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Francesco Caprini

Francesco Caprini

LINKIN PARK Milano 10 giugno City Sound 2014

Non è il mio pubblico non mi riconosco. nel fango e nella polvere, file kilometriche per una birra, cessi intasati e si fa fatica a stare seduti. 

Migliaia di persone stipate nell’area live sotto il sole di giugno caldo che più non si può, ad aspettare la band. Grande afflusso, inaspettato o no, di migliaia di persone all’Ippodromo di Milano.

Il palco sembrava piccolo, forse lo era con tutta questa gente, i monitor laterali terribilmente bassi, un inferno per chi stava dietro e voleva vedere la band. 

Milano è grande, la serata è li oltre l'orizzonte, pronta a dare il massimo. Le luci naturali lasciano lo spazio a quelle elettriche.
Show LINKIN PARK: suoni, preludio di qualcosa di straordinario e spettacolare. Monitor Video come scenografia, idea interessante ma non originale, rendono il palco in maniera tecnologica attuale contemporaneo. Il risultato è qualcosa di freddo, ma efficace ed aiuta a rendere visibile la band a migliaia di persone presenti al concerto. (sopperendo ai monitor laterali)

Tra litri di birra industriale, suoni duri, salamelle feste unità oriented mi prendo una pausa di riflessione.
I ragazzi, sporchi fuori puliti dentro, sono perfetti nel ruolo di star internazionali, un po meno nel ruolo di musicisti.
Ma questo è il nostro tempo, un tempo musicale riprodotto tecnologicamente. Ce lo dicono i Linkin Park dal palco, con una musica dance a tratti anni '90. C’è della simpatia in quel che fanno. Tra quadri alla U2 e echi alla EMF la serata, alle migliaia di persone presenti, piace e piace tantissimo. L'empatia si è creata immediatamente cantando con i loro beniamini tutte le canzoni.

Un grande fantasma felice si aggira nel prato dell'ippodromo, la dance elettronica dalla presa facile dal suono giusto, a tratti piacevole ma priva di fantasia. Un mantra già sentito, con un acido in meno e, tre televisioni in più.
È cosi che funziona nella società delle comunicazioni. Non ho detto azioni.

Baci e abbracci per tutti.

FURETTO

PS, la seconda parte è maggiormente crossover rap e rock, sarebbe la parte street quella cattiva della band ? La gente è ancora più entusiasta. A me aumentano i dubbi.

Ogni brano una hits.
Tankyou ciao

AEROSMITH in concerto. MILANO 25 Giugno 2014


AEROSMITH in concerto. MILANO 25 Giugno 2014


Show mozzafiato, fantastico, straordinario, sorprendente. Un concerto tra i migliori dell’anno a Milano Arena Rho Fiera, 25 giugno 2014. Steven Tyler e Joe Perry una serata magica. Punto a capo
Un po di ritardo fastidioso. La band sul palco alle ore 22. Frizzi e lazzi, effetti speciali e il gruppo americano da via allo show. Tyler in forma, Aerosmith, la band, pure. Due accordi, tre mosse ed il pubblico, di già estasiato, perdona.
Fuoco, luci e potenti ventilatori rendono ancora più fascinoso Steven Tyler con un vezzoso fiocco di capelli grigio sulla fronte, avvolto in foulard e lustrini. Non di meno Joe Perry (figlio naturale musicalmente parlando del Divino Keith Richard) in giacca rossa, dalla personalità straripante musicista di razza dalla bravura immensa, gran gusto e tecnica. Dal palco il r’n’r dilaga nell'Arena di Rho, Fiera compresa. Si ascolta, si fanno foto, impazzano gli I-Pad la festa è già esplosa al terzo brano. Resistenza niente, è giusto cosi, la loro storia è il metro di misura. Lasciamoci trasportare dalle emozioni.
Un concerto di forza, prepotente, intelligente, dall’estetica hippie, contaminata ’70 e glam. Show spaziale, le onde (sonore) dall’Atlantico arrivano piene di luce e cariche di pura energia. Manca il contemporaneo, completamente assente il suono del Terzo Millennio, ma ci sta, anzi è bene cosi. A volte, anzi quasi sempre, la rivoluzione è fare bene l’esistente
L’esistente in casa Aerosmith è tanto, tantissimo. I “ragazzi” suonano benissimo, si sculetta meno, ma il live è perfetto, meglio anche del CD (si dice anche cosi per rendere più efficace il pensiero). La loro forza sta proprio nel proporre con lo spirito autentico ed originale le canzoni (amate da diverse generazioni) cosi come sono nate e, nel tempo, rese immortali. Con il blues nelle vene e la strada sempre in salita, i nostri eroi ultrasessantenni, dal suono inconfondibile, dai sogni sterminati e grandi orizzonti ci deliziano con riff ed assoli emozionanti; SHOW MOZZAFIATO.
Di strada, i cappelloni d’argento e mogano ne hanno fatta ma la sensazione che ha Milano sia stata una tappa di un meraviglioso infinito viaggio.
Lunga vita al r’n’r’ e grandi Aerosmith
Siparietto Video - Joe Perry ripreso in piazza Duomo a Milano, nelle vesti di un artista da strada suona nella piazza per racimolare qualche soldino. Il video, trasmesso durante il concerto, è stato accolto da un boato dal pubblico.
Ironia, bravura, sapersi prendere in giro. Bravi tutti
Furetto

