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Paolo Ciro

Paolo Ciro

#ARCADE FIRE - Villafranca, Verona - 24 giugno 2014 - Castello Scaligero

Arrivare al quarto disco degli Arcade Fire senza averli mai visti dal vivo era un errore oggettivamente imperdonabile. Mi sono quindi dato un'occasione per rimediare, presenziando alla seconda tappa del loro tour estivo in Italia, a Villafranca di Verona, in una location che definirei quantomeno esaltante : il Castello Scaligero. Scongiurato l'intervento di Giove Pluvio, probabilmente anche grazie ai rituali che ognuno dei quasi diecimila presenti aveva salmodiato segretamente fin dal pomeriggio, gli Arcade Fire atterrano sul palco alle 21.45 di una serata che aveva appena regalato l'esclusione dell'Italia ai Mondiali ed un morso di affetto a Chiellini. Ma la musica, si sa, fa dimenticare tutto, soprattutto se a presentare gli eventi è un uomo ricoperto interamente di specchi sulla passerella, uscito dritto dritto dal video di 'Reflektor'. L'attesa è notevole, soprattutto per me che non vedo l'ora di : (1) capire come sia possibile far funzionare dal vivo 11 musicisti su un palco (2) cantare a squarciagola tutto il repertorio.

Vengo accontentato subito, con la partenza al fulmicotone che inanella in sequenza 'Reflektor', 'Flashbulb Eyes', 'Neighborhood#3 (Power Out)' e 'Rebellion (Lies)', a rappresentare subito gli estremi, ovvero il primo e l'ultimo disco, che si toccano.

Sul palco, uno spettacolo di arte varia che prevede strumenti di ogni tipo, tra cui xilofono, hurdy gurdy, violini, fiati e percussioni, in un'atmosfera che sa di sincera voglia di condividere. Le due donne nella band (una delle due è Règine Chassagne, moglie del frontman Win Butler) aiutano a capire meglio uno dei suoi punti di forza, ovvero l'equilibrio tra momenti musicali di irruenza tipicamente maschile e di gioiosa grazia femminile.

Nella scaletta c'è spazio per una versione molto dolce di 'The Suburbs', dove Butler si cimenta al pianoforte, e per un successivo, improvviso, alterco dello stesso Butler con qualche spettatore delle prime file per cause a me sconosciute, proprio sul punto di attaccare 'Ready To Start' (con tanto di effetto straniante, per il gioco di opposti).

Règine, piacevole folletto polistrumentista sorridente, trova il momento clou nella sequenza 'It's Never Over' e 'Sprawl II', dove le sue parti vocali sono predominanti e le permettono di guadagnare il centro della scena dapprima sulla passerella, e poi, grazie alla danza, dimenando nastri colorati da fare invidia alle olimpioniche della ginnastica. Siamo nel frattempo arrivati alla fine della prima parte, ed è il momento di ricordarsi che il cielo è minaccioso sopra le nostre teste (in lontananza imperversano fulminacci poco divertenti). Ma noi siamo dentro il perimetro del castello, dove per un momento sembra proprio che la pioggia non possa entrare. Lo capiamo definitivamente quando vediamo entrare sul palco per l'encore nientepopodimenoche Papa Francesco, ovvero Win Butler con una gigantesca testa cartonata del pontefice, ad impartire una benedizione urbi et orbi.

Servirà, perchè da lì in poi è un gran finale, con la band a eseguire 'Here Comes The Night Time' (dove un tripudio di coriandoli viene generosamente sparato nell'aere), la muscolosa 'Normal Person' e, ovviamente, 'Wake Up', con il suo coretto-da-cantare-tutti, a chiudere in fratellanza.

Due ore ben liete nel variopinto panorama dei concerti ai quali ho assistito.

Adesso può anche venire la pioggia. E così sarà, subito dopo, appena usciti dalle mura.

