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Nevrotik, il gigante buono dell’ Equipe 84

Prendete un nome internazionale, “Equipe” per esempio, poi sommate gli anni dei membri della band (o cercate di farvi pubblicizzare da una nota marca di brandy), unite il tutto, miscelate come si deve e siete pronti al nome giusto per cercare le luci della ribalta.
L’Equipe 84 si formò a Modena, dall’unione de “Giovani Leoni” e “Paolo & i Gatti”, prendendo ufficialmente il suo nome nel 1964, dopo un’intensa estate lavorativa come orchestra di apertura e chiusura in uno stabilimento turistico. E il suo primo 45 giri viene prodotto da una casa discografica locale: è “Canarino va”, inno della squadra latitante in serie A del Modena.

Forse non un grande successo di pubblico, ma è il gradino di lancio che attira l’attenzione di Sciascia che finalmente li scrittura con un vero contratto discografico e lancia uno dopo l’altro, nell’unico anno del 1965 una cosa come ben 5 45 giri con la Vedette, la sua casa discografica. Nonostante nei primi due uno dei capisaldi della formazione, proprio Sogliani, sia assente a causa del servizio militare, si tratta di “Papà e mamma” (1964) e di “Ora puoi tornare” (1965). E, non a caso, Victor torna e l’Equipe promuove il primo vero album, l’LP che contiene tutti i 45 giri usciti nel corso del ’65 e una serie di nuovi brani inediti.
Ma è solo nel ’66 che la band modenese calca la scena di un grande palco come quello di Sanremo, in abbinamento con i Renegades con il brano “Un giorno tu mi cercherai”, di cui esce il singolo subito dopo e che trova sul lato B “L’antisociale”, cantata da Sogliani. Ed è il loro accennato successo che li spinge fra le braccia di Nanni Ricordi (scomparso esattamente // anni fa) che li scrittura con la Dischi Ricordi, e che sarà il produttore discografico dei loro più grandi successi.

Da “Io ho in mente te” a “Auschwitc” di Guccini, da “Bang Bang” che ne è il lato A a “29 settembre” scritta da Mogol e Battisti che replicano con “Nel cuore nell’anima”. È il ’69 ormai, e con “Tutta mia la città” la band partecipa al Cantagiro, prima di comunicare il ritiro dai concerti.
Il successo raggiunto è tale che il gruppo partito dalla campagna di Modena, quello che cantava i figli dei fiori senza conoscere poi così bene l’America, quello che faceva il rockettaro con un bel bicchiere di rosso e un panino con la mortadella di stampo, acquista una villa stile Liberty nel centro di Milano, inizia a girare in Rolls Royce e ospita nel proprio alloggio lussuoso tutti quei trasgressivi internazionali che sconvolgevano il mondo: Jimi Hendrix, con la sua chitarra e le sue droghe, Andy Warhol, con le sue immagini dissacranti e censurate, il Living Theatre, con i suoi nudi recitativi immersi per le strade.
Il successo a volte da alla testa, o forse no e si cade vittima di un tranello, chissà, ma Cantarella viene arrestato per possesso di droga e la RAI si impone, come la radio, l’etichetta discografica, tutti, per non far esibire la band, o almeno farle cambiare nome e non far più comparire al pubblico il viso di Cantarella.

È così che nel 1971 torna la Nuova Equipe 84 di Vandelli e Sogliani che si presenta a Sanremo in coppia con Lucio Dalla, e che arriva terza con il brano “4 marzo 1943”, per poi tornare in commercio con “Casa mia”, disco e singolo candidato a Un disco per l’estate.
La Dischi Ricordi lascia il posto all’ Ariston Records, la Nuova Equipe 84 torna Equipe 84 e Vandelli la vorrebbe di nuovo costituita dagli stessi membri, ma, non essendo ciò possibile, abbandona i compagni e lascia la possibilità a Sogliani di riformarli, senza unirsi, nell’84 (le casualità delle date), quando si esibiscono Victor, Cantarella e Ceccarelli per il concerto in onore dell’amico Guccini, per cui è lo stesso Sogliani a dare la voce a “Auschwitz”.
Ma ancora i problemi, come in qualsiasi rock band degna di tale nome, non finiscono ed è il turno di Victor di allontanarsi, di imbarcarsi in un nuovo progetto, gli Equipe Extra, con alcuni membri degli Extra. Un progetto che non si realizza, poiché, a poco più di 50 anni egli scompare, ormai undici anni fa, a causa di un embolia.
Solo pochi mesi dopo, ormai è il 1996, vede la luce dei riflettori il nuovo lavoro di Guccini: “D’amore di morte e di altre sciocchezze”, dedicato proprio all’amico prematuramente dipartito.