LETTERA ALL'EDITORE DI Rolling Stone Italia (inviata il 19 settembre 2014).

Gent.mo Luciano 

Mi presento sono Francesco Caprini ideatore e organizzatore di Rock Targato Italia, ho letto la sua lettera su RS e sono rimasto fortemente colpito da alcune parole, inusuali nel panorama della musica italiana: vivono il divenire, osano, provano ….

Alla 26 edizione di Rock Targato Italia che ha visto crescere una generazione musicalmente interessante da Ligabue, Negrita, Litfiba, Carmen Consoli, Marlene Kuntz, Timoria , Elio e Le Storie Tese, Negramaro e dopo aver girato per tutta l’Italia intera, vedo ancora nei locali rock, nelle piazze, nei luoghi impossibili e gallerie d’arte tanta gente, artisti bravi capaci di importanti cose.

Mi rivolgo a Lei per il suo bellissimo editoriale, perché sono convinto come Lei, che sperimentando, provando e, se necessario rinunciando (la rinuncia è sempre un passo avanti) si possano fare cose belle di qualità, da vivere intensamente e da raccontare

Con la speranza di poterla incontrare, i miei più sentiti auguri a Lei e tutta la redazione di RS

Cordiali Saluti

FRANCESCO CAPRINI

Teatro Menotti (MI) - L'America di Franz Kafka


TEATRO MENOTTI
dal 5 al 15 febbraio

AMERIKA
di Franz Kafka

traduzione e adattamento di Fausto Malcovati
con Giovanni Anzaldo, Ugo Maria Morosi, Carla Ferraro
e Giovanni Serratore, Fulvio Barigelli, Matteo Mauriello
musiche ispirate alla cultura yiddish della vecchia Europa e al jazz nero di Scott Joplin adattate da Alessandro Panatteri
eseguite dal vivo da Alessandro Panatteri (piano), Andy Bartolucci (batteria), Simone Salza (clarinetto)
scene Emanuele Luzzati, riprese da Francesco Bottai
costumi Lorenzo Cutoli / movimenti coreografici Carla Ferraro
regia Maurizio Scaparro
regista assistente Ferdinando Ceriani
organizzazione generale Melina Balsamo
produzione Compagnia Gli Ipocriti
in collaborazione con Fondazione Teatro della Pergola di Firenze

«Quando il sedicenne Karl Rossmann, mandato in America dai suoi poveri genitori perché una cameriera l'aveva sedotto e aveva avuto un figlio da lui, entrò con la nave a velocità ridotta nel porto di New York, vide la Statua della Libertà, che già stava contemplando da tempo, come immersa in una luce d'un tratto più intensa. Il braccio con la spada sembrava essersi appena alzato, e attorno alla sua figura spiravano liberi i venti»
Così ha inizio l’incompiuto romanzo AMERIKA di Franz Kafka scritto giusto cento anni fa, tra il 1911 e il 1914, e pubblicato postumo nel 1927.
Karl Rossmann, giovane ebreo europeo, viene inviato in America come un pacco postale per sfuggire ad uno scandalo che lo vede coinvolto con una domestica; deve raggiungere lo zio Jacob, un autentico “zio d’America” affinché gli trovi un lavoro e una sistemazione. Lo spettacolo, diretto da Maurizio Scaparro (che già nel 2000 aveva avuto una prima fortunata edizione), racconta, attraverso vari quadri, la storia di un ragazzo boemo che va in America, incontra un fuochista tedesco, fa un pezzo di strada con un disoccupato irlandese e uno francese, ha come compagno di lavoro un ragazzo italiano.
Nell’adattamento di Fausto Malcovati e con la complicità della musica jazz di Scott Joplin, Scaparro ripercorre così la storia e le tribolazioni dell’emigrante Rossmann, del suo viaggio nel Nuovo Mondo, della sua vita errante in cerca di un benessere che sembra sempre a portata di mano ma che rimane inafferrabile (il sogno americano?).
L’America, nella visione fantastica ma sorprendentemente profetica di Kafka, non necessariamente deve avere a che fare con l’America reale, tuttavia ne rivela già i suoi mali, le sue contraddizioni, ma anche la sua dirompente vitalità.
Lo spettacolo viene proposto in questa stagione ed è stato presentato con grande successo al Napoli Teatro Festival Italia anche in occasione del semestre di Presidenza Italiana dell’Unione Europea, per richiamare l’attenzione su argomenti sempre più attuali quali l’emarginazione, la diversità e la condizione dell’emigrante in un mondo dove i flussi migratori sono sempre più massicci e spesso drammatici, dove l’intolleranza affiora, sempre più dura, accanto all’accettazione.

