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Articoli filtrati per data: Aprile 2021

MICK JAGGER SVELA A SORPRESA UNA NUOVA CANZONE: 'EAZY SLEAZY' CON DAVE GROHL

Oggi Mick Jagger ha riservato un’eccitante sorpresa per i suoi fan di tutto il mondo: alle 17.00 ha svelato una nuova canzone intitolata 'Eazy Sleazy'. Il brano è stato scritto da Mick durante il lockdown con la collaborazione di Dave Grohl  e dei Foo Fighters alla batteria, chitarra e basso e prodotto da Matt Clifford.

La contagiosa "Eazy Sleazy" è in tutto e per tutto una canzone rock‘n’roll dei nostri tempi, piena di energia e con un messaggio satirico senza peli sulla lingua. Mick Jagger medita con sarcasmo sulla vita che tutti stiamo vivendo e riflette su un mondo fatto di 'zoom calls', 'home in these prison walls', 'poncey books', 'fake applause' e 'too much TV'.

Con ottimismo guarda al mondo al di là l'isolamento e al "giardino delle delizie terrene" che si trova oltre. Il videoclip di 'Eazy Sleazy' con Jagger a casa e Grohl nello studio dei Foo Fighters è ora online su YouTube al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=MN9YLLQl7gE

"Una canzone scritta per uscire dall'isolamento con un ottimismo necessario al giorno d'oggi", racconta Mick Jagger, non facendo mancare una nota di ringraziamento a Dave Grohl,  batterista, bassista e chitarrista con cui Mick sostiene sia stato un piacere collaborare per Eazy Sleazy'.

D'altro canto, non manca anche la dedica di Dave Grohl a "Sir Mick": 

"È difficile esprimere a parole cosa significhi per me registrare questa canzone con Sir Mick.  È più di un sogno che diventa realtà. Proprio quando pensavo che la vita non potesse riservarmi altre pazzie ...ed inoltre è la canzone dell'estate, senza dubbio! " 

Dave Grohl

 

 

Blog: Rock Targato Italia

Giulia Villani

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APNEA: Il videoclip de “IL GIORNO DI IERI”

E' disponibile su Youtube il videoclip de

“IL GIORNO DI IERI”

Il nuovo singolo della band APNEA

 Guarda il video: https://youtu.be/Q5pHxy1CmDo

Il videoclip de “Il giorno di ieri”, nuovo singolo della band Apnea, è da oggi disponibile su Youtube

Lontana dall’essere una canzone malinconica, “Il giorno di ieri” nasce dal desiderio di gridare ad alta voce ho bisogno di te come il giorno di ieri, ho bisogno di te, baciami adesso.

Nel videoclip si racconta la storia di una coppia che dopo molti anni passati insieme si ritrova in una quotidianità fatta di silenzi che fanno rumore.

Nell’estremo tentativo di riconciliazione, i due protagonisti del video vengono catapultati in un teatro dove assistono all’esibizione di due ballerini. Nella leggerezza e nella bellezza dei movimenti dei due danzatori, la coppia ritrova l’essenza del loro rapporto originale e quello stesso amore che li aveva uniti e a cui decidono di non voler più rinunciare. 

BIOGRAFIA

Apnea è una band attiva da tre anni e formata da Alessandro Guarandelli (Voce), Francesco Antonelli (Basso), Luca Magrini (Chitarra), Andrea Molinari (Batteria / Cori) e Marco Molinari (Chitarra / Cori).

Nell’estate 2019 registrano un EP di 6 tracce, “Private confidenze”, che racchiude l’essenza primordiale della band, un mix di forti emozioni che passa da brani alternativi, come “Aria 8”, “Ossigeno”, fino a raffinate ballad come “Amara”, “E’ tutto vero“.

Estate 2020 pubblicano il videoclip del loro primo singolo ufficiale “Erotica Venere”.

Ad ottobre 2020 Rock Targato Italia li decreta vincitori della 32° edizione; a dicembre esce la Compilation “ROCK TARGATO ITALIA 1987/1992” che, insieme a brani di grandissimi artisti italiani come Vasco Rossi, Litfiba, Afterhours, contiene anche il loro secondo singolo “Poco prima di dormire”.

Il 16 Aprile 2021 esce il loro terzo singolo “Il giorno di ieri”, che anticipa l’album di inediti in uscita nel prossimo autunno.

