato Italia.

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Talkin' all that Jazz

A vederlo non lo diresti mai: occhiali sempre sul naso, sguardo presente e rigorosamente volto all’orizzonte, ma la corporatura esile esile. Un fuscello quasi. Poi lo senti suonare e come suonava lui il contrabbasso! Ci vuole una certa forza per tenere quel ritmo cosi robusto e corposo. Africano. Anche se lui era statunitense.
Stiamo parlando di George Murphy, forse sconosciuto ai più, ma fu uno dei più grandi contrabbassisti nella storia del jazz. Uno di quelli che ha fatto il New Orleans per intenderci: il jazz della prima ora.

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L'innovazione si fa uomo: Rino Gaetano

Oggi avrebbe compiuto 65 anni uno dei cantautori più innovativi e dissacranti della musica leggera italiana, ma che leggera non era e non rispettava i soliti cliché.

Sono passati più di trent’anni dalla scomparsa di Rino Gaetano, il “grillo parlante” di una società e di un periodo storico, quello degli Anni di Piombo, che non erano ancora preparati a capire le sue filastrocche satiriche e nonsense che con ironia alleggerivano tematiche ancora oggi attualissime.

Sviscera i malcostumi italiani, sberleffa la classe politica italiana con “Nuntereggae più”  facendo nomi e cognomi di uomini di potere, l’emarginazione, l’emigrazione, l’alienazione, l’incomunicabilità e la falsità dei rapporti umani e ancora oggi la sua ricca miniera di testi è depredata da generazioni di cantanti tramandando sorrisi amari e riflessioni nel tempo.

Un’intensità emotiva supportata dalla sua voce ruvida e “sporca” sottovalutata dai suoi contemporanei lo ha consacrato allo status di artista di culto solo dopo la morte.

Il successo gli arrise nel 1975 con il 45 giri "Ma il cielo è sempre più blu"; "Mio fratello è figlio unico" lo consacra l’anno seguente nell’olimpo dei cantautori italiani grazie al nuovo linguaggio più complesso e maturo  e alle nuove soluzioni musicali, come l’utilizzo di sitar, banjo e mandolino, ma punto di svolta della sua carriera fu il terzo posto ottenuto al Festival di Sanremo del 1978 con "Gianna" eclissando i lavori precedenti,  ispirati a Jannacci, De André, Celentano e Ricky Gianco e nati durante l’esperienza  del Folkstudio, locale romano in cui si esibivano molti artisti e dove conobbe Francesco De Gregori e Antonello Venditti per cui fu apripista in numerosi concerti dal vivo.

Innovatore vicino a musicisti emergenti, da vivo come conduttore di Canzone d’Autore, programma radiofonico su Radio Uno in cui musicisti emergenti avevano uno spazio per commentare un proprio brano e dopo la morte con il premio Rino Gaetano, spettacolo nato per ricordare il cantautore calabrese e lanciare giovani voci nel panorama musicale. Un genio artistico indipendente dalle mode e precursore dei tempi.

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Lo "zotico" francese che ispirò De Andrè.

34 anni fa, la musica internazionale perdeva uno dei più grandi maestri della musica d’autore. Dalle sonorità tipicamente popolari, che hanno segnato l’evoluzione dei successivi cantautori europei, Georges Brassens nacque a Sete nel 1921.

Dal tono anarco-individualista e antimilitarista, l’artista francese è stato definito da Fabrizio De Andrè come “Il Mio Maestro”, essendo stata la sua opera la base primaria a cui lo stile di De Andrè si è ispirato, grazie a un suo disco ascoltato dopo un viaggio in Francia del padre.
Brassens prese ispirazione non soltanto dalla propria creatività, bensì molti suoi testi si basarono su poesie e opere di importanti letterati come Victor Hugo, Francois Villon e Paul Verlaine. E anche in questo possiamo trovare un collegamento futuro del suo “allievo”, che con l’Antologia di Spoon River diede forma a uno dei suoi album più conosciuti.
I suoi testi sono stati tradotti in vari paesi, Paco Ibáñez lo ha portato in Spagna, dove lo stesso Brassens ha poi cantato proprio quei testi iberici, mentre in Italia sono stati in molti a riscrivere i suoi brani fedelmente al concetto originale, in primis il già detto De Andrè, ma anche Nanni Svampa, Beppe Chierici e Gino Paoli, per citarne alcuni.

La carriera di George Brassens prese il via in un locale parigino dove fino a quel momento era stata un’altra cantante ad esibirsi nei suoi pezzi, e per molti anni molte delle sue canzoni, capitanate da "Le Gorille", vennero censurate in Francia per i testi troppo sboccati e sfacciati. L’intento rivoluzionario del cantautore era quello di trasformare una canzone “da osteria” in una denuncia sociale, un modo metaforico e più che diretto per attaccare leggi e usanze a suo avviso sbagliati.

Nonostante il famosissimo lavoro sia stato tradotto fedelmente e messo in scena da Fabrizio De Andrè (Il Gorilla 1969) e così conosciuto nel Bel paese, abbiamo deciso di proporvi la versione originale del 1952 per ricordare al meglio la memoria di Brassens.

Le Gorille – Georges Brassens – 1952

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Quei "drammatici tasti" per 60 anni: Roger O'Donnell

“For it's much too late to get away or turn on the light. The spiderman is having you for dinner tonight…”

A prima lettura non sarà per molti facile, probabilmente, capire di cosa si tratta, ma se alla frase venisse aggiunto uno spezzone di video che sembra uscito direttamente da "Eraserhead”, il primo film di David Lynch, le cose sarebbero decisamente più chiare.
Si tratta della filastrocca dalle sfumature aracnofobiche “Lullaby”, nata dalla creatività tenebrosa e malinconica di uno dei gruppi alternative inglesi più conosciuti al mondo: The Cure.
E proprio di un membro a più riprese del gruppo parlerà oggi divinazione.

Roger O’Donnell, inizialmente seconda tastiera, per poi assumerne il pieno controllo, è stato parte della formazione nei periodi ‘87/’90, ‘95/’05 e ne è tornato membro fisso dal 2011. Nato il 29 Ottobre 1955 nella parte est di Londra, collaborò con Arthur Browns e fece parte delle band Thompson Twins e Psychedelic Furs, prima di approdare sul palco dei The Cure.

Uno dei gruppi più parlati e particolari della storia inglese, conosciuti negli Stati Uniti quando ancora le radio non erano inclini a sporcarsi di musica straniera, sono, malgrado il frontman Robert Smith abbia rifiutato la definizione, un’icona della musica post-punk e goth, che hanno arpionato le caratteristiche del genere ai loro brani. Il look particolarmente eccentrico dei componenti del gruppo, in special modo del cantante, hanno condizionato la creazione di personaggi cinematografici come Edward Mani di Forbice e Il Corvo, per cui la band ha composto inoltre parte della colonna sonora.
Le atmosfere drammatiche, darkwave, tristi e decadenti, i testi ispirati da artisti della grande letteratura, le sonorità evolute e variate nel corso della lunga carriera, grazie anche ai continui cambiamenti di formazione, sono il tratto distintivo dei The Cure.
Lo stesso Smith ha dichiarato che O’Donnell ha potuto creare in brani come Homesick e Lullaby partiture orchestrali da eseguire con l’ausilio di tastiera e sintetizzatori che hanno lasciato un segno importante nelle decantazioni dei testi.

The Cure - Lullaby

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