Note di regia di Maurizio Scaparro:
Kafka, Scaparro e l'Europa delle diversità a cura di Fausto Malcovati

Bisognerà pur scrivere, un giorno o l’altro, la storia delle riduzione teatrali a cui Maurizio Scaparro ha messo mano: tutte singolari, riuscite, attualissime. È certo il caso di Amerika, a cui ho cominciato a lavorare con Maurizio nella prima edizione e che rinasce oggi alla vigilia della Presidenza Italiana dell'Unione Europea, mentre per anni America ed Europa si sono trovate a riflettere, anche inutilmente, sulle proprie origini, sulla propria storia, sui propri malesseri. Mentre lavoravo con Maurizio mi venivano in mente almeno altri due titoli di suoi spettacoli, che qui vanno comunque ricordati: Don Chisciotte e Memorie di Adriano.
Don Chisciotte aveva come sottotitolo Frammenti di un discorso teatrale, (che mi serve per proseguire il mio discorso). Si, anche Amerika avrebbe potuto avere lo stesso sottotitolo: anche perché il romanzo stesso di Kafka non è compiuto, è una serie di capitoli, di frammenti. E questo credo sia stato uno dei motivi che ha attirato Maurizio.
È curioso osservare come l’occhio e l’orecchio di Maurizio lavorano di fronte a un testo: curioso soprattutto per uno come me, che della lettura ha fatto un mestiere, e che ritiene (almeno fino all’incontro con Maurizio) di averlo svolto con soddisfazione. Maurizio mi ha insegnato molte cose che mi hanno inizialmente del tutto spiazzato.
Il primo livello, quello iniziale, di base, mi è abbastanza familiare: si tratta di decidere quello che si vuole far dire oggi a un dato testo. E questo Maurizio lo ha chiarissimo fin dai primi passi. È lapidario nel mettere a fuoco le linee su cui vuole orientare lo spettacolo. Qui, nella nostra Amerika, ce n’erano tre, nate, credo, contemporaneamente nel vulcanico cervello di Maurizio.
Anzitutto Amerika è un testo visionario: Kafka, come si sa, non è mai stato in America, dunque tutto quello che dell’America vede, racconta, descrive è tutto frutto della sua fantasia, a cominciare dalla spada che la Statua della Libertà brandisce nella prima pagina del romanzo e che, come si sa, non esiste. Prima linea: l’America come un grande sogno kafkiano, come l’allegoria di un mondo che non necessariamente deve avere a che fare con l’America reale.
Seconda linea, legata in modo indissolubile alla prima a quella visionaria: l’emarginazione, la diversità, la condizione dell’emigrante. Maurizio me l’ha subito posta di fronte come chiave dello spettacolo all'inizio del nostro lavoro. E ancora di più oggi, in un’Europa dove i flussi migratori sono sempre più massicci e spesso drammatici, dove l’intolleranza affiora sempre più dura accanto all’accettazione, ecco uno spettacolo dove un ragazzo Boemo va in America, incontra un fuochista tedesco, fa un pezzo di strada con un disoccupato irlandese e uno francese, ha come compagno di lavoro un ragazzo italiano. Maurizio teneva molto a questa linea, voleva addirittura che ogni personaggio dicesse qualcosa nella sua lingua (anzitutto, il tedesco di Karl, ma anche il francese, l’inglese e l'italiano); voleva che questa sua America fosse una sorta di Torre di Babele, che è poi la direzione verso cui si è mosso.