Sono passati più dieci anni dalla sua morte, e Rock Targato Italia vuole invece ricordare il giorno della nascita di uno dei fondatori e dei membri cardine dell’Equipe 84. Victor Sogliani avrebbe compiuto oggi 73 anni, fatti di successi e colpi di testa, e noi vi lasciamo con il lato B di “Un giorno tu mi cercherai”, cantato dal bassista: “L’antisociale

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Sulle note del talento silenzioso di Mauro Lusini

Troppo bravo. Troppo bravo per essere commerciale.”
______cit. Anonimo

Era lo Sghelo quello che girava per le antiche strade senesi con una chitarra sottobraccio, un soprannome che forse solo i suoi concittadini conoscono, e che lo fa ricordare fra i racconti dei nonni come “il bordello che suonava la chitarra e scrisse la canzone di Morandi”.
Già, perché la famosa “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” non è opera di Morandi, se non come esecutore. Ma affacciamoci un po’ nella storia di quegli anni.

Mauro Lusini, questo il suo nome di battesimo, viveva a Siena, dal giorno della sua nascita, su quelle pietre ricche di storia, ma non riusciva proprio ad emergere fra i musicisti che affollavano la città, e allora prese la sua chitarra e partì, alla volta della capitale. E fu proprio a Roma che fra una composizione e un accompagnamento riuscì ad entrare sotto la supervisione dell’ RCA. Non era famoso, ma ad un certo punto un gruppo di accordi messo uno dietro l’altro riuscirono a farlo notare, o almeno a farlo notare da un Gianni Morandi fino a quel momento occupato nel portare al pubblico del mainstream canzoni più “leggere” di quella che sarebbe diventata uno dei suoi cavalli di battaglia più conosciuti.
Lusini aveva scritto la musica e un testo che poteva essere catalogato sotto il filone della “linea verde” di quegli anni, seppur in un inglese un po’ maccheronico, e di certo non aveva la fama e il successo di quello che già era e ancor più diventò il “Gianni nazionale”. Non ci volle molto a convincerlo a far eseguire il brano all’altro cantante, appartenente alla stessa casa discografica. E diciamo che fu una fortuna anche per Morandi, il quale avrebbe lasciato per la leva militare le scene per diversi mesi e aveva bisogno di un’impronta forte da lasciare, per far si che i propri seguaci ne sentissero la mancanza dal palcoscenico. Mai scelta fu più giusta.

Il testo inglese venne riadattato da Migliacci in italiano e, nonostante qualche problema con la censura a causa della mai nascosta ribellione verso la scelta dell’America di portare avanti la guerra in Vietnam, la traccia acquistò presto il suo successo internazionale, vantando traduzioni in tutte le lingue.
Quella famosa “linea verde” andava molto in quegli anni, seguendo le tracce dell’americano Bob Dylan e dell’inglese Donovan, e molti artisti presero la palla al balzo per salire sul carrozzone dei successi per i temi trattati, contro la guerra e la violenza. Questi stessi artisti, come anche Morandi, tornarono poi a distaccarsi, almeno per la maggior parte, ma non lo Sghelo, che invece continuò con i propri ideali, non guadagnandosi l’appoggio di un grande pubblico ma di certo la coerenza con se stesso. Nacquero in quegli anni anche "America. Primo amore" (1970) un inno di amore e odio verso il paese dei sogni che ancora oggi resta fatto degli stessi controsensi ed opposti che poeticamente il cantautore raccontò, guadagnandosi qualche problema con la legge per quel testo di denuncia, e “Maryanna Dilon Dilan” (1970), una chiara lode alla marijuana che, a differenza di quanto riportato in giro, non subì la censura che in molti speravano avesse. Negli ultimi anni, ma anche di più, in molti hanno avuto da ridire per canzoni di artisti più “moderni” come J-ax che hanno composto inni in favore di questa droga leggera, leggendo lo scandalo nelle loro parole, dimentichi che, in tempi decisamente più andati, molti altri aveva già trattato l’argomento, senza tutto questo scalpore, e Lusini è uno di loro.

Comunque, grazie all’RCA di cui ancora faceva parte, seppur in una sottosezione gestita proprio da Morandi e Migliacci (la MiMo), Lusini trovò ancora il suo spazio, collaborando con il solito Gianni ma anche con Renato Zero, per cui prestò la voce nei cori nel 33 giri “Zerolandia”, e ancora poi fu produttore della toscana Nada, per cui scrisse “Ti stringerò” con cui partecipò al Festivalbar, e si unì ai Goblin, in una formazione atipica di elementi provenienti da ex progetti, con i quali incise l’album “Volo” del 1982, contenente l’omonimo brano che fece da sigla a Discoring.
In tempi più recenti ha fondato la casa di edizioni musicali Amarcord (2001) e ha collaborato con la cantante Carmen Consoli per “AAA Cercasi” (2010), brano dalla tematica importante sulla situazione femminile attuale.

