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Parente, Anatrofobia, Giurato e Il Silenzio Delle Vergini. articolo di Roberto Bonfanti

4 album per agosto: 

Parente, AnatrofobiaGiurato e Il Silenzio Delle Vergini.
articolo di Roberto Bonfanti

Ogni anno, quando si arriva a ridosso delle ferie, non riesco a scrollarmi di dosso quella bellissima vecchia canzone dei Diaframma che recita: “Caldo! Non vale la pena ricominciare con questo caldo.
Intanto il caldo è arrivato davvero e i pensieri si fanno sempre più lenti e indolenti. Il che forse non è poi un grosso problema, in un periodo storico in cui pensare sembra essere diventato un reato. Le possibili soluzioni, all’interno di questo spazio dedicato ai consigli discografici, sono comunque due: abbandonarsi a una selezione musicale giovane ed estiva oppure fuggirne il più lontano possibile.
Dunque, vada per la seconda.

Marco Parente non ha bisogno di presentazioni. Il suo lunghissimo percorso all’insegna della purezza e dell’eterna ricerca di nuove strade espressive è qualcosa di prezioso e unico nel nostro panorama musicale. “I passi della cometa”, suo nuovo progetto discografico e secondo passo di un discorso più ampio (intitolato “Poe3 is not dead”) iniziato qualche settimana fa con il particolare lavoro psichedelico “American buffet” e destinato a concludersi in autunno con la pubblicazione di un nuovo album di canzoni, è qualcosa di affascinante e assolutamente in linea con la storia dell’artista toscano. “Marco Parente suona Dino Campana” recita il sottotitolo del disco, ma stiamo attenti a non aspettarci le classiche letture musicate: quello realizzato da Parente è infatti un lavoro tanto stratificato e complesso quanto suggestivo in cui parole e musica diventano un tutt’uno intrecciando ritmi, atmosfere e colori. Un modo per lasciarsi ispirare dalla poesia e al tempo stesso provare a trasformarla in qualcos’altro, trasportandola in un altro tempo e in un altro mondo.

Anche gli Anatrofobia, per chi ha seguito con un minimo di attenzione la scena più polverosamente underground di inizio millennio, non sono certo un nome nuovo. A distanza di 13 anni dall’ultima prova in studio, la band piemontese torna sulle scene con un album intitolato “Canto fermo” che, nonostante l’introduzione di una voce all’interno del suono storicamente solo strumentale della band, mantiene tenacemente fede a quelle che sono da sempre le coordinate del gruppo: atmosfere cupe e inquiete, indole autenticamente anarchica sempre pronta a sfuggire a qualunque cliché, e momenti di calma apparente che si alternano in modo imprevedibile a trame sonore spigolose impastate di jazz-core, free-jazz e spirito punk.

Con “Nuovo Marco Polo” di Flavio Giurato continuiamo a girare lontanissimi dalla forma canzone. Il nuovo lavoro dello storico eclettico cantautore è infatti incentrato su un lunghissimo spoken word che, come si può facilmente immaginare dal titolo, prende ispirazione dalla figura di Marco Polo e dai suoi viaggi in Cina ma si arricchisce della visione dell’artista laziale, della sua sensibilità e della sua capacità di andare sempre oltre. Un progetto senza dubbio personalissimo in cui la lunga e suggestiva narrazione si conclude con un’unica canzone altrettanto imprevedibile e lontana dalle forme più canoniche.

Suona come un insieme di colonne sonore, “Fiori recisi” de Il Silenzio Delle Vergini: un album che si muove in territori suadenti dal gusto decisamente post-rock ma in cui ogni brano si sposa con frammenti di dialoghi cinematografici che ne completano la carica emotiva. Un lavoro che ci presenta una band interessante, che ha saputo abbeverarsi alla fonte dei maestri del post-rock di fine anni ’90 ma che al tempo stesso ha saputo rielaborare quanto assimilato e soprattutto guardare oltre, intessendo un interessante gioco di rimandi fra musica e suggestioni cinematografiche.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

blog www.rocktargatoitalia.it

 

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PREMI ARTISTI IN GARA, Rock Targato Italia 2020

ROCK TARGATO ITALIA XXXII EDIZIONE

PREMI ARTISTI IN GARA

Dal 28 settembre al 10 ottobre 2020 - Milano

CORONAVIRUS SPECIAL EDITION

Eventi – Performance – Video – Incontri – Premi

Vi comunichiamo i premi in palio dedicati agli artisti in gara allo storico concorso giunto alla XXXII edizione.