La terza linea, la più sorprendente, quella in cui mi trovavo meno a mio agio, è quella musicale: qui Maurizio ha sfoderato tutto il suo istinto teatrale, il suo infallibile fiuto da uomo del palcoscenico. Nella sua prassi registica, credo, c’è un’incessante koinè di linguaggi (spaziale e scenografico, gestuale e vocale, musicale), ciascuno dei quali non può fare a meno dell’altro, ciascuno dei quali condiziona e stimola l’altro. Mentre leggeva le pagine di Amerika, nel suo cervello pullulavano le associazioni musicali, gli si disegnavano continue proposte per una possibile colonna musicale. Di fronte alla mia stupefatta reticenza professorale, con una sicurezza un po’ divertita e perfino un po’ spudorata, mi diceva: qui penso a un pezzo di rag – time, qui ci vuole assolutamente una vecchia canzone boema, qui bisogna trovare una nenia ebraica, qui invece una marcia militare. In un primo momento ho pensato: ma questa è pura follia, come si può unire il cupo discorso kafkiano, tutto centrato sulla sopraffazione e sulla frustrazione, con il rag – time? Invece, nonostante le mie iniziali perplessità (i salti nel buio, nella vita come nel lavoro, mi hanno fatto sempre una gran paura), mi son reso conto che Maurizio aveva ragione, che l’elemento musicale doveva esserci, che questa terza linea doveva mescolarsi alle altre due, la visionaria e la sociale: diventava anzi un elemento indispensabile al collegamento, alla mediazione.
Vorrei aggiungere un’altra nota al metodo di lavoro di Maurizio: la suggestione che su di lui esercita la parola. Come già nelle precedenti esperienze di riduzioni teatrali di testi narrativi, Maurizio vuole nei confronti dell’originale massimo rigore e rispetto. Non si riscrive Kafka, non si inventano battute diverse da quelle esistenti: dove c’è materiale dialogico dell’autore, lo si deve conservare e utilizzare al massimo. E tuttavia per la parola dell’autore Maurizio ha una sensibilità tutta speciale: ci sono frasi, battute che afferra, lascia risuonare dentro e su cui poi costruisce una proposta di lettura del tutto originale. Mi è capitato molte volte, nel corso del lavoro insieme, di sentirmi dire: guarda che Karl a tale pagina dice questo, tienine conto, oppure non dimenticare che la cuoca a pagina tale guarda una fotografia, è importante.
Così Maurizio mi ha condotto per mano, nel suo modo apparentemente distratto, casuale, in realtà assolutamente rigoroso e coerente, attraverso suggestioni che mescolano il testo kafkiano con la sua sensibilità e responsabilità registica, verso scelte precise, verso lo spettacolo che si costruiva sul palcoscenico del Piccolo Eliseo e che ora nel 2014 (a cento anni esatti dalla nascita di questo testo incompiuto) riparte da Napoli per l'Italia e l'Europa.
Parlavo prima di koinè di linguaggi: prima ancora che io mettessi mano ai primi abbozzi di copione, già Maurizio sapeva come voleva che cominciasse lo spettacolo e mi descriveva lo stupore di Karl di fronte alla Statua della Libertà, mi faceva sentire gli odori e gli umori del porto di New York, mi guidava all’interno della nave piena di emigranti in cui si perde Karl, vedeva sbucare da una porta scura il rozzo fuochista dall’accento tedesco. E mi raccomandava il “tema” della fotografia, che è poi quello del ricordo, del passato boemo ed ebraico del protagonista, il “tema” del teatro, presente in Brunelda e in Oklahoma, il “tema” della scrivania americana, allusione, con le sue misteriose manovelle, i suoi infiniti scomparti, a tutti gli attuali marchingegni della nuova tecnologia che avanza, altrettanto misteriosi (per me, almeno), e infine il “tema” del lungo viaggio verso Oklahoma, attraverso la grande America.
Come un veggente, che coglie con la sola imposizione delle mani il senso di un libro, così Maurizio ha visto, senza il bisogno di studi filologici, chiose, note e ricerche, quello che voleva far uscire dal testo. Da Amerika è uscito un discorso in cui Maurizio crede, e di cui abbiamo bisogno: un discorso contro tutte le discriminazioni, contro tutti i razzismi, contro tutte le violenze e gli ottusi autoritarismi.

 

TEATRO MENOTTI

via Ciro Menotti 11, Milano
tel. 02 36592544
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ridotto/under 25 - € 17,50

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