Rock Targato Italia ha il piacere di porgere i propri auguri a questo artista poco conosciuto che ha però lasciato una bella pietra nell’archivio musicale italiano, creando una delle più conosciute canzoni italiane. Ricordiamo il giorno del suo settantunesimo compleanno e condividiamo con voi un brano diverso dal suo più conosciuto ma acclamato, almeno nei primi anni dall’uscita.
Direttamente dal 1967: “La mia chitarra” 

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Eclettismo targato Baustelle : auguri a Claudio Brasini

Nato ad Arezzo esattamente 44 anni fa, Claudio Brasini è conosciuto al grande pubblico come chitarrista del gruppo toscano Baustelle.
Il gruppo, formatosi inizialmente a Montalcino, in provincia di Siena, come Subterraneans, dalla collaborazione fra lo stesso Claudio e Francesco Bianconi, ha poi trovato una maggiore sicurezza e stabilità con la trasformazione in Baustelle, termine tedesco che significa “lavori in corso”.

Attualmente la band ha in attivo sei album in studio, un live e una colonna sonora, ed è caratterizzata da un’ecletticità di stili e sonorità, influenzata dagli anni sessanta, riesce a spaziare dall’elettronica alla musica d’autore, dalla new wave alla bossa nova, trovando la propria traccia distintiva nei riferimenti sonori continui ai film western e polizieschi degli anni settanta. Mentre i temi affrontati nella discografia sono vari, si evolvono attraverso concept album e maturano da momenti personali ed intimi a tematiche sociali affrontati in modo diretto e pungente, a momenti provocatorio.

Frizzanti e originali, mescolano la lirica e l’intensità, i testi visionari e ricchi di citazioni letterarie e cinematografiche a un suono lo-fi tipico dell’underground, fin poi a cimentarsi con l’ultimo album, “Fantasma” (2013), in uno stile ambiziosamente classicista, grazie anche all’inserimento di un’orchestra di 60 elementi. Quasi un film narrato, con le sonorità spettrali, esoteriche e sinfoniche, decisamente un’evoluzione dall’album precedente, la colonna sonora di “Giulia non esce la sera” (2009), dove si era approfondito un mondo minimal classicista di maggioranza strumentale.

Brani psichedelici, canzoni sentimentali, tipiche ballad indie, in questi complessi ed immediati lavori della band italiana, Claudio ha lasciato la sua firma personale, non solo come musicista ma come co-arrangiatore e co-autore di molti testi, come “Love Affair” (da La moda del lento ; 2003), “Chalie fa surf” (da Amen ; 2008), “La guerra è finita” (da La malavita ; 2005), “Il futuro” (da Fantasma ; 2013)…
Come se ciò non fosse abbastanza è un esperto, e lo si nota eccellentemente nelle sue performance nei Baustelle, è un esperto di chitarre, amplificatori ed effettistica a pedale, arrivando a progettare e sviluppare egli stesso amplificatori ed effetti a pedale per chitarra.

Rock Targato Italia coglie così l’occasione per ricordare la bravura di tale musicista e dell’intero gruppo toscano, e ricorda il compleanno del chitarrista, donandogli i propri migliori auguri e condividendo con voi uno dei brani storici dei Baustelle, contenuto nell’album Amen: “Charlie fa surf

https://youtu.be/TY8ULqPXErs

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Frank Zappa, vita e morte di un genio

È difficile, se non impossibile, sintetizzare la vita di un genio musicale come Frank Zappa in una serie di parole. Anche perché, per citare un aforisma dello stesso musicista di Baltimora, "Parlare di musica è come ballare di architettura". E se la musica in questione è quella di Frank Zappa, probabilmente ha ancora meno senso parlarne o cercare di categorizzarla: nella sua lunga e intensissima carriera Zappa ha esplorato e ibridato rock, progressive, jazz, classica contemporanea, satira, cabaret e mille altri cosiddetti generi musicali, ottenendo sempre un risultato originale e personalissimo, impossibile da racchiudere in categorie preconcette.

Il suo stile ha influenzato centinaia di musicisti, compresi quelli che sono considerati a loro volta i più grandi geni del '900: basti citare i Beatles, che presero spunto dagli album dei The Mothers of Invention, primo gruppo di Zappa, per la stesura del loro capolavoro Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band; o Pierre Boulez, che lo definì "Una colonna portante nel tempio della musica".

La carriera di Frank Vincent Zappa (Baltimora, 21 dicembre 1940 - Los Angeles, 4 dicembre 1993) iniziò nel 1966 con il celebre album Freak Out, ai tempi in cui capitanava i Mothers of Invention. La poliedricità e creatività del giovane compositore e chitarrista erano già estremamente mature e consolidate, infuse in un album che mischiava tutti i generi dell'epoca con un distacco ironico che portava la sua musica oltre le categorie musicali, nella pura sperimentazione. La vena sperimentale di Zappa continuò lungo tutta la sua produzione, portandolo a toccare vette musicali mai più eguagliate e sviluppando negli anni uno stile musicale basato su un estremo virtuosismo ritmico e melodico, unito a testi umoristici satirici e graffianti. Il tutto era finalizzato ad una teatralizzazione mimica sul palco, in cui Zappa dirigeva la musica mimando letteralmente i testi, utilizzando i musicisti per gag e scenette.

Inutile soffermarsi su album particolari, anche perché fu un musicista capace di sfornare una media di 3 album in studio all'anno, per un vertiginoso totale di 60 album in studio, che sono probabilmente solo una parte del materiale composto in vita da Zappa: più di 20 album postumi sono già stati pubblicati raccogliendo materiale inedito.