Dal 28 settembre al 10 ottobre, si terranno le Finali Nazionali della trentaduesima edizione di Rock Targato Italia, uno dei contest di scouting più longevi d’Italia, organizzato dall’Associazione Culturale Milano in Musica e ideato da Francesco Caprini, Franco Sainini e Stefano Ronzani. La rassegna ha il patrocinio dell’Assessorato Autonomia e Cultura della Regione Lombardia.

Tutto si svolgerà nel rispetto delle norme Salva Italia relative alla pandemia del Covid-19.   Sarà una edizione speciale: nasce dall’esigenza di trasformare un periodo di crisi in un momento di riflessione e ricerca per provare a riprogettare il futuro della musica e delle arti in maniera innovativa, fluida con sensibilità diverse rispetto al mercato. Non solo festival dunque ma un laboratorio con incontri, e musica. Tutto organizzato nell’arco di un paio di settimane, per approfondire territori, nuovi spazi ed orizzonti possibili.

I PREMI di Rock Targato Italia dedicati agli Artisti in gara sono:

  • GRAN PREMIO ROCK TARGATO ITALIA.
  • PREMIO STEFANO RONZANI.
  • PREMIO SPECIALE CITTÀ DI MILANO.
  • PREMIO COMPILATION.

 

Gran Premio Rock Targato Italia

Il premio in palio, consiste in una importante promozione a livello nazionale del progetto discografico e la partecipazione alla compilation di Rock Targato Italia che sarà pubblicata per il periodo natalizio.

Premio Stefano Ronzani

Il premio speciale è dedicato al giornalista tra i più geniali della scena italiana.  Curioso, preparato ed attento osservatore delle tendenze musicali, Stefano Ronzani (collaboratore di Tutto Musica e Mucchio Selvaggio), è stato tra i fondatori di Rock Targato Italia e per 10 anni direttore artistico della manifestazione. Il premio viene dato all’artista con la proposta più ricercata e sperimentale.

Premio Speciale CITTÀ DI MILANO (online)

Premio Città di Milano viene assegnato all’artista segnalato dal pubblico in sala, (in questo caso per necessità Online) con la possibilità di pubblicare un proprio brano inedito, nella compilation di Rock Targato Italia.

Vota gli artisti che preferisci! Aiutali a trasmettere al mondo tutto quello che hanno da dire!

Premio Compilation Rock Targato Italia

La compilation sarà promossa dall'etichetta Terzo Millennio a livello nazionale, attraverso stampa, tv e radio, social nuovi media.

Per votare clicca qui e vedi i video degli artisti in gara:

https://www.youtube.com/user/rocktargatoitalia

 

Sarà nostra premura avvisare gli artisti selezionati dalla giuria entro il 10 settembre 2020.

Di seguito vi informeremo anche di come saranno le forme di partecipazione live, online, dibattiti incontri e premi, agli eventi.

Per quanto riguarda il Premio del Pubblico la data ultima per selezionare l’artista dal canale youtube di Rock Targato Italia è il 5 settembre.

In questa Coronavirus Special Edition, Rock Targato Italia reagisce magistralmente alla difficile e limitante situazione sanitaria a colpi di incontri online, performance in streaming e importanti novità, come le sette Targhe Speciali Rock Targato Italia!  Manca pochissimo all’evento musicale per artisti emergenti più atteso dell’anno.

Stay tuned!

 

PIETRO BENEDETTI – FRANCESCO RATTI 

Divinazione Milano S.r.l. 

Ufficio Stampa, Radio, Tv, Web & Social Network 

Via Andrea Palladio n. 16 - 20135 Milano 

Tel. 347 3265242 – 331 4203865 - 393 2124576

e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

web: www.divinazionemilano.it 

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DERIVE IMMOBILI.

