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43 anni di assenza: l'immortale Ennio Flaiano

« La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia. » ___Ennio Flaiano

Irriverente, arcimboldo antidemagogico, anti progressista, anti marxista, anti borghese, perso fra erotismo, alienazione, noia del benessere improvviso tipico della nuova classe borghese dei caffè del dopoguerra. Fine ed ironico, ma anche acre e tragico moralista. Dal vivo senso del grottesco e della satira con cui stigmatizza gli aspetti paradossali della contemporaneità. Il suo nome è legato a Roma, città amata-odiata, della quale ha vissuto ogni tipo di carattere e raccontato i vizi e le virtù. Rifiutante dopo gli anni ’50 della poesia di quel decennio, come anche delle avanguardie, della poesia adulta e impegnata e di quella da passeggio.

Tutto questo forse può bastare a ricordare uno dei nomi più importanti del panorama intellettuale italiano. Un critico cinematografico, uno sceneggiatore, un romanziere, un giornalista, un citazionista. In due parole: Ennio Flaiano, scomparso a causa di un infarto esattamente 43 anni fa.

Al suo nome sono legati indissolubilmente i suoi progetti, le sceneggiature di ben dieci film di Fellini (Luci del varietà, Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Il bidone, Le notti di Cabiria, La dolce vita, Boccaccio 70, 8 e ½ , Giulietta degli Spiriti) e di altri grande registi come Luigi Zampa, Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni e Gian Luigi Polidoro.
Partito nel 1939 come recensore cinematografino per il neonato "Oggi", comincia già a far parlare di sé, sfruttando le critiche alle uscite filmiche per manifestare il proprio dissenso nei confronti del regime fascista, iniziando nel frattempo a frequentare quei famosi caffè letterari, come l’Antico Caffè Greco, dove transitano personaggi del calibro di Carlo Levi, Aldo Palazzeschi e Orson Welles.
Attivo per tutta la sua vita in molteplici testate giornalistiche, svolgendo ruoli rilevanti come, ad esempio, capo redattore de "Il Mondo", si è distinto in mille e più campi, anche se il legame iniziato nel 1943 con il cinema rimane forse quello più forte, arrivando a far intitolare, a soli due anni dalla sua scomparsa, quello che ad oggi è ritenuto il massimo premio per soggettisti e sceneggiatori cinematografici: il Premio Flaiano di Pescara, la sua città natale.
Acuto osservatore, abile parlatore ed estremamente preciso lungimirante, la sua assenza ha lasciato un vuoto incolmabile nella letteratura e nell’opinione del nostro paese, in un modo che solo i grandi uomini e i grandi artisti possono fare.
Una celebrazione, quella di Rock Targato Italia, per omaggiare l’ideatore di aforismi che hanno segnato il pensiero e la filosofia di un’intera generazione.

«Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere.» ___Ennio Flaiano

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FABRIZIO COPPOLA E I SUOI MIRACOLI A MILANO; Intervista di Roberto Bonfanti

FABRIZIO COPPOLA E I SUOI MIRACOLI A MILANO

Intervista di Roberto Bonfanti

“Miracoli a Milano” (www.miracoliamilano.com) è un blog curato da Fabrizio Coppola in cui lo scrittore e cantautore raccoglie, attraverso una serie di suoi micro racconti, delle piccole polaroid umane riprese girando per Milano e dedicando, con il suo sguardo estremamente sensibile, qualche istante di attenzione alle persone che incrocia per caso. Un modo intelligente FABRIZIO COPPOLA E I SUOI MIRACOLI A MILANO per raccontare la città staccandosi dagli stereotipi e dai discorsi troppo grandi per concentrarsi sugli aspetti più umani e quotidiani.
Ho pensato di fare due chiacchiere con Fabrizio, artista di cui ho sempre ammirato la schiettezza e la profondità, per scoprire qualcosa in più sul progetto ma anche per fare un rapido punto della situazione sul suo percorso artistico fra musica e letteratura.

