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Frank Zappa, vita e morte di un genio

È difficile, se non impossibile, sintetizzare la vita di un genio musicale come Frank Zappa in una serie di parole. Anche perché, per citare un aforisma dello stesso musicista di Baltimora, "Parlare di musica è come ballare di architettura". E se la musica in questione è quella di Frank Zappa, probabilmente ha ancora meno senso parlarne o cercare di categorizzarla: nella sua lunga e intensissima carriera Zappa ha esplorato e ibridato rock, progressive, jazz, classica contemporanea, satira, cabaret e mille altri cosiddetti generi musicali, ottenendo sempre un risultato originale e personalissimo, impossibile da racchiudere in categorie preconcette.

Il suo stile ha influenzato centinaia di musicisti, compresi quelli che sono considerati a loro volta i più grandi geni del '900: basti citare i Beatles, che presero spunto dagli album dei The Mothers of Invention, primo gruppo di Zappa, per la stesura del loro capolavoro Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band; o Pierre Boulez, che lo definì "Una colonna portante nel tempio della musica".

La carriera di Frank Vincent Zappa (Baltimora, 21 dicembre 1940 - Los Angeles, 4 dicembre 1993) iniziò nel 1966 con il celebre album Freak Out, ai tempi in cui capitanava i Mothers of Invention. La poliedricità e creatività del giovane compositore e chitarrista erano già estremamente mature e consolidate, infuse in un album che mischiava tutti i generi dell'epoca con un distacco ironico che portava la sua musica oltre le categorie musicali, nella pura sperimentazione. La vena sperimentale di Zappa continuò lungo tutta la sua produzione, portandolo a toccare vette musicali mai più eguagliate e sviluppando negli anni uno stile musicale basato su un estremo virtuosismo ritmico e melodico, unito a testi umoristici satirici e graffianti. Il tutto era finalizzato ad una teatralizzazione mimica sul palco, in cui Zappa dirigeva la musica mimando letteralmente i testi, utilizzando i musicisti per gag e scenette.

Inutile soffermarsi su album particolari, anche perché fu un musicista capace di sfornare una media di 3 album in studio all'anno, per un vertiginoso totale di 60 album in studio, che sono probabilmente solo una parte del materiale composto in vita da Zappa: più di 20 album postumi sono già stati pubblicati raccogliendo materiale inedito.

Oltre ad essere un fenomenale sperimentatore e compositore, era anche un eccellente chitarrista, dallo stile estremamente riconoscibile per il virtuosismo e la particolarità delle armonie utilizzate. Negli ultimi anni di carriera si dette alla composizione di musica classica contemporanea, utilizzando il Synclavier, un campionatore digitale di suoni, per creare parti complessissime e dal suono molto mirato. Impossibile non chiedersi come Zappa avrebbe usato il computer per le proprie composizioni, se un tumore alla prostata non lo avesse portato via nel 1993.

Moltissimi musicisti hanno dichiarato apertamente di essere stati fortemente influenzati da Frank Zappa: per restare in ambito italiano, Elio e le Storie Tese si considerano dei figli minori del genio zappiamo, mentre Caparezza ha dichiarato di riprendere il proprio look e parte della propria musica da Zappa, che considera "un genio". Anzi di più: "Dio si chiama Zappa, Frank Vincent" (cit. da La rivoluzione del sessintutto).

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Umorismo, malinconia e spionaggio…in due parole : Luciano Salce

Cos’è l’Italia? Beh, è tante cose, così tante che si può dire che è il paese dei controsensi e delle assurdità. E nessun regista ha saputo cogliere tali stramberie come l’eclettico Luciano Salce. Ironico umorista sempre velato da quel filo di malinconia tipico degli occhi di chi sa bene su cosa sta scherzando per puntare l’occhio, Salce è stato attore, regista e paroliere, ha lavorato nella radio, nel teatro, nella televisione e nel cinema. Instancabile e mai sazio di produrre, ha trascorso anni a collaborare con i vari media e a rilanciare la bellezza italiana nel mondo ma, soprattutto, agli italiani.

Nato a Roma nel ’22 e diplomato poi all’Accademia d’arte drammatica, è lì conobbe Vittorio Gassman, Nino Manfredi e molti altri artisti con cui poi collaborò negli anni, ma fu soprattutto la prigionia nella Repubblica di Salò, dopo la leva militare, ad avvicinarlo ad altri grandi futuri nomi dello spettacolo che con lui condivisero l’esperienza, come Ezra Pound, Walter Chiari, Raimondo Vianello e Mirko Tremaglia. Fu proprio con la compagnia del commilitone e compagno di studi Gassman che iniziò un tour teatrale per città italiane e straniere ma è con la collaborazione agli spettacoli “Cristo ha ucciso” e “Edipo re” con Guido Salvini che l’attore e regista entrò in contatto con Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci, con cui dopo qualche anno formò il trio de “I tre gobbi”, che si modificherà però negli anni con l’abbandono del progetto da parte di Bonucci e l’entrata in scena, al suo posto, di France Valeri. Ma era, invece, ancora il ’50 quando gli originali tre gobbi volarono in Brasile, dove collaborarono anche con Adolfo Celi e si avvicinarono alla regia cinematografica e cabarettistica oltre che teatrale, producendo anche spettacoli di rivista oltre che lavori di Oscar Wilde, Tennessee Williams e Luigi Pirandello. Dopo il ritorno in Italia, e con l’avvento della Valeri, il trio ottenne un ruolo fisso in radio con la rubrica “Chi li ha visti?”. Periodo quello, oltre che radiofonico, dalla intensa attività teatrale, come per la regia de “I tromboni” recitato da Vittorio Gassman, il quale interpretò anche “Don Jack”, moderno, cinematografico e ardito nuovo Don Giovanni. Il successo guadagnato con il teatro e la radio fu tale da aprire a Salce le porte della televisione di stato, dove i suoi lavori vennero reinterpretati da nomi di alto spicco come Monica Vitti