Oltre ad essere un fenomenale sperimentatore e compositore, era anche un eccellente chitarrista, dallo stile estremamente riconoscibile per il virtuosismo e la particolarità delle armonie utilizzate. Negli ultimi anni di carriera si dette alla composizione di musica classica contemporanea, utilizzando il Synclavier, un campionatore digitale di suoni, per creare parti complessissime e dal suono molto mirato. Impossibile non chiedersi come Zappa avrebbe usato il computer per le proprie composizioni, se un tumore alla prostata non lo avesse portato via nel 1993.

Moltissimi musicisti hanno dichiarato apertamente di essere stati fortemente influenzati da Frank Zappa: per restare in ambito italiano, Elio e le Storie Tese si considerano dei figli minori del genio zappiamo, mentre Caparezza ha dichiarato di riprendere il proprio look e parte della propria musica da Zappa, che considera "un genio". Anzi di più: "Dio si chiama Zappa, Frank Vincent" (cit. da La rivoluzione del sessintutto).

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Umorismo, malinconia e spionaggio…in due parole : Luciano Salce

Cos’è l’Italia? Beh, è tante cose, così tante che si può dire che è il paese dei controsensi e delle assurdità. E nessun regista ha saputo cogliere tali stramberie come l’eclettico Luciano Salce. Ironico umorista sempre velato da quel filo di malinconia tipico degli occhi di chi sa bene su cosa sta scherzando per puntare l’occhio, Salce è stato attore, regista e paroliere, ha lavorato nella radio, nel teatro, nella televisione e nel cinema. Instancabile e mai sazio di produrre, ha trascorso anni a collaborare con i vari media e a rilanciare la bellezza italiana nel mondo ma, soprattutto, agli italiani.

Nato a Roma nel ’22 e diplomato poi all’Accademia d’arte drammatica, è lì conobbe Vittorio Gassman, Nino Manfredi e molti altri artisti con cui poi collaborò negli anni, ma fu soprattutto la prigionia nella Repubblica di Salò, dopo la leva militare, ad avvicinarlo ad altri grandi futuri nomi dello spettacolo che con lui condivisero l’esperienza, come Ezra Pound, Walter Chiari, Raimondo Vianello e Mirko Tremaglia. Fu proprio con la compagnia del commilitone e compagno di studi Gassman che iniziò un tour teatrale per città italiane e straniere ma è con la collaborazione agli spettacoli “Cristo ha ucciso” e “Edipo re” con Guido Salvini che l’attore e regista entrò in contatto con Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci, con cui dopo qualche anno formò il trio de “I tre gobbi”, che si modificherà però negli anni con l’abbandono del progetto da parte di Bonucci e l’entrata in scena, al suo posto, di France Valeri. Ma era, invece, ancora il ’50 quando gli originali tre gobbi volarono in Brasile, dove collaborarono anche con Adolfo Celi e si avvicinarono alla regia cinematografica e cabarettistica oltre che teatrale, producendo anche spettacoli di rivista oltre che lavori di Oscar Wilde, Tennessee Williams e Luigi Pirandello. Dopo il ritorno in Italia, e con l’avvento della Valeri, il trio ottenne un ruolo fisso in radio con la rubrica “Chi li ha visti?”. Periodo quello, oltre che radiofonico, dalla intensa attività teatrale, come per la regia de “I tromboni” recitato da Vittorio Gassman, il quale interpretò anche “Don Jack”, moderno, cinematografico e ardito nuovo Don Giovanni. Il successo guadagnato con il teatro e la radio fu tale da aprire a Salce le porte della televisione di stato, dove i suoi lavori vennero reinterpretati da nomi di alto spicco come Monica Vitti

Negli anni ’60 una svolta prorompente lo allontanò drasticamente dalla regia teatrale, immergendolo nel lavoro cinematografico dove diresse il suo primo film italiano, “Le pillole di Ercole”, con Nino Manfredi, Vittorio De Sica e Andreina Pagnani, ma fu l’anno successivo che accolse il suo primo successo: “Il federale”, interpretato magistralmente da Ugo Tognazzi e per cui Ennio Morricone scrisse la sua prima colonna sonora. L’attività matta di Salce proseguì con una sequenza di svariate pellicole, che non gli impedirono di partecipare anche alla trasmissione RAI presentata da Mina, “Studio Uno”. Due sono i lavori di fine decennio che vennero oscurati dopo la prima visione, “La pecora nera” e “Colpo di stato”, commedie politiche inusuali per l’Italia e che non torneranno in circolazione fino al 2004 al Festival del cinema di Venezia e al 2006 al Festival del cinema di Roma.
Ma il ’69 si chiuse in bellezza, e non soltanto per la fitta partecipazione come attore nelle opere di colleghi come Luigi Zampa e Vittorio Sindoni, bensì, soprattutto, per l’uscita dell’unica commedia in cui collaborò con Alberto Sordi, capace di estremizzare e rendere evidenti quei comportamenti e quelle attitudini tutte italiane che, ancora oggi, non sono poi scomparse: “Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue”.

