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APNEA: Il videoclip de “IL GIORNO DI IERI”

E' disponibile su Youtube il videoclip de

“IL GIORNO DI IERI”

Il nuovo singolo della band APNEA

 Guarda il video: https://youtu.be/Q5pHxy1CmDo

Il videoclip de “Il giorno di ieri”, nuovo singolo della band Apnea, è da oggi disponibile su Youtube

Lontana dall’essere una canzone malinconica, “Il giorno di ieri” nasce dal desiderio di gridare ad alta voce ho bisogno di te come il giorno di ieri, ho bisogno di te, baciami adesso.

Nel videoclip si racconta la storia di una coppia che dopo molti anni passati insieme si ritrova in una quotidianità fatta di silenzi che fanno rumore.

Nell’estremo tentativo di riconciliazione, i due protagonisti del video vengono catapultati in un teatro dove assistono all’esibizione di due ballerini. Nella leggerezza e nella bellezza dei movimenti dei due danzatori, la coppia ritrova l’essenza del loro rapporto originale e quello stesso amore che li aveva uniti e a cui decidono di non voler più rinunciare. 

BIOGRAFIA

Apnea è una band attiva da tre anni e formata da Alessandro Guarandelli (Voce), Francesco Antonelli (Basso), Luca Magrini (Chitarra), Andrea Molinari (Batteria / Cori) e Marco Molinari (Chitarra / Cori).

Nell’estate 2019 registrano un EP di 6 tracce, “Private confidenze”, che racchiude l’essenza primordiale della band, un mix di forti emozioni che passa da brani alternativi, come “Aria 8”, “Ossigeno”, fino a raffinate ballad come “Amara”, “E’ tutto vero“.

Estate 2020 pubblicano il videoclip del loro primo singolo ufficiale “Erotica Venere”.

Ad ottobre 2020 Rock Targato Italia li decreta vincitori della 32° edizione; a dicembre esce la Compilation “ROCK TARGATO ITALIA 1987/1992” che, insieme a brani di grandissimi artisti italiani come Vasco Rossi, Litfiba, Afterhours, contiene anche il loro secondo singolo “Poco prima di dormire”.

Il 16 Aprile 2021 esce il loro terzo singolo “Il giorno di ieri”, che anticipa l’album di inediti in uscita nel prossimo autunno.

NEL WEB:

Facebook : https://www.facebook.com/apneapage

Instagramhttps://www.instagram.com/apneapage/

YouTubehttps://www.youtube.com/channel/UCg4aG8WuNxzDYVByHXJDg9A

 

ELEONORA CORSO – GIULIA VILLANI

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web: www.divinazionemilano.it 

 

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Prolungata la mostra La Face autre de l'autre Face a cura di Davide Di Maggio presso la Fondazione Mudima

La Fondazione Mudima, fondata e diretta da Gino Di Maggio, è la prima Fondazione italiana costituita per l’arte contemporanea. Attualmente sta ospitando la mostra collettiva La Face autre de l'autre Face a cura di Davide Di Maggio. Notizia di questi giorni è la proroga della mostra: se inizialmente era visitabile fino ai primi di marzo, la Fondazione ha comunicato che sarà prorogata fino al 7 maggio 2021. I visitatori potranno accedere dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 13 oppure dalle 15 alle 19. 

La mostra 


La mostra è parte del progetto Viva Gino! Une vie dans l’art, grande evento francese che ha celebrato la passione di Gino Di Maggio, a Les Abattoirs, Musée-Frac Occitanie Toulouse, presentando opere di alcuni dei più importanti movimenti del ‘900: Futurismo, Fluxus, Nouveau Réalisme, Mono-Ha, Gutai, Videoarte, Arte Programmatica e Cinetica. Il percorso testimonia i forti legami di amicizia che Gino Di Maggio ha intessuto per anni con artisti d’ogni orizzonte, oltre al suo investimento morale ed etico nel supportare la creazione artistica al di là delle tendenze di mercato.

