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Massimo Popolizio torna al Piccolo con Un nemico del popolo

 

Dopo il successo di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini,

Massimo Popolizio

torna al Piccolo con un testo classico fortemente contemporaneo

Un nemico del popolo

di Henrik Ibsen

 

Un nemico del popolo di Henrik Ibsen, ambientandolo non nella Norvegia del 1882, ma in un’immaginaria contea americana degli anni Venti.
Un testo sulla ricerca della verità, sul consenso popolare e consenso giornalistico. Un’opera che non strizza l’occhio all’attualità ma ne indaga i meccanismi con sguardo lucido e spietato.

Un nemico del popolo
Teatro Strehler dal 28 gennaio al 16 febbraio

Massimo Popolizio (anche regista), Maria Paiato e gli attori della compagnia di Un nemico del popolo incontrano il pubblico per parlare di uno spettacolo che, scritto da Henrik Ibsen nel 1882, affronta temi di grandissima attualità.


Chiostro Nina Vinchi mercoledì 5 febbraio, ore 17.

 

BLOG: www.rocktargatoitalia.eu

 

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Non c'è più orizzonte a cura di Luigi Meneghelli

Non c'è più orizzonte

Abbas KIAROSTAMI
Andrea BIANCONI
Alex PINNA
Ehsan SHAYEGH

musiche di Moein FATHI

a cura di Luigi Meneghelli


01.02 > 02.05.2020

inaugurazione sabato 1 febbraio, alle ore 18.30


L'orizzonte è una linea immaginaria che sta solo negli occhi di chi guarda: è un luogo geometrico che si sposta mentre noi ci spostiamo. Essa apre alla dimensione dell'ulteriorità, del sogno, dell'utopia. Ma cosa succede, quando, come oggi, l'intero pianeta è in comunicazione e il nostro sguardo, si dissolve nel fluire indistinto delle immagini? L'artista deve per forza inventarsi nuovi confini, dare corpo a nuove forme, produrre inedite relazioni. Deve mettere al mondo un mondo che prima non c'era (o forse non c'è mai stato). Deve aprire spazi sconosciuti, costringendoci a vedere al di là di quanto si può raggiungere con gli occhi.

Linee volubili, respiri di geografie sterminate, figurine di corda che sembrano divorare lo spazio, ribaltandolo e sospendendolo, “sguardi” in movimento che non si fermano mai e che inseguono strade che non arrivano da nessuna parte. Queste le immagini, sempre al limite dell'incompiuto e dell'incompleto che compongono lo spartito visivo della rassegna “Non c'è più orizzonte”. Esse mostrano “storie” infinite che non conoscono limiti, chiusure, cornici, ma solo un continuo andare che le fa esistere al di là di noi, fuori di noi, a prescindere da noi (e dalle nostre conoscenze). Qui le immagini alludono a un mondo in cui il dato deve essere continuamente ri-dato, ricreato, per venire alla luce e allo stesso tempo rimanere segreto, incomprensibile, inappropriabile. È come elaborare una perenne nascita, un incessante inizio, un dare volto alle cose, ma non per svelarle, quanto invece per animarle e renderle stupite e stupefacenti, alla pari di uno “sguardo bambino”.

“Ricominciamo!” era anche uno dei solerti inviti del regista, fotografo, poeta Abbas Kiarostami (Teheran 1940 – Parigi 2016), presente in mostra con il film Roads e alcune foto. Ricominciare, perché il suo cinema non narra, non conosce sequenze, successioni di eventi, ma un seguito di intensità di cui la stessa macchina da presa fa parte. In Roads essa pare comportarsi quasi in maniera poliziesca, investigatrice, curiosa, alla ricerca di una veduta in più da cogliere, da sorprendere. Non si propone di riflettere sui luoghi inquadrati: si ostina invece nel non chiudere, nel proseguire il film al di là di se stesso.