E fu invece all’inizio degli anni ’70 che incontrò l’uomo con cui scrisse l’inizio di quel pezzo di cinema italiano dall’umorismo grottesco, che portò sullo schermo le abitudini, le difficoltà, le stranezze condivise dalla classe operaia italiana: Paolo Villaggio. Uscirono così “Fantozzi” (1975) e “Il secondo tragico Fantozzi” (1976) che raggiunsero picchi di comicità inimmaginabili ed innovativi, che cercavano di far riflettere il pubblico che poteva rispecchiarsi, seppur non così estremamente, nel ruolo dell’ingegnere.
E proseguì così la sua carriera, fino alla fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, alternando al cinema il teatro e la televisione, alla regia l’interpretazione attoriale, senza mai stancarsi nonostante l’ictus dell’83. Ma risale a due anni prima un’altra delle perle decorative della sua coronata carriera, quella interpretata da un superbo Lino Banfi, in una di nuovo avanspettacolistica comicità con “Vieni avanti cretino”. Nonostante la non prestante forma fisica continuò a recitare a teatro, in tv e sul grande schermo, diresse un nuovo spettacolo e nel 1987 si cimentò alla regia del suo ultimo film “Quelli del casco”, interpretato da Paolo Panelli e Renzo Montagnani, prima di spegnersi, nella propria Roma, esattamente il 17 dicembre di 26 anni fa.

Uno dei geni artistici e provocatori che hanno calcato il percorso dello spettacolo italiano, producendo anche opere di stile più hitchcockiano come "Slalom", dove recitano Vittorio Gassman e Adolfo Celi, prima che esso venga scritturato per il ruolo di Numero 2 nell’agenzia Spectre nel film della fortunata serie di James Bond: “Agente 007: Thunderball (Operazione Tuono)”.

A poco più di un quarto di secolo dalla scomparsa, Rock Targato Italia ricorda un pilastro indimenticabile della cinematografia made in Italy, degli anni in cui parlare di Italia e cinema nella stessa frase voleva dire parlare davvero di arte, poesia e genialità. Un saluto con il cuore a Luciano Salce.

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Ghigo Renzulli è sempre Litfiba

Ghigo (Federico) Renzulli è forse uno dei più influenti chitarristi italiani, fondatore e unico membro fisso dei Litfiba, una delle poche band italiane veramente rock che hanno provato a imporsi anche nel panorama rock europeo.

La sua passione per la musica è sempre stata forte e si è consolidata ancora di più dopo il biennale soggiorno nella Londra rivoluzionaria e allora in pieno fermento dove, dopo l’adolescenza appresso all’hard rock degli anni ’60-‘70 dei Deep Purple , Black Sabbath e Led Zeppelin, si immerge nell’atmosfera New Wave.

Nella sua carriera si è sempre aperto a numerose contaminazioni e non ha mai disdegnato di suonare quasi qualsiasi genere musicale: dal punk reggae dei Cafè Caracas , da cui si staccherà il frontman Raffaele Riefoli per intraprendere la carriera solista come Raf, che si esibirono come supporter dei Clash in un loro concerto a Bologna, allo stile rock-wave dei Litfiba.

Il gruppo da lui fondato è composto da Gianni Maroccolo (basso), Francesco Calamai (batteria), Antonio Aiazzi (tastiere) e Piero Pelù alla voce ed è stato prolifico e sulle vette del rock italiano per un ventennio, dal 1980 all’abbandono del gruppo da parte di Pelù nel 1999. Negli anni ’90 il gruppo percorse le orme del rock, del grunge, dell’hard rock e del rock elettronico; all’abbandono dei componenti segue la volontà di  Renzulli di mantenere in vita la band da lui fondata reclutando nuovi membri, ma il tentativo fallisce e i Litfiba rimangono soggetti all’indifferenza del pubblico fino al 2009 quando il ritorno della voce di Pelù segna la rinascita del gruppo e lo riporta al successo degli anni ’90 con una tournèe che ha successo presso la critica e il pubblico.

Il gruppo da lui fondato è un patrimonio della musica italiana e, nonostante i cambi di componenti, Ghigo è rimasto il caposaldo originario sempre con un proprio stile personale e riconoscibile: predisposizione all’arrangiamento dei brani, uno stile semplice e non artificioso ma sempre espressivo con il suo vibrato e il wah wah che è diventato simbolo del suo modo di suonare.

https://youtu.be/Uvs9taDgrO8

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Le filastrocche dell'esploratore maledetto

Un’attività febbrile contraddistingue i 25 anni di carriera di Vinicio Capossela, nato ad Hannover da genitori di origine irpina.

È uno dei più noti cantautori italiani ed ha speso metà della sua vita a scrivere e cantare creando un repertorio in cui melodie mediterranee, balcaniche e rebetiche si mescolano con ritmi circensi e il delirio blues di Tom Waits. Ed è a quest’ultimo che in molti lo paragonano: un artista errante, uno scapigliato, un teatrante per cui il travestimento è parte fondamentale del suo eclettismo.