Veniamo, o meglio, abbiamo archiviato un periodo di immobilità. Un periodo in cui siamo stati alla deriva appoggiati, seduti o sdraiati sui nostri divani ma ci sentivamo come naufraghi alla deriva. La cosa più terribile è stata quella di non riuscire a capire nel marasma di voci, opinioni, notizie vere e poi false se una qualche forma di terraferma fosse o meno all’orizzonte.

Oggi arranchiamo su una qualche spiaggia continuamente confusi da quelle voci che non sono ancora paghe. Voci che continuano ad alimentare una confusione letale e che contribuiscono all’enorme senso di smarrimento.

Non so voi ma io sono insistentemente colpito da questa sovrapposizione di “verità” spacciate per veritiere che poi risultano fallaci. Nel frattempo, non siamo nemmeno riusciti a seppellire i nostri morti e non possiamo giurare di essere vivi o, quantomeno, di esserlo ancora.

Detto questo, la domanda più ricorrente è di chi sia la colpa. E’ una domanda stupida. Non lo sapremo mai, nel senso di avere una risposta che vorrebbe che chi ha sbagliato pagasse e rispondesse di ciò che abbiamo perso e di ciò che perderemo.

Perché siamo noi che abbiamo sbagliato. Inutile cercare altre responsabilità: la colpa ricade di più su chi ha permesso che il male venisse fatto che su chi lo ha fatto materialmente.

Ci siamo affidati, consegnati a corti dei miracoli che miracoli non facevano, a uomini soli al comando che si affidavano a moltitudini di comitati di tecnici e scienziati che erano tecnicamente e scientificamente confusi … Abbiamo alimentato un circo desueto e spelacchiato in cui tutti cercavano di portare il verbo e, invece, contribuivano al rumore, alla confusione, alla diffusione di allarmismi eccessivi, di allarmi sottovalutati e di menzogne. Tutti alla ricerca dell’applauso del pubblico di prima serata che, peraltro, era assente.

Eravamo tutti a casa inchiodati ai nostri divani, aspettando che riaprissero le gabbie, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore eravamo a casa pieni di tachipirina, ad aspettare di diventare talmente gravi da farci portare in ospedale. Eh sì, perché abbiamo rivalutato la medicina “medievale” durante questa pandemia.

Ci hanno fermato, resi impotenti e immobili e lasciati alla deriva e non solo glielo abbiamo permesso, abbiamo tifato per loro, li abbiamo proclamati “uomini del destino”.

Siamo partiti con il “ce la faremo” … ora siamo tornati al realismo di ciò che siamo. Naufraghi che cercano qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno da insultare, qualcuno da mettere all’indice come untore. Incapaci di assumerci la nostra parte di responsabilità. In quanti ci siamo alzati? In quanti abbiamo esclamato “così non va bene”?

Siamo fermi sulla superficie. Siamo in attesa che la corrente ci porti da qualche parte. L’approdo più probabile sarà quello di oltre un milione di nuovi disoccupati, decine di migliaia di imprese chiuse o fallite, un aumento esponenziale del nostro debito, altro cemento, altra CO2, altre tragedie planetarie … Le conseguenze della pandemia, mi direte. Vero. Ma sono anche le conseguenze del Grande Gioco. Per chi tiene il banco, la pandemia è diventata una nuova opportunità.

E adesso?

Adesso, ci hanno ributtato in acqua. Ma non è stato il gesto pietoso del pescatore sportivo … Saremo troppo deboli e troppo soli per sopravvivere all’oceano. Galleggeremo sopra abissi così profondi che ci vorranno molte generazioni per colmarli, in una persecuzione che durerà decenni. E loro scommetteranno sulle nostre bucce.

A meno che … A meno che, non si cambino le regole del gioco. E’ un gioco stupido: pochissimi vincono, le moltitudini perdono, i popoli perdono. Ma sembra che i popoli siano più interessati a trovare il colpevole delle loro sventure, più che impegnarsi per un vero cambiamento … Si poteva fare. Il virus sembrava averci resi più consapevoli della nostra arroganza e fragilità.

