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Book signing con Maurizio Cattelan: Giovedì 2 dicembre 2021, dalle ore 19.30

Maurizio Cattelan alla presenza del pubblico firma in esclusiva le copie della sua ultima pubblicazione INDEX (Pirelli HangarBicocca, Milano, Marsilio Editori, Venezia 2021),una raccolta inedita di tutte le sue conversazioni con altri artisti, intellettuali, creativi e personaggi del mondo dello spettacolo, realizzate nel corso di vent’anni.

Alquanto sfuggente nel rilasciare interviste, Maurizio Cattelan riveste perfettamente il ruolo di intervistatore: dal 2001 ha tenuto costantemente conversazioni con altri artisti – a volte direttamente, talvolta per interposta persona, o qualche volta in spirito – ora raccolte in un’unica pubblicazione, INDEX. Secondo volume realizzato in occasione della personale “Breath Ghosts Blind”, l’antologia riunisce oltre 130 testi apparsi originariamente su riviste e quotidiani – tra cui Flash Art, Purple Magazine, Vogue e Il Manifesto – o su cataloghi monografici e di mostre.

Presentando tutte le conversazioni in copia anastatica, mantenendone il testo e il layout originale, INDEX dà vita a un vero e proprio caleidoscopio di voci e immagini, oltre che a un album di famiglia sui generis. Come le tessere di un mosaico, le interviste concorrono a creare un ritratto unico e inedito della cultura visiva degli ultimi decenni, così come della pratica di Maurizio Cattelan e della sua ricerca sull’identità, la società in cui viviamo e il potere delle immagini.

Scorrendo i nomi degli intervistati e leggendo i testi, prende forma un coro strabiliante di voci, tra artisti giovani ed emergenti, altri affermati o passati alla storia e ormai deceduti, incluse figure creative come architetti, designer, chef, pensatori, scrittori, editori, truccatori, celebrità di Instagram o personaggi del mondo della moda e dello spettacolo.

A partire da giovedì 25 novembre è possibile pre-acquistare sull’e-shop di Pirelli HangarBicocca una delle 200 copie a disposizione per la firma:

  • La copia pre-acquistata deve essere ritirata in Pirelli HangarBicocca dalle 18.30 alle 20.30 del giorno dell’evento – giovedì 2 dicembre, e sarà firmata dall’artista in loco
  • Al ritiro della copia sarà chiesto di autenticarsi con nome e cognome di chi ha effettuato l’acquisto
  • Potrà partecipare all’evento solo chi ha acquistato la copia tramite l’e-shop di Pirelli HangarBicocca

In occasione dell’evento le mostre saranno aperte fino alle 21.30
La Certificazione verde Covid-19 è richiesta a tutti i visitatori di età superiore ai 12 anni compiuti


INDEX
Maurizio Cattelan con Marta Papini e Michele Robecchi
A cura di Roberta Tenconi e Vicente Todolí con Fiammetta Griccioli
Pirelli HangarBicocca, Milano e Marsilio Editori, Venezia, 2021

Inglese, con interviste in lingua originale (inglese, italiano, francese, tedesco, cinese)
21 × 29 cm, 672 pagine
ISBN 9788829713943
44 €

ACQUISTA ORA LA TUA COPIA: https://bit.ly/3nPB6W0

 

blog: http://www.rocktargatoitalia.eu

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L’ARROGANZA DEI GIOVANI DEL ROCK.

L’ARROGANZA DEI GIOVANI DEL ROCK.

“Il rock and roll è qui per restare.”

Neil Young

E’ strano come nella musica, come nella fisica, nulla si crei e nulla si distrugga. Di come, ad esempio, chi ha un successo planetario inaspettato si tiri dietro da una parte un movimento e dall’altra moltitudini di detrattori (per lo più poco competenti ma è l’epoca del selfie, il successo lo meritiamo noi anche se siamo incapaci e non gli altri). E’ successo con i Greta Van Fleet che con un solo album all’attivo sono partiti per un tour mondiale ed è così per i Maneskin. Il successo crea sempre antipatie soprattutto tra quelli che davano il genere per spacciato e facevano roba, più o meno, tutta uguale come i loro tatuaggi, le auto sportive e le catene d’oro. Ma, tant’è. La questione centrale di questo “pezzo” è quello di inquadrare meglio la band romana: sono arroganti performer o hanno il fuoco sacro del rock dentro?

