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Tutti i volti di Alighiero Noschese

“Ma come ti è venuto in mente, Giulio, di andare a cantare in televisione?”

Di certo non era Andreotti quello che si esibiva nei varietà RAI, ma lo sembrava così tanto che la povera madre non poté che chiedersi cosa ci facesse là. Ma quello che splendeva sul piccolo schermo non era, ovviamente, il politico, ma uno dei personaggi fondamentali per la storia della televisione italiana. Attore, comico, showman ma soprattutto imitatore, Alighero Noschese detiene il titolo di più fecondo e importante imitatore della televisione italiana di tutti i tempi.

Brillante, fine e camaleontico caricaturista delle personalità di spicco del suo tempo, dai compagni protagonisti dello spettacolo ai personaggi politici. E anche se adesso la cosa può sembrare normale routine, all’epoca fu una vera e propria rivoluzione. Fu Noschese, infatti, il primo a parodiare con una satira ironica e mai volgare o violenta, i politici italiani e stranieri. Prima a teatro, negli spettacoli di Garinei e GiovanniniScanzonatissimo” e “La voce dei padroni” a metà dagli anni ’60, e poi in televisione, durante il programma “Doppia Coppia”, che riesce a ottenere dalla televisione di stato l’approvazione per portare in scena le sue imitazioni. Pare proprio che il futuro Presidente della Repubblica, e imitato da Noschese, Giovanni Leone, abbia dato la propria spinta perché al comico fosse data libertà d’azione, essendo stato a Napoli, alla facoltà di giurisprudenza, professore proprio dell’attore.

Nonostante con gli anni la satira politica abbia acquistato tutto altro spessore, e i soggetti caricaturati abbiano iniziato a non gradire le proprie parodie, ai tempi di Noschese c’era addirittura chi chiedeva di essere imitato dallo showman. Motivo? Semplice. Essere imitati da lui era segno di una raggiunta importante notorietà, e comportava una visibilità maggiore e un pubblico più ampio che si poteva raggiungere.

Molte sono le leggende mai appurate che riguardano le famose imitazioni del multietnico artista, da quando, studente universitario, sostenne un esame orale con la voce di Nazzarri e un altro con quella di Totò, a quando, il giorno della sua morte, finse di essere il proprio neurologo al telefono con l’infermiere per avere accesso ai risultati delle proprie analisi eseguite nella clinica dove era ricoverato per curare la depressione.

Morto, infatti, a 47 anni, l’attore napoletano ha lasciato un non piccolo vuoto nel panorama televisivo italiano, nonostante fosse da qualche anno lontano dalle scene, a causa proprio di quella depressione dovuta al divorzio dall’amata moglie e ai rapporti incrinatisi e poi rotti con la RAI, che lo aveva visto come ospite fisso di Corrado e la Carrà nel ’71 con Canzonissima, e co-prodagonista di Loretta Goggi nel ’73, con la trasmissione “Formula Due”, il programma televisivo più seguito di quell’anno.

Ci sono tanti eventi e tante informazioni che è possibile apprendere dalla prima biografia di Noschese, “Alighiero Noschese, l’uomo dai 1000 volti”, di Andrea Jelardi, suo conterraneo, e pubblicata nel 2013, ma abbiamo già detto molto di lui.

La sua arte ha portato l’imitazione a livelli a cui poco prima non era neanche possibile pensare di arrivare, e nonostante le tecnologie in evoluzione resero più complesso il travestimento fisico, la sua dote naturale di riuscire a riprodurre perfettamente le voci, di emulare in modo incredibile atteggiamenti e quei “tic” caratteristici mantennero sempre la loro qualità eccellente, anche grazie all’aiuto dell’autore dei suoi testi Dino Verde e alla sua truccatrice e costumista Ida Montanari.

Ecco quindi che non resta altro da fare se non accennare qualcuno di quei suoi personaggi, spaziando da cantanti e attori a politici e conduttori, come Mike Buongiorno, Nino Manfredi, Alberto Sordi, Domenico Modugno, ma anche Nilla Pizzi, Ugo La Malfa, Giovanni Leone, Marco Pannella, Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani, ma anche Richard Nixon.