Negli anni ’60 una svolta prorompente lo allontanò drasticamente dalla regia teatrale, immergendolo nel lavoro cinematografico dove diresse il suo primo film italiano, “Le pillole di Ercole”, con Nino Manfredi, Vittorio De Sica e Andreina Pagnani, ma fu l’anno successivo che accolse il suo primo successo: “Il federale”, interpretato magistralmente da Ugo Tognazzi e per cui Ennio Morricone scrisse la sua prima colonna sonora. L’attività matta di Salce proseguì con una sequenza di svariate pellicole, che non gli impedirono di partecipare anche alla trasmissione RAI presentata da Mina, “Studio Uno”. Due sono i lavori di fine decennio che vennero oscurati dopo la prima visione, “La pecora nera” e “Colpo di stato”, commedie politiche inusuali per l’Italia e che non torneranno in circolazione fino al 2004 al Festival del cinema di Venezia e al 2006 al Festival del cinema di Roma.
Ma il ’69 si chiuse in bellezza, e non soltanto per la fitta partecipazione come attore nelle opere di colleghi come Luigi Zampa e Vittorio Sindoni, bensì, soprattutto, per l’uscita dell’unica commedia in cui collaborò con Alberto Sordi, capace di estremizzare e rendere evidenti quei comportamenti e quelle attitudini tutte italiane che, ancora oggi, non sono poi scomparse: “Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue”.

E fu invece all’inizio degli anni ’70 che incontrò l’uomo con cui scrisse l’inizio di quel pezzo di cinema italiano dall’umorismo grottesco, che portò sullo schermo le abitudini, le difficoltà, le stranezze condivise dalla classe operaia italiana: Paolo Villaggio. Uscirono così “Fantozzi” (1975) e “Il secondo tragico Fantozzi” (1976) che raggiunsero picchi di comicità inimmaginabili ed innovativi, che cercavano di far riflettere il pubblico che poteva rispecchiarsi, seppur non così estremamente, nel ruolo dell’ingegnere.
E proseguì così la sua carriera, fino alla fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, alternando al cinema il teatro e la televisione, alla regia l’interpretazione attoriale, senza mai stancarsi nonostante l’ictus dell’83. Ma risale a due anni prima un’altra delle perle decorative della sua coronata carriera, quella interpretata da un superbo Lino Banfi, in una di nuovo avanspettacolistica comicità con “Vieni avanti cretino”. Nonostante la non prestante forma fisica continuò a recitare a teatro, in tv e sul grande schermo, diresse un nuovo spettacolo e nel 1987 si cimentò alla regia del suo ultimo film “Quelli del casco”, interpretato da Paolo Panelli e Renzo Montagnani, prima di spegnersi, nella propria Roma, esattamente il 17 dicembre di 26 anni fa.

Uno dei geni artistici e provocatori che hanno calcato il percorso dello spettacolo italiano, producendo anche opere di stile più hitchcockiano come "Slalom", dove recitano Vittorio Gassman e Adolfo Celi, prima che esso venga scritturato per il ruolo di Numero 2 nell’agenzia Spectre nel film della fortunata serie di James Bond: “Agente 007: Thunderball (Operazione Tuono)”.

A poco più di un quarto di secolo dalla scomparsa, Rock Targato Italia ricorda un pilastro indimenticabile della cinematografia made in Italy, degli anni in cui parlare di Italia e cinema nella stessa frase voleva dire parlare davvero di arte, poesia e genialità. Un saluto con il cuore a Luciano Salce.

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Ghigo Renzulli è sempre Litfiba

Ghigo (Federico) Renzulli è forse uno dei più influenti chitarristi italiani, fondatore e unico membro fisso dei Litfiba, una delle poche band italiane veramente rock che hanno provato a imporsi anche nel panorama rock europeo.

La sua passione per la musica è sempre stata forte e si è consolidata ancora di più dopo il biennale soggiorno nella Londra rivoluzionaria e allora in pieno fermento dove, dopo l’adolescenza appresso all’hard rock degli anni ’60-‘70 dei Deep Purple , Black Sabbath e Led Zeppelin, si immerge nell’atmosfera New Wave.

Nella sua carriera si è sempre aperto a numerose contaminazioni e non ha mai disdegnato di suonare quasi qualsiasi genere musicale: dal punk reggae dei Cafè Caracas , da cui si staccherà il frontman Raffaele Riefoli per intraprendere la carriera solista come Raf, che si esibirono come supporter dei Clash in un loro concerto a Bologna, allo stile rock-wave dei Litfiba.

