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"Quel che resta siamo noi".

"Quel che resta siamo noi".

“C’è un disastro di corri e fuggi, c’è un ragazzo sconvolto dai dubbi, c’è l’attuale strana situazione, c’è il mio bisogno di passare all’azione”, cantava Giulio Casale tanti anni fa, in una canzone del primo album degli Estra. Ed era davvero così: c’eravamo noi, le nostre inquietudini da tardoadolescenti disadattati, il nostro bisogno di non farci fagocitare dalla grigia mediocrità di provincia, e il nostro sentirci costantemente fuori posto o fuori tempo. A tenerci a galla, in alcuni momenti, sembrava esserci solo la musica di band come gli Estra: quella musica che, fra lo stridore delle chitarre e il martellare della sezione ritmica, faceva da specchio al caos che ci girava nell’anima, forse anche estremizzandolo e violentandone i confini fino a farcelo scoprire ancora più nero e profondo di quanto immaginassimo, ma riuscendo soprattutto a dargli un senso e a tradurlo in qualcosa di bello, poetico e tremendamente evocativo, con la presenza sciamanica di Giulio che trasformava ogni concerto in un vero e proprio rito catartico. Poi gli anni ‘90 sono finiti, noi, pur senza mai smettere di sentirci fuori posto e senza mai scrollarci di dosso quell'inquietudine di fondo, abbiamo iniziato a trovare in qualche modo la nostra strada e anche l’universo di Giulio, un passo dopo l’altro, fra un silenzio e l’altro, si è espanso: prima le traduzioni dei testi di Jeff Buckley, poi la poesia di “Sullo zero”, i reading-concerto in solitaria, un breve ammiccamento con la narrativa, la riscoperta di Giorgio Gaber, un nuovo amore trovato nel teatro, e ancora Fernanda Pivano, gli “angeli con la pelle troppo sottile”, le canzoni di De André, un paio di album da solista e tanto altro, miscelando diversi linguaggi e diverse forme espressive senza mai perdere quello sguardo chirurgico sul mondo, quella voglia di scavarsi dentro fino a farsi male, quell’intensità poetica e il gusto di sedersi sempre e comunque “dalla parte del torto” e di giocare con gli estremi, unendo rabbia e dolcezza, forza e fragilità, poesia e realtà, in un’eterna ricerca in cui forse, alla fine, come dice in una delle sue canzoni più recenti, “quel che resta siamo noi”. Ebbene, sì, ho avuto la fortuna di essere adolescente negli anni ‘90 e di vivere da fan tutta la parabola artistica degli Estra, ma ovviamente non ho mai smesso di seguire con grande passione e attenzione anche le successive evoluzioni di Giulio Casale. In qualche modo mi sento umanamente in debito con lui per le tante lucine che ha inconsapevolmente acceso nel caos dei miei pensieri giovanili e per tutto ciò che ho vissuto lungo la strada inseguendo i suoi concerti, ma anche per il suo continuare a essere un esempio enorme di quanto sia necessario rompere gli schemi precostituiti e creare un proprio linguaggio, restare incrollabilmente fedeli a se stessi anche indossando abiti diversi, e soprattutto non smettere di inspirare a pieni polmoni vita e poesia per poi mescolarle dentro di sé e risputarle fuori nel modo più urgente e diretto possibile, continuando a seguire la propria strada lontano dai cliché e dalle scorciatoie. In fondo lo cantava già anni fa: “quel tanto di sacrale, quel tanto di speciale, quel poco che è reale forse basta a salvarci”.

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