 

Oggi, nel giorno dell’ottantatreesimo anniversario della sua nascita, Rock Targato Italia ha voluto rendere omaggio al grandissimo e mai dimenticato, Alighiero Noschese.

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Don't stop the show: Freddie Mercury

È senza dubbio una delle cose più difficili tentare di essere originali parlando di qualcosa, o in questo caso qualcuno, la cui fama è stata ed è tanto grande da far sì che tutto il possibile sia già stato detto in ogni modo e con ogni sfumatura. Qualunque discorso risulterebbe, dopo 24 anni dalla sua morte, ritrito e banale, ed allora ci possiamo limitare a ricordare dei momenti della sua carriera e della sua vita che hanno reso immortale uno degli uomini che ha dominato la dirompente onda rock degli anni ’70- ’80.

Parliamo allora di Freddie Mercury, nome d’arte di Farrokh Bulsara, l’uomo che insieme ai Queen fece la storia del rock ‘n roll. Visse nel silenzio la malattia che lo portò alla morte, rendendola nota ai fan e al mondo appena il giorno prima di spegnersi; al contrario la sua leggenda si è affermata nel clamore che era in grado di suscitare col suo talento e la capacità di intrattenere il pubblico.

Innovatore e sognatore, una tigre sul palco, eccentrico e teatrale, ma con stile, frontman esuberante e di talento che amava interagire col pubblico creando spettacoli unici e originali come l’esibizione al Live Aid del 1985, che vide il gruppo esibirsi allo Stadio di Wembley davanti a 72 000 persone, giudicata come la migliore esibizione dal vivo nella storia della musica rock.

A lui si deve il maggior numero di testi della band: le melodie più complesse di "Bohemian Rhapsody" e "Innuendo", quelle più semplici come "Crazy Little Thing Called Love", e successi come "Don't Stop Me Now", "Killer Queen", "Love of My Life", "Play the Game", "Somebody to Love" e "We Are the Champions" spaziando tra varie forme di musica rock già consolidate incorporando  numerosi altri generi passando dall'hard al pop rock, all'heavy metal, dal rock and roll al rock psichedelico e sperimentando anche blues, gospel, funk, folk, musica classica.

Oltre all'attivita' con i Queen, di cui fu fondatore nel 1970, negli anni ‘80 intraprese la carriera solista con due album: "Mr. Bad Guy" (1985) e "Barcelona" (1988), frutto della collaborazione con la cantante soprano spagnola Montserrat Caballè, il cui singolo omonimo divenne divenne nel 1992 l'inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona.

Negli anni cambiò notevolmente aspetto: dai capelli lunghi e unghie smaltate con abiti di Zandra Rhodes al look “Castro clone” con capelli corti e baffetti con la giacca gialla, divenuta suo simbolo, o con pelliccia e corona da re. Passava da un ruggito rock gutturale ad acuti cristallini passando più scale musicali in poche battute, fino alla rarefazione delle apparizioni pubbliche dopo la conferma della malattia nel 1987, quando il suo mito non venne da meno e rappresentò un passo importante nella storia dell’AIDS informando i suoi milioni di fan della minaccia dell’HIV con la sua dichiarazione pubblica, giusto il giorno prima di morire.

https://youtu.be/t99KH0TR-J4?list=RDt99KH0TR-J4 

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Un italiano a cavallo dei colossal americani

“Io che non vivo” è uno dei successi italiani più conosciuti al mondo, un successo internazionale cantato anche da Elvis Presley con il titolo “You don’t have to say you love me”, ed è la canzone che pur non vincendo Sanremo nel 1965, ha dato al suo cantore un grande successo. Il cantante in questione è Pino Donaggio, e la sua carriera è stata anche ricordata al Festival di Sanremo quest’anno, sullo stesso palco che ha visto i suoi esordi nel 1961 con la canzone “Come sinfonia”, realizzata inizialmente per essere interpretata da Mina.

Da lì inizia il suo successo, divenuto mondiale poi con la canzone presentata a Sanremo ormai 50 anni fa. Ha proseguito negli anni ’70 dedicandosi alla composizione di colonne sonore per numerose pellicole cinematografiche che hanno fatto il giro del mondo e più tardi anche per fiction italiane.

