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La voce di una generazione: intervista a caspio

Dopo due anni di silenzio, caspio - scritto rigorosamente tutto in minuscolo - ritorna con un nuovo singolo, mai. In questo brano parla a se stesso e a una generazione intera: la sua, quella dei trentacinquenni, che, nonostante la crisi e tutte le difficoltà di questi ultimi anni, non si è ancora arresa.

In “mai” caspio si guarda alle spalle e si rivede. Non è mai stato pieno di speranze, ma forse le ha solo nascoste per non deludere se stesso. Gli sarebbe piaciuto essere diverso, prendere altre strade, avere altre opportunità. Inizia a sentire gli anni che passano, a sentirsi “meno tonico, meno ironico”. Ma caspio non si attribuisce tutta la colpa e, per questo, cerca di essere indulgente provando a salvare quel buono che c’è, perché infondo “siamo sorpresi sì, ma inattaccabili".

In occasione del suo ritorno sulle scene, abbiamo deciso di intervistarlo:

Come ti sei avvicinato al mondo della musica e com’è nato il tuo progetto artistico?
Appartengo ad una generazione cresciuta a pane e MTV, con una quantità dei musica e generi a disposizione da perderci la testa. Così a 8 anni, già infarcito di ascolti, ho imbracciato la chitarra di mia madre, poi il la batteria, il basso. Poi, passo dopo passo, ho capito chi sono e qual è la mia direzione. E da quella consapevolezza è nato caspio.

Perché caspio?
Il Caspio è un lago salato, un mare chiuso. Ha caratteristiche ibride: come me. C’è poi di mezzo il viaggio, l’acqua, l’Est, posti lontani. Un po’ di quello che sono. E si scrive tutto minuscolo, con le lettere tutte alte uguali, a soddisfare il mio bisogno di ordine, linearità.

"Mai" è il tuo ultimo singolo: da dove nasce l’iea del brano?
Mai nasce dal tempo. Tempo che ho avuto improvvisamente a disposizione. Questo anno così strano mi ha restituito la possibilità di fermarmi un attimo, di concentrarmi su me stesso, sulla mia situazione, sulle cose che ho finora ottenuto e che vorrei. Mai è una riflessione sulla mia generazione, quasi un omaggio, perché la mia generazione di tempo ne ha sempre avuto troppo poco.

"Mai" è uscita dopo due anni dalla pubblicazione del tuo primo disco, "Giorni Vuoti": le tue prospettive in questi mesi cambiate?

Certo. Non cambiare prospettive, non porsi nuovi obiettivi, sarebbe un errore. Aver fatto pace con me stesso è stato il punto di partenza per discostarsi dall’atmosfera più dark di Giorni Vuoti e lavorare un po’ più di nostalgia e sensazioni, con una sorta di pacifica rassegnazione, con una nuova consapevolezza.

Con "mai" ti fai portavoce della tua generazione, quella dei trentacinquenni: cosa la distingue dalle altre?
La mia generazione ha avuto un’infanzia meravigliosa, serena. Poi si è trovata a lottare con una crisi economica e lavorativa che che ha quasi azzerato prospettive e possibilità. Proprio per questo, però, è una generazione di individui pieni di risorse, che sanno reinventarsi, che sanno sempre e comunque tenersi a galla.

In "mai" parli a te stesso che, alla soglia dei trentacinque anni, inizi a sentire gli anni che scorrono: se potessi parlare al caspio di dieci anni fa, quali consigli gli daresti?
Gli direi di pensare meno al parere degli altri, di non avere paura di scegliere, di sbagliare. Se potessi tornare indietro, gli direi cosa fare in certe situazioni, di avere coraggio. Giusto per togliermi qualche rimpianto.

Dal 10 aprile "mai" ha anche un video: quali messaggi vuoi trasmettere con questo videoclip?
Nel videoclip, prodotto da WAVES Music Agency e diretto dal regista Pietro Bettini, viene ripreso il tema della giovinezza, con la spensieratezza, la curiosità, la capacità di far scorrere il tempo senza fare niente di concreto. L’amicizia assume un ruolo fondamentale: un amico con cui siamo cresciuti, in cui ci siamo ritrovati, che magari poi abbiamo perso ma che resta impresso in ricordi estremi, bellissimi e bruttissimi, funge da specchio per guardarsi dentro e ritrovarsi oggi un po’ più vecchi sì, ma forse anche un po’ più saggi, in grado di capire quanto in realtà il tempo sia importante.