Di colpevoli, da più parti ve ne indicheranno molti. Potrete sfogare su di loro le vostre frustrazioni e la vostra rabbia. Il problema? Nessuno di loro è il vero colpevole. O meglio, lo è ne più ne meno di quanto lo siate voi.

Non volete altri Coronavirus (o virus e sventure globali di altro tipo)? Allora dovete impegnarvi per rivedere il modello: devono viaggiare le persone e non le merci, dovete capire che non possiamo permetterci un pianeta abitato da dieci miliardi di voraci parassiti come gli umani, dovete rimettere in piedi gli eco sistemi che avete massacrato, smetterla di perdere territorio per colpa della cementificazione, smetterla di perdere bio-diversità, invertire il processo di proliferazione di rifiuti, CO2 e degli altri agenti inquinanti.

Invece, chi vi governa (e non solo non lo avete eletto democraticamente ma non sapete nemmeno della sua esistenza) e inganna, vi ha convinto che i cinesi sono buoni o cattivi a seconda delle opportunità che la contingenza vi mette davanti, così il nero, il lombardo? Oggi va il nord-africano! Sotto con il maghrebino.

Io non parteciperò a questo stupido convivio. Non mi importa di chi sia la colpa anche perché lo so già. Mi interessa che noi ci si impegni per risolvere il problema e si inneschi un mutamento virtuoso, più rispettoso dell’umanità e dell’ambiente che permetta la nostra sopravvivenza. Interessa la sopravvivenza?

Non preoccupatevi! Non datemi retta. Sono solo un visionario. Andate tranquilli, tanto vi danno il monopattino elettrico, il supermercato rifornito, vi portano a casa il pranzo, il televisore, il nuovo tablet … Che vi frega del resto.

Rimanete pure immobili alla deriva in attesa della prossima tempesta. Io, però, ho una notizia per voi: la tempesta non è mai finita.

Anzi, quella vera non è ancora cominciata.

di Paolo Pelizza

©2020 Rock targato Italia

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Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza

Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza.

di Roberto Bonfanti

“Chi controlla il controllore?” si diceva un tempo. Allo stesso modo: chi intervista l’intervistatore?
In queste settimane Paolo Pelizza è stato impegnato in un giro di interviste a una serie di personaggi vicini al mondo di Rock Targato Italia. Era quanto meno doveroso che qualcuno si impegnasse ad andare a intervistare lui, che da anni porta avanti sul sito del concorso la rubrica “Le Visioni di Paolo” e che è ormai una colonna portante anche della giuria della manifestazione.

Partiamo dalle basi: chi è Paolo Pelizza?

Paolo Pelizza è uno che da ragazzino ha studiato un po’ di pianoforte e un po’ di chitarra, e per qualche tempo nella sua vita ha anche cantato e composto con scarsissimi risultati sia commerciali che qualitativi. Il fatto è che non ero un gran musicista né un gran compositore, però avevo una discreta voce con una buona sporcizia blues, così per qualche tempo si è ritrovato a cantare in un locale che era anche ristorante, per cui si suonavano pezzi di Battisti, Billy Joel o Sinatra. Comunque ben presto ha capito che non aveva i numeri per vivere con la musica così ha cercato di lavorare in mondi che fossero consoni alla sua indole e alle sue capacità … Quindi, ho iniziato scrivendo per la pubblicità e, frequentando quell’ambiente, sono finito a lavorare nella produzione di spot e da lì nel cinema e nella televisione, sempre per ciò che riguarda la produzione. Insomma, fondamentalmente ora gestisco budget e organizzo produzioni per cui, anche se il fuoco sacro dell’arte non si è mai spento, le mie velleità artistiche hanno lasciato spazio, per ragioni “alimentari”, a ruoli più prosaici. Oltre a questo, insegno produzione al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola nazionale di cinema, che è un’esperienza che mi riempie tantissimo la vita, anche se ora siamo fermi per le ragioni che tutti conosciamo.