Partiamo da Il Ballo della Vita, il primo disco. Un concept incentrato sulla figura un po’ misteriosa e sfuggente di Marlena. L’album è musicalmente un po’ confuso … un po’ (inascoltabile e orribilmente di moda) autotune, un po’ fiati, un po’ rap, un po’ funk … un po’ rock. Se è vero che apprezzo molto la contaminazione, qui l’amalgama non è riuscita pienamente: contaminazione non vuol dire perdere essenza, semmai amplificare la propria personalità, artisticamente parlando. Devo dire, purtroppo, che quando il video è spento, il talent show finito quello che conta è solo ciò che, passando per le orecchie, arriva al cervello e al cuore. E’ la condanna del musico, se no sei un performer magari, anche, bravissimo ma non sarai mai un musicista. Eppure, dentro a quel lavoro poco compiuto e così  inesatto, c’è da salvare un impeto, un’attitudine… Forse, proprio, quell’arroganza nel volersi prendere sul serio a tutti i costi, il voler fare un distinguo: io sono un teenager ma non sono come voi che vi uniformate, che portate il berretto da baseball storto e i pantaloni col cavallo alle ginocchia (senza sapere cosa simboleggia quel modo di vestire), non faccio musica con il PC … A me interessa un’altra cosa: una cosa che forse è anche troppo uguale a quella che si faceva negli anni Settanta ma che fa ancora drizzare i peli sulle braccia, che ancora scuote anime e coscienze e lo fa con autenticità.

Poi, quella dichiarazione di “diversità” nel mondo omologato, è diventato un urlo. Rabbia contro chi senza conoscere e da dietro uno schermo e una tastiera, si mette ad insultare e a denigrare chi non si assoggetta, chi rivendica di essere individuo libero. E così la premiatissima Zitti e Buoni (di cui ho già lungamente scritto) diventa il grido che apre Teatro d’Ira – Vol.1, secondo LP in studio dei quattro ex buskers. Intanto, va detto che il disco è interamente suonato da loro senza session men ma con il solo produttore (lo stesso de Il Ballo della Vita) Fabrizio Ferraguzzo. E qui la risposta è esatta, anche se non mancano le contaminazioni, qui il rock è autentico tra classico, duro e punk. Perché i quattro ragazzini romani sono quella roba là: no autotune, no tecnologie digitali ma composizione e suono. Apprezzabilissimi i riff di Thomas, il motore musicale della band è dotato un discretissimo numero di cavalli pur non essendo il più grande virtuoso della storia (ci mancherebbe). Affidabile la base ritmica con Victoria e Ethan che sono sempre efficaci. Forse un po’ di troppo le escursioni nei solo di basso che risultano un po’ leggerine, poco solide ma è peccato veniale.

I testi di Damiano sono un pugno nello stomaco: maleducati, sboccati, forti come devono essere quelli di un giovane che vuole rivendicare il fatto che il mondo è suo, che vuole divorare la vita, che non si accontenta di niente di meno del sogno, che darebbe fuoco a tutto quello che nella società è rimasto di gretto, inutile, ideologico e fuorviante. Ora è il suo momento e per la mezz’ora scarsa che dura il disco, ci credi pure tu che stai ascoltando. I due brani decisamente più interessanti sono Coraline e Vent’anni. Nel primo, molto bello musicalmente, torna il personaggio femminile ma non è più la “musa” del primo album, bensì una donna giovane e fragile in un mondo che la spezzerà. Il secondo è una bella ballad più pop, intensa ed evocativa. Forse, un inno generazionale che tra (appunto) venti anni sarà oggetto da parte degli stessi autori di una interessantissima revisione, se cresceranno esponenzialmente come credo.

A chi disprezza questi ragazzi, devo sommessamente suggerire un paio di cose. Questi ragazzi hanno dimostrato senza dubbio che l’unico genere alternativo, autentico e impegnato è il caro, vecchio, rock. Forse il successo che stanno avendo i Maneskin si porterà dietro un movimento contro la scuola dell’obbligo all’uniformità patita negli ultimi due decenni. Vi piaccia o no, sono comunque, un’occasione e una speranza. Questo ci suggerisce la seconda conclusione: il movimento esiste ed esisterà.