Il gruppo da lui fondato è composto da Gianni Maroccolo (basso), Francesco Calamai (batteria), Antonio Aiazzi (tastiere) e Piero Pelù alla voce ed è stato prolifico e sulle vette del rock italiano per un ventennio, dal 1980 all’abbandono del gruppo da parte di Pelù nel 1999. Negli anni ’90 il gruppo percorse le orme del rock, del grunge, dell’hard rock e del rock elettronico; all’abbandono dei componenti segue la volontà di  Renzulli di mantenere in vita la band da lui fondata reclutando nuovi membri, ma il tentativo fallisce e i Litfiba rimangono soggetti all’indifferenza del pubblico fino al 2009 quando il ritorno della voce di Pelù segna la rinascita del gruppo e lo riporta al successo degli anni ’90 con una tournèe che ha successo presso la critica e il pubblico.

Il gruppo da lui fondato è un patrimonio della musica italiana e, nonostante i cambi di componenti, Ghigo è rimasto il caposaldo originario sempre con un proprio stile personale e riconoscibile: predisposizione all’arrangiamento dei brani, uno stile semplice e non artificioso ma sempre espressivo con il suo vibrato e il wah wah che è diventato simbolo del suo modo di suonare.

https://youtu.be/Uvs9taDgrO8

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Le filastrocche dell'esploratore maledetto

Un’attività febbrile contraddistingue i 25 anni di carriera di Vinicio Capossela, nato ad Hannover da genitori di origine irpina.

È uno dei più noti cantautori italiani ed ha speso metà della sua vita a scrivere e cantare creando un repertorio in cui melodie mediterranee, balcaniche e rebetiche si mescolano con ritmi circensi e il delirio blues di Tom Waits. Ed è a quest’ultimo che in molti lo paragonano: un artista errante, uno scapigliato, un teatrante per cui il travestimento è parte fondamentale del suo eclettismo.

Ha iniziato a crescere artisticamente con esibizioni nei club emiliani, in uno dei quali venne notato da Francesco Guccini, che vide in lui il talento che lo porterà ad essere uno degli artisti italiani con il maggior numero di riconoscimenti Tenco: quattro Targhe Tenco, la prima delle quali nel 1990 per il suo album d’esordio “All'una e trentacinque circa” già ricco di sonorità esotiche e immagini di vita quotidiana, come sarà sempre nel suo stile, e lo stesso avverrà  con l’album “Canzoni a manovella” considerato spesso il suo capolavoro.

È un venditore di sogni e di storie, di concetti semplici ed immediati, che si esprimono in ballate più o meno movimentate, ritmi viscerali e tradizionali come fossero balli di paese.

“Il ballo di San Vito” ha i ritmi e l’enfasi della tarante, “Modì” è una ballata più lenta e commovente ispirata ad una vicenda d’amore del pittore Modigliani, “Che coss'è l'amor” segna un saldo legame del cantautore con il cinema venendo inserito in “Tre uomini e una gamba”, primo film con Aldo, Giovanni e Giacomo.

I suoi show dal vivo sono sempre manifesti di vivacità e teatralità poetica, scanzonata, così anche per quelli dell’ultimo tour in corso “Qu'Art de Siècle” con cui festeggia non solo il quarto di secolo di intensissima attività, ma anche i suoi cinquant’anni.

https://youtu.be/ZtCQXJwN96o

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Gianni Morandi, un ragazzo a cento all’ora

Compie oggi 71 anni Gianni Morandi, un uomo dalla carriera lunga e luminosa, fra periodi di enormi successi e anni bui.

Nato nel 1944 a Monghidoro (sull’appennino bolognese) da un padre ciabattino e una madre casalinga, Morandi visse i primi anni della propria vita in condizioni modeste, aiutando il padre nel negozio e tentando una carriera da pugile. Il futuro del ragazzo però avrebbe presto sterzato verso la musica, passione comune di tutti i membri della famiglia: fu alla Festa dell’Unità, con un cachet di mille lire, che ebbe inizio la sua carriera da cantante.

Dopo una gavetta trascorsa fra balere di provincia, Feste dell’Unità e concorsi canori, Morandi si affaccia sul mondo discografico nel 1961, quando nelle classifiche dei juke box dell’epoca il singolo Andava a cento all’ora, scritto da Tony Dori e Franco Migliacci, ottiene un tiepido successo. La svolta nella carriera del cantante ancora diciottenne arriva l’anno successivo con Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, che lo lancia a livello nazionale. Inizia quindi il periodo d’oro della giovinezza di Gianni Morandi, che fino al 1970 lo vede inanellare una serie consecutiva di singoli e concerti di grande successo.

Gli anni ’70 furono invece un momento di momentaneo declino professionale e personale, che Morandi sfruttò per iscriversi al Conservatorio nel 1977 e studiare contrabbasso fino ad arrivare al Compimento Inferiore, ossia il quinto anno su dieci di percorso canonico.

