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Francesco Caprini

Francesco Caprini

My Amy Vice A ROCK TARGATO ITALIA - FINALI NAZIONALI

"...Si è creata la cultura delle cover e dei tributi, chi decide di proporre materiale inedito ha una strada molto più dura, perché sono pochi gli spettatori interessati a scoprire cose nuove. Di conseguenza mancano gli spazi ed i gestori dei locali che investano nei gruppi emergenti. Sicuramente in questi 20 anni la situazione è molto peggiorata. I talent show, poi, non hanno aiutato molto, trasformando il concetto di percorso artistico in un concentrato che può bruciare anche dei validi talenti..."

questo e altro raccontano i MY AMY VICE  nell'intervista a cura dell'ufficio stampa Divinazione Milano. La band e in programma alla Finali Nazionali al LegendClub Milano nel mese di settembre 

  1. Nome artista My Amy Vice
  2. Parlateci della vostro percorso come band (Come vi siete conosciuti, che genere di musica suonate, Quali sono le vostre influenze musicali). La storia dei My Amy Vice comincia un po’ di anni fa, quando nel 2000 ai tempi dell’università Paolo ha incontrato Pier e Roby (che già suonavano insieme) e si è unito a loro in quelli che erano i Dentro Marilyn, band nata su un progetto di cover degli Afterhours e che già aveva iniziato a produrre brani inediti è rimasta attiva sino al 2005. Dopo 10 anni di pausa, nel 2015 ci si è ritrovati e si è ripresa la strada abbandonata con un cambio di nome al progetto, per togliere quel retrogusto di coverband. Nel 2018 sono entrati in famiglia Tony e Nick che già suonavano insieme da parecchio tempo, completando una formazione classicamente rock, con voce, due chitarre, basso e batteria. Quindi il rock è la matrice principale della nostra musica, figlia di influenze varie come l’hard rock 70/80, la new wave, il grunge, il britrock e la musica elettronica.
  1. cosa ne pensate del panorama musicale attuale italiano? Credete che ci sia abbastanza spazio e possibilità per artisti emergenti e per visi e voci nuovi, per musica originale e autentica? In Italia manca la cosa più importante, il pubblico. Si è creata la cultura delle cover e dei tributi, chi decide di proporre materiale inedito ha una strada molto più dura, perché sono pochi gli spettatori interessati a scoprire cose nuove. Di conseguenza mancano gli spazi ed i gestori dei locali che investano nei gruppi emergenti. Sicuramente in questi 20 anni la situazione è molto peggiorata. I talent show, poi, non hanno aiutato molto, trasformando il concetto di percorso artistico in un concentrato che può bruciare anche dei validi talenti.
  1. cosa vi aspettate e sperate per il vostro futuro musicale? Passati i 40 anni non possiamo parlare di aspettative, non sarebbe logico. Cerchiamo di fissarci degli obiettivi sensati, come quello allargare la nostra fan base, pubblicare qualcosa di nuovo e di aumentare il numero di live, sempre con un occhio di riguardo alla qualità degli eventi più che alla quantità.
  1. Cosa rappresenta per voi la vostra musica? ha un obiettivo (magari un messaggio non completamente visibile, un ideale o un pensiero più o meno filosofico) o più semplicemente è un modo per 'sfogare' i vostri sentimenti e condividerli? Non abbiamo mai puntato a testi impegnati, specie a livello politico. Preferiamo le storie, la quotidianità, i rapporti. Spesso i nostri testi parlano d’amore, di stati d’animo, nel bene e nel male sono uno strumento di condivisione.
  1. Nell’era digitale, pensate che cosa pensate dell’organizzazione musicale,? La storica filiera manager, etichetta, promoter serate, ufficio stampa? sia ancora necessario o altro? L’evoluzione delle cose oggi è talmente rapida che non sappiamo dire quella che sia la ricetta giusta. Sicuramente fare tutto da soli e farlo bene è difficile. Ci sono un sacco di figure importanti: il produttore artistico, il manager, l’ufficio stampa, il social media manager... il problema è come pagarli. Etichette che investano sono merce molto rara, per non dire una chimera. Rimane il gruppo ad investire su se stesso in base alle risorse che può mettere in campo.
  1. Rapporto con il vostro pubblico: come comunicate con i fan? Come li coinvolgete? Facciamo i giovani e siamo “social”. Facebook e Instagram sono le modalità di contatto, oltre alle occasioni “live”. Non abbiamo mai impostato una strategia seria per i social, ma ci facciamo sentire. Farne una fa parte dei buoni propositi. Magari creando un “gruppo” su FB con tutti i fan per avere una condivisione migliore.
  1. Un momento memorabile come band? Visto che con la nuova formazione non abbiamo ancora avuto un momento memorabile... magari potrebbe essere vincere Rock Targato Italia... sogni a parte, possiamo raccontare un momento “memorabilmente buffo” di quando eravamo ancora “Dentro Marilyn”. Era il 3 agosto 2002, dovevamo suonare ad una tappa dell’iTim Tour a San Benedetto del Tronto. Il 2 avevamo suonato a Torino e smontata l’attrezzatura siamo partiti direttamente nella notte, temendo code da esodo fossimo partiti più tardi. Fu, comunque, un viaggio della speranza, con interminabili ore di coda fermi in autostrada ed altre numerose peripezie. Arriviamo per il rotto della cuffia, quando Red Ronnie ci dava ormai per dispersi... Prima di salire sul palco c’era l’intervista con l’allora emittente “Stream”. Non dormivamo da più di 30 ore, “ciak prima”... Paolo: “buonasera a tutti, noi siamo gli Afterhours...” dopo un attimo di gelo generale... “cosa ho detto?!? No, va beh dai, questa la tagliamo...” per fortuna non era in diretta.