Partiamo da “Miracoli a Milano”? Come nasce il progetto? E come si sta evolvendo?
In realtà, non c’era un’idea di partenza. Solo una serie di racconti che ho cominciato a scrivere l’anno scorso e che ogni tanto postavo su facebook. Poi i racconti piacevano, io continuavo a scriverne e così ho pensato di creare il blog e dare una forma al progetto. La spinta definitiva è arrivata dalla lettura di “M, una metronovela”, di Stefano Bartezzaghi, che consiglio a chi non l'avesse letto, ovviamente. Poi il mio gusto per la scrittura seriale, gli elenchi e le catalogazioni hanno fatto il resto. “Miracoli a Milano” è una specie di tentativo di catalogare la realtà, perlomeno quella che cade sotto il mio sguardo. Un modo per tenere in vita delle storie che altrimenti andrebbero perdute: se racconti una storia, questa continua a vivere.

Fra le storie che hai raccontato ce n'è qualcuna che ti ha appassionato più delle altre?
Be', ci sono alcune storie molto buffe, altre più amare ma non saprei dirti se ne ho una preferita. So che alcuni miracoli mi piacciono più di altri perché la scrittura mi soddisfa di più. Ovviamente tutte le storie che decido di raccontare devono avermi colpito, altrimenti non si innesca il meccanismo della scrittura.

Dai racconti, anche negli episodi più difficili, esce sempre una visione romantica della città e di chi la abita. E' una scelta precisa, quella di raccontare Milano in quel modo o hai davvero, oggi, una visione così poetica di Milano e dei milanesi? Credi sia cambiato qualcosa fra la Milano di oggi e quella che, in una tua canzone di una decina d'anni fa, descrivevi come "un buco nero dentro al cuore"?
Forse sono cambiato io e il mio modo di guardare la città e le persone che la abitano. Forse oggi sono più disponibile a cercare di comprendere il comportamento delle persone invece di giudicarlo tout-court, sono più empatico in qualche modo. Per lo sguardo poetico, quello credo di averlo sempre avuto: alcune situazioni risuonano dentro di me in un modo che mi risulta ancora oggi incomprensibile, inspiegabile. A volte basta un piccolo gesto di una persona, anche solo un particolare (una camicia sgualcita, lo smalto rovinato sulle dita di una mano) per farmi stabilire una relazione emotiva con quella persona. In fondo l'idea è che siamo tutti sulla stessa barca, e se riusciamo a condividere con il prossimo le gioie e le tragedie della vita forse il carico di ognuno di noi potrà alleggerirsi un po'. Che poi è quello che faceva il blues.

“Katana”, il tuo romanzo d'esordio, sembrava andare proprio nella direzione opposta rispetto a questi racconti, essendo un lavoro molto scuro e crudo, quasi senza speranze. Vogliamo spendere due parole sul romanzo?
Scuro e crudo sì, anche se non del tutto senza speranza. Non credo di aver mai scritto una sola riga o una sola canzone che non contenesse in sé perlomeno un barlume di una luce, di una direzione nella quale muoversi per superare il dolore. E anche in “Katana” c'è questa luce. Flebile, fragilissima, eppure c'è. Mi interessava raccontare quella storia e soprattutto quel personaggio, totalmente alienato, fuori contesto, estraneo, solo.

A distanza di ormai due anni dalla pubblicazione del libro, che bilancio faresti di questa tua prima esperienza da scrittore?
Be', direi un bilancio positivo, anche se immagino “Katana” come il primo passo di un percorso che spero lungo: scrivere mi piace sempre di più e mi viene sempre più naturale. Alcuni lettori mi hanno scritto rimproverandomi l'eccessiva durezza della storia, altri per dirmi che l'avevano trovata toccante e commovente. L'importante è che un lavoro, di qualsiasi genere esso sia (disco, libro, film), lasci qualcosa a chi entra in contatto con esso, altrimenti non serve a nulla.

Una cosa che non si può non notare è la scelta di autoprodurre completamente il romanzo. Come mai questa decisione? Sfiducia nel mondo dell'editoria o altro?
Più che di sfiducia direi che è stata la consapevolezza che sarebbe stato molto faticoso trovare un editore disposto a scommettere e investire su una storia così scura e dolorosa. Nessun dipartimento marketing sarebbe stato felice di promuovere un romanzo del genere, e oggi il marketing pesa tantissimo nelle scelte di un editore, perché sono poi gli agenti di vendita a dover convincere i librai a ordinare il libro e a decretarne quindi il successo. Oltre a ciò, avevo fretta di pubblicare “Katana” anche per liberarmene, dopo averci lavorato a più riprese in più o meno cinque anni. E la possibilità di produrre il tutto da solo, lavorando con un editor e una grafica, mi ha attratto fin dall'inizio. Per un musicista indipendente non è una novità lavorare in questo modo, solo che invece di produrre un disco stampi un libro, ma la sostanza non cambia.