NEL WEB:

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Instagramhttps://www.instagram.com/apneapage/

YouTubehttps://www.youtube.com/channel/UCg4aG8WuNxzDYVByHXJDg9A

 

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“Golden Wings” l'EP d’esordio di ZOE WEES: dal 21 maggio su tutte le piattaforme digitali

Zoe Wees annuncia il suo EP di debutto, “Golden Wings”, sarà in uscita il 21 maggio su etichetta Capitol Records. L'EP contiene cinque canzoni, scritte da Zoe, che parlano di storie ed esperienze personali in modo delicato ed emozionante. I fan di Zoe conoscono già i primi due singoli, "Control" e "Girls Like Us", canzoni già pubblicate che ormai si stanno avvicinando al mezzo miliardo di stream globali.

Parlando dell'EP “Golden Wings”, Zoe racconta:

"Ogni canzone è autobiografica e molto speciale per me. In un certo senso l'EP è stato scritto come terapia personale e ogni traccia mi ha aiutato ad affrontare i profondi momenti di sconforto. Ho scelto il titolo Golden Wings per simboleggiare la sensazione di sicurezza e forza. Queste sono le fondamenta da cui può crescere la speranza. Spero che ciascuno possa relazionarsi con le mie storie a modo proprio".

Sono proprio sicurezza e forza gli aggettivi più immediati da associare a una voce come quella di Zoe Wees, un timbro deciso, marcato e potente che la giovane ragazza sembra saper modulare con il minimo sforzo apparente. Un dono e un talento che pochi hanno il privilegio di permettersi e che probabilmente accompagnerà la cantautrice tedesca verso il teatro del successo.

Una popolarità che Zoe Wees ha già riscosso l'anno scorso con la pubblicazione del singolo "Control" e "Girls Like Us". Le due canzoni sono entrambe, fino ad oggi, entrate nella Top 40 Singles Charts in Germania, Austria e Svizzera; "Control" ha aggiunto le classifiche in Belgio, Francia e negli USA mentre “Girls Like Us” ha raggiunto la Top 10 nelle classifiche di iTunes e Apple Music in tutta Europa e ha avuto il sostegno da parte di vari media importanti quali il Guardian, Zane Lowe, James Corden, People Magazine, Teen Vogue, Gal-Dem, Scott Mills & Molly King a BBCR1, Billboard, The Line of Best Fit, & Clash.

Oltre ai due già ben noti singoli "Control" e "Girls Like Us", l'EP "Golden Wings", prossimo sulla scena musicale, annuncia tre nuovi brani: "Hold Me Like You Used To", "Ghost","Overthinking", siete pronti alla nascita di una star?

 

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Giulia Villani

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Prolungata la mostra La Face autre de l'autre Face a cura di Davide Di Maggio presso la Fondazione Mudima

La Fondazione Mudima, fondata e diretta da Gino Di Maggio, è la prima Fondazione italiana costituita per l’arte contemporanea. Attualmente sta ospitando la mostra collettiva La Face autre de l'autre Face a cura di Davide Di Maggio. Notizia di questi giorni è la proroga della mostra: se inizialmente era visitabile fino ai primi di marzo, la Fondazione ha comunicato che sarà prorogata fino al 7 maggio 2021. I visitatori potranno accedere dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 13 oppure dalle 15 alle 19. 

La mostra 


La mostra è parte del progetto Viva Gino! Une vie dans l’art, grande evento francese che ha celebrato la passione di Gino Di Maggio, a Les Abattoirs, Musée-Frac Occitanie Toulouse, presentando opere di alcuni dei più importanti movimenti del ‘900: Futurismo, Fluxus, Nouveau Réalisme, Mono-Ha, Gutai, Videoarte, Arte Programmatica e Cinetica. Il percorso testimonia i forti legami di amicizia che Gino Di Maggio ha intessuto per anni con artisti d’ogni orizzonte, oltre al suo investimento morale ed etico nel supportare la creazione artistica al di là delle tendenze di mercato.

La Face autre de l’autre Face presenta una selezione di 20 artisti, la maggior parte italiana, la cui attitudine interdisciplinare della ricerca consente loro di muoversi fuori e al di là dei limiti territoriali e linguistici, ponendosi al crocevia tra arte visiva, fotografia, video e installazione, tutte discipline frequentate e intrecciate da ognuno di loro. Lo spazio della Fondazione, da costruire e plasmare, diviene quindi il punto di incontro dove il loro lavoro si incontra e si confronta, un incrocio di relazioni che prima del loro intervento era di gran lunga meno accessibile. La coscienza della differenza dei linguaggi reciproci, permette agli artisti in mostra di occupare una posizione che garantisce una visione di insieme e di costruire una casa della coesistenza delle differenze. Più che la registrazione visuale dell’esistenza quotidiana, gli artisti svelano episodi in cui la loro capacità immaginativa incontra l’intimità della loro stessa vita, portandosi dietro l’eco del tempo.