 

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UNO STRANO E INFINITO SOGNO.

UNO STRANO E INFINITO SOGNO.

In questi giorni agostani, qualche amico delle Visioni mi ha rimproverato il fatto che non ho “coperto” il cinquantesimo anniversario di un evento che, per un post-hippie come me (mi ha definito così letteralmente!), dovrebbe essere un po’ come la Pasqua per un cattolico praticante. Ho ribadito, con una battuta, che non faccio il cronista, “faccio” il Visionario e, quindi, non ho nessun obbligo o necessità di stare sulla notizia. Ma, quando poi le voci si sono moltiplicate, ho dovuto abiurare alla volontà di rifarmi vivo in settembre.

L’evento a cui si fa riferimento, ovviamente, è Woodstock, un (ma potremmo usare l’articolo determinativo) happening musicale che si svolse cinquanta anni fa il 15 agosto scorso nello Stato di New York. La curiosità principale è che non si svolse a Woodstock (una cittadina della Contea di Ulster) come nell’idea di promotori e organizzatori ma a Bethel e, ciò nonostante, la manifestazione (forse perché gli era già stata attribuita il nome) venne intitolata la Fiera delle Arti e della Musica di Woodstock. Nell’idea dei quattro ideatori della “Fiera” c’era quella di reiterare una tradizione di grandi eventi musicali degli anni prima (i Sessanta avevano visto Monterey, la Summer of  Love, etc.). Inizialmente,  Lang, Roberts, Rosenman e Kornfeld (organizzatori e promotori dell’evento N.d.R.) avevano pensato di realizzare un grande studio di registrazione in zona: il posto era rurale e tranquillo, adatto a fare in modo che nessuno facesse caso al via vai di rockstars che sarebbero andate e venute. Presto però, l’idea virò verso l’organizzazione di un grande festival musicale. Così cominciarono a cercare il terreno dove realizzarlo. Dopo un batti e ribatti di richieste e mancate autorizzazioni per alcuni siti nei dintorni di Woodtsock, una motivata da una legge presunta che proibiva assembramenti oltre le cinquemila persone, la scelta cadde su Bethe; dapprima solo su un terreno di 15 acri appartenente a Elliot Tiber, repubblicano e accanito sostenitore della guerra del Vietnam (!). A seguito della richiesta degli organizzatori e del successo delle vendite dei biglietti (18 dollari l’uno, ai tempi era una cifre ragguardevole), Tiber mise a disposizione le sue buone relazioni con i vicini perché l’area venisse ampliata. A tutti, sia prima che dopo, venne promesso che al Festival non ci sarebbero state più di 50.000 persone. Alla fine, si arrivò a 500.000 presenze.

