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Storia di un alter ego : Alice Cooper vs Vincent Furnier

Mick Jagger era l’emblema di cattivo ragazzo, Jim Morrison quello che simulava atti sessuali sul palco, ed Alice Cooper? Beh con lui l’eccesso divenne il male e non un elemento di protesta. Cosa ha demonizzato la sua figura? Di certo l’aspetto, ispirato a Bette Davis in “Che fine ha fatto Baby Jane?” e ad Anita Pallenberg in “Barbarella”, con il corpse paint pesante e cadaverico sul viso e vestiti di cuoio, il look del cantante di Detroit ha visto miscelarsi due silhuette di donna sul corpo di un uomo scheletrico, brutto e nasuto. Uno dei personaggi più controversi e discussi della storia del rock, l’anno zero dello shock rock, che ha allestito i suoi concerti in modo spettacolare e grottesco, riempiendo il palco con ghigliottine, bambole impalate, infermiere dark e boa vivi attorcigliati attorno al corpo. Ma se l’estremismo, il gotico e lo spettacolare senso dell’horror hanno issato la sua figura ad eclettico pseudo-satanista i suoi testi non hanno mai fatto lo stesso, almeno per chi si sia preso la briga di ascoltarli sul serio.

È così che gli atti di violenza durante la performance di “Only Women Bleed” (dal primo album solista del 1975 “Wecome to My Nightmare”) sono in realtà l’esemplificazione visiva di una storia che parla di uno dei problemi maggiori che attanaglia la società americana e mondiale, la violenza domestica subita dalle donne, in un racconto che narra proprio di lei, di questa donna picchiata e maltrattata da un marito assente che quando c’è non fa altro che bere e fumare. E ancora il momento di shock quando Alice infilza un bambolotto con una spada in “Dead Babies” (dall’album “Killer” del 1971 con la band) è la denuncia della negligenza di quei genitori che trascurano i figli perché concepiti quando non pronti ad averli, in un racconto cinico di una bambina che muore per aver assunto aspirine credendo fossero caramelle, non trovata fino al rientro della madre ubriaca dal pub, che semplicemente non si dispera della sua dipartita, perché non la ama, perché non la voleva.
Momenti di accusa, di protesta, temi di libertà di espressione, di denuncia, di problemi di religione e società camuffati sotto un aspetto grottesco e macabro, dove il massimo apice di shock si raggiunge non tanto con il tormento dato dalle difficoltà dei disturbi di personalità ma con i rimedi della società a quei disturbi. Nei suoi testi non trovano infatti spazio imprecazioni, o incitamenti alla violenza, o descrizioni volgari, si parla di sesso ma senza esagerare, si parla però dei problemi, e l’Alice che ai tempi della band rappresentava il mostro grottesco diventa di quello stesso mondo macabro, nel periodo solista, il suo giullare, passando dalla narrativa dell’orrore alla farsa, a un tono più leggero ma sempre adornato dalle medesime eccessive atmosfere, dalle stesse sonorità avanguardistiche.

