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Momenti di coscienza: intervista agli RCCM.

Momenti di coscienza: intervista agli RCCM.

Momenti di coscienza: intervista agli RCCM.
di Roberto Bonfanti

La prima volta in cui, solo pochissime settimane fa, ho ascoltato gli RCCM, sono rimasto annichilito: atmosfere scure, suoni spigolosamente minimali, approccio disincantato e una voce che affonda le dita nelle ferite più profonde della nostra epoca, senza paura di raccontare il senso di totale smarrimento umano che imperversa né di scagliarsi contro i meccanismi politici ed economici che dominano questo tempo. Raramente mi è capitato di ascoltare un disco in grado di parlare del tempo presente in modo così schietto e realista. Per questo ero molto curioso di fare due chiacchiere con loro.

Iniziamo con una breve auto presentazione? Chi sono gli RCCM?

Mont Pèlerin - Un gruppo musicale che si occupa di disuguaglianze e statistiche dei cadaveri.

Andrea Beggio - RCCM è un progetto musicale che nasce come evoluzione del collettivo Controfase. Rispettabili Criminali e Comuni Mortali è anche il titolo del precedente disco e abbiamo operato questa trasmigrazione perché riteniamo che nell'attuale scontro fra capitale e lavoro, questa divisione sia appropriata per definire gli attuali rapporti di forza. A livello musicale ogni componente di RCCM ha esperienze e provenienze molto diverse, che tentiamo di comporre creativamente per cercare di arrivare ad una sintesi coerente.

Il mio primo pensiero ascoltando il vostro album è stato: "finalmente qualcuno che parla del tempo presente in modo schietto citando anche agenzie di rating, vincoli del pareggio di bilancio, neo liberismo e tecnocrazie!". Secondo voi perché questi argomenti sono così fuori dal dibattito culturale e dagli interessi di chi scrive canzoni?

Emanuele Zottino - Perché la musica e il suo mondo sono cambiati. La musica ha rappresentato la voce e lo sfogo di molte generazioni prima della nostra. Ha significato impegno, critica, denuncia, sogno, visioni del mondo. Oggi vedo a fatica nella musica qualcosa di coraggioso. E questo è colpa anche del pubblico, che ha smesso di aspettarsi dalla musica i vecchi e salutari pugni nello stomaco, preferendo rinchiudere quest'arte nella sfera del sentimento e dello spettacolo.

Da cosa nasce invece l'impulso a raccontare la realtà presente, sia a livello politico che a livello umano\sociale, in termini così diretti e dolenti?

Mont Pèlerin - Dal fatto che imperversano la disoccupazione, la precarietà e l’ignoranza. Nel 1990 in un libro di Martin e Schumann (Die Globalisierungsfalle) veniva coniato un termine strano, che non ebbe alcun successo. Era “tittytainmen” e serviva per definire la progressiva perdita di tempo in attività di consumo triviali che sarebbe seguita agli sviluppi della tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Quel che è successo è ben peggiore: un immiserimento mentale di massa, forme di dipendenza e comportamenti compulsivi diffusi, creazione di bolle all’interno delle quali le preferenze degli individui vengono rafforzate dagli algoritmi statistici, manipolazione politica e commerciale capillare attraverso il microtargeting… insomma un vortice in cui la promozione sistematica dell’ignoranza (agnotologia) si combina in modo sinergico con un ambiente tecnologico altamente manipolatorio. I rigurgiti fascisti degli ultimi anni, l’entrata di fatto (con casapound) di rappresentanze fasciste in organi di rappresentanza democratici (come nel consiglio comunale di Bolzano – non ancora in parlamento) ne sono il risultato ovvio e più evidente.

Avete mai temuto che, in un'epoca che tende a ragionare "per schieramenti calcistici", alcune vostre prese di posizione possano farvi etichettare come "sovranisti", "populisti" o altro?

Mont Pèlerin - No, perché il fatto di criticare i tipi di istituzioni esistenti (stati, entità sovranazionali come l’UE, e le élite industriali e finanziarie e il difficile e ambiguo gioco dei sindacati dei lavoratori di fronte ai ricatti multipli scaturenti dalle concrete situazioni di mercato), non ci avvicina ai sovranisti e ai fascisti. Io sono antifascista e antileghista, detesto i razzisti… ma si tratta di problemi diversi. Solo la semplificazione mediatica favorisce accostamenti insopportabili come questo.

