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Merovingi, Odette Di Maio e Motta. Le recensioni di Roberto Bonfanti

Tre album per luglio 2018: MerovingiOdette Di Maio e Motta.
articolo di Roberto Bonfanti

Merovingi sono stati un’autentica rivelazione durante una serata di selezione di Rock Targato Italia di un paio di anni fa. Una proposta inquieta e profonda d’altissima classe, capace di innestare in modo incisivo il suono del sax all’interno di una formazione tipicamente rock d’autore e soprattutto di dare vita a una scrittura elegante, cupa e inquieta ricca di riferimenti alti che spaziano, in modo per nulla autocompiaciuto, dalla spiritualità alla filosofia. “Siamo silenzio”, ep con cui i Merovingi tornano a farsi sentire a tre anni di distanza dall’esordio, non fa che confermare quanto di buono il gruppo aveva già dimostrato in passato, mettendo insieme tre inediti ricchi di fascino e chiudendo il cerchio con una cover de “Il fiore” di Juri Camisasca che sembra cucirsi perfettamente sulla pelle della band.

A quasi vent’anni dallo scioglimento dei Soon e dopo una serie lunghissima serie di collaborazioni e progetti (fra cui quello, a nome Miss O, in duo con il belga Jan De Bock), Odette Di Maio pubblica per la prima volta un lavoro discografico interamente a proprio nome. S’intitola “Infinity pool” ed è un concentrato intimo di canzoni minimali dall’atmosfera crepuscolare a cavallo fra pop e folk americano. Sei brani, di cui cinque inediti e una cover di “Circle” di Edie Brickell, in cui la fascinazione della cantautrice nei confronti del lato migliore della musica americana emerge nel modo più delicato possibile, fra arrangiamenti spogliati di qualunque orpello e atmosfere ombrose volte a valorizzare le melodie pulite e le interpretazioni fortemente confidenziali ed emotive della voce di Odette.

Fra i nomi più in voga nel cosiddetto panorama indie del 2018, Motta sembra uno dei pochissimi capaci di staccarsi dalla massa. L’artista toscano, con “Vivere o morire”, conferma di avere la dote di sapersi raccontare in modo personale attraverso canzoni apparentemente sgraziate basate su loop ipnotici, suoni scarni e melodie incerte che riescono a intrigare proprio per quel senso di precarietà che sembra rispecchiare perfettamente il mondo dell’autore e l’immaginario che permea la sua scrittura. Un disco particolare che punta completamente i riflettori sulla personalità dell’autore con il suo fascino da rocker dismesso, la sua spontaneità e il suo sguardo incantato sul mondo che lo circonda.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

www.rocktargatoitalia.eu

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Le Recensioni di Roberto Bonfanti - Giugno 2018

Tre album per giugno 2018: Avion TravelAlia e Verano.
articolo di Roberto Bonfanti

La classe è qualcosa che va oltre: oltre il tempo che passa impietoso, oltre i silenzi, oltre le difficoltà umane e anche oltre i lutti più profondi. “Privé”, il nuovo album degli Avion Travel, ne è una magnifica dimostrazione: nonostante i quindici anni trascorsi dalla loro ultima raccolta di inediti e la tragedia della scomparsa di Fausto Mesolella, la band campana si ripresenta al pubblico con una prova d’alta scuola più che convincente. Le coordinate sono ovviamente sempre quelle della canzone d’autore più elegante, con la novità rispetto al passato di un utilizzo delle tastiere che spesso sostituiscono la chitarra acustica rendendo l’impasto sonoro ancora più cupo, drammatico e doloroso ma proprio per questo affascinante, specie nella prima metà del disco, per poi virare verso tinte più classiche e teatrali nella parte conclusiva.

Sembra esserci la stessa grazia di una giornata di pioggia leggera al culmine di una calda primavera, all’ interno di “Giraffe”, nuovo album del bergamasco Alia: quella grazia in cui senso di pace e malinconia si fondono a meraviglia proprio come le aspirazioni delicatamente pop dell’autore e la sua naturale indole da cantautore intimista, traducendosi in una manciata di canzoni fatte di melodie lievi, psichedelia, genuina poesia, riflessioni personali, dolci nostalgie e desiderio di serenità, ma soprattutto di una sensibilità cristallina e uno sguardo poetico, raffinato, stratificato e umano sul mondo e su se stessi.