La Face autre de l’autre Face presenta una selezione di 20 artisti, la maggior parte italiana, la cui attitudine interdisciplinare della ricerca consente loro di muoversi fuori e al di là dei limiti territoriali e linguistici, ponendosi al crocevia tra arte visiva, fotografia, video e installazione, tutte discipline frequentate e intrecciate da ognuno di loro. Lo spazio della Fondazione, da costruire e plasmare, diviene quindi il punto di incontro dove il loro lavoro si incontra e si confronta, un incrocio di relazioni che prima del loro intervento era di gran lunga meno accessibile. La coscienza della differenza dei linguaggi reciproci, permette agli artisti in mostra di occupare una posizione che garantisce una visione di insieme e di costruire una casa della coesistenza delle differenze. Più che la registrazione visuale dell’esistenza quotidiana, gli artisti svelano episodi in cui la loro capacità immaginativa incontra l’intimità della loro stessa vita, portandosi dietro l’eco del tempo.

Gli artisti in mostra sono : Daniela Alfarano, Gabriele Basilico, Renata Boero, Loris Cecchini, Pierpaolo Curti, Diamante Faraldo, Claudio Gobbi, Francesco Jodice, Christiane Löhr, Uliano Lucas, Giovanni Manfredini, Sabrina Mezzaqui, Ugo Mulas, Federico Pietrella, Andrea Salvino, Alfredo Pirri, Nicola Samorì, Andrea Santarlasci, Nerina Toci, Alessandro Verdi, Nicola Verlato.

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Eleonora Corso

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La voce di una generazione: intervista a caspio

Dopo due anni di silenzio, caspio - scritto rigorosamente tutto in minuscolo - ritorna con un nuovo singolo, mai. In questo brano parla a se stesso e a una generazione intera: la sua, quella dei trentacinquenni, che, nonostante la crisi e tutte le difficoltà di questi ultimi anni, non si è ancora arresa.

In “mai” caspio si guarda alle spalle e si rivede. Non è mai stato pieno di speranze, ma forse le ha solo nascoste per non deludere se stesso. Gli sarebbe piaciuto essere diverso, prendere altre strade, avere altre opportunità. Inizia a sentire gli anni che passano, a sentirsi “meno tonico, meno ironico”. Ma caspio non si attribuisce tutta la colpa e, per questo, cerca di essere indulgente provando a salvare quel buono che c’è, perché infondo “siamo sorpresi sì, ma inattaccabili".

In occasione del suo ritorno sulle scene, abbiamo deciso di intervistarlo:

Come ti sei avvicinato al mondo della musica e com’è nato il tuo progetto artistico?
Appartengo ad una generazione cresciuta a pane e MTV, con una quantità dei musica e generi a disposizione da perderci la testa. Così a 8 anni, già infarcito di ascolti, ho imbracciato la chitarra di mia madre, poi il la batteria, il basso. Poi, passo dopo passo, ho capito chi sono e qual è la mia direzione. E da quella consapevolezza è nato caspio.

Perché caspio?
Il Caspio è un lago salato, un mare chiuso. Ha caratteristiche ibride: come me. C’è poi di mezzo il viaggio, l’acqua, l’Est, posti lontani. Un po’ di quello che sono. E si scrive tutto minuscolo, con le lettere tutte alte uguali, a soddisfare il mio bisogno di ordine, linearità.

"Mai" è il tuo ultimo singolo: da dove nasce l’iea del brano?
Mai nasce dal tempo. Tempo che ho avuto improvvisamente a disposizione. Questo anno così strano mi ha restituito la possibilità di fermarmi un attimo, di concentrarmi su me stesso, sulla mia situazione, sulle cose che ho finora ottenuto e che vorrei. Mai è una riflessione sulla mia generazione, quasi un omaggio, perché la mia generazione di tempo ne ha sempre avuto troppo poco.

"Mai" è uscita dopo due anni dalla pubblicazione del tuo primo disco, "Giorni Vuoti": le tue prospettive in questi mesi cambiate?

Certo. Non cambiare prospettive, non porsi nuovi obiettivi, sarebbe un errore. Aver fatto pace con me stesso è stato il punto di partenza per discostarsi dall’atmosfera più dark di Giorni Vuoti e lavorare un po’ più di nostalgia e sensazioni, con una sorta di pacifica rassegnazione, con una nuova consapevolezza.

Con "mai" ti fai portavoce della tua generazione, quella dei trentacinquenni: cosa la distingue dalle altre?
La mia generazione ha avuto un’infanzia meravigliosa, serena. Poi si è trovata a lottare con una crisi economica e lavorativa che che ha quasi azzerato prospettive e possibilità. Proprio per questo, però, è una generazione di individui pieni di risorse, che sanno reinventarsi, che sanno sempre e comunque tenersi a galla.