Gli artisti in mostra sono : Daniela Alfarano, Gabriele Basilico, Renata Boero, Loris Cecchini, Pierpaolo Curti, Diamante Faraldo, Claudio Gobbi, Francesco Jodice, Christiane Löhr, Uliano Lucas, Giovanni Manfredini, Sabrina Mezzaqui, Ugo Mulas, Federico Pietrella, Andrea Salvino, Alfredo Pirri, Nicola Samorì, Andrea Santarlasci, Nerina Toci, Alessandro Verdi, Nicola Verlato.

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Eleonora Corso

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La voce di una generazione: intervista a caspio

Dopo due anni di silenzio, caspio - scritto rigorosamente tutto in minuscolo - ritorna con un nuovo singolo, mai. In questo brano parla a se stesso e a una generazione intera: la sua, quella dei trentacinquenni, che, nonostante la crisi e tutte le difficoltà di questi ultimi anni, non si è ancora arresa.

In “mai” caspio si guarda alle spalle e si rivede. Non è mai stato pieno di speranze, ma forse le ha solo nascoste per non deludere se stesso. Gli sarebbe piaciuto essere diverso, prendere altre strade, avere altre opportunità. Inizia a sentire gli anni che passano, a sentirsi “meno tonico, meno ironico”. Ma caspio non si attribuisce tutta la colpa e, per questo, cerca di essere indulgente provando a salvare quel buono che c’è, perché infondo “siamo sorpresi sì, ma inattaccabili".

In occasione del suo ritorno sulle scene, abbiamo deciso di intervistarlo:

Come ti sei avvicinato al mondo della musica e com’è nato il tuo progetto artistico?
Appartengo ad una generazione cresciuta a pane e MTV, con una quantità dei musica e generi a disposizione da perderci la testa. Così a 8 anni, già infarcito di ascolti, ho imbracciato la chitarra di mia madre, poi il la batteria, il basso. Poi, passo dopo passo, ho capito chi sono e qual è la mia direzione. E da quella consapevolezza è nato caspio.

Perché caspio?
Il Caspio è un lago salato, un mare chiuso. Ha caratteristiche ibride: come me. C’è poi di mezzo il viaggio, l’acqua, l’Est, posti lontani. Un po’ di quello che sono. E si scrive tutto minuscolo, con le lettere tutte alte uguali, a soddisfare il mio bisogno di ordine, linearità.

"Mai" è il tuo ultimo singolo: da dove nasce l’iea del brano?
Mai nasce dal tempo. Tempo che ho avuto improvvisamente a disposizione. Questo anno così strano mi ha restituito la possibilità di fermarmi un attimo, di concentrarmi su me stesso, sulla mia situazione, sulle cose che ho finora ottenuto e che vorrei. Mai è una riflessione sulla mia generazione, quasi un omaggio, perché la mia generazione di tempo ne ha sempre avuto troppo poco.

"Mai" è uscita dopo due anni dalla pubblicazione del tuo primo disco, "Giorni Vuoti": le tue prospettive in questi mesi cambiate?

Certo. Non cambiare prospettive, non porsi nuovi obiettivi, sarebbe un errore. Aver fatto pace con me stesso è stato il punto di partenza per discostarsi dall’atmosfera più dark di Giorni Vuoti e lavorare un po’ più di nostalgia e sensazioni, con una sorta di pacifica rassegnazione, con una nuova consapevolezza.

Con "mai" ti fai portavoce della tua generazione, quella dei trentacinquenni: cosa la distingue dalle altre?
La mia generazione ha avuto un’infanzia meravigliosa, serena. Poi si è trovata a lottare con una crisi economica e lavorativa che che ha quasi azzerato prospettive e possibilità. Proprio per questo, però, è una generazione di individui pieni di risorse, che sanno reinventarsi, che sanno sempre e comunque tenersi a galla.

In "mai" parli a te stesso che, alla soglia dei trentacinque anni, inizi a sentire gli anni che scorrono: se potessi parlare al caspio di dieci anni fa, quali consigli gli daresti?
Gli direi di pensare meno al parere degli altri, di non avere paura di scegliere, di sbagliare. Se potessi tornare indietro, gli direi cosa fare in certe situazioni, di avere coraggio. Giusto per togliermi qualche rimpianto.

