Menu

Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch’io chiamo poesia

La poesia, una delle arti più nobili e forse creduta abbandonata nella modernità. Nulla di più errato, se si pensa a gruppi di artisti di avanguardia che hanno riscoperto una poesia che è insegnamento e rivolta silenziosa, sociale e politica. Esponente maggiore di questo tipo di arte è senza alcun dubbio il genovese Edoardo Sanguineti, che fin dai primi anni di formazione torinese, sperimenta modi nuovi, lessicali, tematici e simmetrici dell’arte poetica. Un intellettuale colto, a tratti erudito, cresciuto in una famiglia fondamentalmente borghese, che non gli ha fatto nulla mancare, ma che si rende conto con il tempo di quanti come lui possano rientrare a pieno titolo proprio nella categoria borghese senza neanche rendersene conto.

Sanguineti sviluppa inizialmente uno stile di difficile interpretazione con la prima opera, “Laborintus”, dove destruttura e ricompone la sintassi, il lessico, la posizione delle parole all’interno dell’impaginazione della poesia. Proprio su queste basi si fonderà il movimento del Gruppo 63, fondato proprio dall’autore, che segue gli ideali marxisti e dello strutturalismo linguistico, con cui l’opera viene vista come un insieme di elementi e unità, interpretabile nel proprio insieme solo tramite l’interazione fra gli elementi, resi più grandi, deformati, e fra i vari livelli di cui l’opera stessa è composta. I termini che il poeta usa sono una vera rivoluzione per la poesia, tanto da far nominare il movimento da lui fondato come una neoavanguardia, per segnare ancora di più la diversità con le avanguardie del secolo.

Il poeta genovese cambia, con gli anni, ancora il proprio stile, specialmente dopo la fine del movimento nel ’69, iniziando a rendere più concrete e comprensibili le proprie opere, usando un linguaggio più comune, una metrica più tradizionale, ma stravolgendo ugualmente le fondamenta, rendendo il tradizionale nuovo, attraverso i temi affrontati, il linguaggio non più solo aulico ma del gergo della strada, fino ad arrivare a una produzione che parla al popolo, che comunica in modo semplice, comprensibile a quella classe operaia che la letteratura ha il diritto e il dovere di istruire, e che può riuscire a farlo solo con una comunicazione più facile e veloce. Quasi una nuova scapigliatura, un nuovo ermetismo, un nuovo futurismo quasi, nonostante le tematiche diverse, ma con un uso estremo e originale della punteggiatura, delle maiuscole, dei registri, di tutto.

Edoardo Sanguineti è stato uno dei membri più importanti, fondamentali, del secolo scorso per la poesia e la letteratura generale italiana. Egli ha contribuito anche in altri ambiti come librettista, per il compositore Luciano Berio, come sceneggiatore teatrale, come romanziere, giornalista, critico e saggista. Svariata la sua opera e il suo impegno sociale che lo hanno portato a divenire membro attivo della politica italiana, proprio per il suo forte credo sull’importanza sociale della poesia e degli uomini di cultura, faro nella notte per il popolo, guida per l’apprendimento e per la conoscenza di un’epoca, di un passato, presente e futuro.

Rock Targato Italia non poteva che ricordare un pilastro, una guida, ma anche un amico sincero, un guerriero che ha combattuto per la cultura con una penna e ha portato avanti una rivoluzione da poeta antipoetico. Non poteva non ricordare Edoardo Sanguineti a cinque anni dalla sua dipartita, nel giorno in cui avrebbe compiuto 85 anni.

Ed è così che vogliamo ricordare il poeta, con una delle sue ultime poesie, un inno di ringraziamento e di elevazione della figura della donna, dove la femmina è figlia, moglie, madre, suocera. Dove la donna è simbolo di una rivolta ma silenziosa, di pace, di rifugio, del tempo che scorre. Dove la donna è fatta di carne, è legata alla terra ed è ella stessa la terra, è tangibile ed è lei, alla fine, il motore stesso dell’uomo, l’incarnazione più alta e vera dell’essere umano.

Ballata delle donne” di Edoardo Sanguineti

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

Leggi tutto...