Ma freniamo, non stiamo parlando comunque di un santo, stiamo parlando di un uomo che ha vissuto da rockstar, che anche se non si è abbandonato alle droghe ha avuto la sua dipendenza personale dall’alcool e dalle donne, una dipendenza la prima che è stata narrata anche nel concept album del 1978 “From The Inside”, dove Alice si rifaceva al periodo passato, invano, nel centro di disintossicazione, ma una dipendenza sconfitta poi nel 1983 grazie alla donna che aveva fatto cessare la sua passione per le altre, la moglie. Ed è così che si scopre come si possa sconfiggere, diversamente da come hanno fatto altri (Hendrix per citarne uno), quella vita sfrenata da rockstar, e sopravvivere non solo come mito ma come presenza su un palco. Forse anche perché, alla fine, Alice Cooper è un gioco, una messa in scena, un personaggio che nasce con il trucco e i vestiti e si addormenta quando l’uomo torna Vincent, con una moglie, tre figli e una scuola di recupero per ragazzi problematici che vive dal 1995 : la Solid Rock Foundation.
Alice Cooper è un alter ego, quel personaggio che quando brucia sulla sedia elettrica durante “Black Juju” non sconvolge la figlia minore del cantante, ma le fa solo dire “Guarda papà, c’è Alice Cooper in tv”, sottolineando come Vincent non sia Alice, ma tutt’altro, e come il character sia nato appositamente per colpire. Già, perché anche se la leggenda di come sia il nome di una strega bruciata viva nel 17esimo secolo si dimostri affascinante, il nome venne scelto inizialmente per la band di Detroit solo perché -suonava bene- ed evocava l’immagine di una ragazzina bionda, dolce e carina che suonava folk, ma che, in realtà, aveva nascosta un’ascia dietro la schiena, come in un’immagine che circola sul web negli ultimi anni.
Hard rock primordiale, riff acidi, jam psichedeliche, scenette recitate, collage di musica concreta e cacofonie assortite hanno caratterizzato la musica di Alice Cooper fin dal primo 45 giri “I’m Eighteen”, involontario precursore del grunge ma inciso nel 1970, fino all’ultimo album del 2011 “Welcome 2 My Nightmare”, passando per l’album che ha portato la popolarità planetaria e che può vantare fra le sue tracce una title track cha vale una carriera, “School’s Out” (1972), simbolo del rock anni ’70 e della ribellione contro le autorità, nonché precursore, con il proprio coro di bambini, del trucco dei Pink Floyd in “Another Brick in the Wall”.
E se in molti hanno pensato che l’età avesse vinto sul cantante, esso ha stupito ancora solo pochi mesi fa, quando nel settembre ha iniziato un mini tour, successivo al lancio del primo album, con una formazione a tre e piena di ospiti dai grandi nomi, sotto il nome di Hollywood Vampires. Alice Cooper, Johnny Depp e Joe Perry hanno portato alla luce un disco omonimo per rendere omaggio allo storico club di élite di Los Angeles in voga nei primi anni 70. Un luogo dove si potevano incontrare Jim Morrison, Keith Monn, Bernie Taupin e John Lennon travestiti da cameriere e chauffeur e investiti da fiumi di alcool che ha vissuto di nuovo anche durante la serata del Rock in Rio Festival attraverso le cover di brani degli Who, di Lennon, di Hendrix e di molti altri. E come se ciò non bastasse è poi approdato anche al Forum di Assago di Milano, lo scorso novembre, come guest star nel tour dei Motley Crue.

68 anni oggi e non sentirli, viene da dire. E Rock Targato Italia non poteva perdere l’occasione per ricordare uno dei pilastri del rock mondiale, il punto di riferimento dello shock rock ma, e anche soprattutto, l’emblema di un animale da palcoscenico, di un movimento di denuncia che stupisce, che spaventa e che, fin troppo spesso, viene male interpretato, perché l’occhio arriva prima dell’orecchio.
Auguri quindi ad Alice Cooper e al suo padrone Vincent Damon Furnier con l’esibizione storica a Top of The Pops di School’s Out.

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50mila volte L'amore verrà in Uno di quei giorni

Soul, swing e raggae tipici degli anni ’60, ma anche pop-rock e punk dei ’70, e come scordare il look stravagante associato ai ’50, e ci si può forse dimenticare la voce da tenore potente e un po’ vintage? Tutto questo in una delle artiste che ci possiamo vantare di possedere, la proprio oggi 36enne Maria Chiara Fraschetta. Il nome non vi dice niente? Ci sta, ebbene rimediamo subito. Prendete una parte della sua amata Nina Simone, aggiungete il cognome di sua madre da nubile, e avrete il risultato. Avete indovinato? Se non ci siete ancora non temete, il nome sta arrivando. Oggi parliamo di lei, la stravagante e sempre nuova Nina Zilli.

Nata a Piacenza e vissuta per qualche anno in Irlanda e negli Stati Uniti, ha inciso il suo primo EP “Nina Zilli” nel 2009, un disco bello fortunato dato che proprio da lì è stato estratto il suo primo successo, colonna sonora dello splendido film di Ozpetek Mine Vaganti: “50mila”, in collaborazione con Giuliano Palma. Ma quella con la Universal non è stata la sua prima esperienza, eh no, perché nel 2001, per la Sony, era stato prodotto sotto il nome di Chiara&Gliscuri il singolo “Tutti al mare”. Torniamo un attimo all’EP, uno stampo che rende evidente la passione R&B e soul mescolata alla musica italiana made anni ’60 della cantante, con un occhio di bue su “L’amore verrà”, cover del brano delle Supremes del 1966 “You Can’t Hurry Love”.

E dal 2009 inizia la sua vera carriera musicale dopo aver espresso il suo potenziale come veejay di MTV e come co-conduttrice di "Roxy Bar" con Red Ronnie. L’anno successivo è infatti quello del primo Sanremo, nella categoria delle Nuove Generazioni, con “L’uomo che amava le donne” per cui vince il Premio della Critica Mia Martini e che anticipa l’album in studio “Sempre lontano”, di cui al termine dell’anno esce la seconda versione, “Sempre lontano versione deluxe”, da cui viene estratto il secondo singolo “Bacio d’a(d)dio”.