Dal 10 aprile "mai" ha anche un video: quali messaggi vuoi trasmettere con questo videoclip?
Nel videoclip, prodotto da WAVES Music Agency e diretto dal regista Pietro Bettini, viene ripreso il tema della giovinezza, con la spensieratezza, la curiosità, la capacità di far scorrere il tempo senza fare niente di concreto. L’amicizia assume un ruolo fondamentale: un amico con cui siamo cresciuti, in cui ci siamo ritrovati, che magari poi abbiamo perso ma che resta impresso in ricordi estremi, bellissimi e bruttissimi, funge da specchio per guardarsi dentro e ritrovarsi oggi un po’ più vecchi sì, ma forse anche un po’ più saggi, in grado di capire quanto in realtà il tempo sia importante.

Hai altri singoli in cantiere? Vuoi darci qualche anticipazione?
Sono sempre in fermento. Non voglio e non posso darvi anticipazioni, ma vi esorto a tenere le orecchie tese perché quest’anno non so se riesco a stare zitto e buono per tanto tempo.

BIOGRAFIA

Caspio nasce a Roma, quasi per caso. Immediatamente trapiantato, vive ancora a Trieste, città di confine che si si sviluppa sul, intorno e grazie al mare. Cresce in periferia, in una dimensione meno cittadina, più di quartiere, dove si sente sempre l’incombenza del mare, ma dalla quale solo si intravede, più distante. Suona da sempre, da subito. Batteria, basso, chitarra. Nel 2019 esce Giorni Vuoti, il primo album maturo, sfogo di anni di soffocamento, di inibizione. Rockit ha detto di Caspio che “il suo stile e il suo pensiero rimangono impressi facendo riecheggiare la voce di un artista che ha davvero qualcosa da dire”. In “mai” Caspio fa pace con sé stesso, pur riprendendo alcune intenzioni chiave della sua scrittura: non racconta mai storie, ma esplora concetti che gli sono cari per trasmetterli a chi lo ascolta in modo più chiaro, più esplicito, meno criptico rispetto a una volta. Caspio fa musica elettronica, con influenze anni ’90, in una veste completamente nuova, attuale. È un trentacinquenne che, finalmente, sa quello che fa.

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"TU MI FAI": FUORI IL 16 APRILE IL NUOVO SINGOLO DEI LAMETTE

Prodotto con Simone Sproccati, “Tu mi fai” è il titolo del nuovo singolo dei Lamette. Vasco Cassinelli e Cristian Pinieri tornano sulla scena musicale con un brano teatro di una storia d’amore nata sotto il cielo di un'estate, nelle notti passate in macchina ad appannare i vetri e la storia di una passione stagionale che ti lascia, una volta giunta al capolinea, insieme alla sensazione che nulla di ciò che è stato vissuto sia stato abbastanza, un amaro in gola che solo il tempo sa addolcire. 

Ognuno ha preso la propria strada e ciò che rimane è il rimpianto di non poter tornare indietro a quell’estate”.

 

Un ritornello nato da sé, racconta il giovane duo, e una canzone che sembrava risposare nelle loro teste da sempre e aspettasse solo il momento giusto per prendere vita. È stato così inevitabile creare "Tu mi fai, quando il producer e amico Alessandro Landini ha inviato loro la prima bozza.

Il duo piacentino, che in questa canzone mescola sonorità Indie Pop, Alt-Pop, Lo-fi e Urban Pop e che con precedenti singoli ha totalizzato oltre 200 mila streams, è stato inserito da Spotify e gli altri store digitali tra i nomi caldi delle playlist editoriali (New Music Friday Italia, Scuola Indie, Una vita in università, Released, Rising). Mantenendo il mood elegiaco dei precedenti brani, l'ultimo lavoro dei Lamette, conferma un percorso che ha visto il progetto maturare sia musicalmente che artisticamente raccogliendo consensi tra gli addetti ai lavori e ritagliandosi uno spazio sempre maggiore tra gli artisti emergenti del panorama indipendente.