Hai altri singoli in cantiere? Vuoi darci qualche anticipazione?
Sono sempre in fermento. Non voglio e non posso darvi anticipazioni, ma vi esorto a tenere le orecchie tese perché quest’anno non so se riesco a stare zitto e buono per tanto tempo.

BIOGRAFIA

Caspio nasce a Roma, quasi per caso. Immediatamente trapiantato, vive ancora a Trieste, città di confine che si si sviluppa sul, intorno e grazie al mare. Cresce in periferia, in una dimensione meno cittadina, più di quartiere, dove si sente sempre l’incombenza del mare, ma dalla quale solo si intravede, più distante. Suona da sempre, da subito. Batteria, basso, chitarra. Nel 2019 esce Giorni Vuoti, il primo album maturo, sfogo di anni di soffocamento, di inibizione. Rockit ha detto di Caspio che “il suo stile e il suo pensiero rimangono impressi facendo riecheggiare la voce di un artista che ha davvero qualcosa da dire”. In “mai” Caspio fa pace con sé stesso, pur riprendendo alcune intenzioni chiave della sua scrittura: non racconta mai storie, ma esplora concetti che gli sono cari per trasmetterli a chi lo ascolta in modo più chiaro, più esplicito, meno criptico rispetto a una volta. Caspio fa musica elettronica, con influenze anni ’90, in una veste completamente nuova, attuale. È un trentacinquenne che, finalmente, sa quello che fa.

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Quattro chiacchere con Meazza

Dal 19 marzo è disponibile in rotazione radiofonica l'ultimo singolo di MEAZZA, Le parti peggioriDopo STRxxxO Mari Stregaticon cui ha vinto SanNolo 2020, ritorna con un brano dedicato alla parte più oscura dell'amore. 

Le Parti Peggiori parla di relazioni travolgenti, di quei rapporti in cui il dolore è grande tanto quanto il sentimento. Quando dico “abbiamo dato il meglio per fare del peggio” intendo raccontare quelle storie in cui ci mettiamo d’impegno per ferire l’altro in un gioco di potere che finisce per far male anche a noi stessi.

Abbiamo deciso di intervistarlo per conoscere meglio il suo progetto artistico:

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Scrivo e canto da sempre, fin da quando da bambino aiutavo mio fratello a comporre le sue canzoni. Ho attraversato varie fasi artistiche e il filo conduttore è sempre stato l'aspetto terapeutico. Penso di poter dire che il processo creativo e la terapia psicologica, per me, hanno un fine molto simile.

Come è nato il tuo progetto musicale? Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Dal 2018 esiste Meazza. Ho deciso di dedicarmi completamente alla musica. Ho inviato alcuni miei provini a diversi produttori per capire se ci fosse la possibilità di collaborare. Ioska Versari ai tempi era parecchio gettonato e ha visto qualcosa nel mio lavoro. Così mi ha proposto un contratto e da allora collaboriamo a tutti gli aspetti della mia vita artistica. È stata un'escalation di cose che ha portato ad una forte intesa artistica che si traduce nei lavori che potete ascoltare!

Com'è stato debuttare in un anno così strano come il 2020? Come vivi il rapporto musica in questo periodo?

È stato senza dubbio difficile. Non ho potuto dare spazio alla parte dei live che è importantissima per chi fa il mio mestiere. Inoltre mancano i contatti umani che sono centralissimi nel processo creativo che sta dietro alla stesura di un brano. A ogni modo penso che l'amore per quello che faccio sia la cosa più importante e, per questo, ne uscirò a testa alta.

Con “Mari stregati” hai vinto SanNolo2020, raccontaci questa esperienza.