Il suo declino fu solo una parentesi durata pochi anni, interrotta nel 1981 dal singolo Canzoni Stonate, nata da una collaborazione fra Mogol e Aldo Donati. La canzone fu il trampolino di lancio per una seconda parte di carriera luminosissima che perdura ancora oggi: Morandi fece tournè negli Stati Uniti e in Canada riempiendo le maggiori sale da concerto del continente americano, sempre accompagnato dal Coro degli Angeli con cui collaborava fin dal 1979, oltre a tantissimi trionfali concerti in patria che quando venivano coperti dalle emittenti tv ottenevano in media uno share di 6 milioni di persone.

Alla carriera da cantante affiancò con grande successo la conduzione di programmi televisivi, confermando la sua grande comunicatività e la capacità di attirare un pubblico estremamente diversificato, fatto di fasce d’età anche molto distanti tra di loro: piace insomma alla nonna, alla mamma e alla figlia sia in disco che in televisione. Il culmine della sua carriera da conduttore fu probabilmente il Festival di Sanremo del 2011, ma la trasmissione interamente sua C’era un ragazzo del 1999, solo per citarne una delle tante, ottenne un clamoroso successo di 9 milioni di spettatori a serata.

Il successo di Morandi attraversa gli anni del nuovo secolo fino ai nostri giorni: non a caso il suo profilo Facebook è il più seguito d’Italia. Il suo segreto è probabilmente la freschezza e la vitalità che dimostra negli atteggiamenti e nel fisico prodigiosamente giovanili: a 72 non è solo uno dei venti cantanti italiani di maggior successo planetario con oltre 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, ma è anche il re dei profili digitali e un conduttore televisivo di tutto rispetto. Gianni Morandi è innanzitutto un uomo, molto prima che un divo: un uomo che si sente genuinamente vicino alle persone normali che popolano il mondo. In fondo, un ragazzo (del ’44) come tutti gli altri.

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Un giorno da ricordare: da Mozart, per Monet, a Mandela

Un giorno decisamente intriso di storia quello di oggi, che vede la perdita di personalità che hanno rivoluzionato il mondo della musica, dell’arte e della politica a livello globale.

Ma partiamo con ordine.

Sono quasi le una del mattino quando, nel 1791, muore a Vienne il compositore e bambino prodigio Wolfgang Amadeus Mozart.

Componendo la sua prima opera a soli 6 anni, con un genio oltre natura per la musica e una predisposizione intrinseca al divertimento, viene considerato il precursore della riabilitazione del mestiere di musicista e compositore. Anche se, infatti, sarà Beethoven il primo vero “libero professionista”, è Mozart ha dare uno scossone alla tradizione quando, già affermato artista, abbandona il servizio alla corte dell’arcivescovo di Salisburgo nel 1781, a 25 anni. La sua è una battaglia persa in partenza, possiamo dire da posteri, essendo la sua Vienna non ancora pronta al cambiamento come invece quella di Beethoven. La lista delle opere da lui composte risulta, comunque, pressoché infinita, spaziando da un genere all’altro con estrema disinvoltura, come attraverso i generi, con una bravura eccezionale ed irraggiungibile. Mozart viene considerato l’emblema e la rappresentazione ai massimi livelli della cosiddetta “musica classica” nonché il “primo autore” dei concerti per pianoforte, come compositore ed esecutore degli stessi, essendo egli in prima persona ad aver fatto da modello di bravura e genialità il futuro talento Beethoven. Ed è a lui che si deve il rinnovamento del genere del concerto, dove esso diviene un dialogo paritario fra orchestra e solista. Chiarezza, equilibrio e trasparenza la fanno da padroni, ma la sua grazia e la sua delicatezza lasciano anche il posto alla potenza eccezionale dei capolavori. Il mito della bravura di Mozart, da bambino prodigio, a genio indiscusso della composizione, a protagonista di una morte precoce e misteriosa, è di certo amplificato dagli aneddoti e dalle leggende che coronano la sua vita, rendendo quasi la leggenda della sua storia più famosa delle sue opere. E proprio per questo il film del 1984 “Amadeus”, di Milos Forman, ispirato all’opera teatrale di Peter Shaffer, ha romanzato molto della vita del genio settecentesco, seppur abbia il merito di aver dato modo a più di una generazione di conoscere meglio Mozart, e fornisca ancora oggi un primo approccio considerevole per chiunque si chieda “chi era Mozart?”.

È invece quasi alle una del pomeriggio che, nel 1926, muore a Giverny il padre del movimento impressionista Claude Monet.