Verano è un’autrice che sa mettersi a nudo con grande sincerità e soprattutto sa scrivere canzoni che rappresentano dei veri quadretti emotivi intrisi di malinconia, fragilità e senso di smarrimento. “Panorama”, album che segna il suo esordio sulla lunga distanza, si presenta come un disco che, pur non risparmiando qualche strizzata d’occhio al pubblico indie più alla moda, riesce a mostrare una propria personalità mischiando indolenza elettronica dal retrogusto synth-pop e piacevoli aperture rock ma soprattutto puntando i riflettori su una scrittura intima e riflessiva che riserva delle piacevoli sorprese.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

 

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Tre album per maggio 2018: Alessio Bonomo, Paolo Saporiti e Mèsa

Tre album per maggio 2018: Alessio BonomoPaolo Saporiti e Mèsa.

articolo di Roberto Bonfanti

Ci sono percorsi artistici che si snodano in modo particolarmente contorto. Alessio Bonomo, per esempio, è ancora nella memoria di molti come il ragazzo dall’aria allucinata che nel 2000 dette una scossa alla platea sonnolenta del Festival di Sanremo con il suo brano “La croce”. Nei 18 anni successivi però le sue apparizioni sono state piuttosto discontinue e anche la sua discografia tutt’altro che prolifica, il che è un peccato perché “La musica non esiste”, il suo nuovo album nato dalla collaborazione con il compianto Fausto Mesolella (venuto a mancare prima di ultimare le registrazioni del disco), riporta alla luce un artista pieno di talento capace di esprimersi attraverso una poesia delle piccole cose tanto obliqua e fuori dagli schemi quanto toccante. “La musica non esiste: esiste un’altra cosa, di cui la musica è una serva e come tale va trattata. Infatti io non suono, faccio tutta un’altra cosa” canta Bonomo nella canzone manifesto che chiude l’album, e forse è tutto racchiuso in quelle parole il succo di un album che si muove nel territorio della più classica canzone d’autore ma lo fa in modo fortemente personale, delicato e poetico.

Ben pochi momenti di pausa sembra invece essersi sempre concesso Paolo Saporiti: artista, ormai da diversi anni, sempre attivissimo fra lavori a proprio nome e collaborazioni come quella con Giorgio Prette e Xabier Iriondo all’interno del progetto Todo Modo. “Acini”, il suo nuovo lavoro solista, è un album inquieto dagli arrangiamenti scarnificati quasi fino all’osso, le atmosfere intime e le sonorità asciutte e notturne che si lascia andare con passo dolente fra un’anima folk di matrice americana e una voce dai forti echi buckleyani. Un disco a cui abbandonarsi in silenzio come di fronte alle confidenze più intime di un vecchio amico in una notte particolarmente buia.

È solo agli esordi ma promette bene, la romana Mèsa. Il suo album “Touché” sembra infatti staccarsi dagli stereotipi dei cantautori indie che vanno di moda in questi anni per andare a ripescare una poetica più vicina alla musica alternativa di fine anni ’90, grazie anche a una vocalità che ricorda l’approccio di Carmen ConsoliCristina Donà o Sara Mazo degli Scisma e a un sound chitarristico piacevolmente deviato che non ruba però mai la centralità della scena alle parole dell’autrice. Canzoni introspettive costruite su immagini evocative ma immediate al tempo stesso che portano alla luce una sensibilità musicale che ama svelarsi con garbo.

Roberto Bonfanti

[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

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La recensione di Massimiliano Morelli - VIRTUE dei THE VOIDZ

VIRTUE (THE VOIDZ, Cult Records / RCA – 30 marzo 2018)