E cosa definiscono mai le linee-freccia di Andrea Bianconi (Arzignano, Vicenza 1974)? Sono linee spoglie che scattano, si flettono, si spezzano, si cancellano (o si incrociano in direzioni opposte) e ricominciano. Certo è che esse non confinano ma sconfinano; non descrivono ma creano. A volte sono tratti che si allargano, diventando quasi segnali, a volte puri cammini alla cieca, tempeste di segni che si intrecciano, fino ad arrivare al testamento estremo della forma, se non addirittura della visibilità. È come se Bianconi si stesse trasformando (pollockianamente) nella cosa stessa che sta disegnando. La linea non è più allora solo il filo di Arianna, la guida che serve per riconoscersi nel proprio labirinto, ma anche la forza che non cessa di imporsi e trascinare al suo seguito l'artista e l'osservatore.

Di fronte ai corpi minimi fatti di corde annodate di Alex Pinna (Imperia 1967) Giuseppe Ungaretti avrebbe parlato di “Variazioni sul nulla” o di ”impalpabili levità”. Essi, infatti, “prendono vita” attraverso un lavorio di fili che si legano e si saldano, ma anche che si attorcigliano e si ingarbugliano. Così, nel loro “nonnulla” abita la trama e l'ordito, il nodo e l'inganno. Essi non hanno una vera fisionomia, ma piuttosto una fervida intenzione esibitiva, quasi fossero pupazzi o marionette. Eppure non sprigionano vitalismo, tensioni funamboliche, bensì una sorta di pigrizia o di indolenza. Non osservano un mondo a venire come facevano “I viandanti” di Friedrich, ma si dondolano sull'orlo di una catastrofe già avvenuta, si esibiscono su mensole o scaffali svuotati di ogni sapere. Allestiscono uno spettacolo scenografico del disastro e dello smarrimento quotidiano.

E sullo stesso concetto di perdita delle coordinate, di spaesamento visivo si basa anche la grande installazione di Ehsan Shayegh (Khash, Iran 1975). Si tratta di una allusione a quello spazio illimite che è il deserto dove tutto si sgretola, tutto ha una dimensione trascurabile, tutto è precario. Essa non segnala però una sparizione o un'assenza, ma un offrire un corpo anche al vuoto, alla dissoluzione, allo sgretolamento della materia: è un dare forma a ciò che è senza forma, un'immagine a ciò che è senza immagine. È vero: non si vede più il mondo, come se il sole e il tempo l'avessero consumato. Ma al suo posto resiste una traccia, una ferita, un'alterità che pulsa, conferendo valore a ciò che è occultato. Tanto più che Ehsan dissemina lo spazio di pietre colorate, simili a meteoriti, mettendo in comunicazione cielo e terra, suolo e “celesti orizzonti”.

Quattro artisti con quattro linguaggi diversi, ma per arrivare tutti a dare testimonianza di precari equilibri, di dimensioni ulteriori, lì dove prendono senso anche gli strappi e gli squarci del vivere; ma soprattutto lì, dove sorge il mistero di uno spazio che non ha confine e di un tempo che si dà come mescolanza vertiginosa di tempi, eventi, cose. Poi su tutto si diffonde la musica “Buco nero a terra” di Moein Fathi (Teheran, Iran 1993): suoni e canzoni, eseguiti sia con strumenti elettronici che con strumenti tradizionali, come a voler accostare i ritmi orientali a quelli occidentali e, in qualche modo, abolire la lontananza, a favore di una incomparabile immensità.


ORARI MOSTRA
Mostra visitabile dal 01.02.2020 al 02.05.2020
dal martedì al sabato 15.30-19.30 (e su appuntamento)

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POETICI PAESAGGI SONORI I fratelli Roger e Brian Eno realizzano il loro primo album in duo

POETICI PAESAGGI SONORI

I fratelli Roger e Brian Eno realizzano il loro primo album in duo per il debutto su Deutsche Grammophon

Mixing Colours, il risultato di 15 anni di collaborazione, uscirà il 20 marzo 2020

 

è Disponibile da oggi il primo singolo Celeste https://udsc.lnk.to/7v5o7WjT

 

CD - 2 LP - DIGITALE

 

Roger e Brian Eno esplorano la natura del suono nel loro primo album in duo. Mixing Colours, in uscita il 20 marzo 2020 per Deutsche Grammophon (CD, 2 LP, Digitale). rappresenta una pietra miliare nella loro collaborazione creativa nonchè il debutto sulla prestigiosa etichetta gialla. I diciotto paesaggi sonori dell'album invitano gli ascoltatori ad immergersi nello spazio infinito che si trova sotto la loro superficie.

