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Due chiacchiere con Federico Tozzi, editore e libraio.

Due chiacchiere con Federico Tozzi, editore e libraio.

intervista di Roberto Bonfanti

Il mondo dei libri è qualcosa di estremamente sfaccettato e indagarne a fondo le dinamiche è un’operazione complessa che riserva continuamente sorprese, snodi indecifrabili e cambiamenti. Per provare a capirci qualcosa in più, ho pensato di fare due chiacchiere con un vecchio amico che ormai da qualche anno vive completamente immerso fra sogni, progetti e volumi stampati: Federico Tozzi.

Federico, oltre a essere da sempre un attento e appassionato lettore, è anche il titolare della deliziosa libreria Le Corti di Saluzzo (CN) e il fondatore della casa editrice a suo nome che da un paio di anni si occupa di riscoprire e dare nuova vita a piccoli gioiellini perduti della storia della letteratura. A chi meglio di lui, dunque, si può chiedere un punto di vista sull’editoria e le sue strade intricate?

* Iniziamo con una piccola presentazione? Chi è Federico Tozzi? Come nasce la libreria Le Corti? E come il progetto Federico Tozzi Editore? Insomma, come ti è passato per la testa di buttarti in queste avventure ai limiti della follia?

Federico Tozzi è semplicemente un appassionato di libri. Una persona come tanti altri con dei sogni nel cassetto. Nel 2006 da lettore mi sono trasformato anche in libraio. È stato un percorso quasi naturale. Continuavo a cambiare lavoro e ad essere insoddisfatto; un giorno mi sono chiesto dove mi sarei visto bene tra vent’anni e mi sono risposto tra i libri. Il passo seguente è stato cogliere l’occasione di avere un piccolo locale libero a Saluzzo. Mi sono attivato e, armato di buona volontà e di un mare di inesperienza, mi sono buttato. La libreria Le Corti c’è ancora per cui direi che tutto sommato è stato un salto nel buio andato a buon fine. Per quanto riguarda la casa editrice devo ammettere che soprattutto all’inizio in tanti mi hanno dato del folle… io però due anni fa mi sono detto “o lo fai adesso o non lo farai più” e non volendo avere il rimpianto di non averci provato mi sono lanciato in questa nuova avventura. I motivi per cui l’ho fatto sono principalmente due: il primo è che uno dei miei sogni era proprio lavorare in una casa editrice, per la precisione Adelphi, il secondo è che ero stanco di scoprire che un sacco di bei libri in Italia non si trovavano più o ancora peggio non erano mai stati tradotti. Facendo il libraio mi capita sovente di dover rispondere a dei clienti che il libro che cercano o che vogliono regalare non esiste più, inoltre volevo provare nel mio piccolo a salvare quei libri che per me hanno un significato, che ho amato e che vorrei poter consigliare o regalare. Ci sono un sacco di libri che meritano di essere ancora letti e che pagano il solo fatto di non essere stati scritti da autori (o personaggi) di grido e di aver appiccicato addosso la polverosa etichetta di classici; il che è incredibile perché un classico non è un libro vecchio ma un libro che sa parlare a differenti generazioni di persone, un classico è un libro vivo che sa trasmetterti delle emozioni.

* Passiamo subito alle domande difficili: da editore e da piccolo libraio, cosa pensi del momento attuale dell'editoria italiana?

Penso che quello che sta succedendo sia per certi versi incredibile ma ancora di più triste. La concentrazione in poche mani di quasi tutto il mercato e il lento soffocamento di chi rimane fuori dalle logiche commerciali non porterà che a peggioramenti. L’incredibile è che nessuno se ne renda conto, che l’antitrust abbia accettato che PDE “finisse” in Messaggerie ad esempio. Il problema non è solo Mondazzoli. Il problema in Italia è che i grandi editori fanno anche i distributori e i librai. Si fanno le regole da soli. Se vogliamo una società e una cultura dove pochi decidono per tutti ok, ma se vogliamo essere liberi di leggere quello che ci pare allora questo è un problema. Io non voglio dire che piccolo e indipendente è bello, voglio dire semplicemente che vorrei poter partecipare alla gara partendo alla pari con gli altri concorrenti. Vorrei una legge del libro come quella francese o tedesca che spostasse la concorrenza sul rapporto qualità/prezzo obbligando tutti gli editori a provare a realizzare libri di qualità e con un prezzo onesto. Oggi al contrario la concorrenza si fa solo sullo sconto, con i grandi editori che alzano volutamente il prezzo di copertina del libro per poi venderlo scontato con campagne fittizie a cui alla fine possono accedere solo le librerie di catena e i grandi store online, cioè loro stessi. Questo procedimento è scorretto nei confronti di chi non fa parte di una determinata cerchia ed è una presa in giro del lettore che si vede il prezzo del libro prima aumentato e poi scontato in modo che alla fine lo paghi come prima ma debba comprarlo dove vogliono loro e debba anche dire loro grazie.