Lamette è il nome del duo formato da Vasco Cassinelli e Cristian Pinieri, entrambi classe ‘98 e di Piacenza si conoscono alle superiori, da lì iniziano ad approcciarsi al mondo della produzione e scrivono i primi testi insieme. Le influenze musicali di entrambi sono svariate e li hanno portato il duo alla pubblicazione di 4 singoli e 1 featuring, collezionando numerosi traguardi come l’inserimento nelle playlist editoriali di Spotify “New Music Friday Italia” e “Scuola Indie". Tra i loro brani più ascoltati il singolo "Quando ti spogli" con oltre 100.000 streams e 6 mesi di permanenza in editoriale.

Blog: Rock Targato Italia

Giulia Villani

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La mostra personale di Matteo Gatti "Mutante il corpo mio s'abissa" a Dimora Artica

Dal 12 aprile fino al 19 maggio, nei consueti giorni di apertura (lunedì, martedì, venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle 20) Dimora Artica potrete visitare la mostra personale di Matteo Gatti "Mutante il corpo mio s'abissa". Di seguito il commento-descrizione di Deborah Maggiolo.

La simultaneità degli opposti è quanto da sempre contraddistingue la mitologia del mostro, situandolo al crocevia fra dimensione soprannaturale – o fantastica – e terrena. Nella terminologia latina (monster, monstrum) il vocabolo indica al tempo stesso un prodigio – la dimostrazione della volontà divina – e un demone, o un’ammonizione – dal verbo moneo. Fra credenza popolare da tramandare e necessità tutta umana di proiettare, psicologicamente, desideri e paure su un’entità altra al fine di esorcizzarne il portato, i mostri esistono quale componente costitutiva del reale, nello specifico, come manifestazione dei suoi tratti più irrazionali e incontrollabili; feticci più umani degli umani, categoria intrinseca alla specie Homo. Ricollegandosi all'immaginario del mostro e alla sua rappresentazione quale alterità negativa, antagonista del soggetto normato, Mutante il corpo mio s’abissa delinea un’ecologia in cui differenti forme biologiche e inorganiche entrano in contatto con altre entità umane e non umane. Qui, le tradizionali gerarchie del vivente risultano erose a favore di un processo di mutazione che assume una direzione orizzontale, decentrando la figura dell’antropos e mettendo in scacco le tradizionali teorie dell’evoluzione e dell'eccezionalismo umano. La ricerca di Gatti prende avvio dall’aneddoto narrativo al centro dall’opera “Mutante il corpo mio s’abissa”, vero e proprio punto nodale della mostra. Una protuberanza amorfa, melmosa emersione dalle acque di Loch Ness, si affaccia su una scansione al sonar che tratteggia la presenza di un’arcana figura sul fondo del bacino lacustre. Affascinato dal mito del celebre mostro di Scozia, conosciuto come Nessie, Gatti ne ripercorre le vicissitudini fino ai suoi più recenti svolgimenti. Risale infatti al 2016 la notizia del ritrovamento, nelle profondità del lago scozzese, di un prop utilizzato nel 1969 durante le riprese del film La vita privata di Sherlock Holmes, del regista Billy Wilder. Ancora una volta, a partire dalla famosa “foto del chirurgo” che, pubblicata sulla prima pagina del Daily Mail il 21 aprile 1934, contribuì a diffondere il racconto a un pubblico più vasto, l’episodio è funzionale ad alimentare la leggenda che vuole una misteriosa creatura ad abitare quei luoghi. A enigmatici ritrovamenti fa eco anche l’opera "4r80#932_ur!&90", reperti che questa volta assumono le fattezze di remoti fossili paleontologici. Grandi calchi di creature chimeriche, fra l’invertebrato e il coriaceo, sono disposte come su di un tavolo clinico, pronte a essere esplorate allo scopo di definirne l’oscura natura. Le sagome di gesso ricalcano la configurazione di antiche forme biologiche e di quei grandi virus preistorici che, a causa degli smottamenti terrestri dovuti alle logiche del capitalismo estrattivo – prima che al cambiamento climatico – potrebbero ora ritornare alla luce, generando uno scontro di temporalità dai toni distopici. Il confine fra reale e fantastico si fa sempre più labile, avvicinando questi organismi al nostro livello ontologico. É sul filo di questa speculazione che nascono le opere “Nisse” e “Cattivi pensieri”, in cui Gatti immagina un orizzonte futuro dove l’essere umano è evocato dalla sola presenza di oggetti del suo quotidiano, prodotti dell’iperconsumismo fra cui si protendono mostruosi apparati mutanti. La contaminazione progredisce in forma di rivalsa territoriale, attori considerati marginali e minoritari reclamano ora il proprio spazio di autonomia, oltre un mondo antroponormato. Il contatto simbiotico tra differenti piani di realtà genera una condizione di xenorealismo: a causa di una mutazione disfunzionale, l'evoluzione lineare s’inceppa, producendo un'ontogenesi abnorme.Quello di Gatti è uno sguardo al cambiamento che potrebbe manifestarsi in un’ipotetica post-civiltà, una fantasticheria giocosa e irriverente che indica come, forse, sia possibile apprendere da queste diverse forme di vita come farsi strada nell’avvenire. Che si tratti di dover sviluppare una sensibilità differente rispetto alle cose o un nuovo modo di stare al mondo – estendendo i nostri organelli come nell’opera “Diorama”, al fine di percepirne sfumature ulteriori. Potremmo imparare dai “mostri” come essere meno umani, se umano è sinonimo di quell’Umanesimo che ha portato all’attuale disastro nella cosiddetta epoca dell’Antropocene. Da questa prospettiva, l'esposizione può porsi come un invito a riflettere sulla condizione di "mostruosità" quale punto di vista alternativo sull’esistente, una modalità di ricollegarsi a sfere ontologiche stigmatizzate e rilegate in secondo piano. Non resta dunque che lasciarsi naufragare in quel mare, inabissandosi fra le suggestioni delle opere per immaginare percorsi di sviluppo divergenti.