Brunello Rondi: versatilità e horror sociale

Brunello Rondi, seppur poco noto ai più, si può ritenere a tutti gli effetti una figura di primaria importanza per la cultura italiana del secondo Novecento. È stato un intellettuale multiforme per interessi e produzione: dai saggi filosofici ai libri di poesie, dall’attività di musicologo alla regia e sceneggiatura, ambiti in cui si è distinto per versatilità e sperimentazione.

Il suo esordio come sceneggiatore e co-regista fu al fianco di Luigi Chiarini in "Ultimo amore" (1947); proseguì poi la carriera come sceneggiatore al fianco di Roberto Rossellini e per più di due decenni a quello di Federico Fellini con cui collaborò in “La Dolce Vita” (1960), “Boccaccio 70” (1962) e “8 ½” (1963). Il primo lungometraggio in cui esordì assumendone la direzione fu la trasposizione cinematografica di "Una vita violenta" di Pier Paolo Pasolini, in collaborazione con Paolo Heusch.

Benché formatosi nella temperie Neorealista, si distingue registicamente per l’interesse che mostra per l’analisi di passioni ambigue, superstizioni, psiche, mondo magico-religioso e figure femminili complicate e a tratti inquietanti. È questa attrazione, con il tentativo di criticare la corruzione morale della società, che lo spinse a dedicarsi registicamente a numerosi film tra cui possiamo ricordarne alcuni: "Ingrid sulla strada" (1973) in cui mostra un punto di vista totalmente opposto a "La Dolce Vita" felliniana raccontando con un registro quasi grottesco quelle che sono le contraddizioni di Roma, e della società nella sua interezza, all’alba degli anni ’70 e l’universalità della violenza; "Il demonio" (1963) che pur venendo accolto con freddezza alla Mostra di Venezia, si aggiudicò al Festival di Berlino l’Orso d’Oro per la miglior regia.

In "Il demonio" mette in scena i tormenti della psiche umana e una sensualità morbosa, con formule magiche e interesse etnologico, con analisi sociale e antropologica delle problematiche femminili che permea tutta la sua produzione; un’opera quasi disturbante che a tutti gli effetti si può considerare tra i primi horror di firma italiana, nonché anticipatore nel filone di film che trattano possessioni ed esorcismi, senza effetti speciali o eccessi visivi, andando quasi a ispirare film come il più tardo "L’Esorcista"; un horror sociale però, in cui di veramente pauroso c’è l’oscurantismo, l’emarginazione, l’ignoranza e la violenza di una società arretrata e poco aperta.

Leggi tutto...

43 anni di assenza: l'immortale Ennio Flaiano

« La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia. » ___Ennio Flaiano

Irriverente, arcimboldo antidemagogico, anti progressista, anti marxista, anti borghese, perso fra erotismo, alienazione, noia del benessere improvviso tipico della nuova classe borghese dei caffè del dopoguerra. Fine ed ironico, ma anche acre e tragico moralista. Dal vivo senso del grottesco e della satira con cui stigmatizza gli aspetti paradossali della contemporaneità. Il suo nome è legato a Roma, città amata-odiata, della quale ha vissuto ogni tipo di carattere e raccontato i vizi e le virtù. Rifiutante dopo gli anni ’50 della poesia di quel decennio, come anche delle avanguardie, della poesia adulta e impegnata e di quella da passeggio.

Tutto questo forse può bastare a ricordare uno dei nomi più importanti del panorama intellettuale italiano. Un critico cinematografico, uno sceneggiatore, un romanziere, un giornalista, un citazionista. In due parole: Ennio Flaiano, scomparso a causa di un infarto esattamente 43 anni fa.

Al suo nome sono legati indissolubilmente i suoi progetti, le sceneggiature di ben dieci film di Fellini (Luci del varietà, Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Il bidone, Le notti di Cabiria, La dolce vita, Boccaccio 70, 8 e ½ , Giulietta degli Spiriti) e di altri grande registi come Luigi Zampa, Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni e Gian Luigi Polidoro.
Partito nel 1939 come recensore cinematografino per il neonato "Oggi", comincia già a far parlare di sé, sfruttando le critiche alle uscite filmiche per manifestare il proprio dissenso nei confronti del regime fascista, iniziando nel frattempo a frequentare quei famosi caffè letterari, come l’Antico Caffè Greco, dove transitano personaggi del calibro di Carlo Levi, Aldo Palazzeschi e Orson Welles.
Attivo per tutta la sua vita in molteplici testate giornalistiche, svolgendo ruoli rilevanti come, ad esempio, capo redattore de "Il Mondo", si è distinto in mille e più campi, anche se il legame iniziato nel 1943 con il cinema rimane forse quello più forte, arrivando a far intitolare, a soli due anni dalla sua scomparsa, quello che ad oggi è ritenuto il massimo premio per soggettisti e sceneggiatori cinematografici: il Premio Flaiano di Pescara, la sua città natale.
Acuto osservatore, abile parlatore ed estremamente preciso lungimirante, la sua assenza ha lasciato un vuoto incolmabile nella letteratura e nell’opinione del nostro paese, in un modo che solo i grandi uomini e i grandi artisti possono fare.
Una celebrazione, quella di Rock Targato Italia, per omaggiare l’ideatore di aforismi che hanno segnato il pensiero e la filosofia di un’intera generazione.

«Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere.» ___Ennio Flaiano

Leggi tutto...

FABRIZIO COPPOLA E I SUOI MIRACOLI A MILANO; Intervista di Roberto Bonfanti

FABRIZIO COPPOLA E I SUOI MIRACOLI A MILANO

Intervista di Roberto Bonfanti

“Miracoli a Milano” (www.miracoliamilano.com) è un blog curato da Fabrizio Coppola in cui lo scrittore e cantautore raccoglie, attraverso una serie di suoi micro racconti, delle piccole polaroid umane riprese girando per Milano e dedicando, con il suo sguardo estremamente sensibile, qualche istante di attenzione alle persone che incrocia per caso. Un modo intelligente FABRIZIO COPPOLA E I SUOI MIRACOLI A MILANO per raccontare la città staccandosi dagli stereotipi e dai discorsi troppo grandi per concentrarsi sugli aspetti più umani e quotidiani.
Ho pensato di fare due chiacchiere con Fabrizio, artista di cui ho sempre ammirato la schiettezza e la profondità, per scoprire qualcosa in più sul progetto ma anche per fare un rapido punto della situazione sul suo percorso artistico fra musica e letteratura.

Partiamo da “Miracoli a Milano”? Come nasce il progetto? E come si sta evolvendo?
In realtà, non c’era un’idea di partenza. Solo una serie di racconti che ho cominciato a scrivere l’anno scorso e che ogni tanto postavo su facebook. Poi i racconti piacevano, io continuavo a scriverne e così ho pensato di creare il blog e dare una forma al progetto. La spinta definitiva è arrivata dalla lettura di “M, una metronovela”, di Stefano Bartezzaghi, che consiglio a chi non l'avesse letto, ovviamente. Poi il mio gusto per la scrittura seriale, gli elenchi e le catalogazioni hanno fatto il resto. “Miracoli a Milano” è una specie di tentativo di catalogare la realtà, perlomeno quella che cade sotto il mio sguardo. Un modo per tenere in vita delle storie che altrimenti andrebbero perdute: se racconti una storia, questa continua a vivere.

Fra le storie che hai raccontato ce n'è qualcuna che ti ha appassionato più delle altre?
Be', ci sono alcune storie molto buffe, altre più amare ma non saprei dirti se ne ho una preferita. So che alcuni miracoli mi piacciono più di altri perché la scrittura mi soddisfa di più. Ovviamente tutte le storie che decido di raccontare devono avermi colpito, altrimenti non si innesca il meccanismo della scrittura.

Dai racconti, anche negli episodi più difficili, esce sempre una visione romantica della città e di chi la abita. E' una scelta precisa, quella di raccontare Milano in quel modo o hai davvero, oggi, una visione così poetica di Milano e dei milanesi? Credi sia cambiato qualcosa fra la Milano di oggi e quella che, in una tua canzone di una decina d'anni fa, descrivevi come "un buco nero dentro al cuore"?
Forse sono cambiato io e il mio modo di guardare la città e le persone che la abitano. Forse oggi sono più disponibile a cercare di comprendere il comportamento delle persone invece di giudicarlo tout-court, sono più empatico in qualche modo. Per lo sguardo poetico, quello credo di averlo sempre avuto: alcune situazioni risuonano dentro di me in un modo che mi risulta ancora oggi incomprensibile, inspiegabile. A volte basta un piccolo gesto di una persona, anche solo un particolare (una camicia sgualcita, lo smalto rovinato sulle dita di una mano) per farmi stabilire una relazione emotiva con quella persona. In fondo l'idea è che siamo tutti sulla stessa barca, e se riusciamo a condividere con il prossimo le gioie e le tragedie della vita forse il carico di ognuno di noi potrà alleggerirsi un po'. Che poi è quello che faceva il blues.