* E' proprio vero che gli italiani non leggono? Perché, secondo te?

Si, temo proprio che sia vero. Per lo meno lo è secondo i dati ufficiali. Per esperienza ho scoperto che ci sono persone che leggono tantissimo e molte altre che non leggono nemmeno un libro in un anno. Non conosco il motivo per cui gli italiani leggono così poco. Di sicuro ci saranno molte concause; quella che mi preme sottolineare è l’errata narrazione per cui un libro è un semplice passatempo equiparabile a navigare online o a guardare la tv etc. Un libro è molto di più. Un libro è un mondo e un viaggio all’interno dello stesso. Credo che nessuno tra un viaggio e un programma tv sceglierebbe il programma. Inoltre c’è il rischio che una persona che si avvicina alla lettura incappi per svariati motivi in libri brutti e deludenti e alla fine ne desuma che leggere è noioso quando invece ha solo avuto la sfortuna di leggere testi di bassa qualità e questo di solito capita perché il livello dei volumi più noti è di frequente mediocre per colpa di quella rincorsa folle verso il bestseller che deve raggiungere il numero maggiore di persone e pertanto per piacere a tutti alla fine perde caratteristiche, stile e personalità. 

* La tua casa editrice è piuttosto recente mentre la libreria, per quanto ancora giovane, è attiva ormai da qualche tempo per cui hai vissuto sulla tua pelle i cambiamenti che può avere subito il mondo dei libri negli ultimi dieci anni. Come è cambiata, a tuo avviso, la situazione dai tempi in cui hai aperto la libreria a oggi?

La situazione è cambiata tantissimo. Non vorrei esagerare ma il cambiamento è stato epocale per certi versi. Quando ho iniziato non esistevano ancora i database dei distributori per cui non si sapeva cosa c’era realmente nei magazzini, non conoscevi i lanci settimanali e quando un cliente ti prenotava un libro tu non avevi la minima idea dei tempi in cui lo avresti avuto. Gli dicevi “Passi la prossima settimana”. Io ogni settimana andavo in pausa pranzo a Torino dai vari grossisti/distributori a scegliere le novità ed era una faticata ma al contempo era anche un modo per confrontarsi con persone che spesso avevano molto da insegnarti. Il mio maestro, quello che mi ha insegnato tante cose di questo lavoro si chiama Riccardo. Ora tutto è cambiato. Molto grossisti non esistono più, si fa tutto via internet e la concorrenza è diversa. Non ci sono solo più le altre librerie del tuo paese ma concorrenti molto agguerriti come i negozi online. Inoltre c’è anche l’ebook. È letteralmente un altro mondo, con vantaggi e svantaggi, uno dei quali è la corsa forsennata per avere tutto e subito per cui se prima un libro lo aspettavi senza problemi per una settimana adesso lo vuoi per il giorno stesso o per quello seguente e questo servizio richiede un processo lavorativo durissimo che coinvolge molte persone sempre più schiacciate da richieste quasi insostenibili. Non a caso sono molto frequenti gli scioperi della logistica dei corrieri per esempio.

* Un paio di mesi fa ho intervistato Vincenzo Di Pietro che faceva notare come spesso i piccoli editori si limitino a fare da “stampatori”, scaricando poi sull'autore il compito di inventarsi strade impossibili per promuovere il libro. Tu esci da questo meccanismo perché hai scelto di pubblicare solo autori non contemporanei. Come si promuove dunque un libro come quelli che tu pubblichi, specie in quest'epoca in cui la comunicazione è ovviamente rapida e dinamica?