Non morirà mai.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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 A ogni album il suo look: l’evoluzione stilistica dei Beatles

Hanno segnato la storia della musica, ispirato migliaia di giovani artisti, rivoluzionato il genere rock, ma non solo. Grazie al loro successo e alla fortissima copertura mediatica, i Beatles hanno ispirato e influenzato lo stile di un’epoca. Si pensi all’abito nero o al taglio a caschetto: come la loro musica, anche il loro stile immediatamente riconoscibile ha fatto la storia, tanto da rimanere impresso nell’immaginario collettivo ancora oggi.

Moda e musica sono sempre state due forme d’arte in grado di influenzarsi a vicenda: quello dei Fab Four è uno degli esempi più tangibili di questo rapporto. Dati i dieci intensissimi anni di carriera, non è possibile però codificare in modo univoco il loro stile; così come la loro musica, anche l’abbigliamento ha subito un’evoluzione, una crescita, forse anche un processo di liberazione. A partire dalle prime esibizioni ad Amburgo del 1960 fino ad arrivare all’ultimo celebre concerto del 1969, è possibile delineare quattro – o meglio cinque – fasi distinte dello stile della band.

FASE ZERO – The Hamburg days (1960 – 1962)

17 agosto 1960: una nuova band – formata dai giovanissimi John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, Pete Best e Stuart Sutcliffe – si esibisce sul palco dell’Indra Club di Amburgo. Questo è il primo di 281 concerti, lunghi, estenuanti e sottopagati, ma che saranno fondamentali per la loro crescita artistica e personale.

Questi però non sono i Beatles che conosciamo oggi, sia per quanto riguarda la formazione che l’abbigliamento. La band si presentava sul palco indossando t-shirt, polo, stivali da cowboy e giacche di pelle nera; il primo a adottare il chiodo fu il bassista, Stuart Sutcliffe, prendendo spunto dallo stile della sua fidanzata, Astrid Kirchherr, nota per essere sempre vestita con abiti di pelle. Ben presto anche gli altri membri del gruppo seguirono le sue orme, restituendo al pubblico un’immagine coesa e precisa, che ben si addiceva alla loro musica e alla loro attitudine sfrontata. Fino a quel momento, infatti, la giacca di pelle era indossata dai personaggi ribelli interpretati da James Dean e Marlon Brando.

Camminando per le strade di Liverpool già si potevano notare i primi risultati di questo periodo di gavetta: tantissimi ragazzini avevano cominciato a indossare il chiodo, imitando lo stile della band. I Beatles hanno inserito nell’immaginario rock la giacca di pelle come simbolo di ribellione, adottato da decine di band negli anni successivi.

FASE UNO – Please Please Me (1962 – 1964)

Dopo due anni di intensissimo lavoro i Beatles decidono di tornare a Liverpool. Dal 1962 iniziano a fare sul serio: assumono Brian Epstein, al tempo rivenditore di dischi ed elettrodomestici, come loro manager, che, grazie alle sue conoscenze, riuscirà a concludere un contratto discografico con la EMI Production Music. Nelle loro prime prove nella sala d’incisione di Abbey Road riconosciamo la vera formazione dei Fab Four: John Lennon e George Harrison alla chitarra, Paul McCartney al basso e Ringo Starr alla batteria; infatti, su richiesta del produttore George Martin, Pete Best era stato sostituito prima ancora di iniziare a incidere.

Brian Epstein però non si era limitato a introdurre la band sul mercato musicale: il progetto Beatles era stato curato nel minimo dettaglio, a partire dalla loro presenza sul palco, dall’approccio ai media – naturale, ironico ma al tempo stesso sfrontato – fino ad arrivare alla loro immagine.

A quell’epoca suonavano nei locali di Liverpool con vestiti piuttosto sciatti, giacche di pelle nera e jeans, e si presentavano sul palco in modo disordinato, ma si divertivano da morire. Non credo che si sarebbero presi la briga di cambiare, perché i giovani inesperti non sono molto bravi a presentarsi come si deve nei luoghi giusti.

Il manager li aveva quindi trascinati dal sarto inglese Ben O’Don, che confezionò la loro prima uniforme: i Beatles nelle loro canzoni, così come nelle loro diverse apparizioni, facevano trasparire una fortissima sinergia, che doveva essere riproposta anche a livello estetico, attraverso l’abbigliamento e il taglio di capelli, rigorosamente a caschetto con frangia. Restituivano al pubblico un’immagine pulita: completo sartoriale con giacca e pantalone – in nero o colori neutri – e camicia bianca.