“Katana”, il tuo romanzo d'esordio, sembrava andare proprio nella direzione opposta rispetto a questi racconti, essendo un lavoro molto scuro e crudo, quasi senza speranze. Vogliamo spendere due parole sul romanzo?
Scuro e crudo sì, anche se non del tutto senza speranza. Non credo di aver mai scritto una sola riga o una sola canzone che non contenesse in sé perlomeno un barlume di una luce, di una direzione nella quale muoversi per superare il dolore. E anche in “Katana” c'è questa luce. Flebile, fragilissima, eppure c'è. Mi interessava raccontare quella storia e soprattutto quel personaggio, totalmente alienato, fuori contesto, estraneo, solo.

A distanza di ormai due anni dalla pubblicazione del libro, che bilancio faresti di questa tua prima esperienza da scrittore?
Be', direi un bilancio positivo, anche se immagino “Katana” come il primo passo di un percorso che spero lungo: scrivere mi piace sempre di più e mi viene sempre più naturale. Alcuni lettori mi hanno scritto rimproverandomi l'eccessiva durezza della storia, altri per dirmi che l'avevano trovata toccante e commovente. L'importante è che un lavoro, di qualsiasi genere esso sia (disco, libro, film), lasci qualcosa a chi entra in contatto con esso, altrimenti non serve a nulla.

Una cosa che non si può non notare è la scelta di autoprodurre completamente il romanzo. Come mai questa decisione? Sfiducia nel mondo dell'editoria o altro?
Più che di sfiducia direi che è stata la consapevolezza che sarebbe stato molto faticoso trovare un editore disposto a scommettere e investire su una storia così scura e dolorosa. Nessun dipartimento marketing sarebbe stato felice di promuovere un romanzo del genere, e oggi il marketing pesa tantissimo nelle scelte di un editore, perché sono poi gli agenti di vendita a dover convincere i librai a ordinare il libro e a decretarne quindi il successo. Oltre a ciò, avevo fretta di pubblicare “Katana” anche per liberarmene, dopo averci lavorato a più riprese in più o meno cinque anni. E la possibilità di produrre il tutto da solo, lavorando con un editor e una grafica, mi ha attratto fin dall'inizio. Per un musicista indipendente non è una novità lavorare in questo modo, solo che invece di produrre un disco stampi un libro, ma la sostanza non cambia.

So che collabori come editor con diverse case editrici: da addetto ai lavori, che visione hai del mondo dell'editoria odierna?
Be', è un mondo variegato, complesso. In ogni caso, mi preme dire che io lavoro sui testi, a volte traduco anche, quindi il mio lavoro non ha alcun legame con le scelte e le politiche editoriali, per fortuna.

E, da musicista e scrittore, che differenze credi ci siano fra l'ambiente della discografia e quello dell'editoria?
Non saprei, l'ambiente della discografia non lo frequento più da molto tempo, e in ogni caso ho sempre e solo avuto a che fare con piccole se non piccolissime etichette discografiche. Credo di essere entrato una volta sola negli uffici di Warner e una in quelli di Universal, e quelle seppur brevi esperienze non mi hanno lasciato la voglia di tornarci, diciamo (né le persone lì dentro avevano alcuna voglia di rivedere me, sia chiaro). Per il mio lavoro editoriale invece collaboro con grandi editori, quindi mi risulta difficile fare un parallelismo tra le due situazioni.

Ricordo che, all'uscita del romanzo, ti eri espresso in modo piuttosto critico sull'eventualità di fare reading e dare al libro una dimensione “live”. Cosa ti ha poi fatto cambiare idea? E com'è stato confrontarsi direttamente col pubblico mischiando le tue canzoni con le parole del romanzo?
Sulle presentazioni ho cambiato idea perché sono riuscito a trovare un modo per non fare una presentazione standard, quella classica nella quale lo scrittore legge brani e il pubblico ascolta. Credo che la lettura debba essere un'attività solitaria: si legge da soli, così come si scrive da soli. Quindi ho fatto una decina di queste presentazioni/concerto, ed è stata una bella esperienza. Quello che posso dire è che è stato strano ottenere un riconoscimento quasi maggiore di quello che ho ottenuto con i miei dischi: insomma, se fai dischi, vabbe', d'accordo, sarai anche bravo ma tutto finisce lì. Se scrivi un libro invece ottieni subito un'aura e un'attenzione diverse: "Ah, cavolo, hai scritto un romanzo?" Una cosa che mi ha stupito molto, e anche fatto un po' incazzare, a essere sinceri.

