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4 album (+1) per luglio: Ognibene, Le Rose E Il Deserto, Chiaradia, Casanovi e Giulio Casale

4 album (+1) per luglio:

Ognibene, Le Rose E Il DesertoChiaradia, Casanovi Giulio Casale
articolo di Roberto Bonfanti

C’è una cosa che manca in questo momento storico: la visione d’insieme. Sento musicisti che protestano per la situazione del mondo della musica, sportivi che si lamentano per le limitazioni poco sensate alla propria disciplina di riferimento, gestori di locali che s’arrabbiano per le regole a cui devono sottostare e persino possessori di piscine che puntano l’indice contro nuove normative assurde. E hanno tutti ragione. Eppure nessuno sembra voler guardare oltre il proprio orticello. Nessuno sembra volersi assumere la responsabilità di comporre il puzzle di tutti questi malcontenti e dargli un senso globale. Per questo siamo tutti destinati alla sconfitta. Intanto però l’estate sembra essere esplosa a dispetto di tutto quanto e non ci resta che tornare a parlare di musica.

C’è sempre un filo di malinconia ad accompagnare le canzoni di Ognibene ma soprattutto, a rendere riconoscibile la scrittura dell’artista già leader dei Remida, c’è un approccio narrativo cinematografico fatto di piccoli dettagli e intrecci di frammenti di vite. “Il varietà sulla natura umana, vol. 1”, nuovo ep del cantante emiliano, è di fatto un insieme di canzoni genuinamente pop dalle melodie pulite e immediate, ma riesce a presentarsi anche come una finestra a cui affacciarsi per osservare lo scorrere della vita attorno a noi.

Le Rose E Il Deserto si presentò un paio di anni fa alle selezioni di Rock Targato Italia come il più gucciniano dei cantautori. “Io non sono sabbia”, ep che segna il suo primo vero passo discografico, ci presenta invece un artista leggermente diverso, che sembra volersi alleggerire abbandonandosi ad arrangiamenti più accattivanti che strizzano l’occhio all’universo indie-pop contemporaneo ma che al tempo stesso non rinuncia a riflettere su sé stesso tessendo canzoni delicate intrise di ricordi intimi e pensieri personali, come in un gioco di specchi fra voglia leggerezza e bisogno di introspezione.

Se Chiaradia fosse un calciatore, sarebbe uno di quei centrocampisti che non vedi mai citati nei titoloni dei giornali ma a cui nessun allenatore toglie mai la maglia da titolare. “Primo vere”, il suo nuovo lavoro discografico, è l’album di un cantautore nel senso più puro e americano del termine: una raccolta di canzoni curate intessute di folk, musica d’autore e un pizzico di pop all’interno delle quali si alternano riflessioni personali e storie importanti di personaggi ai margini. Un disco che si lascia apprezzare proprio per il suo essere coerente con sé stesso e assolutamente fuori dalle mode del momento.

Fa sempre piacere imbattersi in un nuovo lavoro di Roberto Casanovi e il suo nuovo ep intitolato “Più della tua sola forma” non fa che confermare quanto di buono il giovane cantautore comasco ha già saputo dimostrare con i suoi precedenti lavori: canzoni delicatissime, trasognate, che sembrano galleggiare in un mondo tutto loro e che finiscono sempre col sorprenderti per il loro genuino intimismo, per un inaspettato gioco di prestigio poetico o per una riflessione capace di capovolgere con naturalezza ogni prospettiva.

Il “+1” di questo mese lo dedichiamo a un album dal vivo molto particolare, ovvero “Bootleg #3” di Giulio Casale: un progetto che non è la testimonianza di una sola esperienza live ma un collage di tutte le incarnazioni portate in scena dall’ex leader degli Estra nell’ultimo periodo, con brani registrati in trio durante il tour promozionale del suo ultimo disco alternati a estratti dal suo spettacolo teatrale ispirato a “Le notti bianche” di Dostoevskij, una parentesi punk solitaria e qualche frammento di una serata in compagnia del jazzista Nicola Alesini. Una bella testimonianza delle tante anime quello che è senza dubbio uno degli artisti più profondi dell’attuale scena culturale italiana.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

 

blog RockTargatoItalia.it

 

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NovoTono: se si suonasse nei boschi e fra i monumenti?

NOVOTONO in concerto

l legno
La formula più basilare del duo per celebrare gli spazi e l’Estate: e se si suonasse nei boschi e fra i monumenti?

Per l’Estate 2020 i Novotono, il duo dei fratelli Adalberto ed Andrea Ferrari - entrambi sax e clarinetti - si propone nella formazione più light possibile: in duo, con possibilità della versione unplugghed. A celebrare i luoghi che meglio si predispongono ad una performance in cui gli artisti possano dipingere dei propri suoni spazi, memoria, ambienti: boschi, piazze, luoghi inconsueti, spazi dell’anima.

Forti di una discografia di grande successo, artisti apprezzati dal pubblico e dalla critica, i Novotono devono il proprio successo ad uno straordinario, ricercato interplay e ad un gioco raffinato fra pieni e vuoti, fra suono e silenzio: una formula carica di magia e di suggestione.