Blog: rocktargatoitalia.eu

Eleonora Corso

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LA VARIANTE DI FRANKENMUTH. di Paolo Pelizza

 

Cinquemila anime piccolo-borghesi e i dischi dei genitori come colonna sonora della noia, come finestra sul mondo che, al paesello, è fatto di domeniche in chiesa, di scuola, di romanzi distopici e di lettura della Bibbia. Questo potrebbe essere l’incipit di un bel romanzo sulla storia di tre fratelli e di un loro amico: del loro mondo ordinario e di come hanno accettato il confronto con l’esterno, con la loro crescita e con la modernità,  di quello che sanno fare, di quello che hanno imparato e stanno imparando. Questa è anche la storia di quattro ragazzini che ci stanno dando una lezione.

Una lezione che ho cominciato a capire in un novembre che sembra passato remoto, avvolto nelle nebbie del tempo. Un altro mondo di uomini e donne, liberi. C’era un locale. Uno scatolone in muratura con un’acustica pessima, un pubblico eterogeneo, una fila di Marshall e i quattro ragazzini della provincia pingue del Michigan. Non mi erano sconosciuti né loro, né la loro musica. Ho apprezzato la prima canzone dei Greta Van Fleet guardando una puntata della serie TV Shameless. Ho drizzato le antenne, sono andato a cercarli e ho scoperto che si trattava di una band di bambini, praticamente. Poi l’Alcatraz (lo scatolone in muratura di cui sopra) della puntata milanese del loro tour mondiale (che strano scrivere tour mondiale, oggi …), ancora troppo pochi i pezzi del gruppo, qualcuno un po’ più deboluccio, diciamolo. Ma già dal primo urlo di Joshua, dalla prima esplorazione del manico della sua Gibson di Jake si capivano tante cose. Questi poppanti suonano di brutto! Suonano anche sui soloni che li criticano perché li considerano gli emuli di un mondo che non esiste più, di una rock band estinta, la migliore di sempre. E imitateli voi se ci riuscite, amici miei. Magari mettetevi anche a suonare … Ah, è fuori moda? Già, perché non suona più nessuno, oggi. E’ il nuovo mondo di omologati, di talentuosi del software, del vacuo pieno di banalità..

Al contrario, loro suonano e suonano. Suonano perché a loro piace così e, se ricordiamo bene, è piaciuto anche a noi. E’ il momento di Anthem of Peaceful Army, il primo album dopo tre singoli e due EP. Il palco dell’Alcatraz brucia di sapiente potenza e il pubblico esplode praticamente dopo ogni brano. Non c’è bisogno di “cavalli di battaglia” (anche se tre o quattro li hanno già), loro suonano e a noi basta e di mancia ce ne lasciano tanta.

Così bisogna procedere. Sempre barra a dritta, mettendo a terra le esperienze fatte, quelle più dure… quelle che fanno diventare grandi. Imparando ed insegnando. Scrivendo e suonando. Così, da facile profeta, scrissi (proprio qui) che questi mocciosi ci avrebbero fatto altri regali e sempre migliori. Dopo quattro singoli, un anonimo donatore mi omaggia della possibilità di ascoltare tutto il nuovo album dei giovani “imitatori”, degli emuli del Nord America.