Che affinità e divergenze vedi fra il mondo del cinema e quello della musica?

Il mondo del cinema è un argomento complesso da trattare perché negli ultimi anni è entrato in tackle scivolato, come ovunque, il digitale. Per questo molte delle grandi produzioni adesso le fanno Netflix o Amazon. E la grande domanda è: perché chi gestisce fondamentalmente degli algoritmi si deve impegnare in attività di tipo artistico, creativo e dell’intrattenimento? Però lo fanno e, oltre a farlo, quel mondo lo governano anche. Ognuno di noi può pensare che gli piaccia o meno ma è così. Queste realtà ormai si sono prese tutto, dalla consegna delle pizze alla produzione dei film di Scorsese.  Oltretutto l’invasione del digitale ha influito molto anche sulla concezione stessa di cinema: un tempo il cinema era quello che vedevi in sala, e ci sono ancora registi che lavorano con quella concezione -penso a Nolan, Inarritu o Tarantino, tanto per fare qualche nome. C’è tutto un mondo che fa anche cose di qualità e le fa pensandole per una fruizione digitale, proponendo quindi un altro tipo di esperienza concepita per essere individuale. Un altro linguaggio, per così dire. Io, come tutti, ho gli abbonamenti alle piattaforme e non nego che producano cose ottime, ma l’esperienza del cinema in sala è ovviamente un’altra cosa. Scrivere un film per una grande proiezione collettiva o per un’esperienza individuale in cui sei da solo, metti in pausa perché ti suona il cellulare o ti cade il mozzicone sul tappeto oppure ti interrompi perché è pronto l’arrosto, sono cose completamente diverse. Anche lo stesso film visto in sala e poi  a casa è un film completamente diverso.

Sulla musica il discorso è simile: cambiando il tipo di fruizione e il modello di business, è cambiato anche l’ascoltatore. L’utente medio ora è più predisposto ad ascoltare ciò che gli propinano piuttosto che andare a cercarsi delle cose, a provare a coltivarsi un gusto e questo porta inevitabilmente a un appiattimento, all’omologazione.

Da insegnante invece che idea ti sei fatto delle nuove generazioni?

Premetto che il mio osservatorio è quello di uno che lavora in una scuola di cinema, per cui è sicuramente un punto di vista privilegiato rispetto a chi lavora in altri ambiti. Io credo che i giovani d’oggi abbiano realmente una marcia in più in termini di sensibilità, di creatività e di capacità di intuire il mondo che stanno per affrontare. E sicuramente non sono contenti di ciò che stanno per ereditare da noi e, su questo, è difficile dargli torto. Quello che noto però è che da un lato c’è una grande consapevolezza ma dall’altro un senso di resa rispetto ai mutamenti che impatteranno sulla loro vita. Sono come “arresi” a ciò che hanno di fronte. Questo senso di resa è la cosa che più mi dispiace vedere ed è quello che tarpa loro  maggiormente le ali. Il fatto di sapere usare i social, poi, permette a ognuno di loro di avere un proprio pubblico ma ha frammentato la comunità in milioni di piccolissime particelle sociali, di comunità microscopiche, per cui non riescono ad avere un’idea unitaria confrontandosi,  né a creare movimenti che siano realmente efficienti nel perseguire il cambiamento. Poi forse anche i grandi movimenti degli anni Sessanta e Settanta non hanno di fatto portato a chissà quale grande risultato, però quanto meno il movimento c’è stato e nella maturazione delle coscienze e del vivere civile qualcosa ha saputo smuovere.

A proposito di grandi movimenti degli anni ’60 e ’70: le tue radici musicali vengono da lì, giusto?