Da cantautore di musica leggera a compositore di colonne sonore, soprattutto per film horror, western ma anche commedie dei Vanzina e di Tinto Brass; senza dimenticare le serie tv che vanno da "Don Matteo" a "Provaci ancora prof" e tanto altro, cercando di essere sempre originale e distaccarsi dai compositori americani andando ad attingere direttamente dalle radici del melodramma tipicamente italiano.

Il suo debutto come compositore si ha nel 1973 con la musica per "A Venezia... un dicembre rosso shocking"; da lì produce più di 200 colonne sonore tra cui importanti collaborazioni con registi del calibro di Brian De Palma in "Carrie, lo sguardo di Satana", "Vestito per uccidere", "Blow out" e "Passion", di Dario Argento, e tra le produzioni italiane "Non ci resta che piangere" di Massimo Troisi, "L’arcano incantatore" di Pupi Avati e "Colpo d’occhio" di Sergio Rubini.

Al successo dice di esserci arrivato per caso, avendo cantato appunto una canzone inizialmente destinata alla voce di Mina, ma da lui poi interpretata, ed è dal palco del Festival di Sanremo, da cui è iniziato il suo destino musicale, che invita i giovani a credere in sé stessi e nelle proprie potenzialità.

https://youtu.be/N3W7qlMZTXY

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Il nip━ no, solo Gino Santercole!

Nel nuovo mondo dei social network ci sono artisti che si trovano a disagio, che non sanno come affrontare la cosa, e poi ci sono quelli che nei nuovi mezzi di comunicazione scoprono un modo nuovo e avvincente per rimanere in contatto con i propri fan, e non stiamo parlando solo dei nuovi conosciutissimi e probabilmente meteoritici cantanti. No, parliamo di un grande e troppo spesso messo in un angolo Gino Santercole.

Chitarrista e fondatore de I Ribelli, membro del Clan Celentano e poi cantautore solista e attore. La carriera del nipote di Adriano Celentano è stata costellata di alti e bassi, tante volte proprio per la parentela con il noto “molleggiato”. Da un lato estremamente utile agli inizi del percorso artistico, con l’andare avanti degli anni il continuo accostamento al nome dello zio è stato rallentante per Santercole, anche se ciò è stato completamente involontario da parte di Celentano.

I due, molto legati, sono praticamente coetanei e Gino è stato autore di svariati brani di successo proprio per Adriano, e il loro legame profondo, nonostante qualche lite di carattere familiare, è comprensibile al solo pensare che uno dei figli di Santercole porta proprio il nome dello zio.

I due ragazzi della via Gluck portarono in abbinamento a Sanremo la canzone sulla strada che li aveva visti crescere assieme, come figli di emigrati pugliesi a Milano, ma, nonostante il successo futuro guadagnato dal brano, furono subito eliminati la prima sera.

Meno conosciuto per i suoi lavori da cantautore indipendente, è di certo ricordato come compositore di brani come “Una carezza in un pugno” (uscito come lato B di Azzurro) e “Svalutation”. Ma nonostante il grande pubblico abbia dedicato più attenzione a questi tipi di lavoro, il percorso come cantante di Santercole non si è di certo arrestato, ha pubblicato una quindicina di LP di cui l’ultimo solo lo scorso anno: “Voglio essere me”.

La voce roca e potente, di quel blues anarchico che l’ha sempre contraddistinto non lo abbandona, e Gino Santercole continua a produrre brani dalle svariate sonorità, tutte quelle che hanno segnato la nascita del suo stile e la sua crescita. Dall’ R’n’b, di cui è stato assieme a I Ribelli uno dei primi promotori come band beat, alla ballata tipica italiana, dal Rock’n’roll di Elvis Presley alla musica nera di Louis Armstrong, ogni sfumatura di atmosfera è ri-scopribile nel suo ultimo disco come nei precedenti, dove rende evidenti le sue doti da crooner venato dalla sana follia del rock.

E proprio a Gino Santercole oggi Rock Targato Italia vuole fare i propri auguri più sentiti, condividendo con i propri lettori il singolo omonimo dell’ultimo album uscito: “Voglio essere me”.

Voglio essere me - Gino Santercole

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