E il palco del Festival la ospita ancora nel 2011, anche se stavolta non come concorrente ma in duetto con La Crus sul brano “Io confesso”, prima che Nina si impegni nell’estate nella conduzione radiofonica di "Stay Soul", su Radio 2. Ma Sanremo non si allontana e nel 2012 calca ancora il palcoscenico con “Per sempre”, inserito nel secondo album “L’amore e femmina”, il cui brano omonimo viene portato in rappresentanza dell'Italia all’ Eurovision Song Contest di quell’anno, dove la cantante si piazza al nono posto. Ma la tracklist è ricca di altri successi, come “Un’estate”, che vede la collaborazione di Carmen Consoli. Lo stesso anno è pieno di impegni, con la collaborazione con Giorgio Panariello su Canale 5, per "Panariello non esiste", o con la conduzione degli MTV Hip Hop Awards, in diretta dall’Alcatraz di Milano.

Passano solo due anni e di nuovo Sanremo ha il piacere di vedere un suo brano, interpretato da Giuliano Palma, “Così lontani”, e le radio quello di godersi la sua splendida voce in coppia con il rap di J-ax sulle note del brano “Uno di quei giorni”. È il 2015 l’anno del ritorno all’Ariston come partecipante, con il brano “Sola”, singolo del terzo album in studio “Frasi&Fumo”, in cui compare anche la versione “Se bruciasse la città”, eseguita anche nella terza serata della kermesse musicale in duetto proprio con Massimo Ranieri. “#RLL” (Riprenditi Le Lacrime) è il secondo singolo estratto dall’album prima della partecipazione su sky come giudice al programma "Italia’s got talent", in cui lavora assieme a Luciana Littizzetto, Claudio Bisio e Frank Matano. E finalmente eccoci ai giorni nostri, dove proprio in queste settimane il volto e la voce di Nina spuntano accanto a quelli di Morgan nella collaborazione al programma di Massimo Ranieri in onda su RAI 1 "Sogno o son desto 3".

Grandi collaborazioni da sempre per la cantante italiana, 4 dischi d’oro e 3 di platino, 2 vittorie degli Wind Music Awards, e più di una candidatura agli MTV Europe Music Awards, ai TRL Award e ai Premi Videoclip Italiani. Ma anche un look appariscente, sempre nuovo come la sua musica, che spesso l’ha portata all’associazione con la cantante americana Amy Winehouse.

E in un’intervista di "La Stampa" del 2012 la stessa Nina ha confermato le similitudini, facendo notare come quelle somiglianze fossero dovute a uno stile musicale andato perso per troppo tempo, un pop degli inizi, quello derivato dal jazz, quello che i discografici non erano stati disposti a produrre in Italia fino all’arrivo del boom da parte degli Stati Uniti. Il suo è quindi un grazie alla cantante che ha abbandonato la scena troppo presto, non tanto per l’ispirazione ma per esser riuscita a sdoganare un connubio di note che meritava di tornare alla luce, dando così la possibilità anche ai meno coraggiosi del vecchio continente di promuovere cantanti di quel genere, come la nostra Nina.

Ed ecco quindi che Rock Targato Italia vuole fare gli auguri a questa splendida donna, piena di aneddoti ed eccentricità, dalla grande cultura musicale e dalla ancor più grande voglia di fare. Sempre in evoluzione e sempre in ballo, Nina ha dichiarato di scrivere nei momenti di rabbia, tristezza, delusione ma che le piacerebbe riuscire a farlo anche nei momenti di gioia, sebbene sia molto più difficile, per quasi tutti gli artisti farlo. Noi speriamo sempre che riesca a soddisfare i suoi desideri, attendiamo i suoi brani e ripetiamo i nostri più sentiti auguri, accompagnando il tutto con il videoclip del suo primo successo: “50mila

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Il personaggio più autenticamente punk degli ultimi decenni - Maurizio Arcieri

Il mio primo Maestro. Intelligente, provocatore, surreale, fiero di stare fuori dai giochi.”

__________ Enrico Ruggeri

 

Un anno è passato dalla scomparsa dalle scene di uno dei personaggi più innovatori e controversi della musica italiana, un uomo che dagli anni ’60 al giorno della sua morte mai si è allontanato dalla musica e dall’arte in genere : Maurizio Arcieri.