Eh bella domanda Rob. In tutta onestà non credo di averlo ancora capito. So che il mio punto di forza è quello di proporre autori su cui c’è già un marchio di qualità. Chi compra Strindberg non si deve fidare delle parole dell’editore perché Strindberg è già riconosciuto come uno dei massimi autori della letteratura dell’800/900. Io non so darti una vera risposta alla tua domanda né conosco la soluzione alla stessa, posso dirti quello che vorrei io: riuscire progressivamente a creare un legame con un gruppo di persone che abbiano gusti simili ai miei, che siano interessati ai miei libri e che si fidino delle mie scelte. Una specie di nicchia di appassionati insomma. E poi, se possibile, allargarla convincendo i lettori a dare una chance ad autori che ancora oggi hanno molto da dire.

* Come nasce un tuo libro? O, meglio, come scegli i libri da pubblicare?

Io ho una semplice regola di base: pubblico esclusivamente libri che piacciono a me.

Se un libro mi piace è ok, in caso contrario non lo pubblico anche se fosse il nuovo bestseller. Alla base c’è il concetto della libreria di casa dove stanno tutti i libri che ami. La mia casa editrice è una versione “aperta” della mia libreria. I libri li scelgo personalmente. Sono una persona curiosa per cui mi piace cercare in giro per il mondo testi che manchino sul nostro mercato. Certo, mi faccio consigliare, ma alla fine la decisione deve essere mia. Non pubblico a pagamento e pertanto mi sento libero di spaziare e scegliere ciò che credo meriti di essere letto. Devono essere libri che consiglierei senza problemi a un amico o a un cliente che mi chiede un aiuto insomma.

* Ti va di raccontare qualcosa sui libri che hai pubblicato fino ad oggi? Anzi, facciamo un gioco: visto che ti ricordo molto appassionato di musica, per ogni libro mi dai una brevissima descrizione e suggerisci un disco o una canzone che gli si possa accostare.

Ok, ci sto ma lo faccio in parte con i film perché, come sai, la musica che ascolto io è un pochino di nicchia…

In ordine di apparizione:

“Versante sud” di Eduard von Keyserling: potrebbe essere un film di Rohmer per il tono all’apparenza lieve. È un romanzo che per ambientazione ricorda Cechov, dove le tensioni non sembrano mai raggiungere la superficie fino a che improvvisamente deflagrano. Una storia sulla fine di un mondo e di un sogno romantico.

“Mare aperto” di August Strindberg: a me ricorda sempre “L’isola della follia” di Scorsese. È l’ultimo romanzo di Strindberg prima della crisi di “Inferno”. È il romanzo nietzschiano per antonomasia. Un viaggio nella psicologia di un personaggio che aspira ad essere un “oltreuomo” e che si scontra con una realtà che lo vede come diverso e pertanto lo trasforma in un capro espiatorio.

“La confessione di Lucio” di Mario de Sa-Carneiro. Il romanzo dell’ambiguità. Una confessione in prima persona che confonde il lettore fino a chiedersi quale sia la verità e cosa sia davvero accaduto. Un piccolo rompicapo e al contempo la storia disperata di chi non può o non riesce ad accettare se stesso. Non voglio svelare troppo per cui cito Antony & the Johnsons e al contempo “Il gabinetto del dottor Caligari” che non ha nulla a che vedere con la trama ma è stata la chiave del tutto casuale che mi ha aperto la porta che da sulla struttura del libro.

“L’amore” di Pierre Neuhart – Aftalion, Alexandre.  Assolutamente Moltheni “L’età migliore”. Il romanzo del fallimento dell’amor fou. Della nostalgia e dell’incapacità ad amare. Dedicato a chi si è lasciato sfuggire il proprio amore.

* Ora però dimmi la verità: hai scelto di pubblicare solo autori non contemporanei perché vuoi evitare i classici litigi editore-autore e non vuoi ritrovarti sommerso da manoscritti e proposte da parte di autori e agenti letterari, vero?

Ah ah ah, fidati che i manoscritti e le richieste mi arrivano lo stesso… e lo trovo incredibile perché basterebbe guardare il mio micro catalogo per capire che non tratto autori contemporanei. La verità è che i litigi ci sono lo stesso, fidati, e i casini pure. Come ti dicevo prima voglio scegliere io, non selezionare. Se mi piaci ti cerco io insomma. Inoltre pubblicare un autore contemporaneo richiede anche delle capacità promozionali elevate in modo da farlo conoscere e io sono ancora molto inesperto nel campo della promozione. Un passo alla volta. Per ora seguo la mia strada e mi basta e avanza. In futuro vedremo, mai dire mai…

* Battute a parte, trattandosi di autori non contemporanei, mi incuriosisce il meccanismo pratico che porta alla pubblicazione. Come funziona con i diritti? Contattati i discendenti dell'autore?