Ha iniziato a crescere artisticamente con esibizioni nei club emiliani, in uno dei quali venne notato da Francesco Guccini, che vide in lui il talento che lo porterà ad essere uno degli artisti italiani con il maggior numero di riconoscimenti Tenco: quattro Targhe Tenco, la prima delle quali nel 1990 per il suo album d’esordio “All'una e trentacinque circa” già ricco di sonorità esotiche e immagini di vita quotidiana, come sarà sempre nel suo stile, e lo stesso avverrà  con l’album “Canzoni a manovella” considerato spesso il suo capolavoro.

È un venditore di sogni e di storie, di concetti semplici ed immediati, che si esprimono in ballate più o meno movimentate, ritmi viscerali e tradizionali come fossero balli di paese.

“Il ballo di San Vito” ha i ritmi e l’enfasi della tarante, “Modì” è una ballata più lenta e commovente ispirata ad una vicenda d’amore del pittore Modigliani, “Che coss'è l'amor” segna un saldo legame del cantautore con il cinema venendo inserito in “Tre uomini e una gamba”, primo film con Aldo, Giovanni e Giacomo.

I suoi show dal vivo sono sempre manifesti di vivacità e teatralità poetica, scanzonata, così anche per quelli dell’ultimo tour in corso “Qu'Art de Siècle” con cui festeggia non solo il quarto di secolo di intensissima attività, ma anche i suoi cinquant’anni.

https://youtu.be/ZtCQXJwN96o

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Gianni Morandi, un ragazzo a cento all’ora

Compie oggi 71 anni Gianni Morandi, un uomo dalla carriera lunga e luminosa, fra periodi di enormi successi e anni bui.

Nato nel 1944 a Monghidoro (sull’appennino bolognese) da un padre ciabattino e una madre casalinga, Morandi visse i primi anni della propria vita in condizioni modeste, aiutando il padre nel negozio e tentando una carriera da pugile. Il futuro del ragazzo però avrebbe presto sterzato verso la musica, passione comune di tutti i membri della famiglia: fu alla Festa dell’Unità, con un cachet di mille lire, che ebbe inizio la sua carriera da cantante.

Dopo una gavetta trascorsa fra balere di provincia, Feste dell’Unità e concorsi canori, Morandi si affaccia sul mondo discografico nel 1961, quando nelle classifiche dei juke box dell’epoca il singolo Andava a cento all’ora, scritto da Tony Dori e Franco Migliacci, ottiene un tiepido successo. La svolta nella carriera del cantante ancora diciottenne arriva l’anno successivo con Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, che lo lancia a livello nazionale. Inizia quindi il periodo d’oro della giovinezza di Gianni Morandi, che fino al 1970 lo vede inanellare una serie consecutiva di singoli e concerti di grande successo.

Gli anni ’70 furono invece un momento di momentaneo declino professionale e personale, che Morandi sfruttò per iscriversi al Conservatorio nel 1977 e studiare contrabbasso fino ad arrivare al Compimento Inferiore, ossia il quinto anno su dieci di percorso canonico.

Il suo declino fu solo una parentesi durata pochi anni, interrotta nel 1981 dal singolo Canzoni Stonate, nata da una collaborazione fra Mogol e Aldo Donati. La canzone fu il trampolino di lancio per una seconda parte di carriera luminosissima che perdura ancora oggi: Morandi fece tournè negli Stati Uniti e in Canada riempiendo le maggiori sale da concerto del continente americano, sempre accompagnato dal Coro degli Angeli con cui collaborava fin dal 1979, oltre a tantissimi trionfali concerti in patria che quando venivano coperti dalle emittenti tv ottenevano in media uno share di 6 milioni di persone.

Alla carriera da cantante affiancò con grande successo la conduzione di programmi televisivi, confermando la sua grande comunicatività e la capacità di attirare un pubblico estremamente diversificato, fatto di fasce d’età anche molto distanti tra di loro: piace insomma alla nonna, alla mamma e alla figlia sia in disco che in televisione. Il culmine della sua carriera da conduttore fu probabilmente il Festival di Sanremo del 2011, ma la trasmissione interamente sua C’era un ragazzo del 1999, solo per citarne una delle tante, ottenne un clamoroso successo di 9 milioni di spettatori a serata.

Il successo di Morandi attraversa gli anni del nuovo secolo fino ai nostri giorni: non a caso il suo profilo Facebook è il più seguito d’Italia. Il suo segreto è probabilmente la freschezza e la vitalità che dimostra negli atteggiamenti e nel fisico prodigiosamente giovanili: a 72 non è solo uno dei venti cantanti italiani di maggior successo planetario con oltre 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, ma è anche il re dei profili digitali e un conduttore televisivo di tutto rispetto. Gianni Morandi è innanzitutto un uomo, molto prima che un divo: un uomo che si sente genuinamente vicino alle persone normali che popolano il mondo. In fondo, un ragazzo (del ’44) come tutti gli altri.