Sì. Io ho avuto due momenti di formazione importanti: uno è stato la musica degli anni ’60, con il movimento hippie e il rock psichedelico americano, dai Grateful Dad ai Jefferson Airplane per fare i nomi più famosi. Il secondo invece è stato la sponda più popular britannica di quel movimento, per cui: i Beatles, gli Stones, ecc… Poi dentro quel movimento ho iniziato a scoprire cose che erano un po’ meno scanzonate. Insomma, negli anni ’60 c’erano degli artisti immensi ma anche molta positività e molta voglia di fare anche del casino. Negli anni ’70 invece tutto questo si è evoluto in qualcosa di più cupo e cattivo ma anche, dal punto di vista sonoro, più aperto alla sperimentazione e al cercare di fare cose non necessariamente facili da ascoltare. Insomma, i Led Zeppelin, a parte qualche canzone, non è che fossero così semplici. Poi in quel periodo è esploso un rock più scuro e robusto che è poi confluito nella nascita dell’heavy metal. Ovviamente sto sintetizzando moltissimo: so bene che le cose sono molto più complesse e ci sarebbero molte altre sfumature da raccontare. Ma credo che tu a una certa ora debba andare … Secondo me gli anni ’70 sono gli anni della “Grande Isola”, perché è dalla Gran Bretagna che è esploso il fermento maggiore. Nella seconda metà di quel decennio poi c’è stata una grande divisione: da un lato quelli che sono diventati musicisti più raffinati e colti dando origine alla corrente del rock progressivo, di cui noi abbiamo avuto un bellissimo movimento misteriosamente dimenticato, e dall’altro l’estremo opposto che ha fatto emergere il punk. Però la cosa bella degli anni ’70 è che c’erano delle correnti molto definite ma anche molta voglia di mescolarsi e mischiare le carte.  C’è stato anche l’inizio dell’elettronica, i primi synth, i Kraftwerk, i Neu, i Tangerine Dream e altri. È stato un decennio pazzesco che secondo me è finito in grande con la pubblicazione di “The Wall” dei Pink Floyd. Ma la fine degli anni ’70 è stata anche l’inizio della fine perché grandi musicisti, con l’avvento degli ’80, hanno scelto di convertirsi al pop. Penso ad esempio a David Bowie. Anche se il pop che David Bowie ha fatto negli anni ’80 era di livello eccelso e, ovviamente, non mi permetterei mai di dire nemmeno che il pop di Madonna o Michael Jackson non sia stato di alto livello e non abbia lasciato qualcosa di importante. Però è stato l’inizio della stagione dedicata al dare in pasto al pubblico cose più immediate. Io non ho niente contro il pop. Il pop c’è sempre stato: pensa ai Beatles che hanno fatto anche delle straordinarie canzonette oltre ai vari capolavori come “Revolver”, “White album” e “Sgt. Pepper”. Però, secondo me, quel periodo ha creato una china che è poi quella da cui, negli ultimi anni, siamo rotolati. Anche se il rock non è morto negli anni ’80, né tantomeno nei ’90 e ancora oggi ci sono band e dischi eccellenti in quell’ambito. È solo più difficile farlo ascoltare alla gente perché è meno curiosa e appagata da quello che viene loro propinato.

Tornando a Rock Targato Italia: tu hai iniziato a collaborare tramite la rubrica “Le visioni di Paolo”, prima di fare il giurato nel concorso. Ci racconti come è nata la tua collaborazione con Rock Targato Italia?

“Le visioni di Paolo” è nata come rubrica su una radio che si chiamava Radio Meneghina e che era portata avanti da Francesco Caprini. Era una radio che trasmetteva solo in dialetto milanese. Io facevo due ore alla settimana in cui, mentre Francesco parlava di musica indie italiana, io parlavo un po’ di quello che mi pareva, anche di cinema e libri. Avevo anche intervistato un paio di scrittori. Poi, finita l’esperienza in radio, Francesco mi ha invitato a dargli un seguito scrivendo direttamente sul sito di Rock Targato Italia. Così è nata la rubrica e da lì, continuando a collaborare con il sito e a frequentare Francesco, sono finito anche nella giuria del concorso.

Da giurato che idea ti sei fatto di ciò che ruota attorno al concorso?