Paolo Ciro (NowHereMan)

#ARTIC MONKEYS - Pistoia, 17 luglio 2014 - Piazza Duomo

Il concerto del quartetto di Sheffield a Pistoia avviene nel bel mezzo di una breve vacanza personale in Toscana della durata di quattro giorni, probabilmente gli unici nei quali questa bizzarra estate ha deciso di mantenere fede ai propri impegni.

Per colpa della temperatura arrivo infatti in piazza 'a dentoni' (per dirla con un termine caro a Guzzanti), tentando di smaltire il brutto colpo di calore che i 38 gradi del pomeriggio mi hanno lasciato.

Guadagno posizione sulla struttura metallica allestita a mo' di tribuna di fronte al palco, ed attendo l'evolversi degli eventi trangugiando liquidi ristoratori. Mi godo soprattutto la vista su una delle piazze più belle d'Italia... è davvero una grande idea fare il Blues Festival proprio qui. Sul palco sono appena saliti i The Kills, il duo formato da Jamie Hince (attuale marito di Kate Moss) e Alison Mosshart, che propongono il loro repertorio indie-garage-rock ad una platea già decisamente nutrita. Bravini, ma non a sufficienza per incendiare l'entusiamo mio e del bambino inglese di fronte a me, che dopo 4 pezzi scongiura in lacrime il padre di portarlo via.

Tornerà giusto in tempo per godersi il vero motivo di questa serata, Alex Turner e soci, che si fanno attendere un po' più del previsto, presentandosi sulle note in sottofondo di una versione di 'Are you lonesome tonight ?' di Elvis, e rendendo ancora più facile l'accostamento tra il ciuffo brillantinato del Re del Rock'n'roll e quello del frontman degli Arctic.

La partenza vera e propria è affidata, come nell'ultimo cd, al lento incedere (quasi marziale) della bellissima 'Do I Wanna Know ?', che incendia la folla. Neanche il tempo di rifiatare ed arriva uno dei tormentoni pop più eleganti degli ultimi anni 'Snap Out Of It', a rompere il ghiaccio definitivamente e far cantare tutti. Un uno-due formidabile che mette da subito in chiaro lo stato di grazia della band dal punto di vista della performance.

Si prosegue attingendo a piene mani dal repertorio 'AM' (tanto che a fine serata gli unici due pezzi a rimanere fuori dal lotto saranno 'I Want It All' e 'Mad Sounds'), ma c'è spazio ovviamente per parecchi classici della band quali 'Brianstorm', con il consueto gran lavoro di tamburi di Matt Helders (notevole anche ai cori), 'Dancing Shoes' e 'Library Pictures'.

La cosa strana dei Monkeys riguarda piuttosto il loro modo di stare sul palco, che è imperniato ovviamente sulla figura centrale di Turner, noto e proverbiale timidone. Tendenzialmente la band esegue i pezzi in maniera stra-professionale, ma affronta le pause tra uno e l'altro accordando gli strumenti e facendo un discreto casino, come se fossero in sala prove. La cosa di per sè è anche divertente, ma dice in realtà molto sul fatto che Turner preferisce di gran lunga parlare il meno possibile nei tempi morti.

In tutta la serata il ragazzo (ventottenne) sparerà a malapena un 'ciao come va' e un 'ciao Pistoia' (o forse era 'ciao Toscana'...), seguito da qualche apprezzamento alla piazza/duomo e poco altro.

Insomma, non proprio un animatore turistico ma, conoscendo appunto questa caratteristica ritrosia, ci può stare, anche e soprattutto date le impeccabili e trascinanti versioni di '505', e l'attesissima 'I Bet You Look Good On The Dancefloor', sulla quale salta praticamente tutta la piazza.