La copertina del loro primo album, Please Please Me, pubblicato il 22 marzo del 1963, sancisce questa prima fase. Ma perché adottare un’immagine così pulita e raffinata per uno dei gruppi rock più rivoluzionario di sempre? Il loro stile era ispirato alla sub-cultura mod – abbreviativo di modernism – nata negli anni Cinquanta e spopolata in Inghilterra nel decennio successivo. I ragazzi mod ascoltavano musica soul, jazz e R&B ed erano contraddistinti da un look curato e innovativo. In questo modo, non solo parlando ma anche vestendosi come “uno di loro”, la band era in grado di raggiungere la nuova generazione in modo più diretto e genuino.

Internasjonal engelsk - Liverpool - a Melting Pot - NDLA

FASE DUE - Help! (1964 – 1966)

Nel 1963 esplode la Beatlemania. Tutti impazzivano per quei quattro ragazzi così giovani, naturali e sfrontati. Erano sui giornali, nelle televisioni, nelle radio inglesi e non solo. Parte della loro popolarità era dovuta alle tournée, organizzate prima nelle città inglesi e scozzesi e successivamente in altre capitali europee – tra le quali anche Roma – e non, come New York e Tokyo.

Per la band sono stati tre anni molto intensi, dai quali ne sono usciti esausti; oltre alle tournée in giro per il mondo si erano dedicati anche alla registrazione di due film – A Hard Day's Night e Help! – e all’incisione di tre nuovi album: Beatles for Sale, Help! e Rubber Soul. In questi lavori traspare tutta la loro stanchezza e necessità di scrivere musica diversa, non più pop e leggera – atta ad attirare il pubblico – ma più seria e vicina al loro personale punto di vista sul mondo.

Più la loro musica e i loro testi si facevano profondi, così anche il loro stile diventava rilassato e informale. Il codice estetico si stava sempre più allontanando dall’immagine fresca e pulita da boy band. Infatti, a partire dal 1965 abbandonano il completo sartoriale: mantenendo sempre una certa coordinazione, ognuno di loro si era orientato verso un look casual composto da jeans, dolcevita e giacca in camoscio o cotone. Bisogna ricordare che, così come i Beatles, anche molti altri giovani si stavano avviando a uno stile più rilassato, rompendo con le generazioni precedenti e rivoluzionando in pochi anni il codice d’abbigliamento dell’epoca, meno legato al capo sartoriale, ma più orientato verso i prodotti industriali, quali jeans e t-shirt.

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FASE TRE – Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (1966 – 1967)

Questo primo passo verso uno stile più casual e informale ha posto le basi per la terza fase, durante la quale i Beatles si sono sentiti liberi di sperimentare, sia a livello musicale che d’immagine. I quattro componenti del gruppo hanno passato due interi anni negli studi di registrazione, dando alla luce quelli che da tutti sono considerati i massimi capolavori dei Beatles: Revolver, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e Magical Mystery Tour. Sono anni di rinnovamento e sperimentazione: nei testi, in cui vengono approfondite tematiche importanti – quali le tasse, la politica e la morte – ma anche nelle sonorità, che si arricchiscono di strumenti indiani e artifici, dati dalla riproduzione di nastri al contrario. I Beatles sono finalmente liberi di esprimersi, senza filtri né condizionamenti da parte del mercato discografico.

La band, durante questo periodo di libertà, riproponeva anche a livello visivo le suggestioni orientali, avvicinandoli sempre più al mondo hippie, del quale si erano fatti portavoce con il loro inno All You Need Is Love. Ogni look era un’esplosione di colori: camicie fiorate in seta, pattern psichedelici ed etnici – come il Paisley persiano – tuniche, caftani, completi dalle tinte sgargianti. Ogni componente si stava riappropriando della propria personalità anche a livello stilistico; alcuni avevano abbandonato il taglio a caschetto, altri portavano barba e baffi. Ognuno di loro declinava in modo personale lo stile hippie, attraverso capi, materiali e fantasie diverse. Infatti, è proprio in questi anni che John Lennon adotta i suoi iconici occhiali da vista tondi.

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FASE QUATTRO – Abbey Road (1968 – 1970)

Questo processo di riappropriazione della propria individualità a livello musicale raggiunge il suo apice in White Album, pubblicato nel 1968 a seguito di un viaggio a Rishikesh, in India. Mai come prima un disco dei Beatles era stato composto da canzoni così diverse: in ogni brano era riconoscibile la cifra stilistica del suo autore. La musica rifletteva la progressiva perdita di coesione tra i membri, dovuta dalle tensioni create all’interno della band derivate delle loro diverse prospettive. In fondo non erano più dei diciottenni, ma uomini adulti, ognuno con la propria individualità.