 

Mixing Colours è un progetto cresciuto nel corso degli anni nel quale entrambi gli artisti hanno attinto dalla loro lunga esperienza di compositori, interpreti e produttori. Il processo creativo è iniziato con Roger Eno che suonava singoli brani e li registrava usando una tastiera MIDI. Ha quindi inviato i file MIDI digitali a suo fratello maggiore che ha trasportato ogni brano nel suo particolare mondo sonoro, rivedendo e manipolando il contenuto. Il loro scambio ha generato una dinamica sinergia man mano che il progetto si sviluppava.

I primi pezzi di Mixing Colours presero vita intorno nel 2005, ma inizialmente non furono pensati come parte di un corpus di lavori più ampio. "Non stavamo pensando ad un risultato finale - era come una conversazione reciproca che è durata 15 anni", afferma Roger. "Mi svegliavo, andavo dritto in studio, sistemavo la mia attrezzatura e improvvisavo, poi inviavo a Brian il materiale che reputavo più interessate. L'idea di un album completo è emersa quando il numero di pezzi continuava ad aumentare con risultati sempre più soddisfacenti. È qualcosa che nessuno di noi avrebbe potuto realizzare da solo ".

Mixing Colours crea ponti tra passato e futuro. Le composizioni di Roger evocano lo stile melodico nostalgico di Schubert, mentre il suono di Brian attinge al suo innovativo lavoro concettuale con la musica elettronica e al fascino del potenziale creativo dei nuovi media. Nell'ultimo mezzo secolo, osserva, il mondo pop ha sviluppato le enormi possibilità della musica elettronica di creare colori sonori e timbri strumentali inimmaginabili.

Brian sottolinea: “Fra gli strumenti classici il clarinetto rappresenta una piccola isola di suono, la viola un'altra e il pianoforte a coda ancora un'altra. Ogni strumento è un insieme finito di possibilità sonore, un'isola nell'oceano illimitato di tutti i possibili suoni che potresti fare. Quello che è successo con l'elettronica è che tutti gli spazi tra quelle isole vengono esplorati, producendo nuovi suoni che non sono mai esistiti in precedenza. È stato un grande piacere per me esplorare quell'oceano con le composizioni uniche di Roger ".

Tutte le diciotto tracce della registrazione tranne una hanno titoli che richiamano un colore – ad esempio "Burnt Umber", "Obsidian" e "Verdigris" - paragonabili a quelli spesso associati a dipinti astratti. Insieme creano una profonda meditazione sullo spostamento di tonalità tonali e contrasti nel timbro. La traccia finale, il tormentato "Slow Movement: Sand", riporta la musica ai suoi elementi essenziali di colore, timbro e pulsazione.

Mixing Colors, aggiunge Roger, deriva dai loro interessi artistici, musicali e letterari condivisi per diventare un'opera di autentica collaborazione. "Più ascolti questo album, in particolare con i mondi favolosi che Brian ha creato, più riesci a camminare e ad ambientarti nel suo enorme paesaggio." L’artwork dell'album riproduce dipinti astratti dell'artista Dom Theobald, tra cui una suggestiva opera donata da Roger a Brian.

 

TRACKLIST:

1 Spring Frost 

2 Burnt Umber 

3 Celeste 

4 Wintergreen 

5 Obsidian 

6 Blonde 

7 Dark Sienna

8 Verdigris 

9 Snow 

10 Rose Quartz 

11 Quicksilver 

12 Ultramarine 

13 Iris 

14 Cinnabar 

15 Desert Sand 

16 Deep Saffron 

17 Cerulean Blue 

18 Slow Movement 

19 Sand

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