C’è una prima distinzione da fare: diritti d’autore e diritti d’autore di traduzione. Per quel che concerne l’autore del volume se sono scaduti non hai problemi: sono liberi. Se invece ci sono ancora di solito li detiene un editore o un’agenzia e devi comprarli da loro per un tot di anni. Se il testo è in lingua straniera o lo fai tradurre e paghi un traduttore per farlo, oppure devi comprare la traduzione esistente da chi ne possiede i diritti, e allora nuova caccia al traduttore o agli eredi. A volte sei fortunato e fila tutto liscio perché hai a che fare con persone disponibili e che capiscono l’intento del tuo progetto altre, per svariati motivi, lo sei meno. Credo faccia parte del gioco.

* Noto che curi molto anche l'aspetto grafico dei libri che pubblichi per cui suppongo che credi molto nel libro come “oggetto sacro” da conservare e sfogliare. E' così? E, in questo senso, che idea hai dell'ebook o del mondo digitale in genere?

Assolutamente si! Io non considero il libro una oggetto sacro ma un oggetto che deve essere bello al tatto e alla vista. Per cui ti ringrazio per aver notato questo aspetto. Ci proviamo, a volte ci viene bene altre meno. Io voglio libri che siano particolari, riconoscibili nel loro stile e che siano belli da maneggiare. Credo sia l’unico modo per trasformare un testo in qualcosa che meriti di essere conservato nella propria biblioteca. L’e-book non mi piace ma so che c’è e bisogna farci i conti. Per questo per il libro cartaceo per competere deve avere un plusvalore e questo lo può solo dare l’eleganza e la bellezza dello stesso.

Credo che la crescita del mondo digitale in realtà sia per il momento un’occasione mancata. L’e-book dovrebbe essere il mezzo per conservare e rendere fruibile quell’immenso patrimonio di testi che oggi non si possono più pubblicare in carta. Libri di studio insomma. Invece si trovano soprattutto bestseller e auto pubblicazioni. È una rivoluzione piegata alle regole del profitto.

* Chiudiamo con un'altra battuta: sei libraio, editore e appassionato lettore. Per chiudere il cerchio, ti manca solo di diventare anche scrittore. Ci hai mai pensato?

Accidenti come corre il tempo! È già il momento di chiudere il cassetto dei sogni. Mi spiace Rob! A questo magari rispondo la prossima volta.

Roberto Bonfanti

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ANCORA VIVI - BAR BOON BAND - il docufilm sulla band musicale dei senzatetto di Milano


ANCORA VIVI - BAR BOON BAND
il docufilm sulla band musicale dei senzatetto di Milano

SPAZIO OBERDAN
Dal 18 dicembre 2015 al 3 gennaio 2016


Presso Spazio Oberdan dal 18 dicembre 2015 al 3 gennaio 2016 Fondazione Cineteca Italiana si scoprirà una Milano diversa, nascosta, sotterranea, ma ricca di profonda, commovente umanità.
Ancora vivi – Bar Boon Band di Massimo Fanelli, realizzato in collaborazione con RAI CINEMA, vede protagonisti alcuni senzatetto che hanno dato vita a una band che è l’espressione della loro passione per la musica. Attraverso questa esperienza straordinaria, Ancora vivi riesce a raccontare con sincera partecipazione e accorato rispetto le difficoltà e gli smarrimenti ma anche l’inesauribile vitalità di persone costrette a un’esistenza ai margini.
Tutte le proiezioni saranno seguite da interventi musicali dal vivo della Bar Boon Band.
Alle proiezioni del 18, 20 e 27 dicembre il regista Massimo Fanelli sarà presente in sala.
Opera realizzata con il sostegno della Regione Lazio – Fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo in collaborazione con Csc (Sede di Milano), Lombardia Film Commission e patrocinata da Comune di Milano, Fondazione Exodus.