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Un giorno da ricordare: da Mozart, per Monet, a Mandela

Un giorno decisamente intriso di storia quello di oggi, che vede la perdita di personalità che hanno rivoluzionato il mondo della musica, dell’arte e della politica a livello globale.

Ma partiamo con ordine.

Sono quasi le una del mattino quando, nel 1791, muore a Vienne il compositore e bambino prodigio Wolfgang Amadeus Mozart.

Componendo la sua prima opera a soli 6 anni, con un genio oltre natura per la musica e una predisposizione intrinseca al divertimento, viene considerato il precursore della riabilitazione del mestiere di musicista e compositore. Anche se, infatti, sarà Beethoven il primo vero “libero professionista”, è Mozart ha dare uno scossone alla tradizione quando, già affermato artista, abbandona il servizio alla corte dell’arcivescovo di Salisburgo nel 1781, a 25 anni. La sua è una battaglia persa in partenza, possiamo dire da posteri, essendo la sua Vienna non ancora pronta al cambiamento come invece quella di Beethoven. La lista delle opere da lui composte risulta, comunque, pressoché infinita, spaziando da un genere all’altro con estrema disinvoltura, come attraverso i generi, con una bravura eccezionale ed irraggiungibile. Mozart viene considerato l’emblema e la rappresentazione ai massimi livelli della cosiddetta “musica classica” nonché il “primo autore” dei concerti per pianoforte, come compositore ed esecutore degli stessi, essendo egli in prima persona ad aver fatto da modello di bravura e genialità il futuro talento Beethoven. Ed è a lui che si deve il rinnovamento del genere del concerto, dove esso diviene un dialogo paritario fra orchestra e solista. Chiarezza, equilibrio e trasparenza la fanno da padroni, ma la sua grazia e la sua delicatezza lasciano anche il posto alla potenza eccezionale dei capolavori. Il mito della bravura di Mozart, da bambino prodigio, a genio indiscusso della composizione, a protagonista di una morte precoce e misteriosa, è di certo amplificato dagli aneddoti e dalle leggende che coronano la sua vita, rendendo quasi la leggenda della sua storia più famosa delle sue opere. E proprio per questo il film del 1984 “Amadeus”, di Milos Forman, ispirato all’opera teatrale di Peter Shaffer, ha romanzato molto della vita del genio settecentesco, seppur abbia il merito di aver dato modo a più di una generazione di conoscere meglio Mozart, e fornisca ancora oggi un primo approccio considerevole per chiunque si chieda “chi era Mozart?”.

È invece quasi alle una del pomeriggio che, nel 1926, muore a Giverny il padre del movimento impressionista Claude Monet.

Inizia a dipingere a 18 anni, sotto la direzione di Boudin, che lo conduce alla rappresentazione di un paesaggio en plain air, dopo aver avuto una formazione composita ed aver tratto ispirazione dai più grandi artisti del tempo. Ma la vera spinta viene dagli incontri, da quei grandi artisti che incontra a Parigi, come Pissarro, Sisley, Renoir, Bazille, anche se è Courbet, insieme alla Scuola di Barbizon, ad influenzarlo maggiormente. Passano quasi dieci anni da quando, nel 1863, vede per la prima volta “Colazione sull’erba” di Manet, prima che il suo stile e la psicologia d’arte prenda forma e si realizzi in quello che diviene il dipinto che darà il nome all’intero gruppo di artisti che seguirà le sue orme: “Impression. Soleil levant”, e che verrà esposto durante la prima mostra impressionista della storia, nel 1874. Personalissimo è il modo in cui quasi in maniera asfissiante egli riproduce il medesimo soggetto un numero infinito di volte per riuscire a coglierne ogni sfumatura di colore e luce, come accade con la rappresentazione della facciata della cattedrale di Rouen. La chiesa è ogni volta nuova, diversa, riconoscibile solo come un’entità evanescente sempre simile ma sempre profondamente diversa, a causa delle ore del giorno, delle condizioni atmosferiche e dei periodi diversi in cui essa viene rappresentata dal pittore. Ed anche quando ormai l’impressionismo viene superato, quando ormai l’avanguardia perde il proprio nome e diviene solo passato, il grande artista matura ed evolve la propria tecnica ma egli resta sempre lo stesso, legato indissolubilmente alla propria anima impressionista con cui torna ormai nel primo ventennio del 1900 a dar vita a “Le ninfee”, dove sintetizza la sua ricerca e la anima di artista.

Ed infine solo due anni fa, nel 2013, si spegne a Johannesburg il premio Nobel ed ex presidente del Sudafrica Nelson Mandela.

Se fino ad ora è stato decisamente complesso sintetizzare in pochi punti la storia di grandi artisti che hanno cambiato drasticamente l’arte come Mozart e Monet, riuscire a fare lo stesso per la vita di un simbolo come Nelson Mandela sembra impossibile.