Il festival si doveva svolgere dal vivo. Nel marzo 2020, in seguito al lock-down, mi ha chiamato l'organizzatore Lorenzo Campagnari dicendomi che il festival si sarebbe svolto online. Di conseguenza avevo bisogno di un video, ma come potevo fare chiuso in casa? Ho preso il telefono e ho girato il video selfie girando per casa mia. Ho presentato il brano e ho avuto un ottimo riscontro e, con immenso piacere, ho vinto il festival.

“Le parti peggiori”, il tuo ultimo singolo, come si è sviluppata l'idea del brano?

Le Parti Peggiori tratta un argomento importante: l'aspetto “black” dell'amore. La manipolazione, l'ego, le insicurezze e tutti quegli elementi che ci portano a condurre relazioni “tossiche”. Il brano è nato, come sempre per i miei brani, di getto. Mi sono trovato a fare i conti con questa tematica solo dopo averla trattata e, di conseguenza, a fare i conti con ciò che stavo vivendo.

“Abbiamo dato il meglio per fare del peggio”: mostrare il peggio di sé può essere qualcosa che, dopo averlo affrontato, può portare a un ulteriore avvicinamento o è sintomo di un distacco inevitabile?

Scrivere questo brano, ed in particolare questa frase, mi ha permesso di uscire da un rapporto tossico e di vivere i miei rapporti successivi con più consapevolezza. Oggi anche grazie a questo, ho un rapporto sano e positivo con la mia compagna. In generale, non credo ci sia una regola, ma penso che sia importante riflettere su cosa è positivo e su cosa no.

Il brano è affiancato a un Love test molto ironico. Tu rientri nella categoria dei partner più sognatori da “durerà per sempre”, o sei più da “domani è un altro giorno”?

Sono dalla parte dei partner del “durerà per sempre”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Suonare e tornare a fare live, si spera. Inoltre abbiamo nuovi brani prodotti che aspettano solo di uscire. Valuteremo quale sarà la migliore strategia di lancio. Non vedo l'ora che possiate sentirli.

 

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Di: Nadia Mistri

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Gli ascolti di aprile 2021.

Gli ascolti di aprile 2021.
articolo di Roberto Bonfanti

Ogni giorno, aprendo internet, scopriamo che è la “giornata mondiale” di qualcosa, esattamente come succedeva un tempo con le celebrazioni dei santi. È come se quest’epoca moderna avesse creato una vera e propria nuova religione laica che venera cose diverse ma che di fatto copia pari pari le dinamiche sociali più becere dei culti tradizionali: si punta tutti insieme l’indice contro l’infedele di turno che non rispetta le regole del credo di massa o che mette in dubbio i dogmi imposti, si celebra la sacra ricorrenza del giorno e si sta ben attenti a non trasgredire i principi che ci rendono accettabili agli occhi degli altri adepti. Ultimamente sembra essere spuntata anche la promessa della salvezza finale. È strano, no? Ed è curioso come tutto questo stia influenzando anche il mondo della musica e della cultura.

La Rappresentante Di Lista è da sempre una realtà anomala: una band che sembra trovarsi perfettamente a proprio agio nel politicamente corretto contemporaneo ma che al tempo stesso continua a sviluppare un proprio linguaggio lontano da ogni corrente e a portare avanti uno stile personale di alta qualità. “My mamma”, il nuovo lavoro del gruppo, si presenta come un album elegantissimo in cui approccio pop, malinconia, raffinatezza d’autore, ricerca e teatralità riescono a trovare un punto d’incontro estremamente coerente e riconoscibile che rappresenta la conferma definitiva di una band che è ormai una certezza per la musica italiana e che sembra piacere potenzialmente a tutti senza però inseguire nessuno.

Fra canzone d’autore, psichedelia, introspezione, rock, venature elettroniche ed eleganza estrema si muove l’esordio eponimo di Kublai. Un concept album avvolgente, profondo, affascinante e molto personale capace di accompagnare realmente l’ascoltatore in un viaggio evocativo tanto musicale quanto letterario confezionato con una cura d’altri tempi e con riferimenti culturali per nulla banali. Una vera sorpresa che merita di essere approfondita.