So che collabori come editor con diverse case editrici: da addetto ai lavori, che visione hai del mondo dell'editoria odierna?
Be', è un mondo variegato, complesso. In ogni caso, mi preme dire che io lavoro sui testi, a volte traduco anche, quindi il mio lavoro non ha alcun legame con le scelte e le politiche editoriali, per fortuna.

E, da musicista e scrittore, che differenze credi ci siano fra l'ambiente della discografia e quello dell'editoria?
Non saprei, l'ambiente della discografia non lo frequento più da molto tempo, e in ogni caso ho sempre e solo avuto a che fare con piccole se non piccolissime etichette discografiche. Credo di essere entrato una volta sola negli uffici di Warner e una in quelli di Universal, e quelle seppur brevi esperienze non mi hanno lasciato la voglia di tornarci, diciamo (né le persone lì dentro avevano alcuna voglia di rivedere me, sia chiaro). Per il mio lavoro editoriale invece collaboro con grandi editori, quindi mi risulta difficile fare un parallelismo tra le due situazioni.

Ricordo che, all'uscita del romanzo, ti eri espresso in modo piuttosto critico sull'eventualità di fare reading e dare al libro una dimensione “live”. Cosa ti ha poi fatto cambiare idea? E com'è stato confrontarsi direttamente col pubblico mischiando le tue canzoni con le parole del romanzo?
Sulle presentazioni ho cambiato idea perché sono riuscito a trovare un modo per non fare una presentazione standard, quella classica nella quale lo scrittore legge brani e il pubblico ascolta. Credo che la lettura debba essere un'attività solitaria: si legge da soli, così come si scrive da soli. Quindi ho fatto una decina di queste presentazioni/concerto, ed è stata una bella esperienza. Quello che posso dire è che è stato strano ottenere un riconoscimento quasi maggiore di quello che ho ottenuto con i miei dischi: insomma, se fai dischi, vabbe', d'accordo, sarai anche bravo ma tutto finisce lì. Se scrivi un libro invece ottieni subito un'aura e un'attenzione diverse: "Ah, cavolo, hai scritto un romanzo?" Una cosa che mi ha stupito molto, e anche fatto un po' incazzare, a essere sinceri.

Negli ultimi mesi hai partecipato anche al progetto “Piccoli maestri”, andando a leggere romanzi classici nelle scuole. Vuoi raccontare qualcosa di quest'esperienza? Che riscontro hai avuto da parte degli studenti?
Un'esperienza molto appagante. Faticosa per certi versi ma molto appagante. Io propongo “Novecento” di Baricco agli studenti delle medie, un romanzo che mi permette di parlare di alcuni temi che mi stanno a cuore: la musica, l'idea del viaggio, l'oceano, il nostro passato di migranti, l'America, la città, i sogni... Ai ragazzi delle superiori invece propongo “Il giovane Holden” e poi una lettura/concerto su “Furore” di Steinbeck, inframmezzata dalle canzoni di grandi songwriters americani cantate così, senza amplificazione, chitarra in mano, passeggiando per l'aula. La risposta che ottengo di solito è sempre superiore alle aspettative. I ragazzi sono svegli, interessati, curiosi, attenti: sono un patrimonio che andrebbe curato maggiormente, che andrebbe stimolato e messo nelle condizioni di sviluppare il proprio potenziale. In particolare, ho scoperto nelle parole dei ragazzi come Holden sia un personaggio ancora estremamente reale, che tocca questi studenti oggi così come ha toccato me quando l'ho letto la prima volta al liceo. E inoltre, almeno i ragazzi che ho incontrato io, non hanno difficoltà nell'immedesimarsi nelle storie come quella di Steinbeck, in teoria distanti anni luce dal loro vissuto. E questo dice che i veri capolavori sono quelli che continuano a parlare al mondo e del mondo anche decine di anni dopo essere stati scritti, e poi che una buona storia, quando è buona sul serio, travalica i confini dello spazio e del tempo: il cuore dell'esperienza umana, in fondo, è sempre lo stesso, indipendentemente dalle variazioni del contesto in cui viviamo.