Io nel frattempo ho smaltito completamente i postumi del 'pomeriggio della disidratazione', e questo aspetto terapeutico del concerto rock mi riempie sempre di stupore, tanto che, mentre gli Arctic chiudono la serata prendendoci a schiaffoni con 'R U Mine ?', mi trovo già a pensare quale sarà il prossimo live dove raccogliere nuovamente questa botta di adrenalinica salute.

Con l'intento di raccontarvela.

Recensione e foto di Paolo Ciro (NowHereMan)

Il ritorno degli Üstmamò

Nati nei primi anni '90 sulle pendici dell'Appennino reggiano, gli Üstmamò hanno seguito un percorso che, giocando con spirito rock sul dialetto e sulla riproposizione di canti tradizionali di montagna, è arrivato fino al pop da classifica, molto spesso sotto l'occhio attento di Giovanni Lindo Ferretti, che ha creduto in loro fin dagli inizi.

Dopo lo scioglimento, avvenuto nel 2001, sono tornati oggi con un nuovo disco, “Duty Free Rockets”, stilisticamente molto diverso dai precedenti, e nel quale manca la loro voce storica, Mara Redeghieri.

Ne parliamo in anteprima esclusiva con Luca Alfonso Rossi, chitarrista e fondatore della band.


- Ciao Luca, grazie per la tua disponibilità.

Ciao, figurati, è un piacere.

- Iniziamo con le domande di rito, cosa ti ha portato a riprendere il percorso Üstmamò ?

Dunque... è cominciato con la mia voglia di riprendere a suonare insieme, ma senza un'idea in particolare. Da lì ho provato a sentire gli altri, per vedere cosa ne pensavano.

Ezio lo vedo abbastanza spesso, suona con me nel tour di Ferretti, ma ha rinunciato perchè è piuttosto impegnato con la sua professione di insegnante, un percorso intrapreso molto tempo fa anche da Mara. Lei aveva in mente di finire prima comunque il suo disco, sul quale sta lavorando ormai da 4 anni (ride).

Simone invece era disponibile e alla fine abbiamo deciso di fare il disco noi due. Non è detto però che nei prossimi dischi non ci possano essere anche gli altri, non c'è stato un diktat, nessuno ha fatto fuori nessuno, semplicemente al momento è così, anche se forse visto da fuori è più difficile da capire.

- Al di là della mancanza di Mara Redeghieri, nel nuovo disco ci sono un po' di cambiamenti rispetto a quanto fatto in passato dalla band. Come sta reagendo finora il vostro pubblico storico a tutte queste 'novità' ?

Non so dirti come sta reagendo il pubblico...ti posso dire cosa mi aspetto io, e cioè mi aspetto che qualcuno si possa anche incazzare (ride). In fin dei conti non è facile star dietro a questo tipo di cambiamenti, lo posso capire, però non mi andava di fare cose omologate sulla linea delle produzioni attuali. L'unica cosa che mi darebbe fastidio è che qualcuno pensasse che l'ho fatto come provocazione, perchè non è assolutamente così.

La scelta del cantare in inglese è stata per certi versi obbligata. L'italiano è una lingua complessa, che nelle canzoni va valorizzata in un certo modo, come avrebbe fatto Mara, ma io sono più un musicista, per me il testo ha un'importanza diversa. All'inizio ho provato ad usare l'italiano ma sembrava di sentire Nek (ride). L'inglese mi ha permesso di mantenere il contatto con quello che volevo fare musicalmente.

- Ricordo di avervi visto dal vivo la prima volta nel 1995 a Sonoria, sotto una specie di diluvio, in un pomeriggio che vedeva sul palco anche Yo Yo Mundi, Bersani, Fratelli di Soledad, CSI. Come vedi cambiata la scena musicale italiana rispetto a quei tempi ?

Si ricordo bene quella occasione ! In realtà non so dirti com'è cambiata la scena perchè adesso non la seguo più molto, sono uno che ha scelto di fare la sua vita un po' lontano, in montagna. E' però sicuramente cambiata l'intenzione con la quale si suona, la scena anni 90 era bella e per certi versi irripetibile, figlia del suo tempo.

