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“È un mistero ciò che muove il cuore” - Omar Pedrini live a Milano - Recensione di Roberto Bonfanti

“È un mistero ciò che muove il cuore” - Omar Pedrini live a Milano - Recensione di Roberto Bonfanti

A Omar Pedrini voglio bene. Gli voglio bene perché, con quella sua aria genuina, quando avevo una quindicina d’anni lo vedevo un po’ come il fratello maggiore che ti sussurra che andrà tutto bene e ti suggerisce i libri da leggere o i dischi da ascoltare per trovare la tua strada, ma gli voglio bene anche per la purezza che non ha mai smesso di trasmettere e per la tenacia sorridente con cui ha saputo reagire ai momenti difficili ripartendo più volte da zero e continuando a costruirsi il suo percorso un passo dopo l’altro anche quando le luci dei riflettori più importanti sembravano essere ormai puntati lontano da lui. Gli voglio bene davvero da più di una ventina d’anni e, a giudicare dal calore con cui la platea dell’Alcatraz lo ha accolto in una tiepida serata di ottobre trasformando le due ore di concerto a Milano in un vero e proprio lungo abbraccio fra l’artista bresciano e il suo pubblico, siamo in tanti a volergliene.

Oltre a un pubblico calorosissimo, ad accompagnare e sostenere Omar in questo suo ritorno in grande stile su un palco importante da cui mancava ormai da anni, c’è una band compatta di altissimo livello che gli consente di assumersi il rischio di aprire il concerto con un brano lento come “Cane sciolto” ma anche di sfoderare subito dopo un’energia che non lascia scampo, alternando i brani principali degli ultimi due album, che in queste versioni live graffianti diventano ancora più accattivanti mettendo in mostra una scrittura sempre pulita e precisa, con alcuni grandi classici dal passato come la sempre splendida “Via Padana Superiore” e qualche autentica sorpresa come “Fresco” o una corale “Freedom” che chiude la serata.

Una grande band e un grande pubblico, certo, ma soprattutto un grandissimo Omar che appare in forma come non mai, non risparmiando nemmeno una goccia di sudore, rispondendo sempre nel modo più spontaneo alle dimostrazioni d’affetto della platea e riuscendo anche a gestire in modo impeccabile i tanti ospiti della serata, senza mai farsi rubare la scena o inflazionarne la presenza, con Dargen D’amico che fa freestyle sul finale di “Gaia e la balena”, Franco e Francesco dei Modena City Ramblers che accompagnano “Angelo ribelle” prolungandola nella parentesi folk strumentale di “Nonna quercia folk band”, lo scrittore russo Nicolai Lilin che dedica al padrone di casa una sua poesia, Matteo Guarnaccia che disegna in tempo reale il fondale del palco, Vittoria And The Hyde Park che fanno da contorno a “Sangue impazzito”, l’attore inglese Ryan O’Donnell che si unisce alla band durante i bis per un paio di cover dei Kinks e degli Who, e soprattutto il maestro Enrico Ghedi, storico tastierista dei Timoria, che raggiunge il vecchio compagno di mille battaglie per suonare due brani monumento come “Sole spento” e “Senza vento”.

Un concerto rock nel senso più puro e genuino del termine firmato da un artista che sembra vivere un meritatissimo nuovo momento magico continuando a portare coerentemente avanti la propria idea di musica e vita, ma soprattutto, come detto, un enorme abbraccio, da parte di un pubblico numerosissimo composto in gran parte da reduci di quella che lo stesso Omar aveva battezzato “la generazione senza vento”, a un uomo a cui evidentemente continuiamo a voler bene in molti.

Roberto Bonfanti
www.robertobonfanti.com

www.rocktargatoitalia.eu

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