Andrea Beggio - La nostra posizione politica è profondamente distante dalle posizioni di queste blatte col manganello in una zampa e lo smartphone nell'altra, ma in un certo senso hai ragione: il rischio di essere mal etichettati potrebbe esserci. Quello che oggi più ci preoccupa è il senso che può avere trattare questioni così importanti ragionando per schieramenti calcistici. Affinché vi sia un reale progresso, gli schieramenti si dovrebbero basare su diverse visioni del mondo e non a quale carro o carrettino ci si debba di volta in volta aggregare.

Una frase che mi ha molto colpito è: "gli inutili tentativi di capire come poter essere meno felice e molto più felice". Credo che quel verso fotografi bene l'ansia da "felicità a tutti i costi" che ossessiona la nostra generazione e al tempo stesso il senso di smarrimento che molti provano di fronte a determinate dinamiche sociali. Cos'è per voi la felicità?

Andrea Beggio - La felicità è tanto astratta quanto semplice da definire e, in questo periodo, difficile da raggiungere per la maggioranza dei comuni mortali. La felicità dovrebbe coincidere con la realizzazione dell'individuo nella sfera privata e sociale. Ovviamente in una società basata su rapporti di forza ineguali, la felicità può solo esserci nella meccanica simulazione che le convenzioni sociali oggi ci chiedono di continuo di esprimere. La protesta e la critica non sono contemplati perché ci rendono antipatici e indigesti.

Emanuele Zottino - Per me felicità e malinconia vanno insieme. Non saprei cosa farmene di una felicità pura, non so nemmeno cosa sia. La malinconia invece mi permette di sentirmi libero, di scavare ossessivamente nelle cose, di tormentarmi felicemente. Del resto, tutta la musica che amo, da Bach ai CCCP, è profondamente malinconica.

A volte usate uno stile narrativo che ricorda un certo tipo di romanzi distopici. Credete che la letteratura influenzi la vostra musica? E quali sono i vostri riferimenti letterari principali?

Mont Pèlerin - È vero. Una fonte ispiratrice è stato Città morte. Storie di inferno metropolitano di Mike Davis, l’ultimo capitolo in particolare.

Anche sul piano strettamente musicale il disco è molto inquieto e scuro. Quali credete siano le vostre maggiori influenze musicali?

Andrea Beggio - Ogni componente del gruppo secondo me porta qualcosa che agli altri manca. Anche chi si è occupato prevalentemente dei testi ha dato ottimi spunti e idee per la parte musicale. Il mio apporto alla musica del CD ha riguardato più gli arrangiamenti che la vera e propria composizione. Riesco a dare il meglio sul come e non sul cosa, forse perché ho avuto la fortuna di ascoltare e suonare musiche molto diverse fra loro. Negli arrangiamenti di "Frasi per tatuaggi" penso di aver portato un po' di new wave, qualche soluzione tecnica presa dall'hard core e qualche processo mutuato dal minimalismo.

Emanuele Zottino - Ciascuno di noi, in modo autonomo, si è fatto le ossa sia in ambito rock che in ambito “colto”. Quello di cui vado orgoglioso è che la nostra militanza nella musica sperimentale ci ha reso profondamente disinvolti nell'affrontare tutte le scelte compositive. Ogni forma, ogni suono, ogni combinazione è stata possibile, senza pregiudizi. Per questo Andrea non può definirsi solo arrangiatore, ma lui lo sa bene. Insieme abbiamo discusso, provato, costruito, decostruito e ricostruito, tormentandoci sul senso, sull'estetica, sulla forma e la sostanza. Dovevamo ottenere un preciso equilibrio tra ricerca e comunicabilità. Ma è doveroso anche citare le influenze, e personalmente mi sento debitore nei confronti dei CCCP da una parte - soprattutto il loro spirito punk e la loro profondità intellettuale - e della neoavanguardia americana dall'altra, in particolare Charlemagne Palestine, Steve Reich e Morton Feldman.

Facciamo un giochino, prima di chiudere: visto che l'album s'intitola "Frasi per tatuaggi", voi quale frase vi tatuereste? Ovviamente anche non necessariamente vostra, se volete.

Andrea Beggio - Se digiti "frasi per tatuaggi" su un motore di ricerca escono un sacco di pagine che consigliano ad una massa di analfabeti funzionali le frasi da tatuarsi per risultare interessanti e originali. Si tratta ovviamente di frasi banali e di aforismi de-contestualizzati e carichi di retorica. Quindi non mi tatuerei nessuna frase.

L'album è appena uscito. Quali sono le vostre aspettative? E quali i prossimi passi in programma?

Mont Pèlerin - Di non avere spazio e di non presentarlo. In fondo, essere il gruppo di maggior insuccesso tra quelli che conosco è già un risultato degno di attenta e rispettosa considerazione.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

 

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