E’ un’epifania.

I ragazzi sacrificano sull’altare del rock classico (ma anche di blues e psichedelia) tutta la birra che hanno ed è tanta, tantissima. Inesauribile. L’autorevole rivista Rolling Stones ha parlato di riscoperta di un genere. Sbagliano. E’ rinascita. Torna, finalmente, la musica con la sua capacità di compenetrare i corpi, con buona pace delle leggi della fisica. Torna con tutta la sua autenticità, con quel suo modo primordiale di farci tornare allo stato di esseri essenziali. Puro istinto. Tornano anche i grandi temi: i ragazzi hanno girato il mondo per il primo disco. Hanno visto un pianeta vero fatto di foreste arse, di trascendenza, di riflessioni religiose, di guerre per gli dei e per il capitale, della fame, delle disuguaglianze, delle ristrettezze reali che loro non hanno mai vissuto nella provincia grassa del grande Stato del Michigan. La ricerca di una qualche salvezza o redenzione. Una lezione, appunto.

Vietato scrivere con niente da dire. Non si è artisti senza fare politica perché tutto lo è, l’arte non è tale se non vuole cambiare il mondo. Se il vostro sogno è il sogno americano delle mogli trofeo e del denaro a carrettate, non ascoltate i Greta van Fleet. Non sono per voi. Se fate musica per le donne, i soldi e la fama, lasciate perdere. Siete stati lasciati indietro. E, oggi siete lontanissimi.

Perché, oggi, per noi, è il giorno delle rivelazioni, oggi ci si svela The Battle At The Garden’s Gate, il secondo LP dei quattro ragazzini. In Italia, dovrebbe uscire il prossimo 16 aprile. Lo dico per chi si dovesse meritarsi di acquistarlo. L’album è un concept che parla di un viaggio, un’odissea spaziale dentro a un cosmo altro, un’altra dimensione. L’allegoria è molto diversa da quella di Splendor and Misery dei Clipping (di cui qui vi ho parlato). Qui la strada non è lineare verso a better place. E’ la storia circolare del vecchio tempo, dell’eterno ritorno. Al di là, del “collante” narrativo e dei temi di cui ho già parlato, il disco entra dalle orecchie e arriva direttamente alla pancia dell’ascoltatore ma non è musicalmente semplice. Direi il contrario. Grazie anche al loro saggio produttore (Greg Kurstin, N.d.R.) i gemelli (Josh e Jake) e i loro soci alternano pezzi più radiofonici e brevi a suite complesse di otto minuti, i paesaggi sonori hanno radici forti nel rock classico e sperimentale dei favolosi Seventies ma le strutture sono più solide, moderne e mature.  C’è anche una ballad non convenzionale che parla d’amore (tema per loro inesplorato, a quello ci pensano già Jay Z e Rihanna), dal titolo Light My Love.

Decisamente, c’è tanto da scoprire ad ogni nuovo ascolto.

In questo mondo dove impazzano un sacco di varianti della stessa solfa, di superficialità, dove si risponde coi manganelli a chi fa domande, dove quelli che non sono mainstream sono buffoni, io scelgo questa di variante. Quella di Frankenmuth.

Perché, come dovrebbero fare tutti i giovani, loro, oltre all’indiscutibile talento, sognano ancora.

Long live rock’n roll!

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

 

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"Avere Anni 20" con Kairi, Flavio Ferri e Iside - il video programma di Andrea Ettore di Giovanni

 
"Avere anni 20" il programma di Andrea Ettore Di Giovanni  nella pagina youtube di Rock Targato Italia 
 
 
Rieccoci! Con il consueto appuntamento con Avere Anni 20, questa volta in modalità classica, ciò vuol dire che ho selezionato tre brani da aggiungere alla playlist “Canzoni Emergenti Italiane dal 2020” presente su youtube in questo stesso canale e su spotify. Qui su youtube ho iniziato anche una nuova playlist: “Contro20”, la trovate sempre su questo canale. Lì seleziono quei brani che mi hanno fatto, per un motivo o per un altro, sorridere, se non addirittura ridere. Non parlerò singolarmente dei brani che compongono questa playlist, ma la trovate già pubblica con tre pezzi che vi fanno subito capire di cosa stiamo parlando.
 