In "mai" parli a te stesso che, alla soglia dei trentacinque anni, inizi a sentire gli anni che scorrono: se potessi parlare al caspio di dieci anni fa, quali consigli gli daresti?
Gli direi di pensare meno al parere degli altri, di non avere paura di scegliere, di sbagliare. Se potessi tornare indietro, gli direi cosa fare in certe situazioni, di avere coraggio. Giusto per togliermi qualche rimpianto.

Dal 10 aprile "mai" ha anche un video: quali messaggi vuoi trasmettere con questo videoclip?
Nel videoclip, prodotto da WAVES Music Agency e diretto dal regista Pietro Bettini, viene ripreso il tema della giovinezza, con la spensieratezza, la curiosità, la capacità di far scorrere il tempo senza fare niente di concreto. L’amicizia assume un ruolo fondamentale: un amico con cui siamo cresciuti, in cui ci siamo ritrovati, che magari poi abbiamo perso ma che resta impresso in ricordi estremi, bellissimi e bruttissimi, funge da specchio per guardarsi dentro e ritrovarsi oggi un po’ più vecchi sì, ma forse anche un po’ più saggi, in grado di capire quanto in realtà il tempo sia importante.

Hai altri singoli in cantiere? Vuoi darci qualche anticipazione?
Sono sempre in fermento. Non voglio e non posso darvi anticipazioni, ma vi esorto a tenere le orecchie tese perché quest’anno non so se riesco a stare zitto e buono per tanto tempo.

BIOGRAFIA

Caspio nasce a Roma, quasi per caso. Immediatamente trapiantato, vive ancora a Trieste, città di confine che si si sviluppa sul, intorno e grazie al mare. Cresce in periferia, in una dimensione meno cittadina, più di quartiere, dove si sente sempre l’incombenza del mare, ma dalla quale solo si intravede, più distante. Suona da sempre, da subito. Batteria, basso, chitarra. Nel 2019 esce Giorni Vuoti, il primo album maturo, sfogo di anni di soffocamento, di inibizione. Rockit ha detto di Caspio che “il suo stile e il suo pensiero rimangono impressi facendo riecheggiare la voce di un artista che ha davvero qualcosa da dire”. In “mai” Caspio fa pace con sé stesso, pur riprendendo alcune intenzioni chiave della sua scrittura: non racconta mai storie, ma esplora concetti che gli sono cari per trasmetterli a chi lo ascolta in modo più chiaro, più esplicito, meno criptico rispetto a una volta. Caspio fa musica elettronica, con influenze anni ’90, in una veste completamente nuova, attuale. È un trentacinquenne che, finalmente, sa quello che fa.

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La mostra personale di Matteo Gatti "Mutante il corpo mio s'abissa" a Dimora Artica

Dal 12 aprile fino al 19 maggio, nei consueti giorni di apertura (lunedì, martedì, venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle 20) Dimora Artica potrete visitare la mostra personale di Matteo Gatti "Mutante il corpo mio s'abissa". Di seguito il commento-descrizione di Deborah Maggiolo.