Non è certo uno che si cura delle mode, Paolo Fattorini, come si può facilmente intuire già dalla scelta di cantare in latino i brani del suo “Sùstine impetum”: un ep che è in realtà solo una parte di un progetto più ampio fatto anche di altre canzoni, arte visuale e web-art. Un progetto tanto spigoloso quanto inquieto e affascinante, con il suono del basso acustico che sposa un’elettronica di classe per andare a comporre canzoni profondamente cupe che, con un’atmosfera quasi sacrale, riflettono sul presente con un’ottica decisamente fuori da ogni schema.

“1982” di rOMA è un disco punk d’autore nel senso più autentico del termine: un concentrato di riff graffianti di chitarra e desiderio di raccontare nel modo più sincero e diretto il proprio pezzetto di verità. Otto canzoni fresche, sincere e intelligenti all’interno delle quali il cantautore ebolitano, con un approccio fortemente anni ’90, intreccia momenti narrativi e riflessioni mai banali sulla vita, le relazioni, i propri sentimenti e le proprie insicurezze.

A volte anche la classicità è un modo per sfuggire agli schemi e Ivan Francesco Ballerini deve saperlo bene. “Ancora libero” è un disco di canzoni. Canzoni d’autore nel senso più puro e classico del termine. Canzoni eleganti, dalla scrittura curatissima, in cui l’autore ricama i propri pensieri con maestria e spontaneità per proiettarli in un universo musicale intimo fatto di sonorità prevalentemente acustiche e aperture orchestrali che non rubano mai il centro della scena alle parole e alla voce del cantautore.

Chiudiamo i consigli del mese con un progetto diverso: “Cantautonomi vol.1” si può definire come qualcosa che va oltre la compilation per diventare un vero e proprio progetto collettivo. Sette cantautori diversi fra loro, ognuno con il proprio stile e le proprie peculiarità, che hanno però scelto di collaborare in modo stretto e condividere qualche pezzetto di strada, oltre alle tracce di questa prima raccolta collettiva. In quest’epoca di individualismo galoppante e distanziamento sociale, sembra qualcosa di rivoluzionario.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

blog www.rocktargatoitalia.it

 

 

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"Fragile": intervista a Eliseo Chiarelli

Dopo il suo album Un po' d'amore un po' di rivoluzione, il cantautore crotonese Eliseo Chiarelli torna sulla scena con un nuovo singolo. Fragile è un invito al sentirsi liberi di rivelare i punti deboli, le nostre fragilità,  togliendosi quella maschera che ci fa apparire forti e invincibili e che ci fa sentire sempre sotto pressione.

Per quanto possiamo sembrare e sentirci forti, non lo siamo, siamo come elastici, continuamente sotto pressione e rischiamo di spezzarci. Nel momento in cui io, sto per spezzarmi, mi accorgo che non sono l’unico in questa situazione, allora resisto un po' di più. Fragile nasce per non sentirmi solo, per non sentirvi soli.

Abbiamo intervistato l'artista per scoprire qualcosa in più sul suo progetto:

Quando e come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Tutto nasce all’età di 6 anni quando i miei genitori mi iscrivono a scuola di musica, da quel giorno la musica mi accompagna quotidianamente, e da hobby è diventata una necessità, lo strumento per superare i momenti difficili ed andare avanti.

Com’è nato il tuo progetto musicale? Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Se il mio amore per la musica si colloca già nell’infanzia, ho scoperto il piacere della scrittura dei miei pensieri più tardi, all’età di 17 anni circa. Se devo essere sincero, è sempre l’amore a far scoprire certe cose, e infatti la mia prima canzone penso proprio sia stata una canzone d’amore. La differenza è che prima scrivevo di amori felici, adesso invece solo di amori tristi, ma questa è un’altra storia.

Per quanto riguarda i miei modelli di riferimento, non mi è mai piaciuto parlare di artisti ispiratori, ho sempre ascoltato i grandi cantautori italiani, da Dalla a De Gregori, passando per Rino Gaetano, però, non mi piace l’idea di avere dei precisi modelli di riferimento, sono più dell’idea che è bello navigare in tutta la musica ed in tutti i generi, senza avere dei chiari modelli di riferimento.

Qual è il processo creativo che ti porta alla stesura di un brano? Da cosa prendi ispirazione?