Ho deciso di affrontare questa recensione –la mia prima in dieci anni, se non erro– mettendo in discussione in tutto e per tutto il fatto ch'io creda fermamente che sia pubblico che critica abbiano molti più debiti che crediti nei confronti di Julian Casablancas; ho fatto quindi almeno cinque passi indietro e da quando "Virtue" è uscito (30 marzo 2018), cuore, cervello, e timpani lavorano contro di me ogni qualvolta lo ascolto— per intero, da capo a coda, senza soste. Il secondo disco dei The Voidz –e non più Julian Casablancas + The Voidz– è un labirinto in cui è facile perdersi felici e non voler più trovar la via d'uscita; ma, se impreparati, il dedalo sonico-concettuale diventa labirintite pura, tanto che è ancor più facile non (ri)trovarsi proprio e chiedersi straniti cosa stia succedendo e perché. Viene quindi spontaneo, viste anche le recenti dichiarazioni al fulmicotone di Casablancas stesso sull'apparente stato di degrado e confusione culturale del mondo oggi, provare a domandarsi se davvero detto stato possa in qualche modo giustificare una proposta musicale e nondimeno, per estensione, artistica che usufruita senza precauzioni rischia di condannare l'utente al baratro dell'incertezza piuttosto che salvarlo dal mondo e da sé stesso. A complicare ulteriormente le cose è l'apparente disamore dell'(ex?) leader dei The Strokes (ora congelati in favore dei consolidati e più infuocati che mai The Voidz) per i suoi contemporanei, quasi a voler dar ragione a quei cinquanta-sessantenni di oggi –il Nostro ne compirà 40 a luglio di quest'anno– che si ostinano a rimpiangere e venerare Faraoni e Semiramidi, se non mummie e cariatidi, di un mo(n)do –il Rock– le cui epoca e rilevanza hanno conseguito un'onorevole e meritata estinzione secoli orsono ma che vedono proprio in Casablancas e la sua stirpe, in quanto pionieri e luminari della rock renaissance che li portò a una precoce e feroce ribalta agli albori del nuovo millennio, il nemico pubblico numero uno... Quale la via d'uscita— quale la precauzione, quale il rimedio, dunque? Virtute e canoscenza; o meglio, «knowledge» & Virtue, l'album dei The Voidz, appunto, qui recensito. Decidere di aprire un disco partendo dai presupposti di cui sopra con un singolo come "Leave It In My Dreams" –le cui semplicità, autoironia, e spensieratezza di fondo, in fondo, non sono dissimili dai tratti distintivi del volto imbronciato da cherubino di Casablancas–, la dice lunga sul fatto che lo scenario nel 2018 può anche essere tutto fuorché privo di speranza. Certo, bisogna averne voglia e pazienza, e le successive "QYURRYUS", "Pyramid Of Bones" (... avevamo appena detto Faraoni?), "AlieNNatioN" e "One of the Ones" –giustappunto intervallate dalla più docile e affidabile "Permanent High School"– pretendono molto dall'incauto e giovane avventore e non è escluso che suonino come una pernacchia – nell'accezione di deliberato e mirato sfottò– alle orecchie dei più virtuosi (scusate) e smaliziati  ascoltatori d'epoca, ma erudizione e calma alla fine (ri)pagano tanto quanto le più verdi avventatezza e curiosità: i The Voidz suonano, eccome se lo fanno; compongono e arrangiano con gusto, cognizione e sapienza; sperimentano e rischiano come chi prima di loro e tra cambi di tempo, stile, e dinamica repentini quanto ben coniugati (e si noti bene come i testi non facciano che dar voce agli stessi percorsi / intenti), la susseguente "All Wordz Are Made Up" (irriverente nelle trame delle tastiere e dei sintetizzatori ma soprattutto nell'uso volutamente "out of tune" dell'autotune, e mi perdonerete il gioco di parole) chiarisce in maniera diretta e irresistibilmente danzereccia una nozione fondamentale: i Nostri non scrivono rebus o tranelli pestiferi finalizzati ad aumentare le emicranie dell'utente contemporaneo –più giovane o adulto che sia– ma gran belle canzoni, spesso anche molto fruibili, composte da e per esseri pensanti e intelligenti che hanno ancora a cuore il dovere e il piacere di dire qualcosa e dirlo bene. Dopo "Think Before You Drink", spartiacque al limite del folk-rock newyorkese che tanto caro fu a Lou Reed e pari, "Wink" (folle), "My Friend The Walls" (Punk progressivo), "Pink Ocean" (crequscolare tra il liquido e l'abrasivo), "Black Hole" (lo-fi e strafottente), "Lazy Boy" (Pop d'eccellenza e bravura), e la penultima "We're Where We Were" (Punk allucinato), ci introducono e accompagnano, mantenendo e sottolineando il delicato equilibrio fra presente, passato, e futuro, lungo la seconda metà del labirinto (il "Lato B", per chi come il sottoscritto non ha mai smesso di collezionare vinili...) la cui meta –la via d'uscita, finalmente!–, in puro stile Casablancas, porta non a caso il titolo di Pointlessness e suona come un gran finale apocalittico e senza soluzione in cui lo stesso si dichiara perduto ma pronto e si chiede, fino alla fine dei nostri giorni, "What does it matter?". Importa eccome, Julian, oggi più di prima, e Virtue ne è una delle tante prove.

Il Rock è morto (da un po', per carità, e meno male...), evviva i The Voidz.

Massimiliano Morelli

Per Rock Targato Italia

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