Negli ultimi mesi hai partecipato anche al progetto “Piccoli maestri”, andando a leggere romanzi classici nelle scuole. Vuoi raccontare qualcosa di quest'esperienza? Che riscontro hai avuto da parte degli studenti?
Un'esperienza molto appagante. Faticosa per certi versi ma molto appagante. Io propongo “Novecento” di Baricco agli studenti delle medie, un romanzo che mi permette di parlare di alcuni temi che mi stanno a cuore: la musica, l'idea del viaggio, l'oceano, il nostro passato di migranti, l'America, la città, i sogni... Ai ragazzi delle superiori invece propongo “Il giovane Holden” e poi una lettura/concerto su “Furore” di Steinbeck, inframmezzata dalle canzoni di grandi songwriters americani cantate così, senza amplificazione, chitarra in mano, passeggiando per l'aula. La risposta che ottengo di solito è sempre superiore alle aspettative. I ragazzi sono svegli, interessati, curiosi, attenti: sono un patrimonio che andrebbe curato maggiormente, che andrebbe stimolato e messo nelle condizioni di sviluppare il proprio potenziale. In particolare, ho scoperto nelle parole dei ragazzi come Holden sia un personaggio ancora estremamente reale, che tocca questi studenti oggi così come ha toccato me quando l'ho letto la prima volta al liceo. E inoltre, almeno i ragazzi che ho incontrato io, non hanno difficoltà nell'immedesimarsi nelle storie come quella di Steinbeck, in teoria distanti anni luce dal loro vissuto. E questo dice che i veri capolavori sono quelli che continuano a parlare al mondo e del mondo anche decine di anni dopo essere stati scritti, e poi che una buona storia, quando è buona sul serio, travalica i confini dello spazio e del tempo: il cuore dell'esperienza umana, in fondo, è sempre lo stesso, indipendentemente dalle variazioni del contesto in cui viviamo.

Sono passati ormai due anni dall'uscita di “Katana” e quattro dal tuo ultimo album. C'è qualcosa di nuovo in cantiere? Cosa vedi nel tuo futuro?
Ho molte canzoni nuove ma non sono ancora pronto a pensare a un nuovo disco. Forse potrebbe non esserci più un nuovo disco ma piuttosto singole canzoni pubblicate di volta in volta. Fare un disco oggi non ha più molto senso e non ho alcuna voglia di pubblicare un nuovo album, che comporta un lavoro enorme, per vederlo uscire dai radar dopo una settimana e qualche post su fb: ho troppo amore e rispetto per la musica per trattarla in questo modo. Attualmente sto scrivendo le musiche per uno spettacolo su Dino Campana che dovrebbe debuttare l'anno prossimo e che con un po' di fortuna potremo portare a zonzo per lo stivale. Poi ci sono i Miracoli e un altro romanzo, di cui sto finendo la prima stesura, ma è presto per parlarne.

Fabrizio Coppola (Milano, 1974) è un songwriter e scrittore milanese. Ha pubblicato cinque dischi (“La superficie delle cose”, 2003; “Una vita nuova”, 2005, “La stupidità Ep”, 2009, “Last Light on Earth”, 2011, “Waterloo”, 2011) e tenuto concerti in tutta Italia e all’estero. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo romanzo, Katana. Dal 2014 fa parte del collettivo Piccoli Maestri, scrittori che diffondono la lettura nelle scuole. Collabora in veste di editor free lance, traduttore e autore con diverse case editrici, occupandosi di narrativa italiana e internazionale, viaggi.

Più info su: www.fabrizio-coppola.net

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Contatti

ROCK TARGATO ITALIA
c/o Divinazione Milano Srl
Via Palladio 16 20135 Milano
tel. 02.58310655
info(at)rocktargatoitalia.it

Log In or Sign Up

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?