Inizia a dipingere a 18 anni, sotto la direzione di Boudin, che lo conduce alla rappresentazione di un paesaggio en plain air, dopo aver avuto una formazione composita ed aver tratto ispirazione dai più grandi artisti del tempo. Ma la vera spinta viene dagli incontri, da quei grandi artisti che incontra a Parigi, come Pissarro, Sisley, Renoir, Bazille, anche se è Courbet, insieme alla Scuola di Barbizon, ad influenzarlo maggiormente. Passano quasi dieci anni da quando, nel 1863, vede per la prima volta “Colazione sull’erba” di Manet, prima che il suo stile e la psicologia d’arte prenda forma e si realizzi in quello che diviene il dipinto che darà il nome all’intero gruppo di artisti che seguirà le sue orme: “Impression. Soleil levant”, e che verrà esposto durante la prima mostra impressionista della storia, nel 1874. Personalissimo è il modo in cui quasi in maniera asfissiante egli riproduce il medesimo soggetto un numero infinito di volte per riuscire a coglierne ogni sfumatura di colore e luce, come accade con la rappresentazione della facciata della cattedrale di Rouen. La chiesa è ogni volta nuova, diversa, riconoscibile solo come un’entità evanescente sempre simile ma sempre profondamente diversa, a causa delle ore del giorno, delle condizioni atmosferiche e dei periodi diversi in cui essa viene rappresentata dal pittore. Ed anche quando ormai l’impressionismo viene superato, quando ormai l’avanguardia perde il proprio nome e diviene solo passato, il grande artista matura ed evolve la propria tecnica ma egli resta sempre lo stesso, legato indissolubilmente alla propria anima impressionista con cui torna ormai nel primo ventennio del 1900 a dar vita a “Le ninfee”, dove sintetizza la sua ricerca e la anima di artista.

Ed infine solo due anni fa, nel 2013, si spegne a Johannesburg il premio Nobel ed ex presidente del Sudafrica Nelson Mandela.

Se fino ad ora è stato decisamente complesso sintetizzare in pochi punti la storia di grandi artisti che hanno cambiato drasticamente l’arte come Mozart e Monet, riuscire a fare lo stesso per la vita di un simbolo come Nelson Mandela sembra impossibile.

Fin da giovanissimo egli combatte contro l’apartheid, per garantire agli esseri umani pari diritti che andassero il colore della pelle, la nazionalità e, se vogliamo rendere ancora più moderna la sua lotta, il genere e gusto sessuale e la religione. Maestro di vita e cambiamento, che insegna ai governi e ai popoli di tutto il mondo che con la perseveranza è possibile arrivare ad una svolta, e non a caso risulta essere ad oggi l’uomo che la maggioranza dei giovani italiani considera come l’uomo a cui ispirarsi, da seguire come esempio di vita. Forse il modo migliore di ricordare il grande uomo che è stato Nelson Mandela è quello di ripercorrere il suo credo, la sua essenza, le sue convinzioni. Come il non perdere mai la speranza, cosa che egli mai ha fatto, nonostante i lunghi anni di reclusione causati dalla sua lotto anti-apartheid, e che si lega indissolubilmente all’invito a ridere, a prendere con leggerezza e con il sorriso la vita, per il semplice fatto di poterla vivere. Ma anche gli estremamente ancora attuali inviti a non cadere vittime del razzismo, a non discriminare gli altri e quindi a non essere discriminati, a rifiutare l’oppressione, a combatterla migliorando in primo luogo noi stessi ricordandoci di lasciare sempre alle spalle il passato, a non portarlo dietro di noi, con noi, come un fardello, e vivere così il presente per poter rivolgerci con ottimismo al futuro. Gentilezza, solidarietà, bontà, perdono, fiducia e confronto costruttivo, infine, si sommano ai suoi consigli che ancora possiamo trovare nelle frasi da lui pronunciate e raccolte nei libri, o più semplicemente in giro per internet, per arrivare all’ultima, grande, verità per la quale Mandela si è fatto paladino insieme a Gandhi: il rifiuto della violenza, anche, e soprattutto, come risposta.

Rock Targato Italia oggi non poteva proprio far a meno di rinunciare a nessuno di questi nomi della storia, e vi augura un buon week-end accompagnando l’articolo con la canzone dedicata proprio al leader politico sudafricano composta pubblicata una settimana prima della sua morte dal gruppo inglese U2: Ordinary Love.

Ordinary Love - U2

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Quando il Prog Rock era Made in Italy: la chitarra di Nico di Palo

Se oggi una rivista rock quotata come Melody Maker mettesse un italiano fra i 10 migliori chitarristi rock europei penserebbero tutti che il direttore abbia esagerato con il whisky il giorno prima. Negli anni '70 invece è successo: in quegli anni il Progressive rock targato Made in Italy era apprezzato in tutto il mondo, grazie alla presenza sulla scena musicale di gruppi come Premiata Forneria Marconi (PFM), Area, Banco del Mutuo Soccorso e New Trolls. Il chitarrista in questione è Nico di Palo, storica chitarra solista e voce dei New Trolls dal 1967 fino ad oggi. In quegli anni molti altri virtuosi delle sei corde italiani si misero in luce a livello mondiale: Franco Mussida (PFM) è forse il nome più noto.

Lo stile chitarristico di Nico di Palo (Genova, 4 dicembre 1947) era caratterizzato inizialmente da una solida vena hard rock e si è evoluto poi nel tempo di pari passo con le sperimentazioni intraprese dal gruppo, entrando in contatto con vari generi musicali anche molto distanti fra loro.I New Trolls vantano una discografia mastodontica che conta ben 29 album in studio suonati in varie formazioni, con la presenza fissa di Vittorio de Scalzi e dello stesso Di Palo, con Gianni Belleno alla batteria fino al '91.