- Ti senti sempre un "ribelle della montagna" ?

Più che ribelle della montagna mi sento un 'bidello' della montagna (ride, e io con lui). No scherzo, montanaro si, ribelle un po' meno.

- E la tua passione per il roots rock americano da dove nasce ?

Guarda, noi siamo partiti come un gruppo praticamente folk, che si esprimeva anche attraverso canti popolari, a modo nostro. La musica roots anni 50 e 60, con quei pezzi sui quali ho iniziato a suonare da ragazzino, era perfetta per un ritorno a quella fase.

- E così si spiegano le canzoni nate nella legnaia... (quella dell'abitazione di Luca, ndr)

Esatto !

- Il testo della prima traccia del disco,"I Play My Chords", sembra riassumere bene la filosofia del disco, è corretto ?

Si in effetti è così, è la filosofia del suonare con semplicità, senza la preoccupazione di dover fare un disco 'in particolare'. Al giorno d'oggi, è comunque molto difficile avere dei riscontri economici con i dischi, tanto vale fare qualcosa per il tuo piacere personale e cercare di divertiti a suonarlo in giro. Questo disco per me è stato molto immediato, ci ho messo meno tempo a registrarlo di quanto invece ce ne sto mettendo a scegliere un'ufficio stampa...

- A questo punto possiamo dire che se negli Ustmamò storicamente sono sempre esistite due anime, una legata al mondo della tradizione ed una legata all'attitudine un po' più punk, questo nuovo "Duty Free Rockets" è il modo per restare fedele alla prima (anche se non è ricollegabile all'Appennino ma alle praterie americane) ?

Si, sono d'accordo. Le tradizioni legate alla terra, le 'radici', per noi sono sempre state molto importanti. Il nostro periodo pop è stato bello, però lì c'era l'aspetto di aver fatto diventare la musica una professione, perdendo ovviamente in genuinità.

- Mentre invece l'esperienza in tour con Giovanni Lindo Ferretti è un modo per alimentare l'attitudine un po' più punk...

Mmm... questo in realtà no, perchè non c'è persona che sia legata alle tradizioni più di Giovanni. Anche se dal punto di vista musicale il repertorio è in gran parte quello dei CCCP/CSI, in realtà questo tour ("A cuor contento", che prosegue da più di 4 anni, ndr) è molto strano, molto spesso nemmeno io riesco a capire quale sia la linea (ride). Ma rappresenta il percorso di Giovanni, un percorso complesso e affascinante.

- In tutti questi anni con Giovanni, che vi ha incoraggiati fin dall'inizio, producendo anche i vostri primi dischi, come è cambiato il rapporto ?

Giovanni è quello senza il quale io non avrei nemmeno cominciato a fare questo mestiere, per cui la mia stima nei suoi confronti è immensa. Dal punto di vista musicale lui è uno che ascolta musica molto raramente e quindi è più difficile confrontarsi. Avere ripreso a suonare la chitarra con lui nel suo tour mi ha però fatto di nuovo venire la voglia di fare qualcosa di mio, quindi devo nuovamente dirgli grazie !

- Un'ultima curiosità: come è nato il titolo del disco, "Duty Free Rockets" ?

Una sera, sentendo una notizia relativa a un bombardamento su Gaza, un ministro israeliano parlava della striscia definendola una duty free rockets zone, riferendosi probabilmente al fatto che in quella zona fosse piuttosto facile procurarsi missili. Però mi piace pensare che potesse anche essere intesa come un futuro dovere (duty) di avere una zona libera dai missili. Questa possibile doppia interpretazione mi ha affascinato.

- Ok Luca, grazie nuovamente e a presto, attendiamo di vedervi dal vivo !

Con molto piacere, ciao.

Intervista a cura di Paolo Ciro (NowHereMan)

 

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