La simultaneità degli opposti è quanto da sempre contraddistingue la mitologia del mostro, situandolo al crocevia fra dimensione soprannaturale – o fantastica – e terrena. Nella terminologia latina (monster, monstrum) il vocabolo indica al tempo stesso un prodigio – la dimostrazione della volontà divina – e un demone, o un’ammonizione – dal verbo moneo. Fra credenza popolare da tramandare e necessità tutta umana di proiettare, psicologicamente, desideri e paure su un’entità altra al fine di esorcizzarne il portato, i mostri esistono quale componente costitutiva del reale, nello specifico, come manifestazione dei suoi tratti più irrazionali e incontrollabili; feticci più umani degli umani, categoria intrinseca alla specie Homo. Ricollegandosi all'immaginario del mostro e alla sua rappresentazione quale alterità negativa, antagonista del soggetto normato, Mutante il corpo mio s’abissa delinea un’ecologia in cui differenti forme biologiche e inorganiche entrano in contatto con altre entità umane e non umane. Qui, le tradizionali gerarchie del vivente risultano erose a favore di un processo di mutazione che assume una direzione orizzontale, decentrando la figura dell’antropos e mettendo in scacco le tradizionali teorie dell’evoluzione e dell'eccezionalismo umano. La ricerca di Gatti prende avvio dall’aneddoto narrativo al centro dall’opera “Mutante il corpo mio s’abissa”, vero e proprio punto nodale della mostra. Una protuberanza amorfa, melmosa emersione dalle acque di Loch Ness, si affaccia su una scansione al sonar che tratteggia la presenza di un’arcana figura sul fondo del bacino lacustre. Affascinato dal mito del celebre mostro di Scozia, conosciuto come Nessie, Gatti ne ripercorre le vicissitudini fino ai suoi più recenti svolgimenti. Risale infatti al 2016 la notizia del ritrovamento, nelle profondità del lago scozzese, di un prop utilizzato nel 1969 durante le riprese del film La vita privata di Sherlock Holmes, del regista Billy Wilder. Ancora una volta, a partire dalla famosa “foto del chirurgo” che, pubblicata sulla prima pagina del Daily Mail il 21 aprile 1934, contribuì a diffondere il racconto a un pubblico più vasto, l’episodio è funzionale ad alimentare la leggenda che vuole una misteriosa creatura ad abitare quei luoghi. A enigmatici ritrovamenti fa eco anche l’opera "4r80#932_ur!&90", reperti che questa volta assumono le fattezze di remoti fossili paleontologici. Grandi calchi di creature chimeriche, fra l’invertebrato e il coriaceo, sono disposte come su di un tavolo clinico, pronte a essere esplorate allo scopo di definirne l’oscura natura. Le sagome di gesso ricalcano la configurazione di antiche forme biologiche e di quei grandi virus preistorici che, a causa degli smottamenti terrestri dovuti alle logiche del capitalismo estrattivo – prima che al cambiamento climatico – potrebbero ora ritornare alla luce, generando uno scontro di temporalità dai toni distopici. Il confine fra reale e fantastico si fa sempre più labile, avvicinando questi organismi al nostro livello ontologico. É sul filo di questa speculazione che nascono le opere “Nisse” e “Cattivi pensieri”, in cui Gatti immagina un orizzonte futuro dove l’essere umano è evocato dalla sola presenza di oggetti del suo quotidiano, prodotti dell’iperconsumismo fra cui si protendono mostruosi apparati mutanti. La contaminazione progredisce in forma di rivalsa territoriale, attori considerati marginali e minoritari reclamano ora il proprio spazio di autonomia, oltre un mondo antroponormato. Il contatto simbiotico tra differenti piani di realtà genera una condizione di xenorealismo: a causa di una mutazione disfunzionale, l'evoluzione lineare s’inceppa, producendo un'ontogenesi abnorme.Quello di Gatti è uno sguardo al cambiamento che potrebbe manifestarsi in un’ipotetica post-civiltà, una fantasticheria giocosa e irriverente che indica come, forse, sia possibile apprendere da queste diverse forme di vita come farsi strada nell’avvenire. Che si tratti di dover sviluppare una sensibilità differente rispetto alle cose o un nuovo modo di stare al mondo – estendendo i nostri organelli come nell’opera “Diorama”, al fine di percepirne sfumature ulteriori. Potremmo imparare dai “mostri” come essere meno umani, se umano è sinonimo di quell’Umanesimo che ha portato all’attuale disastro nella cosiddetta epoca dell’Antropocene. Da questa prospettiva, l'esposizione può porsi come un invito a riflettere sulla condizione di "mostruosità" quale punto di vista alternativo sull’esistente, una modalità di ricollegarsi a sfere ontologiche stigmatizzate e rilegate in secondo piano. Non resta dunque che lasciarsi naufragare in quel mare, inabissandosi fra le suggestioni delle opere per immaginare percorsi di sviluppo divergenti.

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Eleonora Corso

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LA VARIANTE DI FRANKENMUTH. di Paolo Pelizza

 

Cinquemila anime piccolo-borghesi e i dischi dei genitori come colonna sonora della noia, come finestra sul mondo che, al paesello, è fatto di domeniche in chiesa, di scuola, di romanzi distopici e di lettura della Bibbia. Questo potrebbe essere l’incipit di un bel romanzo sulla storia di tre fratelli e di un loro amico: del loro mondo ordinario e di come hanno accettato il confronto con l’esterno, con la loro crescita e con la modernità,  di quello che sanno fare, di quello che hanno imparato e stanno imparando. Questa è anche la storia di quattro ragazzini che ci stanno dando una lezione.