Il concerto prevede un excursus attraverso la produzione di questo Duo, di volta in volta pensato a seconda del contesto e dello scenario che andrà ad ospitare l’evento. Un focus particolare sul nuovo album, Woot (Winds) at Work: un omaggio al mondo del legno, nella doppia accezione di materiale di cui sono fatti gli strumenti a fiato e di materia prima per falegnami e artigiani del legno. I fratelli Ferrari, infatti, oltre strumentisti della sezione dei legni, hanno alle spalle una vasta storia familiare nell’artigianato del legno.

Il bosco, quindi, diventa un ideale palco sul quale far ricongiungere mondi, storie e respiri

 

Blog Rock Targato Italia.it

 

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DERIVE IMMOBILI.

Veniamo, o meglio, abbiamo archiviato un periodo di immobilità. Un periodo in cui siamo stati alla deriva appoggiati, seduti o sdraiati sui nostri divani ma ci sentivamo come naufraghi alla deriva. La cosa più terribile è stata quella di non riuscire a capire nel marasma di voci, opinioni, notizie vere e poi false se una qualche forma di terraferma fosse o meno all’orizzonte.

Oggi arranchiamo su una qualche spiaggia continuamente confusi da quelle voci che non sono ancora paghe. Voci che continuano ad alimentare una confusione letale e che contribuiscono all’enorme senso di smarrimento.

Non so voi ma io sono insistentemente colpito da questa sovrapposizione di “verità” spacciate per veritiere che poi risultano fallaci. Nel frattempo, non siamo nemmeno riusciti a seppellire i nostri morti e non possiamo giurare di essere vivi o, quantomeno, di esserlo ancora.

Detto questo, la domanda più ricorrente è di chi sia la colpa. E’ una domanda stupida. Non lo sapremo mai, nel senso di avere una risposta che vorrebbe che chi ha sbagliato pagasse e rispondesse di ciò che abbiamo perso e di ciò che perderemo.

Perché siamo noi che abbiamo sbagliato. Inutile cercare altre responsabilità: la colpa ricade di più su chi ha permesso che il male venisse fatto che su chi lo ha fatto materialmente.

Ci siamo affidati, consegnati a corti dei miracoli che miracoli non facevano, a uomini soli al comando che si affidavano a moltitudini di comitati di tecnici e scienziati che erano tecnicamente e scientificamente confusi … Abbiamo alimentato un circo desueto e spelacchiato in cui tutti cercavano di portare il verbo e, invece, contribuivano al rumore, alla confusione, alla diffusione di allarmismi eccessivi, di allarmi sottovalutati e di menzogne. Tutti alla ricerca dell’applauso del pubblico di prima serata che, peraltro, era assente.

Eravamo tutti a casa inchiodati ai nostri divani, aspettando che riaprissero le gabbie, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore eravamo a casa pieni di tachipirina, ad aspettare di diventare talmente gravi da farci portare in ospedale. Eh sì, perché abbiamo rivalutato la medicina “medievale” durante questa pandemia.

Ci hanno fermato, resi impotenti e immobili e lasciati alla deriva e non solo glielo abbiamo permesso, abbiamo tifato per loro, li abbiamo proclamati “uomini del destino”.

Siamo partiti con il “ce la faremo” … ora siamo tornati al realismo di ciò che siamo. Naufraghi che cercano qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno da insultare, qualcuno da mettere all’indice come untore. Incapaci di assumerci la nostra parte di responsabilità. In quanti ci siamo alzati? In quanti abbiamo esclamato “così non va bene”?

Siamo fermi sulla superficie. Siamo in attesa che la corrente ci porti da qualche parte. L’approdo più probabile sarà quello di oltre un milione di nuovi disoccupati, decine di migliaia di imprese chiuse o fallite, un aumento esponenziale del nostro debito, altro cemento, altra CO2, altre tragedie planetarie … Le conseguenze della pandemia, mi direte. Vero. Ma sono anche le conseguenze del Grande Gioco. Per chi tiene il banco, la pandemia è diventata una nuova opportunità.

E adesso?

Adesso, ci hanno ributtato in acqua. Ma non è stato il gesto pietoso del pescatore sportivo … Saremo troppo deboli e troppo soli per sopravvivere all’oceano. Galleggeremo sopra abissi così profondi che ci vorranno molte generazioni per colmarli, in una persecuzione che durerà decenni. E loro scommetteranno sulle nostre bucce.

A meno che … A meno che, non si cambino le regole del gioco. E’ un gioco stupido: pochissimi vincono, le moltitudini perdono, i popoli perdono. Ma sembra che i popoli siano più interessati a trovare il colpevole delle loro sventure, più che impegnarsi per un vero cambiamento … Si poteva fare. Il virus sembrava averci resi più consapevoli della nostra arroganza e fragilità.

