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Bob Dylan e Francesco De Gregori – Lucca Summer Festival 2015

Bob Dylan e Francesco De Gregori – Lucca Summer Festival 2015

Bob Dylan e Francesco De Gregori – Lucca Summer Festival 2015

Premetto che sarebbe molto comodo partire con una strofa come “I figli sono uguali ai padri e non c’e’ niente da fare...” e scrivere una decina di righe sull’eredita’ di Dylan presa a piene mani da De Gregori qui nel bel paese; oppure parlare del rapporto tra il maestro e il discepolo e cosi’ via. Non lo faccio per pochi semplici motivi: e’ vero, De Gregori e’ probabilmente il piu’ “dylaniano” dei nostri. Vuoi per i suoi tour ormai senza sosta, per il sound decisamente americano che si respira da piu’ di dieci anni ai suoi concerti, per i suoi brani stravolti nell’arrangiamento ad ogni nuova partenza. La sua grandezza pero’ la deve soprattutto all’essere stato capace di immortalare in poche righe storie fantastiche, quando tutti i suoi colleghi parlavano di lotta; o di descrivere l’amore nella semplicita’ di uno sguardo ma mai con la banalita’ da baci perugina o da primi in classifica. Dylan e’ il cantautore e il rocker negli stessi pantaloni, l’uomo con la pistola e la rosa nella stessa mano. Non mi e’ mai venuto naturale confrontarlo con altri; d’altra parte credo che lui stesso abbia sempre cercato di togliersi le etichette di profeta, capostipite di una scuola o esempio per le nuove generazioni.
Piccola premessa a parte, Piazza Napoleone nel cuore della bellissima e bollente Lucca ha ospitato sicuramente uno dei grandi eventi dell’estate. De Gregori e Dylan sullo stesso palco, la stessa sera, ma non insieme. Il primo lo seguo da tempo, in particolare dal vivo; il secondo non me lo voglio perdere per nulla al mondo, essendo uno dei personaggi che mi fa’ venir voglia di prendere in mano la chitarra appena ho un momento libero.
Il Principe arriva sul palco puntuale alle 20 e si nota subito che anche per lui e’ una serata speciale: sorridente e disinvolto, in maglietta e scarpe di tela bianche, niente giacca o camicia elegante; mai visto cosi’ in circa una decina di suoi concerti che mi sono gia’ concesso. Ha a disposizione un’ora e la sfrutta in modo sublime: oltre a classici come “La donna Cannone” o “Rimmel” , ci regala bellissime nuove versioni di “Niente da Capire” e “Finestre rotte” e un paio di chicche come “Ti leggo nel pensiero” e “Il panorama di Betlemme”. La band e’ una macchina da guerra ultra rodata, visto il Vivavoce tour ancora in corso. Lui ride, suona e scherza con l’armonica mentre il pubblico applaude e canta senza riserve. Conclude con qualche ringraziamento e un semplice “Vi lascio in buone mani”. Se mi avesse chiesto un consiglio su cosa suonare nell’ora a disposizione (sia chiaro non ho avuto e penso non avro’ mai tale privilegio...) non avrei saputo suggerirgli di meglio!
Ore 21.30 tocca al ragazzo di Duluth che apre con “Things Have Changed”, un modo elegante per chiarire fin da subito che, ci piaccia o no, e’ venuto a farci sentire quello che lui e’ oggi, mentre i suoi classici sono rimasti in cantina con il vino buono. Giacca e pantaloni neri, cappello bianco. Si muove il giusto per portarsi dal microfono centrale al pianoforte di lato. Niente chitarra (non volevo crederci fino alla fine...), quasi a togliersi anche l’etichetta di menestrello. La corporatura minuta, rispetto ai suoi mucicisti, viene compensata dalla grandezza dei pezzi e della sua voce molto piu’ roca e graffiante di un tempo, tanto che non riesco ad immaginare come potrebbe cantare oggi “Ain’t me baby” o “The time are A-changing”. La prima parte del concerto se ne va’ tutta d’un fiato, con pezzi tra cui la bellissima “Pay in blood” e una stravolta “Tombstone blues” prima dell’unico omaggio a Frank Sinatra, tratto dal suo ultimo album di cover. La seconda parte e’ sicuramente migliore, con un pubblico ormai rodato e caldo e che non fa’ mancare la propria voce sui vari brani tratti da Tempest e Modern time, sicuramente tra i migliori album della sua produzione piu’ recente. Gran finale con una versione quasi parlata di “Blowin’ in the wind” (..ma quante volte l’hai cambiata, diccelo!) e la bellissima “Love sick”. Finale con un inchino, nessun ringraziamento e un record: meno di dieci parole rivolte al pubblico in due ore.
Alle 23.30 e’ tutto finito e Lucca torna alla normalita’. Mi aggiro bevendomi qualcosa di fresco e chicchierando di musica e dintorni con un po’ di gente rimasta in zona. La serata e’ stata sicuramente da incorniciare e sara’ probabilmente uno dei migliori eventi della mia estate. Unica nota (un po’) dolente riguardo l’organizzazione: perche’ riservare l’80 per cento dello spazio a disposizione ad una platea numerata di posti a sedere!? Perche’ dover chiedere a suon di grida e urla di alzare il volume durante le esibizioni, che se ti parla uno accanto non capisci che canzone stanno facendo? Io naturalmente mi sono stipato nell’anello di tre metri coi posti in piedi attorno alla platea, per un mio personale “rigetto” verso la “numerazione” ai concerti. E poi dai... seduti a vedere Dylan!! Forse il miglior pensiero e’ arrivato da un signore con la barba e i capelli bianchi, mentre si tornava alla macchina: “sta a vedere che siamo nati hippie e liberi in mezzo ai prati e moriremo seduti in platee numerate...”

 

Stefano Ruzza

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