Una lezione che ho cominciato a capire in un novembre che sembra passato remoto, avvolto nelle nebbie del tempo. Un altro mondo di uomini e donne, liberi. C’era un locale. Uno scatolone in muratura con un’acustica pessima, un pubblico eterogeneo, una fila di Marshall e i quattro ragazzini della provincia pingue del Michigan. Non mi erano sconosciuti né loro, né la loro musica. Ho apprezzato la prima canzone dei Greta Van Fleet guardando una puntata della serie TV Shameless. Ho drizzato le antenne, sono andato a cercarli e ho scoperto che si trattava di una band di bambini, praticamente. Poi l’Alcatraz (lo scatolone in muratura di cui sopra) della puntata milanese del loro tour mondiale (che strano scrivere tour mondiale, oggi …), ancora troppo pochi i pezzi del gruppo, qualcuno un po’ più deboluccio, diciamolo. Ma già dal primo urlo di Joshua, dalla prima esplorazione del manico della sua Gibson di Jake si capivano tante cose. Questi poppanti suonano di brutto! Suonano anche sui soloni che li criticano perché li considerano gli emuli di un mondo che non esiste più, di una rock band estinta, la migliore di sempre. E imitateli voi se ci riuscite, amici miei. Magari mettetevi anche a suonare … Ah, è fuori moda? Già, perché non suona più nessuno, oggi. E’ il nuovo mondo di omologati, di talentuosi del software, del vacuo pieno di banalità..

Al contrario, loro suonano e suonano. Suonano perché a loro piace così e, se ricordiamo bene, è piaciuto anche a noi. E’ il momento di Anthem of Peaceful Army, il primo album dopo tre singoli e due EP. Il palco dell’Alcatraz brucia di sapiente potenza e il pubblico esplode praticamente dopo ogni brano. Non c’è bisogno di “cavalli di battaglia” (anche se tre o quattro li hanno già), loro suonano e a noi basta e di mancia ce ne lasciano tanta.

Così bisogna procedere. Sempre barra a dritta, mettendo a terra le esperienze fatte, quelle più dure… quelle che fanno diventare grandi. Imparando ed insegnando. Scrivendo e suonando. Così, da facile profeta, scrissi (proprio qui) che questi mocciosi ci avrebbero fatto altri regali e sempre migliori. Dopo quattro singoli, un anonimo donatore mi omaggia della possibilità di ascoltare tutto il nuovo album dei giovani “imitatori”, degli emuli del Nord America.

E’ un’epifania.

I ragazzi sacrificano sull’altare del rock classico (ma anche di blues e psichedelia) tutta la birra che hanno ed è tanta, tantissima. Inesauribile. L’autorevole rivista Rolling Stones ha parlato di riscoperta di un genere. Sbagliano. E’ rinascita. Torna, finalmente, la musica con la sua capacità di compenetrare i corpi, con buona pace delle leggi della fisica. Torna con tutta la sua autenticità, con quel suo modo primordiale di farci tornare allo stato di esseri essenziali. Puro istinto. Tornano anche i grandi temi: i ragazzi hanno girato il mondo per il primo disco. Hanno visto un pianeta vero fatto di foreste arse, di trascendenza, di riflessioni religiose, di guerre per gli dei e per il capitale, della fame, delle disuguaglianze, delle ristrettezze reali che loro non hanno mai vissuto nella provincia grassa del grande Stato del Michigan. La ricerca di una qualche salvezza o redenzione. Una lezione, appunto.

Vietato scrivere con niente da dire. Non si è artisti senza fare politica perché tutto lo è, l’arte non è tale se non vuole cambiare il mondo. Se il vostro sogno è il sogno americano delle mogli trofeo e del denaro a carrettate, non ascoltate i Greta van Fleet. Non sono per voi. Se fate musica per le donne, i soldi e la fama, lasciate perdere. Siete stati lasciati indietro. E, oggi siete lontanissimi.