Non vi racconterò la storia, la scaletta, le band, etc. perché sono stai impiegati fiumi di inchiostro e chilometri di pellicola per raccontare l’evento e gli anedotti, le nascite, gli aborti spontanei, le due morti (una per overdose e una per un incidente con un trattore). Non vi racconterò che quando i quattro matti che si sono inventati questa iniziativa avevano cominciato non c’era un gruppo, un artista che avesse accettato di andarci. Non vi dirò che The Who si convinsero solo dopo aver sentito che i Creedence Clearwater Revival avevano accettato. Non vi racconterò delle percosse con la chitarra ad un attivista impegnato per la liberazione di John Sinclair (un giovane che era in carcere per aver tentato di vendere degli spinelli ad un agente in borghese a cui Lennon dedicò una canzone) da parte di Townshend che, finito il brano che stavano suonando, si rivolse al pubblico e disse che il prossimo che fosse salito sul palco lo avrebbe ucciso.

Vi racconterò del clima, però. Di una grandezza inaspettata. Del respiro che ebbe e del fascino che esercita ancora questo evento (come la Summer of Love, prima) dentro e fuori dagli Stati Uniti. Vi racconterò di quanti volevano che si scrivesse di una miriade di sciroccati fatti e violenti, una generazione di pacifisti perché senza spina dorsale, incapaci di impegnarsi per grandi ideali, impossibilitati ad assurgere a grandi destini. Invece, Woodstock ribadì, oltre ogni dubbio, che l’unico vero ideale perseguibile era la pace. Non c’è nessuna santità nella guerra, in nessuna guerra. Soprattutto, allora dato di cronaca, in quella del Vietnam non c’era nulla di morale o necessario: una faccenda sporca e basta.

Potrei raccontarvi di giornalisti coraggiosi che si rifiutarono di seguire la linea dei loro editori reazionari e del Festival di Pace e Musica (fu ribattezzato così) raccontarono la verità.

La verità con dentro anche il sesso libero, l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti, la scarsa organizzazione (non ci si aspettava una così grande affluenza) dei servizi igienici e di pronto soccorso ma, quel grande anelito che parlava di una protesta ferma e determinata, ancorché pacifica. Una grande lezione da parte di una generazione che voleva cambiare il paradigma nel buio di quei tempi, che voleva restituire al mondo la speranza.

Potrei raccontarvi dello “stupro” che Jimi Hendrix fece dell’Inno Nazionale. Intervistato successivamente a chi voleva che esplicitasse il perché, Jimi avrebbe risposto: “…suona maledettamente meglio così, non trova?” Non c’era niente da spiegare, dentro all’eccesso di diminuite dissonanti, c’era la rabbia per le politiche sociali inesistenti, per la repressione dei movimenti studenteschi pacifisti e dei diritti civili da parte di una polizia violenta, e, last but not least,  la contrarietà alla guerra.

Potrei raccontarvi di quanti “suonarono” a memoria perché impossibilitati a sentire quello che stavano facendo. Successe a quasi tutti.

Preferisco però raccontarvi questo: io, nell’agosto del 1969, avevo quasi sei mesi. Molti anni dopo ho scoperto che nell’anno della mia nascita sono avvenuti due eventi epocali: la conquista della  Luna e Woodstock, appunto.

Di Woodstock ho letto tantissimo, ho visto film e documentari, interviste e testimonianze dell’epoca e più recenti. Per me è difficile capire cosa ha significato quella maratona di musica per i tempi e che cosa ci dica anche oggi. Ho colto e compreso lo sguardo di altri ma non posso averne uno mio. Forse, ne intuisco il clima, respiro quel senso di speranza, di possibilità.