SCHEDE DEL FILM E CALENDARIO

Venerdì 18 dicembre h 21.15 / Domenica 20 dicembre h 19 / Domenica 27 dicembre h 21 / Mercoledì 30 dicembre h 17 / Domenica 3 gennaio h 19
Ancora Vivi – Bar Boon Band
R.: Massimo Fanelli; Sc.: Massimo Fanelli in collaborazione con Walter Pozzi; Fot.: Francesco Ciccione. Mont.: Andrea Bonanni. Musiche: Bar Boon Band, Fabrizio Fornaci. Scenog.: Alessandra Stirpe. Voce narrante: Carlo Valli. Int.: Edwin Bischeri, Elisa Ceglia, Luciano Chiarenza, Massimo, Marco Furini, Isa, Simeon Monov, Danilo, Daniele, Diego Raiteri, Mauro Ramerio, Giovanni Redaelli, Maurizio Rotaris, Yna Velleca. Con la partecipazione straordinaria di: Vinicio Capossela, Gigi Cifarelli, Don Antonio Mazzi, Carlo Valli. Produtt. esecutivo: Paolo Pelizza. Italia, 2015, 80’.

Ancora vivi è un’opera al confine tra il film e il documentario. Dall’alba al tramonto si racconta la giornata della Bar Boon Band, la band musicale fondata dai senzatetto di Milano, e dei suoi componenti alle prese con l’organizzazione del concerto di Natale. Grande protagonista del film è la loro musica che, ora divertente ora malinconica, racconta le storie e le vicissitudini di tante persone legate a una realtà così nascosta, difficile e profonda evidenziando, al contempo, l’importante funzione dell’arte nella società contemporanea.
Tutte le proiezioni saranno seguite da interventi musicali dal vivo della Bar Boon Band.
Alle proiezioni del 18, 20 e 27 dicembre il regista Massimo Fanelli sarà presente in sala.

info SPAZIO OBERDAN
Viale Vittorio Veneto 2,
angolo piazza Oberdan
Biglietteria: 02 7740 6302/00

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Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch’io chiamo poesia

La poesia, una delle arti più nobili e forse creduta abbandonata nella modernità. Nulla di più errato, se si pensa a gruppi di artisti di avanguardia che hanno riscoperto una poesia che è insegnamento e rivolta silenziosa, sociale e politica. Esponente maggiore di questo tipo di arte è senza alcun dubbio il genovese Edoardo Sanguineti, che fin dai primi anni di formazione torinese, sperimenta modi nuovi, lessicali, tematici e simmetrici dell’arte poetica. Un intellettuale colto, a tratti erudito, cresciuto in una famiglia fondamentalmente borghese, che non gli ha fatto nulla mancare, ma che si rende conto con il tempo di quanti come lui possano rientrare a pieno titolo proprio nella categoria borghese senza neanche rendersene conto.

Sanguineti sviluppa inizialmente uno stile di difficile interpretazione con la prima opera, “Laborintus”, dove destruttura e ricompone la sintassi, il lessico, la posizione delle parole all’interno dell’impaginazione della poesia. Proprio su queste basi si fonderà il movimento del Gruppo 63, fondato proprio dall’autore, che segue gli ideali marxisti e dello strutturalismo linguistico, con cui l’opera viene vista come un insieme di elementi e unità, interpretabile nel proprio insieme solo tramite l’interazione fra gli elementi, resi più grandi, deformati, e fra i vari livelli di cui l’opera stessa è composta. I termini che il poeta usa sono una vera rivoluzione per la poesia, tanto da far nominare il movimento da lui fondato come una neoavanguardia, per segnare ancora di più la diversità con le avanguardie del secolo.

Il poeta genovese cambia, con gli anni, ancora il proprio stile, specialmente dopo la fine del movimento nel ’69, iniziando a rendere più concrete e comprensibili le proprie opere, usando un linguaggio più comune, una metrica più tradizionale, ma stravolgendo ugualmente le fondamenta, rendendo il tradizionale nuovo, attraverso i temi affrontati, il linguaggio non più solo aulico ma del gergo della strada, fino ad arrivare a una produzione che parla al popolo, che comunica in modo semplice, comprensibile a quella classe operaia che la letteratura ha il diritto e il dovere di istruire, e che può riuscire a farlo solo con una comunicazione più facile e veloce. Quasi una nuova scapigliatura, un nuovo ermetismo, un nuovo futurismo quasi, nonostante le tematiche diverse, ma con un uso estremo e originale della punteggiatura, delle maiuscole, dei registri, di tutto.