Perché, oggi, per noi, è il giorno delle rivelazioni, oggi ci si svela The Battle At The Garden’s Gate, il secondo LP dei quattro ragazzini. In Italia, dovrebbe uscire il prossimo 16 aprile. Lo dico per chi si dovesse meritarsi di acquistarlo. L’album è un concept che parla di un viaggio, un’odissea spaziale dentro a un cosmo altro, un’altra dimensione. L’allegoria è molto diversa da quella di Splendor and Misery dei Clipping (di cui qui vi ho parlato). Qui la strada non è lineare verso a better place. E’ la storia circolare del vecchio tempo, dell’eterno ritorno. Al di là, del “collante” narrativo e dei temi di cui ho già parlato, il disco entra dalle orecchie e arriva direttamente alla pancia dell’ascoltatore ma non è musicalmente semplice. Direi il contrario. Grazie anche al loro saggio produttore (Greg Kurstin, N.d.R.) i gemelli (Josh e Jake) e i loro soci alternano pezzi più radiofonici e brevi a suite complesse di otto minuti, i paesaggi sonori hanno radici forti nel rock classico e sperimentale dei favolosi Seventies ma le strutture sono più solide, moderne e mature.  C’è anche una ballad non convenzionale che parla d’amore (tema per loro inesplorato, a quello ci pensano già Jay Z e Rihanna), dal titolo Light My Love.

Decisamente, c’è tanto da scoprire ad ogni nuovo ascolto.

In questo mondo dove impazzano un sacco di varianti della stessa solfa, di superficialità, dove si risponde coi manganelli a chi fa domande, dove quelli che non sono mainstream sono buffoni, io scelgo questa di variante. Quella di Frankenmuth.

Perché, come dovrebbero fare tutti i giovani, loro, oltre all’indiscutibile talento, sognano ancora.

Long live rock’n roll!

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

 

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WILLIE PEYOTE: “Mai dire mai (la locura)” è Certificata ORO

Esaurito in pochi giorni il 45 giri che conteneva l’inedito sanremese e il precedente “La Depressione è un periodo dell’anno". “Mai dire mai (La Locura)”, il brano inedito che Willie Peyote ha presentato durante l’ultima edizione del Festival della Canzone Italiana portandosi a casa il Premio della Critica Mia Martini, viene certificato Oro da FIMI-GFK.

Il singolo, che dalla sua pubblicazione non ha mai lasciato le classifiche ufficiali sia di vendita che radio, è accompagnato da un video ufficiale visibile su https://youtu.be/fJtnqQ1RTg4. Ideato e diretto da SANS FILM, e sotto la sapiente regia di Gabriele OttinoPaolo Bertino e Sharon Ritossa, il videoclip ha superato 4 milioni di visualizzazioni.

Mai dire mai (La Locura)” è stato pubblicato in 45 giri il 26 marzo ed è subito andato esaurito. Con 5 album all’attivo, Willie Peyote negli anni ha ottenuto sempre più consensi da parte del pubblico ma anche della critica, che anche in occasione degli ascolti dei brani in gara al Festival ha lodato la sua capacità di fondere l’energia e la padronanza tecnica della musica rap con testi che guardano alla canzone d’autore per come affrontano le tematiche sociali e attuali, il tutto con un’ironia tagliente.

Dopo la firma con Virgin Records/Universal Music Italia e la pubblicazione del suo ultimo disco “IoDegradabile”, album che ha debuttato nella Top5 dei dischi più venduti e ascoltati in Italia, Willie Peyote ha chiuso il 2020 con l’uscita del brano inedito “La depressione è un periodo dell'anno”, una fotografia amara di questo periodo di difficoltà, raccontata con i modi e i toni di chi ha fatto dell’accusa sociale e della descrizione della nostra società uno dei capisaldi del suo lavoro artistico.

Il 2021 si è invece aperto con la partecipazione al Festival di Sanremo con “Mai dire mai (La locura)” in attesa di poter ripartire in tour (il tour sold out che accompagnava l’uscita del disco “IoDegradabile” è stato interrotto a causa della pandemia e le ultime date rimanenti verranno recuperate nel 2022. 

 

Blog: Rock Targato Italia

Giulia Villani

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Il videoclip di "Se proprio devo" di Giacomo Toni in anteprima su Rolling Stone

Prendete Paolo Conte e immergetelo in una vasca piena di LSD: otterrete le sue bizzarre narrazioni pianistiche” - Francesco Sacco (Rolling Stone)

In anteprima su Rolling Stone https://bit.ly/RollingStoneToniSe Proprio Devo”, il nuovo videoclip di Giacomo Toni, autore, compositore, pianista e cantante, semplicemente uno dei cantautori italiani più forti in circolazione.