L'album più conosciuto è certamente Concerto Grosso per i New Trolls (1971), un'opera scritta da Luis Bacalov che i New Trolls arrangiarono in uno stile progressive originale, complesso ed estremamente innovativo. Nel disco il gruppo riuscì a far convivere la sonorità morbida della musica classica insieme ad uno stile progressive che prende spunto dai grandi gruppi britannici dell'epoca: le incursioni di flauto di De Scalzi non possono non ricordare i Jetro Tull di Ian Anderson, mentre le tastiere e gli organi Hammond ricordano molto le sonorità dei primi Genesis. Il tutto viene frullato con sapienza in una creazione musicale geniale, dove i vari generi non danno l'impressione di cozzare fra loro ma si arricchiscono vicendevolmente, contribuendo allo scorrere ininterrotto della musica. La chitarra elettrica di Di Palo spunta con graffiante autorità negli incisi strumentali insieme al flauto e alla ritmica e nei lunghi assoli che spesso chiudono le "canzoni" del disco, o per meglio dire, le sezioni del concerto rock. Concerto Grosso per i New Trolls è un disco attuale, anzi all'avanguardia, ancora oggi, e resta indubbiamente un'eccellenza della musica italiana.

La carriera del chitarrista dei New Trolls venne bruscamente interrotta quando nel 1998 Di Palo fu vittima di un grave incidente stradale, in seguito al quale rimase in coma per 28 giorni. Tornò nuovamente sul palco con la band in veste di secondo tastierista,  ma tornerà a suonare la chitarra solo dopo un periodo di riabilitazione durato anni: nel 2006 torna in studio con Vittorio De Scalzi per il disco Concerto Grosso: The Seven Seasons con il nome La leggenda New Trolls.

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Il nero e controverso padrino dell'heavy metal : Ozzy Osbourne

The Madman, The Godfather of Heavy Metal, The Prince of Darkness, The Oz

Avete capito di chi parliamo oggi?

Esatto, proprio lui, anche se dell’heavy metal si riteneva con un po’ di ironia, non il padre ma il fratello maggiore. John Michael Osbourne, meglio conosciuto come Ozzy Osbourne, nacque a Birmingham il 3 dicembre 1948, in una famiglia dalle scarse possibilità. Egli stesso da bambino era dislessico e balbuziente, e proprio per la sua difficoltà a pronunciare il proprio cognome gli venne affibbiato il nomignolo di Ozzy dai compagni che lo prendevano in giro. E fu proprio con uno di questi piccoli bulletti che avevano segnato negativamente la sua infanzia che il cantante formò anni dopo la band con cui raggiunse il successo. Quel bambino era Tony Iommi, e il gruppo erano i Black Sabbath.

Dopo aver provato a percorrere una carriera lavorativa normale come desiderava il padre, per un tentativo di furto andato male, il non ancora maggiorenne Ozzy scontò una pena in carcere, dove con l’ausilio di un ago e della grafite si tatuò il proprio nome d’arte sulle falangi della mano, precedendo con questo gesto la scelta che una volta uscito lo portò a selezionare dei membri per formare la band dei Black Sabbath.

Fu però un periodo breve quello della fioritura del successo del gruppo, a causa della morte del padre del frontman, Jack e della sua successiva caduta in depressione. Droghe, alcool ed eccessi che da quel momento mai più abbandonarono la vita del cantante. Le entrate in centri di recupero e disintossicazione si susseguiranno per anni, in modo tale da alternare momenti di prosperità artistica solista e non a momenti di reclusione ed assenza dalle scene. Lo stesso Ozzy ha dichiarato come il primo album prodotto in totale sobrietà sia stato quello del 2007, Black Rain (il primo album, Black Sabbath, era uscito nel 1970).

Ma fra gli eccessi più ricordati è certamente quello avvenuto durante il concerto a Des Moines il 20 gennaio 1982, dove la leggenda racconta che dal pubblico venne lanciato un pipistrello e che Ozzy, credendo che fosse un pupazzo, gli staccò la testa di netto con un morso. Certo è che, vero oppure no, il mito dette vita a una speculazione da parte del cantante e all’incentivarsi di un’atmosfera biblica e satanista attorno a lui, come alla fantasiosa creazione di altri aneddoti che sfruttavano la follia artistica del Principe delle Tenebre.

C’è chi ha raccontato di sue sfide contro l’igiene e il coraggio, durante le quali sia arrivata a leccare la propria urina dal pavimento, o a staccare la testa a una colomba, ancora una volta con un morso.

Non si può negare che il successo incontrastato del giovane nato a Birmingham non sia stato incentivato dalla sua vita privata, dalle sue stravaganze, oltre che dal suo talento. Egli stesso diede vita a una serie televisiva nel format del real, dove le telecamere registravano la vita della famiglia Osbourne, ad eccezione della prima figlia, Aimee, che non volle vedere intaccata la propria vita privata, diversamente dagli altri due figli Jack e Kelly, e della moglie Sharon. Solo posteriormente dalle interviste verrà rivelato che l’anno delle registrazioni fu il più tragico per tutta la famiglia, essendo ognuno dei suoi membri in un momento di abuso di droga e, nel caso del patriarca, anche di alcool.