Partito come fondatore dei New Dada, band beat dalla grande attenzione al look (cosa che ha continuato poi a fare Maurizio per tutta la vita) che basa il proprio nome e i propri abiti sul movimento dadaista dei primi del ‘900, con il gruppo viene scoperto al Gallery Club di Milano, arrivando a spalleggiare (senza essere fischiati, ci teneva a specificarlo) i Beatles nel tour italiano degli anni ’60. Calcano il palco di Roma del mitico Piper e riescono a produrre un 33 giri, “I’ll go crazy”, nel quale compaiono tutti i loro brani  editi fino ad allora ed inediti, prima che la band si sciolga con l’ultimo 45 giri: “Lady Jane”, cover dei Rolling Stones. Ma dove si chiude un progetto se ne apre un altro, e Arcieri torna sulle scene solo come Maurizio, nello stesso ’67 dell’addio ai Dada, portando al successo il brano più pop “5 minuti e poi”, presentato a Un disco per l’estate del 1968. Scala con diversi brani le classifiche degli anni di unione fra i ’60 e i ’70, ottenendo abbastanza successo da potersi dedicare anche a un musicarello, nel 1970, “Quelli belli... siamo noi”, al fianco di Orchidea De Santis.

Ma è nel ’76 che il vero salto entra in atto, con l’inizio del connubio artistico e amoroso che durerà fino al giorno della sua morte con la moglie Christina Moser. Nato con il nome di Chrisma (chris-tina + ma-urizio), il gruppo prende poi il più internazionale titolo di Krisma. La sperimentazione rock, l’attraversamento totale dello stile punk fino al new wave, sono le maggiori caratteristiche dei due artisti, che avanguardistici con la loro musica elettronica, lanciano per primo il sensuale brano “Amore” (1976), si esibiscono in concerti estremi, durante i quali Maurizio arriva a tagliarsi un dito (qualcuno azzarda con un trucco), e si dimostrano i primi veri esecutori di un videoclip musicale, realizzando il provocatorio e provocante “Aurora B” (1979), dove simulano un atto sessuale. L’Italia è forse piccola, o poco lungimirante, fatto sta che gli anni ’80 vedono i Krisma volare a New York ed entrare a far parte del gruppo di giro dell’artista Andy Warhol, e produrre il primo disco statunitense con l’Atlantic Records : “Fido” (1983). Il viaggio dura poco più di qualche anno, e il ritorno in Europa è segnato dalle partecipazioni ai programmi Rai “Pubblimania” e “Sat Sat”. E un altro decennio passa, e nei ’90 nasce il canale satellitare KrismaTV, caratterizzato da immagini random accompagnate da musica evocativa, e la collaborazione fissa con il Cocoricò di Riccione, fin poi a saltare fino al 2009 dove ritroviamo la coppia di artisti come ospiti fissi del programma Mediaset “Chiambretti Night”.

Le collaborazioni di questo grande artista milanese spaziano ampiamente nel corso degli anni, da Vangelis ai Subsonica, da Hans Zimmer a Franco Battiato, e gli elogi dei colleghi italiani e stranieri si susseguono uno dietro l’altro. 

Rock Targato Italia non dimentica, men che meno un innovatore e uno sperimentatore come Maurizio Arcieri è stato, portando con largo anticipo nel panorama musicale nostrano quegli stravolgimenti che i gruppi new wave britannici avrebbero poi approfondito.

Un saluto speciale, dopo appena un anno, con uno spezzone del musicarello "Quelli belli... siamo noi" : Elizabeth

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L'emigrante nostalgico che portò l'"Italia" allo splendore mondiale : Mino Reitano

Italia, Italia, di terra bella e uguale non ce n'è. Italia, Italia questa canzone io la canto a te. Un giardino dentro al mare…

_____________________(da Italia, 1988)

Piazzatasi al sesto posto al Festival di Sanremo del 1988, scritta da Umberto Balsamo ed eseguita da Mino Reitano, “Italia” è divenuta a discapito del piazzamento uno degli evergreen della musica italiana, sebbene abbia portato non pochi problemi al cantante che ha calcato il palco della kermesse. Si, perché si sa, la gente apre la bocca e lascia andare, e allora un inno alla bellezza del nostro paese, semplice e genuino, diventa strumento di beffa verso la purezza di un uomo che, a discapito del mal parlare altrui, è uno degli artisti che più si è fatto conoscere nel panorama musicale oltreoceano.

Mino Reitano ha calcato i palchi americani, canadesi e latino americani, attraverso svariate tournée nel corso della propria lunga carriera, portando l’atmosfera partenopea per quei paesi dove dire Italia vuol dire parlare di bella musica, bel popolo, bell’arte. Un enfatico viaggio che ha posto i suoi cartelloni di fianco a quelli di Whitney Houston, Liza Minelli, Frank Sinatra. Non si parla di briciole, sebbene si parli di un uomo che, come ha riconosciuto egli stesso, era solo un “ignorante che si è fatto da solo”.