Nasce così il bisogno di un “ritorno alle origini”. L’idea era di incidere pezzi più sinceri e spontanei, raccolti in due album: Get Back, che verrà recuperato nel 1970 e pubblicato sotto il nome di Let It Be, e lo storico Abbey Road, l’ultimo realizzato prima dello scioglimento definitivo.

Ancora una volta, il loro percorso artistico ha influenzato la loro immagine. Ognuno aveva sviluppato un suo stile personale: John Lennon portava capelli lunghi, occhiali tondi e grossi cappelli, Paul McCartney era contraddistinto da completi sartoriali e da un’immagine pulita, George Harrison in abiti casual – come i pantaloni a zampa di elefante e blue jeans - e Ringo Starr indossava capi più eleganti, a tratti dandy. La necessità di tornare alle origini si dimostrava anche nella scelta degli abiti e nel codice estetico, più ordinato e composto rispetto agli anni passati.

Quest’ultima fase ha segnato l’inizio di un nuovo percorso per ogni componente della band, che negli anni ha potuto sperimentare e sviluppare una propria personalità, sia attraverso la musica che con la moda. Nonostante il progetto musicale dei Beatles sia durato solo dieci anni, il loro è stato un percorso intenso, ricco di sperimentazioni e influenze diverse, che ha segnato per sempre la storia della musica, ma non solo.

 


 

Di: Nadia Mistri

Blog: Rocktargatoitalia.eu

Credits: Copertina - Immagine 1 Immagine 2Immagine 3

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Esce la prima parte della compilation di Rock Targato Italia (1987 - 1992)

Milano, 16 dicembre 2021

Comunicato stampa 

 

 è disponibile la nuova compilation 

ROCK TARGATO ITALIA 1987 -1992 

 A cura di Roberto Bonfanti (scrittore, musicista) 

Pubblicata dall’etichetta Terzo Millennio  

Ascolta su SPOTIFY: https://spoti.fi/2IPB52A 

  

Ci sono tradizioni che non si possono perdere nemmeno in un anno atipico come il 2020, e la compilation di Rock Targato Italia sicuramente è fra queste. 

In unannata così particolare però abbiamo deciso di fare qualcosa in più, trasformando la compilation in un vero e proprio viaggio nella nostra storia. Inauguriamo oggi una serie di compilation che proveranno a raccontare la storia di Rock Targato Italia e, di riflesso, di ciò che è successo nel mondo del rock italiano dagli anni ’80 ad oggi. 

Il primo volume, in uscita proprio oggi, parte dal lontano 1987 e si conclude nel 1992 ma, in segno di continuità con il presente, si arricchisce con 3 brani extra firmati da altrettante band in gara nell’ultima edizione del concorso. 

Rock Targato Italia 1987 – 1992 

Questa storia inizia negli anni ’80. Certo, anche prima di allora nella musica italiana erano successe molte cose fuori dagli schemi: c’era stata una delle scene prog più fervide a livello mondiale, c’erano stati i primi vagiti punk, c’erano state le avanguardie, il teatro canzone e un pugno di cantautori che avevano inconsapevolmente già le stimmate della rockstar. Però è negli anni ’80 che, grazie a una serie di esplosioni apparentemente slegate fra loro, inizia a prendere forma l’idea del rock alternativo italiano così come l’abbiamo vissuto e conosciuto.  

L’esplosione più evidente parte ovviamente da Firenze dove alcuni manipoli di ragazzi folgorati dalla new-wave inglese, dal dark e dal rock americano iniziano a sperimentare strade nuove per far sposare quelle sonorità con la tradizione della miglior canzone d’autore nostrana. Nascono così i Diaframma, I Moda, di Andrea ChimentiBarbacci Neon e i Litfiba (Piero Pelù Gianni MaroccoloGhigo Renzulli, Aiazzi Ringo) e tutte le realtà lanciate dalla IRA Records. 

La seconda esplosione vitale avviene più a nord: a Berlino, dove due ragazzi reggiani sincontrano per caso in una serata anonima e decidono di ripercorrere il Brennero a ritroso per ritornare a casa e sconvolgere le regole del punk dando vita ai CCCP: un’esperienza musicale unica che apre però la strada anche a tutto il movimento post-punk emiliano, dagli Ustmamò ai Disciplinatha. 