Ma torniamo alla nostra puntata in modalità classica. Sigla Primo brano di oggi è di Kairi - Cattiva Stella Spiazzante, inizia in un certo modo, poi incredibilmente devìa verso un rappato old school con anche nella base quei fantastici suoni hip hop sintetici fine ‘80 alla “Fa’ la cosa giusta” Fà la cosa giusta - " venti pile tipo g " - YouTube E poi questa Kairi utilizzato un cantato molto aggressivo, quasi maschile, che non è solito sentirsi nello stivale, e che crea un certo cortocircuito anche erotico… Ma cosa c’entra l’erotismo con la musica? Mi prendi in giro? RIme isteriche che si rinseguono fino al ritornello piuttosto cruento, utilizzate con consapevole capacità
 
Flavio Ferri - Odio Un po’ di nutrimento rock italiano, doppia voce tenebrosa e Flavio Ferri, già Delta V, a ripiombarci nei favolosi anni 90 delle chitarre distorte: giro CSI, Marlene Kuntz, Afterhours e chi più ne ha più ne metta. A venire fuori naturalmente sono l’atmosfera allucinata macabra e la ricerca sonora, a significare che fare musica ad un certo livello serve a portare avanti qualsiasi discorso musicale, al di là se la destinazione sia più o meno commerciale. Sotto un certo livello qualitativo non si scende mai. Un buon lavoro, forse l’unica pecca è che davvero è ancorato a sonorità di uno specifico periodo storico che Godano in un’intervista rilasciata su rolling stones non ha avuto vergogna di definire: una moda. Eppure il rock italiano e soprattutto CERTO rock viene rilanciato da inossidabili come Flavio Ferri
 
ISIDE - MARGHERITA v11 Sono stato combattuto su questo brano, soprattutto perchè si perde qualche parola nella strofa, eppure musicalmente presenta una signora produzione ed il ritornello parla della schiavitù estetica, dei feticci personali, e questo è un argomento ancora troppo poco dibattuto e dunque bene che ci siano brani così radiosi che ne parlino. Poi vabbè, questa corrente un po’ “alla tha supreme” sta dando vita ad un vero e proprio filone di canzoni che personalmente trovo interessante, quindi ecco presente la canzone in playlist 
 
 
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WILLIE PEYOTE: “Mai dire mai (la locura)” è Certificata ORO

Esaurito in pochi giorni il 45 giri che conteneva l’inedito sanremese e il precedente “La Depressione è un periodo dell’anno". “Mai dire mai (La Locura)”, il brano inedito che Willie Peyote ha presentato durante l’ultima edizione del Festival della Canzone Italiana portandosi a casa il Premio della Critica Mia Martini, viene certificato Oro da FIMI-GFK.

Il singolo, che dalla sua pubblicazione non ha mai lasciato le classifiche ufficiali sia di vendita che radio, è accompagnato da un video ufficiale visibile su https://youtu.be/fJtnqQ1RTg4. Ideato e diretto da SANS FILM, e sotto la sapiente regia di Gabriele OttinoPaolo Bertino e Sharon Ritossa, il videoclip ha superato 4 milioni di visualizzazioni.

Mai dire mai (La Locura)” è stato pubblicato in 45 giri il 26 marzo ed è subito andato esaurito. Con 5 album all’attivo, Willie Peyote negli anni ha ottenuto sempre più consensi da parte del pubblico ma anche della critica, che anche in occasione degli ascolti dei brani in gara al Festival ha lodato la sua capacità di fondere l’energia e la padronanza tecnica della musica rap con testi che guardano alla canzone d’autore per come affrontano le tematiche sociali e attuali, il tutto con un’ironia tagliente.

Dopo la firma con Virgin Records/Universal Music Italia e la pubblicazione del suo ultimo disco “IoDegradabile”, album che ha debuttato nella Top5 dei dischi più venduti e ascoltati in Italia, Willie Peyote ha chiuso il 2020 con l’uscita del brano inedito “La depressione è un periodo dell'anno”, una fotografia amara di questo periodo di difficoltà, raccontata con i modi e i toni di chi ha fatto dell’accusa sociale e della descrizione della nostra società uno dei capisaldi del suo lavoro artistico.

Il 2021 si è invece aperto con la partecipazione al Festival di Sanremo con “Mai dire mai (La locura)” in attesa di poter ripartire in tour (il tour sold out che accompagnava l’uscita del disco “IoDegradabile” è stato interrotto a causa della pandemia e le ultime date rimanenti verranno recuperate nel 2022. 

 

Blog: Rock Targato Italia

Giulia Villani

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