Fin da giovanissimo egli combatte contro l’apartheid, per garantire agli esseri umani pari diritti che andassero il colore della pelle, la nazionalità e, se vogliamo rendere ancora più moderna la sua lotta, il genere e gusto sessuale e la religione. Maestro di vita e cambiamento, che insegna ai governi e ai popoli di tutto il mondo che con la perseveranza è possibile arrivare ad una svolta, e non a caso risulta essere ad oggi l’uomo che la maggioranza dei giovani italiani considera come l’uomo a cui ispirarsi, da seguire come esempio di vita. Forse il modo migliore di ricordare il grande uomo che è stato Nelson Mandela è quello di ripercorrere il suo credo, la sua essenza, le sue convinzioni. Come il non perdere mai la speranza, cosa che egli mai ha fatto, nonostante i lunghi anni di reclusione causati dalla sua lotto anti-apartheid, e che si lega indissolubilmente all’invito a ridere, a prendere con leggerezza e con il sorriso la vita, per il semplice fatto di poterla vivere. Ma anche gli estremamente ancora attuali inviti a non cadere vittime del razzismo, a non discriminare gli altri e quindi a non essere discriminati, a rifiutare l’oppressione, a combatterla migliorando in primo luogo noi stessi ricordandoci di lasciare sempre alle spalle il passato, a non portarlo dietro di noi, con noi, come un fardello, e vivere così il presente per poter rivolgerci con ottimismo al futuro. Gentilezza, solidarietà, bontà, perdono, fiducia e confronto costruttivo, infine, si sommano ai suoi consigli che ancora possiamo trovare nelle frasi da lui pronunciate e raccolte nei libri, o più semplicemente in giro per internet, per arrivare all’ultima, grande, verità per la quale Mandela si è fatto paladino insieme a Gandhi: il rifiuto della violenza, anche, e soprattutto, come risposta.

Rock Targato Italia oggi non poteva proprio far a meno di rinunciare a nessuno di questi nomi della storia, e vi augura un buon week-end accompagnando l’articolo con la canzone dedicata proprio al leader politico sudafricano composta pubblicata una settimana prima della sua morte dal gruppo inglese U2: Ordinary Love.

Ordinary Love - U2

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Quando il Prog Rock era Made in Italy: la chitarra di Nico di Palo

Se oggi una rivista rock quotata come Melody Maker mettesse un italiano fra i 10 migliori chitarristi rock europei penserebbero tutti che il direttore abbia esagerato con il whisky il giorno prima. Negli anni '70 invece è successo: in quegli anni il Progressive rock targato Made in Italy era apprezzato in tutto il mondo, grazie alla presenza sulla scena musicale di gruppi come Premiata Forneria Marconi (PFM), Area, Banco del Mutuo Soccorso e New Trolls. Il chitarrista in questione è Nico di Palo, storica chitarra solista e voce dei New Trolls dal 1967 fino ad oggi. In quegli anni molti altri virtuosi delle sei corde italiani si misero in luce a livello mondiale: Franco Mussida (PFM) è forse il nome più noto.

Lo stile chitarristico di Nico di Palo (Genova, 4 dicembre 1947) era caratterizzato inizialmente da una solida vena hard rock e si è evoluto poi nel tempo di pari passo con le sperimentazioni intraprese dal gruppo, entrando in contatto con vari generi musicali anche molto distanti fra loro.I New Trolls vantano una discografia mastodontica che conta ben 29 album in studio suonati in varie formazioni, con la presenza fissa di Vittorio de Scalzi e dello stesso Di Palo, con Gianni Belleno alla batteria fino al '91.

L'album più conosciuto è certamente Concerto Grosso per i New Trolls (1971), un'opera scritta da Luis Bacalov che i New Trolls arrangiarono in uno stile progressive originale, complesso ed estremamente innovativo. Nel disco il gruppo riuscì a far convivere la sonorità morbida della musica classica insieme ad uno stile progressive che prende spunto dai grandi gruppi britannici dell'epoca: le incursioni di flauto di De Scalzi non possono non ricordare i Jetro Tull di Ian Anderson, mentre le tastiere e gli organi Hammond ricordano molto le sonorità dei primi Genesis. Il tutto viene frullato con sapienza in una creazione musicale geniale, dove i vari generi non danno l'impressione di cozzare fra loro ma si arricchiscono vicendevolmente, contribuendo allo scorrere ininterrotto della musica. La chitarra elettrica di Di Palo spunta con graffiante autorità negli incisi strumentali insieme al flauto e alla ritmica e nei lunghi assoli che spesso chiudono le "canzoni" del disco, o per meglio dire, le sezioni del concerto rock. Concerto Grosso per i New Trolls è un disco attuale, anzi all'avanguardia, ancora oggi, e resta indubbiamente un'eccellenza della musica italiana.

La carriera del chitarrista dei New Trolls venne bruscamente interrotta quando nel 1998 Di Palo fu vittima di un grave incidente stradale, in seguito al quale rimase in coma per 28 giorni. Tornò nuovamente sul palco con la band in veste di secondo tastierista,  ma tornerà a suonare la chitarra solo dopo un periodo di riabilitazione durato anni: nel 2006 torna in studio con Vittorio De Scalzi per il disco Concerto Grosso: The Seven Seasons con il nome La leggenda New Trolls.

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