Il suo terzo attesissimo album in studio si intitola “Ballate di Ferro” ed uscirà a settembre per L'Amor Mio Non Muore Dischi, con la produzione artistica di Don Antonio e l’artwork dell’illustratrice Mara Cerri (conosciuta anche per aver realizzato la locandina del film cult "Lazzaro Felice" di Alice Rohrwacher).

Quest’ultima ha curato la particolarissima regia di “Se Proprio Devo”, il primo singolo estratto.
Un lavoro di animazione sfaccettato e complesso, dall’approccio quasi artigianale e dal risultato estremamente affascinante, capace di riflettere alla perfezione il nuovo sentiero artistico intrapreso da Giacomo Toni, che abbandona le sgommate piano punk di “Nafta” per approdare a una dimensione più introversa, crepuscolare e rifinita, ma senza smarrire quell’ironia di fondo che da sempre lo contraddistingue.

Una storia di periferia e legami ferruginosi, campetti da calcio e bar semivuoti.

Chi è Giacomo Toni?

Giacomo Toni è autore, compositore, pianista e cantante. Noto agli appassionati del genere per l’utilizzo di un lessico paradossale e per i monologhi improvvisati che legano un brano all’altro, è attualmente riconosciuto come uno dei migliori cantautori italiani: un compositore con il genio dei grandi vecchi e la forma di un giovane d’assalto. I suoi testi, ironici e pungenti, ormonali e surreali, arrivano a sconfinare nell’umorismo. Allievo di Dimitri Sillato, ha assorbito le basi della tecnica pianistica jazzistica per condurla verso una personalissima sintesi sgarbata e diretta che definisce PianoPunk.
Il suo terzo album in studio si intitola “Ballate di Ferro” ed esce a settembre 2021 per L’Amor Mio Non Muore Dischi, 4 anni dopo “Nafta” (2017) e 8 anni dopo “Musica per autoambulanze” (2013), pubblicati entrambi per Brutture Moderne.

Blog: rocktargatoitalia.eu

Eleonora Corso

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Eugenio in Via Di Gioia rimanda il tour a quando ci si potrà abbracciare

La band EUGENIO IN VIA DI GIOIA ancora una volta è costretta a rimandare il tour, ma rassicura i suoi fans dicendo “Siamo tutti in balia degli eventi e l'ardua sfida con noi stessi e il mondo che ci circonda con la quale ormai da un anno ci troviamo a misurarci ci fa riflettere sull’importanza di nutrire lo spirito e la mente. Non vediamo l’ora di abbracciarvi tutti, uno per uno e lo vogliamo fare per davvero. Non ci saranno altri tour degli Eugenio in Via Di Gioia fino a che non sarà possibile riabbracciarsi. Questi quattro concerti saranno una grande festa per ritrovarci di nuovo tutti insieme e ricominciare.” Così gli Eugenio in Via Di Gioia annunciano che per la prima volta dopo 7 anni non-stop e oltre 300 concerti dai circoli ai super club e grandi festival italiani, l'attività live è ufficialmente sospesa fino al giorno in cui non si potrà finalmente tener fede alla promessa fatta ai loro fan: Una grande festa in quattro date uniche e indimenticabili.

Le prossime date potrebbero essere:

28.10.2021 TORINO, Teatro Concordia - tutto esaurito -
02.11.2021 BOLOGNA, Estragon - tutto esaurito -
03.11.2021 ROMA, Atlantico - ultimi biglietti -
09.11.2021 MILANO, Alcatraz - tutto esaurito -

Con la speranza che si potranno realmente fare! I biglietti già acquistati restano validi. 

Blog: rocktargatoitalia.eu

Eleonora Corso 

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Quattro chiacchere con Meazza

Dal 19 marzo è disponibile in rotazione radiofonica l'ultimo singolo di MEAZZA, Le parti peggioriDopo STRxxxO Mari Stregaticon cui ha vinto SanNolo 2020, ritorna con un brano dedicato alla parte più oscura dell'amore. 

Le Parti Peggiori parla di relazioni travolgenti, di quei rapporti in cui il dolore è grande tanto quanto il sentimento. Quando dico “abbiamo dato il meglio per fare del peggio” intendo raccontare quelle storie in cui ci mettiamo d’impegno per ferire l’altro in un gioco di potere che finisce per far male anche a noi stessi.

Abbiamo deciso di intervistarlo per conoscere meglio il suo progetto artistico:

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Scrivo e canto da sempre, fin da quando da bambino aiutavo mio fratello a comporre le sue canzoni. Ho attraversato varie fasi artistiche e il filo conduttore è sempre stato l'aspetto terapeutico. Penso di poter dire che il processo creativo e la terapia psicologica, per me, hanno un fine molto simile.