Sono passati ormai due anni dall'uscita di “Katana” e quattro dal tuo ultimo album. C'è qualcosa di nuovo in cantiere? Cosa vedi nel tuo futuro?
Ho molte canzoni nuove ma non sono ancora pronto a pensare a un nuovo disco. Forse potrebbe non esserci più un nuovo disco ma piuttosto singole canzoni pubblicate di volta in volta. Fare un disco oggi non ha più molto senso e non ho alcuna voglia di pubblicare un nuovo album, che comporta un lavoro enorme, per vederlo uscire dai radar dopo una settimana e qualche post su fb: ho troppo amore e rispetto per la musica per trattarla in questo modo. Attualmente sto scrivendo le musiche per uno spettacolo su Dino Campana che dovrebbe debuttare l'anno prossimo e che con un po' di fortuna potremo portare a zonzo per lo stivale. Poi ci sono i Miracoli e un altro romanzo, di cui sto finendo la prima stesura, ma è presto per parlarne.

Fabrizio Coppola (Milano, 1974) è un songwriter e scrittore milanese. Ha pubblicato cinque dischi (“La superficie delle cose”, 2003; “Una vita nuova”, 2005, “La stupidità Ep”, 2009, “Last Light on Earth”, 2011, “Waterloo”, 2011) e tenuto concerti in tutta Italia e all’estero. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo romanzo, Katana. Dal 2014 fa parte del collettivo Piccoli Maestri, scrittori che diffondono la lettura nelle scuole. Collabora in veste di editor free lance, traduttore e autore con diverse case editrici, occupandosi di narrativa italiana e internazionale, viaggi.

Più info su: www.fabrizio-coppola.net

 

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Ho iniziato intervistando Vincenzo Di Pietro di Roberto Bonfanti

Diciamo le cose come stanno: Vincenzo Di Pietro è un caro amico. Ci siamo conosciuti per caso sei anni fa nell'ambito dei rispettivi girovagare letterari e, da allora, abbiamo condiviso diversi palchi e allacciato un intenso scambio umano fatto di confronti serrati ed estremamente schietti sul mondo che ci circonda, sulle nostre vite e sulle direzioni artistiche intraprese. Non è per questo però che, quando Francesco Caprini mi ha lanciato l'idea di seguire una rubrica dedicata al mondo della letteratura sul sito di Rock Targato Italia, ho scelto istintivamente di iniziare intervistando lui. Ho scelto di partire da lui perché è un talento puro capace di confrontarsi con qualunque genere letterario con una naturalezza assoluta, ma ancor più perché è uno scrittore che, dopo oltre vent'anni di storia e nove romanzi pubblicati, sembra avere le idee molto chiare sul proprio percorso e sul mondo dell'editoria. E ha ancora molte cose da dire.

Vogliamo partire subito con le domande difficili? Qualche tempo fa hai lasciato sul tuo profilo Facebook un messaggio che lasciava intendere il tuo desiderio di mettere fine al tuo percorso da scrittore. Cos'era? Una provocazione? Un momento di sconforto? Una scelta meditata? Ce ne vuoi spiegare il significato e le ragioni?
La faccenda è quasi banale. Ho pubblicato nove romanzi con sei diversi editori. Dopo vent'anni di cammino ho preso atto che è sempre più difficile separare i ruoli tra scrittore ed editore. E, in sintesi, mi sono stancato di sentirmi "arruolato" tra i dipendenti delle case editrici. Il mio ultimo romanzo ha visto ceduti in tutto il mondo i diritti di pubblicazione. Un'altra mia storia ha venduto migliaia di copie in abbinamento con un importante quotidiano nazionale e, girando sul web, ci sono decine e decine di siti e blog che continuano a veicolare recensioni sui miei romanzi. In un qualsiasi paese dove i meccanismi editoriali girino per bene, queste sarebbero le premesse per coltivare uno scrittore e non per continuare a reclamare il suo presunto ruolo di venditore di libri. Così, semplicemente ho deciso, nel rispetto della mia dignità personale, di chiamarmi fuori da questo ambiente che, a mio avviso, ha perso di vista le regole.