Edoardo Sanguineti è stato uno dei membri più importanti, fondamentali, del secolo scorso per la poesia e la letteratura generale italiana. Egli ha contribuito anche in altri ambiti come librettista, per il compositore Luciano Berio, come sceneggiatore teatrale, come romanziere, giornalista, critico e saggista. Svariata la sua opera e il suo impegno sociale che lo hanno portato a divenire membro attivo della politica italiana, proprio per il suo forte credo sull’importanza sociale della poesia e degli uomini di cultura, faro nella notte per il popolo, guida per l’apprendimento e per la conoscenza di un’epoca, di un passato, presente e futuro.

Rock Targato Italia non poteva che ricordare un pilastro, una guida, ma anche un amico sincero, un guerriero che ha combattuto per la cultura con una penna e ha portato avanti una rivoluzione da poeta antipoetico. Non poteva non ricordare Edoardo Sanguineti a cinque anni dalla sua dipartita, nel giorno in cui avrebbe compiuto 85 anni.

Ed è così che vogliamo ricordare il poeta, con una delle sue ultime poesie, un inno di ringraziamento e di elevazione della figura della donna, dove la femmina è figlia, moglie, madre, suocera. Dove la donna è simbolo di una rivolta ma silenziosa, di pace, di rifugio, del tempo che scorre. Dove la donna è fatta di carne, è legata alla terra ed è ella stessa la terra, è tangibile ed è lei, alla fine, il motore stesso dell’uomo, l’incarnazione più alta e vera dell’essere umano.

Ballata delle donne” di Edoardo Sanguineti

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

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Brunello Rondi: versatilità e horror sociale

Brunello Rondi, seppur poco noto ai più, si può ritenere a tutti gli effetti una figura di primaria importanza per la cultura italiana del secondo Novecento. È stato un intellettuale multiforme per interessi e produzione: dai saggi filosofici ai libri di poesie, dall’attività di musicologo alla regia e sceneggiatura, ambiti in cui si è distinto per versatilità e sperimentazione.

Il suo esordio come sceneggiatore e co-regista fu al fianco di Luigi Chiarini in "Ultimo amore" (1947); proseguì poi la carriera come sceneggiatore al fianco di Roberto Rossellini e per più di due decenni a quello di Federico Fellini con cui collaborò in “La Dolce Vita” (1960), “Boccaccio 70” (1962) e “8 ½” (1963). Il primo lungometraggio in cui esordì assumendone la direzione fu la trasposizione cinematografica di "Una vita violenta" di Pier Paolo Pasolini, in collaborazione con Paolo Heusch.

Benché formatosi nella temperie Neorealista, si distingue registicamente per l’interesse che mostra per l’analisi di passioni ambigue, superstizioni, psiche, mondo magico-religioso e figure femminili complicate e a tratti inquietanti. È questa attrazione, con il tentativo di criticare la corruzione morale della società, che lo spinse a dedicarsi registicamente a numerosi film tra cui possiamo ricordarne alcuni: "Ingrid sulla strada" (1973) in cui mostra un punto di vista totalmente opposto a "La Dolce Vita" felliniana raccontando con un registro quasi grottesco quelle che sono le contraddizioni di Roma, e della società nella sua interezza, all’alba degli anni ’70 e l’universalità della violenza; "Il demonio" (1963) che pur venendo accolto con freddezza alla Mostra di Venezia, si aggiudicò al Festival di Berlino l’Orso d’Oro per la miglior regia.

In "Il demonio" mette in scena i tormenti della psiche umana e una sensualità morbosa, con formule magiche e interesse etnologico, con analisi sociale e antropologica delle problematiche femminili che permea tutta la sua produzione; un’opera quasi disturbante che a tutti gli effetti si può considerare tra i primi horror di firma italiana, nonché anticipatore nel filone di film che trattano possessioni ed esorcismi, senza effetti speciali o eccessi visivi, andando quasi a ispirare film come il più tardo "L’Esorcista"; un horror sociale però, in cui di veramente pauroso c’è l’oscurantismo, l’emarginazione, l’ignoranza e la violenza di una società arretrata e poco aperta.

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