Accanto a queste grandi esplosioni se ne susseguono altre come il movimento dei centri sociali torinesi dove iniziano a farsi le ossa alcuni dei personaggi chiave del decennio successivo e si cominciano a contaminare sonorità di ogni parte del mondo (dal rap alla musica etnica)oppure le posse, destinate ad avere grande rilevanza principalmente nel centro-sud ma in realtà attive lungo gran parte dello stivale e capaci di concentrare fortissime energie creative. Nel frattempo nelle Marche i Gang iniziano a miscelare punk, folk e impegno sociale mentre in Sicilia Denovo di Luca MadoniaMario Venuti pongono le basi per il rinnovo della sempre fertile scena catanese, tanto per fare solo qualche altro nome particolarmente significativo. 

E Milano? Milano ovviamente non fa eccezione e si prepara a diventare uno dei fulcri creativi del movimento: fra le sale prove del capoluogo lombardo nasce la Vox Pop e iniziano a muovere i primi passi artisti come gli Afterhours, i Ritmo Tribale, gli Underground Life di GianCarlo Onorato o i futuri La Crus, mentre prendono vita i primi locali rock dedicati alla musica live e sul palco del Magia si mischiano teatro canzone e sperimentazioni rock ospitando, per esempio, le prime esibizioni degli Elio E Le Storie Tese. 

È in questo contesto e per l’esigenza di provare a dare una sorta di coordinamento a tutte queste energie che nel 1987 Francesco Caprini e Franco Sainini danno vita a Rock Targato ItaliaUn festival che già l’anno successivo, per la curiosità di andare a scovare sempre nuovi talenti, si evolve in concorso con una prima edizione vinta da dei giovanissimi bresciani: i Timoria. 

Gli anni ’80 però finiscono ben presto. Nel 1990 Ringo De Palma, fino a un paio d’anni prima batterista dei Litfiba, lascia questo mondo proprio poco dopo aver ultimato le registrazioni delle parti di batteria di quello che è destinato ad essere l’ultimo album dei CCCP ma anche la scintilla primordiale di qualcos’altro. Nello stesso anno Vasco Rossi calca per la prima volta il palco di San Siro e Ligabue esordisce sbancando il Festivalbar: due eventi che danno vigore anche a un rock italiano più improntato al mainstream e che aprono le porte delle grandi radio anche ad altri. 

 

Tracklist: 

Litfiba – CafèMexcal e Rosita (1987) 

Moda – America (1987) 

CCCP – Tu menti (1987) 

Diaframma – Caldo (1988) 

Denovo – Ma che idea (1988) 

Franco Battiato – E ti vengo a cercare (1988) 

Vasco Rossi – Liberi… liberi (1989) 

Eugenio Finardi – Vil Coyote (1989) 

Elio e Le Storie Tese – Cara ti amo (1989) 

Afterhours – How we divide our souls (1990) 

Ustmamò – Vietato vietato (1991) 

Africa Unite – Politics (1991) 

Gang – Bandito senza tempo (1991) 

Timoria – L’uomo che ride (1991) 

Mau Mau – Mostafaj (1992) 

Rats – Fuoritempo (1992) 

 

Apnea – Poco prima di dormire (da Rock Targato Italia 2020) 

VRF Project – C’eravamo tanto amati (da Rock Targato Italia 2020) 

La Stazione dei pensieri – Arrivi tu (Da Rock Targato Italia 2020) 

 

Presentazione brani Rock Targato Italia 2020: 

Apnea – Poco prima di dormire 

Da Pesaro, un susseguirsi di ricordi, confidenze e desiderio di rinascita si intrecciano all’interno di una canzone sincera ed elettrica in pieno stile rock d’autore. 

VRF Project – C’eravamo tanto amati 

La fine di un matrimonio e la rovina di un uomo vengono raccontate in modo ironico attraverso una marcetta sghemba che, da Bari, prova a riabbracciare la tradizione del teatro canzone più pungente. 

La Stazione dei pensieri – Arrivi tu (Da Rock Targato Italia 2020) 

Fra chitarre rock, melodie genuinamente pop e aperture orchestrali, arriva da Milano una canzone d’amore ombrosa e immediata dal buon potenziale radiofonico. 

rocktargatoitalia.eu

 

FRANCO SAININI 

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