Di colpevoli, da più parti ve ne indicheranno molti. Potrete sfogare su di loro le vostre frustrazioni e la vostra rabbia. Il problema? Nessuno di loro è il vero colpevole. O meglio, lo è ne più ne meno di quanto lo siate voi.

Non volete altri Coronavirus (o virus e sventure globali di altro tipo)? Allora dovete impegnarvi per rivedere il modello: devono viaggiare le persone e non le merci, dovete capire che non possiamo permetterci un pianeta abitato da dieci miliardi di voraci parassiti come gli umani, dovete rimettere in piedi gli eco sistemi che avete massacrato, smetterla di perdere territorio per colpa della cementificazione, smetterla di perdere bio-diversità, invertire il processo di proliferazione di rifiuti, CO2 e degli altri agenti inquinanti.

Invece, chi vi governa (e non solo non lo avete eletto democraticamente ma non sapete nemmeno della sua esistenza) e inganna, vi ha convinto che i cinesi sono buoni o cattivi a seconda delle opportunità che la contingenza vi mette davanti, così il nero, il lombardo? Oggi va il nord-africano! Sotto con il maghrebino.

Io non parteciperò a questo stupido convivio. Non mi importa di chi sia la colpa anche perché lo so già. Mi interessa che noi ci si impegni per risolvere il problema e si inneschi un mutamento virtuoso, più rispettoso dell’umanità e dell’ambiente che permetta la nostra sopravvivenza. Interessa la sopravvivenza?

Non preoccupatevi! Non datemi retta. Sono solo un visionario. Andate tranquilli, tanto vi danno il monopattino elettrico, il supermercato rifornito, vi portano a casa il pranzo, il televisore, il nuovo tablet … Che vi frega del resto.

Rimanete pure immobili alla deriva in attesa della prossima tempesta. Io, però, ho una notizia per voi: la tempesta non è mai finita.

Anzi, quella vera non è ancora cominciata.

di Paolo Pelizza

©2020 Rock targato Italia

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Gianluca Chierici esce con “Inferno Bianco” per Fallone Editore.

Inferno Bianco, 12 poesie o un poema contemporaneo?

 Dietro ad una vena compositiva prolifica c’è, quasi sempre, un’istanza o un’urgenza.

Per questo Gianluca Chierici, di cui vi avevamo già raccontato del precedente libro “Devi ancora inventare Euridice”, esce con “Inferno Bianco” per Fallone Editore.

Succede in questo modo: mi comunica che ha scritto un altro libro di poesie, me lo manda, arriva e io comincio a leggerlo.

Difficile, ad una prima occhiata, capire con cosa ho a che fare. L’asticella è ancora più in alto. Mi faccio aiutare dalla prefazione, ottimamente composta da Vincenzo Frugillo. Sento che sto cominciando a scalfire la superficie.

Intanto, la dicitura “12 poesie” sulla copertina può ulteriormente depistare. I “pezzi” sono davvero dodici ma fanno parte di un unicum, un poema breve se mi passate questa definizione. Inferno Bianco ha molti livelli di lettura e comprensione, si apprezza la musica ma anche e soprattutto la stratificazione di significati e significanti, l’evocazione e le suggestioni.

Come T.S. Eliot ci “colloca” nel mese più crudele, Chierici ci invita nella bianca perfidia. Una perfidia che non può essere vinta, combattuta dal segno, dai suoni, dai simboli e dal verbo. In una lotta che eternamente accade.

E’ una nuova drammaturgia. Con il mito, che svettava contro il logos nell’opera precedente, che rimane all’interno, adatto ed attuale dentro a questo conflitto.

E’ difficile penetrare profondamente, attraversare i livelli ma ogni rilettura è una nuova scoperta e apre a ad altri “tesori”, per dirla con Indiana Jones.

Ogni parallelo storico o mitologico è critico con la modernità, ogni celebrazione di gesta, ogni tentativo di liberare la “verità” cela altri significati, simbolismi e miti antichi, moderni e post moderni.

Non vi è (e come potrebbe?) alcuna conclusione morale o moraleggiante. Solo lo smarrimento in un horror pleni fatto di voci  sovrapposte, di opinioni, di mistificazioni vacue che sono, per l’appunto, rumore bianco.

Il tempo e i tempi, altro pilastro di Inferno Bianco sovrappongono epoche, mitologie, superstizioni, religioni e filosofie spappolandole e distribuendole in tutta l’opera. E’ un circolo ma, non necessariamente, l’eterno ritorno degli antichi e del mito che sosteneva il lavoro precedente. E’ più ininfluente come se il passare, l’evolversi sia stato vano o poco significativo ma gestito con aritmetica precisione: scandisce l’opera e anche la lettura della stessa.

Leggere questo libro (l’ho fatto più volte e spesso mi sono trovato a sfogliarlo anche nelle pause dal lavoro) mi ha messo di fronte ad una sorta di inadeguatezza, di necessità di crescita.

Per concludere, dopo avere aperto Inferno Bianco ho percepito la consapevolezza che privarmene sarebbe stato non solo impossibile ma, anche, innaturale.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

 

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