I temi che affronto più spesso nelle mie canzoni sono due, l’amore in tutte le sue sfaccettature e le questioni sociali, i due temi che poi hanno dato il nome proprio al mio ultimo disco. Seppur possa sembrare che le mie canzoni parlino di esperienze personali, alla fine non sempre è così, molto spesso cerco di immedesimarmi in situazioni non mie per cercare di capire cosa si potrebbe provare ad essere in una determinata situazione, ed allora poi tramuto in musica e parole la risposta a questo mio interrogativo.

Dopo aver fatto uscire il tuo album “Un po’ d’amore un po’ di rivoluzione” e qualche altro singolo ti sei “rinchiuso in letargo in attesa che qualcosa di nuovo nasca”: ti senti cambiato? Hai cambiato le tue prospettive?

Il letargo nel quale – nonostante il singolo – ancora sono, più che cambiare me, sta cambiando il mio modo di vedere il mondo della musica. La musica, scrivere musica per me ormai è una necessità, non credo che riuscirei a vivere senza scrivere, però, mi sto rendendo conto sempre di più che per arrivare a più orecchie e cuori possibili c’è bisogno di fare qualcosa di grande. Quindi, questi singoli pubblicati dal 2018 ad oggi sono “esperimenti” che mi servano per capire bene in che direzione sto andando ed eventualmente correggermi, questo, ovviamente, nell’ottica di qualcosa di bello, di qualcosa di grande.

Il tuo ultimo singolo, in uscita per il 26 marzo, è Fragile: com’è nato questo pezzo?

Questo brano nasce dalla voglia di spronare alla consapevolezza delle fragilità che ognuno di noi ha e dalla possibilità di rendere meno pesanti queste fragilità guardandosi attorno e stringendosi alle altre persone che alla fine sono fragili come noi.

Nel testo ti poni in un modo – sfortunatamente – insolito rispetto alla maggior parte dei cantautori, che raramente fanno trasparire le loro fragilità. Secondo te ci vuole coraggio per rivelare questa parte di sé?

Non credo sia una questione di coraggio, credo sia più una questione di consapevolezza. Essere consapevoli di avere certe debolezze è il primo passo per affrontare quelle stesse debolezze, non ci vuole coraggio, ci vuole senso critico e di osservazione nei confronti della propria persona. Poi, nelle mie canzoni parlo sempre in prima persona, ma lo faccio cercando anche di mettermi nei panni di chi poi, magari, ascolterà la mia canzone, quindi nelle mie canzoni non ci sono solo io, ma ci sono un po' tutti, o almeno le mie intenzioni sono quelle di dare voce a determinate situazioni nelle quali tutti noi potremmo ritrovarci.

Come vedi il tuo futuro? Hai alti pezzi in uscita?

Non ho una visione chiara del mio futuro, ho una visione di come vorrei che fosse, ma questa non ve la svelo. Però, aldilà di tutto, ho una serie di pezzi che attendono solo il momento giusto e gli strumenti giusti per essere incisi su di un disco. Quindi spero presto che possiate ascoltare qualcosa di più che un semplice singolo. Ma tempo al tempo, non ho alcuna fretta.

BIOGRAFIA

Eliseo, crotonese classe 98’ studia musica sin da piccolo, approcciandosi al pianoforte come primo strumento, per poi esplorare il mondo della batteria ed ultimamente della chitarra. Dopo diverse esperienze in varie band, prima come tastierista e poi come batterista, è insieme alla chitarra che da qualche anno scrive quello che gli passa per la testa e per il cuore. Nel 2017 pubblica il suo primo EP da solista dal titolo “EP senza nome” completamente autoprodotto e nel 2018 il suo primo disco dal titolo “Un po' d’amore un po' di rivoluzione”, un album in tutto e per tutto indipendente in cui si alternano nostalgie di amori persi a riflessioni sulla società contemporanea. Dopo aver presentato il disco in giro nei club della città e dintorni e dopo aver pubblicato alcuni singoli, si rinchiude in letargo in attesa che qualcosa di nuovo nasca. Nel frattempo, ride, vive, piange e scrive.

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Di: Nadia Mistri

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