Continuiamo a parlare di editoria, visto che è un tema abbastanza caldo: cosa ti piace e cosa non ti piace del mondo dell'editoria di oggi? O, se preferisci, quale dovrebbe essere secondo te il ruolo dell'editore e quale invece, nei fatti, è?
Anzitutto, in piena coerenza con il mio percorso di autore, mi sento di sconsigliare le pubblicazioni a pagamento, sotto qualsiasi forma. Credo che in Italia si pubblichi troppo e male. Quasi chiunque abbia della carta scritta e qualche migliaio di euro può trovare chi lo ospiti nel proprio catalogo. Per poi, quasi sempre, costringerlo a vendere un paio di centinaia di copie ad amici e parenti e salutarlo con un applauso. Questa non è editoria. Se un editore valuta positivamente un romanzo deve incaricarsi di distribuirlo e promuoverlo a sue spese perché l'autore ha già fatto il suo lavoro. Poi, ciascuno è libero di richiedere contributi, non è una faccenda illegale. Solo che l'autore deve onestamente capire cosa gli viene proposto. Immagina se una squadra di calcio dovesse chiedere ai propri giocatori un contributo per scendere in campo. Se un editore reclama lo stato di necessità per via della crisi del mercato librario, gli suggerisco di occuparsi di piastrelle in ceramica.

E l'autore invece? Quale dovrebbe essere, a tuo avviso, il ruolo dello scrittore in una società come quella di oggi in cui tutto corre veloce e la comunicazione sembra occupare al massimo i 140 caratteri di un tweet?
La prosa o la poesia sono un vestito comodo, nel senso che non c'è mai stato un problema di spazi ristretti. Dall'ermetismo italiano agli haiku giapponesi, ciascuno ha il proprio luogo in cui ritagliarsi uno spazio creativo. Il romanzo non morirà mai e, anzi, le storie strutturate sono quelle che oggi vendono di più. L'autore deve essere una persona che critica il proprio lavoro e lo perfeziona finché può.

Passiamo più strettamente a te: dopo tanti anni, ti ricordi il motivo per cui hai iniziato a scrivere?
Oh, sì... ho trangugiato per molti anni della mia adolescenza i romanzi di Agatha Christie, quelli di Stephen King e di Michael Crichton e, dopo aver fatto il pieno, ho sfornato un giallo poderoso cui sono ancora molto affezionato. Quando è stato pubblicato mi sono ubriacato con uno spumante che sapeva di plastica.

Come dicevi anche tu, hai esordito giovanissimo nel '92 e hai pubblicato nove romanzi. Al di là degli scazzi editoriali di cui si parlava, che bilancio faresti di tutti questi anni? Qual è stato il momento più bello e quale la peggiore delusione?
I momenti più entusiasmanti riguardano sempre il contatto con i lettori, specie durante le presentazioni dei romanzi. Delusioni davvero nessuna. Resta il rammarico per aver constatato la situazione avvilente di cui abbiamo chiacchierato fin qui.

Parliamo un po' dei tuoi romanzi? T'incazzi se dico che, fra i tuoi lavori pubblicati, per me il migliore resta “Zona di guerra”? Credo lasci trasparire una sincerità che lo rende davvero unico. Vogliamo spendere due parole su quel libro?
“Zona di guerra” è il mio primo vero romanzo. Nasce dalla voglia di dipingere dei giovanissimi "guerrieri" urbani, adolescenti che si buttano a capofitto nel burrone della loro meravigliosa e irripetibile giovinezza e la consumano tutta, dolore compreso, fino alla fine. Forse quel romanzo dovrebbe avere un seguito, una sorta di ritorno e, a essere sincero, ho provato a scriverlo più volte. Qualcosa è già venuta fuori, ma è così surreale e distante dalla natura di “Zona di guerra” che giace nel famoso cassetto. Chissà che, prima o poi, venga fuori. Sto ancora guardando il futuro con un briciolo di speranza, legata alla possibilità di trovare un editore che corrisponda al modello che immagino essere adeguato.

Degli altri tuoi romanzi cosa vogliamo dire? Esiste un figlio prediletto?
Sorrido. Ogni storia è figlia di un bisogno che la genera. Il mio romanzo “Una condanna” è, forse, quello più crudo e disturbante. La breve storia “Di notte” prepara la strada a “Senza te”, che è una storia d'amore al rum; “Baraonda!” è un momento di puro e incasinato divertimento. “Non c'è più tempo” è un romanzo di formazione e i miei ultimi due romanzi, “Il numero di dio” e “Apocalisse”, sono due esercizi di thriller, genere che continua ad appassionarmi. Per cui no, non c'è un figlio prediletto ma tanti marmocchi con i loro visi diversi.