Un mito, quello de Il Pazzo, che percorre strade controverse, ma che parte come per ogni grande artista dal suo indiscusso talento, nonostante le maldicenze sul suo conto e sulla sua etica e morale. Forse in molti non sanno che davvero, ai tempi dei Black Sabbath, il gruppo venne invitato a partecipare a dei riti satanici, fra cui la famosa Satan’s Night, ma che rifiutò proprio perché non in quella linea di pensiero, e che per questo il capo della setta lanciò una maledizione sui componenti della band. Questo il motivo che porta, infatti, l’intera formazione a portare sempre al collo una croce d’argento benedetta in acqua santa da un prete. E se non bastasse è stato lo stesso Ozzy a dichiarare come né lui né i suoi testi fossero dei satanisti, rispondendo così alle accuse:

«Nutro un certo interesse nei confronti della Bibbia e ho provato a leggerla in diverse occasioni, ma senza mai spingermi oltre il punto in cui si narra che Mosè aveva 720 anni... Viene da chiedersi cosa si fumassero a quei tempi. Il succo del discorso è che non credo in un tizio chiamato Dio, che indossa un vestito bianco e sta seduto su una nuvoletta vaporosa più di quanto creda in un tizio con un tridente e due corna chiamato Diavolo. Ma credo al giorno e alla notte, al bene e al male, al bianco e al nero. Se esiste un Dio, è la natura. Se esiste un Diavolo, è la natura».

Ed ecco quindi che tutti noi di Rock Targato Italia vogliamo celebrare il 67esimo compleanno di questo mostro del rock, questo paladino e creatore di genere che continua a decorare il mondo della musica con le proprie creazioni. E cosa dire, abbiamo preferito qualche curiosità al semplice elenco di opere, di cui più che leggere è molto consigliabile ascoltare e vedere! E pensare che le curiosità non sarebbero ancora finite ma…vi abbiamo invogliato a cercarne di altre?

Quindi buon ascolto di uno dei pezzi storici del Padrino dell’ Heavy Metal nella versione 2005, in cui è stata ri-arrangiata e cantata insieme alla figlia Kelly: "Changes"

Changes - Ozzy and Kelly Osbourne

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La Divina - Ricordo di Maria Callas

"L'emozione di quel suono... la sua voce, che udivo per la prima volta, giungeva attraverso i timpani fino ai nervi, alle cellule più segrete e recondite della mente, del cuore.”━━━━ Zeffirelli

Maria Callas, di origine greca ma nata a New York nel 1923, compirebbe oggi 92 anni. Secondo Bernstein ella è stata la più grande cantante drammatica del suo tempo, tanto che viene appositamente per lei coniato il genere del soprano drammatico d’agilità. Di lei rimane e sempre rimarrà quella voce sentita da Zeffirelli, capace di intrappolare nel proprio magnetismo e nella propria intensità emotiva l’ascoltatore. È ancora oggi la cantante lirica più nota ed amata al mondo, incarnando con la propria arte e la propria vita la bellezza eterna delle eroine del melodramma che ha incarnato, riuscendo anche a riportare il genere a un’epoca d’oro, facendone un genere di attualità capace di attirare un vasto pubblico giovanile nei teatri, oltre a reinserirlo a pieni titoli tra le espressioni artistiche più alte.

La voce ribelle e non facile della donna, una voce che viene da alcuni descritta quasi come una trinità di voci capaci di spostarsi su più sfumature, era sopperita dal fraseggio, dai colori e dalla musicalità straordinaria. La caratteristica più conosciuta resta la pervicacia e la volontà della Callas di applicare in modo maniacale, e stressante per l’interprete, il metodo belcantistico di ascendenza barocca al mondo protoromantico, verdiano e verista, scolpendo così personaggi indimenticabili. La sua filologia ha, infatti, scrostato dal manierismo e dall’invecchiamento i maggiori ruoli di repertorio, rendendoli moderni e conosciuti non solo dalla nicchia.

Restaura completamente e totalmente il concetto di “belcanto”, andando oltre alla voce, al fraseggio, alla recitazione, alla postura, arrivando fino al trucco, alla capigliatura, oltre che alla sua interiorità. Arriva perfino, per prima, a far interessare registi cinematografici e teatrali conosciuti nel mondo all’opera.

La vita privata della cantante lirica non è però stata semplice, nonostante il padre godesse di una disponibilità economica tale da riuscire a superare il crollo della borsa del ’29 e a farla studiare sia in ambito generale che canoro. È il 1931, a 8 anni, quando Maria prende le prime lezioni di canto e il ’37 quando a causa della separazione dei genitori è costretta a lasciare l’America per volare in Grecia, con la madre. È proprio ad Atene che si sviluppano le sue qualità all’interno del conservatorio, ed è da lì che quasi dieci anni dopo torna a New York dal padre, prima di approdare nel ’47 in Italia, dove troverà la propria consacrazione grazie a Toscanini e all’approdo alla Scala di Milano. È in Italia che trova il successo artistico e il primo amore che si corona in matrimonio con Meneghini, nonostante i ben 37 anni di differenza. Sono questi gli anni in cui si guadagna gli appellativi di “Diva” e “Divina” che rimarranno per sempre accostati al suo nome, anche dopo i 30 kg persi e il leggero cambiamento per questo subito dalla sua voce. È il 57, quando ormai la sua carriera e la sua fama sono alle stelle che incontra Onassis, definito dalla mondanità e dal gossip (e anche da Montale in più di un’intervista) “Il Greco”. Passano due anni, durante i quali ha anche subito un malore, prima di arrivare al divorzio con il marito proprio a causa dell’amore violento e brutto con e per Onassis, dal quale avrà anche un figlio, Omero, morto a poche ore di vita. Quando Onassis la lascia, invaghitosi di Jacqueline Kennedy, il declino già galoppante di Maria, sia psicologico che professionale, si sviluppa totalmente, la sua voce perde smalto e intensità e la cantante abbandona le rappresentazioni e i contratti. Anche il suo lavoro con Pier Paolo Pasolini per la “Medea” cinematografica risulta un insuccesso, e si riprende solo grazie alla tournée mondiale insieme a Giuseppe Di Stefano, con il quale intrattiene l’ultima e deludente storia sentimentale della sua vita. Si spegne poi, a soli 53 anni, a Parigi, il 16 settembre 1977.