Una generazione che manifestava al mondo la necessità di una potenziale e positiva discontinuità. Una generazione che non aveva paura dell’autorità costituita. Una generazione che era là, pronta a ricostruire le macerie di un’umanità persa in nome degli interessi privati, del capitalismo, dell’imposizione della realpolitik imposta dalla Guerra Fredda.

Di Woodstock, questo ho capito: prima della storia di un grande evento musicale, è la storia di un pensiero, la storia di un sogno.

Un sogno che non abbiamo mai realizzato ma che continuiamo a sognare.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

REVOLUTION 0 in Programma alle Finali Nazionali di Rock Targato Italia

 

"Pensiamo che attualmente in Italia, ma anche in altri paesi, la musica di band emergenti abbia poco spazio, perché, essendoci ancora in attività mostri sacri della musica, il pubblico ha maggior interesse ad ascoltare e spendere per un loro disco o concerto... (REVOLUTION 0).

Abbiamo posto alcune domande alla band REVOLUTION 0 in Programma alle Finali Nazionali di Rock Targato Italia a Milano, intervista  cura dell'ufficio stampa Divinazione Milano 

 

  1. Nome artista
  2. Parlateci della vostro percorso come band (Come vi siete conosciuti, che genere di musica suonate, Quali sono le vostre influenze musicali)
  3. cosa ne pensate del panorama musicale attuale italiano? Credete che ci sia abbastanza spazio e possibilità per artisti emergenti e per visi e voci nuovi?
  4. cosa vi aspettate e sperate per il vostro futuro musicale
  5. cosa rappresenta per voi la vostra musica? ha un obiettivo (magari un messaggio non completamente visibile, un ideale o un pensiero più o meno filosofico) o più semplicemente è un modo per 'sfogare' i vostri sentimenti e condividerli?
  6. Nell’era digitale, pensate che sia ancora necessario trovare un etichetta discografica che pubblichi le vostre canzoni?
  7. Rapporto con il vostro pubblico: come comunicate con i fan? Come li coinvolgete?
  8. Un momento memorabile come band?

 

Revolution 0

Il progetto nasce tre anni fa, ma con questa formazione siamo attivi da gennaio di quest’anno.

La band è influenzata principalmente dai generi Hard Rock ed Heavy Metal (cantati rigorosamente in italiano), anche se, oltre a questi, ascoltiamo anche musica Blues, Rap e Jazz.

  • Pensiamo che attualmente in Italia, ma anche in altri paesi, la musica di band emergenti abbia poco spazio, perché, essendoci ancora in attività mostri sacri della musica, il pubblico ha maggior interesse ad ascoltare e spendere per un loro disco o concerto.

Quindi le band emergenti devono essere in grado di proporre della buona musica che sia anche nuova e saper fare un ottimo live per riuscire ad ottenere il consenso e l’interesse  degli ascoltatori.

  • In futuro speriamo di poter raggiungere grandi traguardi e di poter trasformare un grande amore in una professione.
  • Ciascuna delle nostre canzoni racconta delle storie, che possono essere una denuncia contro qualcosa che non ci sta bene o possono raccontare fatti ed eventi che capitano ogni giorno. È ovvio che la consideriamo anche una valvola di sfogo, perché componendo e suonando la nostra musica ci divertiamo e tiriamo fuori tutto quello che abbiamo dentro.
  • Pensiamo che i manager, i promoter, le etichette discografiche e gli uffici stampa siano utili, anzi dovrebbero sfruttare le nuove tecnologie per pubblicizzare e pubblicare la musica delle band emergenti.
  • Coinvolgiamo il nostro pubblico con i social network, pubblicando foto e video dei vari eventi e, ovviamente, facendoli divertire ai nostri concerti offrendo loro uno spettacolo molto Rock’n Roll.
  • Un momento memorabile è quando abbiamo fatto la nostra prima trasferta per andare a suonare a Sanremo è stata una esperienza incredibile.