Hai pubblicato anche due romanzi "al femminile". So che te l'avranno chiesto mille volte, ma com'è stato calarsi in una sensibilità diversa e, sotto molti aspetti, più complessa?
“Di notte” e “Senza te”, in realtà, sono un corpo unico, una specie di remake l'uno dell'altro. L'idea comune era quella di incasinare per bene una ragazza parecchio in gamba e vedere se riusciva ad averla vinta lei o, per converso, la miscela di guai in corso. Entrambe le protagoniste, Sandy e Ines, si rifugiano nel cosiddetto amore diverso e, devo essere sincero, trattandosi di calarsi in un universo completamente al femminile, mi sono trovato completamente a mio agio.

Sei riuscito a confrontarti con generi letterari diversi mantenendo sempre la stessa incisività. La cosa più evidente è forse, dopo una serie di romanzi piuttosto introspettivi, l'aver pubblicato negli ultimissimi anni due thriller classici. Come mai questa scelta? Il tuo approccio alla scrittura cambia, nell'affrontare un genere piuttosto che un altro?
Il ritorno al thriller dipende, probabilmente, dalle letture adolescenziali e, poi, dalla passione che continuo ad avere per i romanzi ben costruiti. Sembra paradossale, ma scrivere un romanzo di genere comporta un pauroso lavoro di documentazione perché è proprio il realismo dell'ordito a rendere entusiasmante e golosa la trama. Chiaramente, scrivere un buon giallo presuppone una fatica più ragionata che un totale affondo introspettivo necessario per cimentarsi con storie di natura minimalista.

Ci conosciamo ormai da un po' di anni e sai che uno dei motivi per cui tenevo a intervistarti è il fatto che ho avuto la fortuna di leggere un paio degli inediti che hai nel cassetto e sono innamorato soprattutto di uno di quei romanzi. Vogliamo spendere due parole a riguardo?
Vogliamo? Non saprei. Ti riferisci, credo, a “Dal margine”, un romanzo che potrei definire "peccaminoso", in cui il peccato è contro il buonsenso, la correttezza e la responsabilità. Non so se si tratti di una storia particolarmente interessante. Credo sia più una specie di atto superomistico, forse una estrema forzatura della realtà. La classica festa riuscita bene di cui, però, conviene non raccontare i dettagli...

Ok. Siamo quasi alla fine. E' proprio vero, come dicevi tempo fa, che "tutto torna, con un motivo o senza"?
Quella è una frase terribilmente vera. C'è un vento che riporta indietro le cose, dopo che uno le ha lanciate via. E le cose tornano trasformate, meglio o peggio, al punto di partenza. Quando succede, si scatena quasi sempre un incendio. Solo che, purtroppo, succede sempre più lentamente e il braccio con cui lanci è sempre più stanco.

Abbiamo detto molte cose. Come vogliamo concludere? Altro da dichiarare?
Speriamo in un futuro in cui sia possibile raccontare altre storie. Che ce ne siano, insomma, le condizioni.

Vincenzo Di Pietro è nato nel 1974, sotto il segno del leone. Ha già pubblicato: “Una strada buia” (Editrice Italica, 1992), “Di notte” (Edizioni Tracce, 1993), “Zona di guerra” (IRIDE-Rubbettino, 2004), “Non c’è più tempo” (Edizione del Giano, 2006), “Una condanna” (Arduino Sacco, 2010), “Senza te” (Leone Editore, 2011), “Baraonda!” (Leone Editore, 2012), “Il numero di dio” (Leone Editore, 2013”) e “Apocalisse” (Leone Editore, 2014). 

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ALICE di Roberto Bonfanti - Recensione di Dulcinea Annamaria Pecoraro, Staff di DELIRI PROGRESSIVI

ALICE
di Roberto Bonfanti

Ed. del Faro 2015

Recensione di Dulcinea Annamaria Pecoraro

Carissimi,
ecco il link di pubblicazione della recensione e delle foto fiorentine: http://www.deliriprogressivi.com/libri/alice-di-roberto-bonfanti-recensione

Staff di DELIRI PROGRESSIVI
..Musica Oltre le Parole...
www.deliriprogressivi.com
www.facebook.com/DeliriProgressivi

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