La mia idea è quella che credo ci siamo fatti tutti: c’è tantissimo entusiasmo, c’è anche un certo tipo di qualità, ma c’è pochissima consapevolezza. Ovviamente è anche cambiato il mondo: un tempo c’erano i produttori che investivano sulle band per permettere loro di crescere e di emergere mentre oggi se vai da un produttore devi essere tu a pagarlo. Per cui la musica la fai a casa tua col computerino e questo purtroppo è triste.
Ciò non toglie che negli ultimi anni siano passati dal palco di Rock Targato Italia almeno 5 o 6 band o artisti che meriterebbero una chance seria e che, se avessero avuto alle spalle un minimo di investimenti, sarebbero usciti molto bene.

Abbiamo parlato del Paolo Pelizza produttore, del Paolo Pelizza insegnante, del Paolo Pelizza ascoltatore di musica, del Paolo Pelizza de “Le visioni di Paolo” del Paolo Pelizza giurato. Ci manca il Paolo Pelizza scrittore.

Il Paolo Pelizza scrittore è uno che scrive cose che non leggerà mai nessuno. Scherzi a parte, ho scritto un romanzo e ho avuto varie vicissitudini con un paio di editori. Di recente un amico mi ha proposto di provare a trasformarlo in una sceneggiatura perché secondo lui la storia è meravigliosa e potrebbe diventare un lungometraggio. Io non sono uno sceneggiatore per cui ho lasciato tutto nelle mani di questo mio amico e vedremo cosa ne uscirà. Di questo romanzo ho abbozzato anche una prima stesura di un seguito e un plot di un ulteriore seguito che andrebbe a chiudere la trilogia. Però sono abbastanza tranquillo sul fatto che chiuderò gli occhi senza vederlo pubblicato. Sono ottimista per questo: nessuno sarà costretto a leggerlo!
A parte questo, al di là di Rock Targato Italia, scrivo delle cose o correggo delle cose per altri scrittori di cui non farò i nomi neanche sotto tortura ...

Credo che ci siamo già detti molto. C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

L’unica cosa di cui non abbiamo parlato è il Covid, ma ne parlano già tutti. Direi che nessuno ci sta capendo un cazzo. Oggi leggevo che un virologo ne ha querelato un altro, per cui siamo veramente al tutti contro tutti. Siamo in un periodo davvero oscuro. Ci sono troppe cose che sfuggono. Già cinque o sei anni fa c’era stato un allarme della comunità internazionale su un virus che sarebbe potuto arrivare, per cui forse già lì si sarebbe dovuto iniziare a mettere in pista dei protocolli globali per far sì che le cose andassero diversamente. Invece questo allarme è stato completamente ignorato da tutti e, alla resa dei conti, in un mondo in cui tutti siamo tracciati e ognuno di noi ha in tasca un affare che si collega a un satellite a ogni passo che facciamo, non hanno trovato di meglio che chiuderci in casa come per la peste del ‘500. Allora qualcuno dovrebbe spiegarci a cosa serve tutta questa tecnologia, questa fiducia cieca nella scienza salvifica. Se ci siamo evoluti per tornare alle situazioni di 500 anni fa, forse non ci siamo evoluti poi così tanto. Se ci dobbiamo salvare da soli e chi garantisce la sopravvivenza della specie sono i gendarmi c’è qualcosa che mi sfugge. Insomma, si evolvono le macchine ma non noi. Siamo in una situazione quanto meno bizzarra. E meno male che questo virus, che è veramente molto contagioso, non è altrettanto letale. Prova a pensare allo stesso virus con la letalità dell’Ebola…

Poi è naturale che, in una situazione nuova e imprevista -anche se tanto imprevista abbiamo visto che non era- chi deve governare possa commettere degli errori. E ci sta. Ci sta, anche, che si debbano fare delle rivoluzioni copernicane di fronte a situazioni che magari inizialmente si pensava potessero essere in un determinato modo e alla fine si sono invece rivelate tutt’altro. Non ci sta però che su queste cose ci si giochi. Non ci sta che determinate situazioni diventino colpose o addirittura dolose. Ma questo purtroppo noi lo sapremo solo fra chissà quanti decenni. D’altra parte, quando si inaugura una stagione di questo tipo, c’è chi vince e c’è chi perde, ma quelli che vincono sono sempre pochissimi.

Roberto Bonfanti, scrittore e artista

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