 

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LA DIGNITA’ DELLA PAROLA.

"LE VISIONI DI PAOLO"

LA DIGNITA’ DELLA PAROLA

di Paolo Pelizza

La musica, come sappiamo, è il linguaggio universale. Solo ascoltando la musica, noi possiamo provare emozioni e farci trasportare dentro a suggestioni e racconti solo con le note.

Perché dentro alla musica c’è una drammaturgia senza bisogno di parole. Basta ascoltare tutta la musica sinfonica, quella orchestrale delle colonne sonore di film (alcune sono veri e propri capolavori, ad esempio la soundtrack di Blade Runner) o quei brani strumentali negli album prog degli anni Settanta (suggerisco, a questo proposito, di riscoprire il bellissimo disco di Emerson, Lake and Palmer “Brain Salad Surgery”).

Detto questo, molti musicisti e compositori, hanno dato molta importanza al testo dei loro brani. Lo hanno fatto con l’approccio dei grandi letterati e poeti o con quella saggezza istintiva che solo l’uomo della strada può avere.

Lo ha fatto, per cominciare subito con il botto, Robert Zimmerman in arte Bob Dylan. Lo ha fatto talmente bene che, questa sua attitudine di scrivere grandi testi poetici, gli hanno fruttato un Nobel per la Letteratura. Il fatto non era scontato per nessuno, nemmeno per lui, tanto che nel discorso che manda all’Accademia c’è molta riconoscenza e stupore. Dylan si domanda anche se si fosse mai chiesto se le sue canzoni fossero Letteratura (la L maiuscola è voluta!) oltre al fatto che si sarebbe aspettato di vincere questo premio così prestigioso quanto che sarebbe andato sulla Luna.

Eppure, molte canzoni, hanno testi poetici o contengono messaggi importanti. Lo è, per esempio, la supplica della madre al figlio in Simple Man dei Lynard Skynard. Lei spiega al figlio seduto accanto che il segreto per essere felici è quello di prendersi il proprio tempo e di essere qualcuno che si ama e si capisce. In una parola: essere un uomo semplice.

Possiamo, per restare sul noto, comprendere la profondità del senso di colpa, nel testo di Wish you Were Here, una canzone di poco di più di tre minuti dentro alla quale c’è una consapevolezza tragica: “ti hanno convinto a barattare i tuoi eroi con gli spettri”.

O, rimanendo nel mondo della fascinazione poetica, i bei pezzi dei Maiden, ispirati dai testi di giganti come Coleridge e Tennyson. Harris e soci “rubano” e rinnovano i versi dei poeti ne The Rime of the Ancient Mariner e in The Trooper, quest’ultima, ispirata dalla poesia Charge of the Light Brigade, che racconta un evento sanguinoso ed eroico della cavalleria britannica durante la guerra di Crimea.

In questo breve pezzo pre-pausa vacanziera, non posso esimermi (tanto ve lo aspettate!) di citare la suggestiva tensione mistica del testo di Stairway To Heaven. Un viaggio lungo una scala che giace nel vento che sussurra. Andando avanti per la nostra strada, le nostre ombre saranno più alte delle nostre anime, impossibilitate a brillare. A meno che, noi si ascolti molto attentamente, la melodia che arriva fino a noi e ci fa comprendere che tutti siamo uno e uno è tutti.

Finirei con l’artista con cui ho cominciato, Bob Dylan.

“Come ci si sente? Ad essere soli. Senza conoscere la direzione di casa. Ad essere un completo sconosciuto. Come una pietra che rotola.”

Perdonatemi per la pigrizia, se invece di spacciarvi parole mie, ho usato quelle di altri. Non sarà farina del mio sacco ma, è farina buona.

Vi prometto che mi rileggete presto, ricaricate le batterie, riprenderò a raccontarvi le mie deliranti Visioni e a sproloquiare di musica e società.

Un abbraccio sincero,

il vostro Visionario vacanziero.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

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