La musica e la sua voce entravano dentro il cuore, lei produceva melodia. Aveva dentro di sé, dentro la sua voce, la vita." ━━━━ Corelli

Rock Targato Italia è così fiero di onorare la memoria e la grandezza della Divina e indimenticabile Maria Callas con una delle sue emozionanti e intense incisioni.

Casta Diva - Maria Callas - 1958

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Bruno Venturini: lo scugnizzu che ha conquistato il mondo

L’Italia è sempre stata la terra del bel canto, il luogo dove un tipo di musica specifico, di melodia e sonorità si è evoluto ed è diventato famoso in tutto il mondo: la musica partenopea.

Conosciuta e apprezzata in praticamente ogni angolo del pianeta, ritenuta la madre di svariati generi musicali di cui ha influenzato la nascita e l’evoluzione, la canzone tipica napoletana ha visto nomi illustri come portatori della propria effige. Da Caruso a Gigli, da Ranieri a Bruni, i nomi citati non sono casuali, perché sono tutti parte viva della vita del tenore che oggi vogliamo omaggiare, uno dei primi a portare la canzone napoletana in tour nel mondo, a cantare in Cina, in Russia, in America e non soltanto in Europa: Bruno Venturini.

Al secolo Bonaventura Esposito, nacque a Pagani e fu il talento, unito a una serie di coincidenze, a farlo divenire uno dei più grandi tenori che il mondo può vantare. Dopo un iniziale trasferimento a Salerno, a causa di una malattia del padre, si trasferì con la famiglia a Roma per poterlo curare e fu lì che, cantando a Porta Portese per promuovere insieme al fratello un banco del mercato, incontrò Mario Lanza nel mezzo delle riprese di “Arrivederci Roma”. Un Mario Lanza che gli consegnò dieci dollari autografati per la sua bravura. Ma la fortuna della capitale non si concluse lì, perché grazie all’intercessione dei padroni della pensione dove alloggiava riuscì a farsi ascoltare anche da Beniamino Gigli, che riconobbe il suo talento. Cosa che fece anche la signora Fanale, ex soprano al San Carlo di Napoli, che sentendolo cantare dentro le mura domestiche gli procurò un’audizione al Liceo Musicale di Porta Nova, con Franz Carella e Alfredo Giorleo.

E fu così che, a soli 15 anni, si presentò all’audizione per il Festival Voci Nuove che si teneva a Napoli. La sua esibizione stupì così tanto Felice Genta che egli convinse don Raffele Russo a inserire non nei dilettanti il giovane tenore ma nei professionisti, in lizza con nomi come Claudio Villa, Sergio Bruni e Gino Latilla. Fu proprio quest’ultimo ad aprire il concorso con una performance talmente unica e impressionante che quando Corrado, chiamato a presentare, chiese chi fosse l’artista successivo, nessuno dei presenti provò a proporsi, troppo spaventati dal confronto. Tutti, meno Bruno. Salì sul palco, con quei suoi avventati anni e guadagnò una standing ovation, un bis e un contratto discografico con Phonotype.

E fu così che nacque una stella, un uomo che ha potuto portare la canzone napoletana nel mondo, capace di stregare e far innamorare della propria voce personaggi illustri di tutto il mondo, da Jacqueline Kennedy a Gorbaciov, da Grace Kelly a Papa Giovanni Paolo II. È stato il secondo, dopo Gigli, a cantare dall’altare maggiore di Piazza San Pietro, il primo ad esibirsi in Alaska, nella sede NATO per i soldati americani, ed è anche l’unico a cui in Cina è stato dedicato il nome di una pizza (pensare che l’altro alimento italiano sono gli spaghetti, definiti “Marco Polo”).  

La musica partenopea e il ricordo di Caruso sono stati esportati e resi ancora più celebri e amati nel mondo grazie a Venturini, che ha donato la sua intera discografia, composta da 650 incisioni, all’Archivio Sonoro della Canzone Napoletana, cosa mai fatta prima.

Un ricordo orgoglioso quindi, di una pietra miliare del bel canto, della canzone napoletana e non solo. A un Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Cavaliere dell’Ordine di Malta.

Rock Targato Italia celebra Bruno Venturini e condivide con i propri lettori una delle sue più belle esibizioni.

 

O' Sole Mio - Bruno Venturini

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