Partito da Fiumara in provincia di Reggio Calabria giovanissimo con una valigia di cartone piena di sogni, approda in Germania con il gruppo che vede la partecipazione dei fratelli Franco, Antonio e Vincenzo e l’amico Franco Minniti. È il 1961 e Amburgo è meta ambita e popolosa di artisti, tanto che in rotazione con loro sul palcoscenico del club dove i fratelli Reitano sono stati assunti si trova un altro gruppo straniero, inglese, un certo quartetto che sarebbe passato alla storia poco tempo dopo sotto il nome di The Beatles.

Non a caso, anni dopo, John Lennon ha parlato di Mino Reitano nella propria biografia, definendolo il "bambino" che gli ha fatto scoprire le melodie napoletane che hanno poi condizionato tutta la sua musica. 

È poi Ricordi con la Dischi Ricordi a scritturare per primo il cantante di ritorno dalla terra tedesca, promuovendo nel 1966 la cover del brano “It’s over” con il titolo “La fine di tutto”, che anticipa il suo primo ingresso sanremese l’anno successivo, con il brano di Mogol e Battisti portato in coppia con The Hollies: “Non prego per me”.

E poi in breve dal 1970 al 1975 partecipa a sei edizioni consecutive di “Un disco per l’estate”, piazzandosi sempre in ottimo modo (Cento colpi alla tua porta ’70 ; Era il tempo delle more ’71 ; Stasera non si ride e non si balla ’72 ; Tre parole al vento ’73 ; Amore a viso aperto ’74 ; E se ti voglio ’75), inizia le sue collaborazioni con altri gradi nomi, da Franco Califano ad Ornella Vannoni, da Nana Mouskouri in inglese a Silvie Vartan in francese, partecipa per svariati anni a Canzonissima, fin poi a produrre un album dal titolo “Dedicato a Frank” nel 1974, disco interamente in onore di Frank Sinatra che è ritratto in compagnia di Mino nella cover del progetto, essendosi i due esibiti insieme per quel capodanno nel concerto tenutosi a Miami.

Torna a Sanremo nel 1990, “Vorrei”, nel ’92, “Ma ti sei chiesto mai” e nel 2002, “La mia canzone”. L’ultima apparizione è però anticipata da due grandi eventi, quello del 1994, quando l’università Pro Deo di New York gli consegna una laurea ad honoris causa in sociologia per l’impegno umanitario dell’artista, che lontano dai riflettori è molto attivo in progetti benefici di svariato tipo, specialmente in onore degli italiani emigrati negli Stati Uniti, e quello del 2001, dove si esibisce in un grande concerto insieme a Little Tony, Mario Merola e Anna Calemme ad Atlantic City, all’interno dello storico casinò Taj Mahal.

La sua umiltà, la sua sincerità e la sua semplicità lo hanno portato nel cuore degli italiani fino ed oltre il giorno della sua morte, avvenuta esattamente sette anni fa ad Agrate Brianza, tanto da fargli “mettere la faccia” a pochi mesi dalla scomparsa su una serie di francobolli dedicati alla storia della musica italiana, al fianco di quelli ritraenti Luciano Pavarotti e Nino Rota.

I temi affrontati, sull’emigrazione, sull’amore, sulla vita di tutti i giorni, la semplicità, la purezza ed il patriottismo, il modo mediterraneo di affrontare la musica, hanno da sempre caratterizzato le sue sonorità, come anche la malinconia della lontananza dall’Italia, e hanno anche portato tanti in televisione a vederlo come un ospite difficile, un “poverino” a cui concedere spazio ma da frenare e fermare perché non si allargasse troppo. Quegli stessi che poi, successivamente alla sua dipartita, lo hanno invece elogiato ed elevato quasi santificandolo, riconoscendogli quelle capacità meritate che durante la vita gli avevano negato, per una sorta di senso di superiorità che, adesso, non può che sembrare ridicolo.

Rock Targato Italia ricorda così con nostalgia l’opera di un grande artista, un’icona che ha portato l’Italia nel mondo e l’ha resa agli occhi dello straniero e dell’emigrato, e forse anche del lamentoso autoctono, più bella, non di come sia, ma di come viene considerata.

Un saluto, Beniamino Reitano, con l’elogio al belpaese che tanto ha conquistato il pubblico: Italia

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