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Tre album per questo primo squarcio d’autunno: Flavio Giurato, Giovanni Succi e Francesco Pelosi. Recensione di Roberto Bonfanti

Tre album per questo primo squarcio d’autunno: Flavio Giurato, Giovanni Succi e Francesco Pelosi. Recensione di Roberto Bonfanti

Fra le tantissime uscite discografiche di questo primo squarcio d'autunno ce ne sono tre in particolare che non possono lasciare indifferenti: tre album estremamente diversi fra loro, figli di artisti provenienti da generazioni e storie fra loro lontane, eppure accomunati dalla capacità di muoversi all’interno del panorama della musica d’autore contemporanea in modo personale e sinceramente irrequieto.

Flavio Giurato non ha ovviamente bisogno di presentazioni e il suo nuovo album, “Le promesse del mondo”, è un'ennesima conferma dell’unicità del suo stile e della sua personalità: brani assolutamente destrutturati che ruotano attorno a parole crude e controverse le cui radici, intrecciando una sorta di spiazzante teatro a più anime, affondano più che mai nell'attualità e nella violenza della società odierna. Un lavoro e dolorosamente viscerale accompagnato da una ricerca sonora scarna e tesa che ne enfatizza l'effetto straniante.

Giovanni Succi, dopo essere stato negli ultimi vent'anni abbondanti l'anima di band di culto come i Madrigali Magri o i Bachi da Pietra, firma per la prima volta un'opera inedita a proprio nome, “Con ghiaccio”, e lo fa condensando il suo immaginario personale in una manciata di canzoni scarne e per nulla convenzionali in cui si fondono strafottenza punk, sporcizia blueseggiante, malinconie nebbiose, indolenza poetica e minuscoli frammenti di vita fatti esplodere fino a renderli scomodamente cinematografici.

Francesco Pelosi si era fatto finora notare come leader dei Merovingi, suggestiva realtà finalista dell'edizione 2016 di Rock Targato Italia. “Il rito della città”, suo esordio solista, affascina per il suo essere orgogliosamente fuori da ogni tempo: canzoni notturne dal sapore antico, rivestite da arrangiamenti minimali e suoni cupi, all'interno delle quali, in modo per nulla autocompiaciuto, aleggiano i fantasmi di eretici medievali o poeti russi, echi del secolo scorso, riferimenti alla cultura rock e istantanee disilluse di provincia.

Tre artisti di generazioni diverse, come detto in apertura (rispettivamente classe '49, '69 e '84), che scelgono di seguire ognuno il proprio percorso, la propria indole e le proprie inquietudini andando a comporre tre dischi diversissimi fra loro ma ognuno affascinante, coerente, viscerale e lontano dai cliché dei cantautori da osteria o di quelli da aperitivo. Tre album perfetti per immergersi nelle nebbie dell’autunno.

Roberto Bonfanti

www.robertobonfanti.com

 

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