Come è nato il tuo progetto musicale? Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Dal 2018 esiste Meazza. Ho deciso di dedicarmi completamente alla musica. Ho inviato alcuni miei provini a diversi produttori per capire se ci fosse la possibilità di collaborare. Ioska Versari ai tempi era parecchio gettonato e ha visto qualcosa nel mio lavoro. Così mi ha proposto un contratto e da allora collaboriamo a tutti gli aspetti della mia vita artistica. È stata un'escalation di cose che ha portato ad una forte intesa artistica che si traduce nei lavori che potete ascoltare!

Com'è stato debuttare in un anno così strano come il 2020? Come vivi il rapporto musica in questo periodo?

È stato senza dubbio difficile. Non ho potuto dare spazio alla parte dei live che è importantissima per chi fa il mio mestiere. Inoltre mancano i contatti umani che sono centralissimi nel processo creativo che sta dietro alla stesura di un brano. A ogni modo penso che l'amore per quello che faccio sia la cosa più importante e, per questo, ne uscirò a testa alta.

Con “Mari stregati” hai vinto SanNolo2020, raccontaci questa esperienza.

Il festival si doveva svolgere dal vivo. Nel marzo 2020, in seguito al lock-down, mi ha chiamato l'organizzatore Lorenzo Campagnari dicendomi che il festival si sarebbe svolto online. Di conseguenza avevo bisogno di un video, ma come potevo fare chiuso in casa? Ho preso il telefono e ho girato il video selfie girando per casa mia. Ho presentato il brano e ho avuto un ottimo riscontro e, con immenso piacere, ho vinto il festival.

“Le parti peggiori”, il tuo ultimo singolo, come si è sviluppata l'idea del brano?

Le Parti Peggiori tratta un argomento importante: l'aspetto “black” dell'amore. La manipolazione, l'ego, le insicurezze e tutti quegli elementi che ci portano a condurre relazioni “tossiche”. Il brano è nato, come sempre per i miei brani, di getto. Mi sono trovato a fare i conti con questa tematica solo dopo averla trattata e, di conseguenza, a fare i conti con ciò che stavo vivendo.

“Abbiamo dato il meglio per fare del peggio”: mostrare il peggio di sé può essere qualcosa che, dopo averlo affrontato, può portare a un ulteriore avvicinamento o è sintomo di un distacco inevitabile?

Scrivere questo brano, ed in particolare questa frase, mi ha permesso di uscire da un rapporto tossico e di vivere i miei rapporti successivi con più consapevolezza. Oggi anche grazie a questo, ho un rapporto sano e positivo con la mia compagna. In generale, non credo ci sia una regola, ma penso che sia importante riflettere su cosa è positivo e su cosa no.

Il brano è affiancato a un Love test molto ironico. Tu rientri nella categoria dei partner più sognatori da “durerà per sempre”, o sei più da “domani è un altro giorno”?

Sono dalla parte dei partner del “durerà per sempre”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Suonare e tornare a fare live, si spera. Inoltre abbiamo nuovi brani prodotti che aspettano solo di uscire. Valuteremo quale sarà la migliore strategia di lancio. Non vedo l'ora che possiate sentirli.

 

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Di: Nadia Mistri

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Il concorso musicale Ego Art - Voci 2021

Sogni di fare il cantante? Sei un cantautore ma nessuno ha mai sentito la tua musica? Il premio Ego Art potrebbe essere la tua occasione.

Di cosa si tratta

Il premio Ego Art nasce dall’idea di Carola Cora, che insieme a Francesca Lensi, Stefano Petrini e Andrea Ravizza, sceglie di dare spazio agli Artisti e alla loro Arte. Quest’anno si terrà in particolare il Premio Ego Art- VOCI 2021; per il futuro invece si pensa ad organizzare il concorso per altre forme d’arte, in modo tale da dare alla cultura in tutte il giusto spazio.

Chi può partecipare

Con il fine di incoraggiare il talento musicale, sono state create delle apposite categorie per permettere a tutti coloro di un’età superiore ai 12 anni di gareggiare. A seconda dell’anno di nascita si rientrerà rispettivamente nella categoria Junior, Major o Senior. Discorso a parte per i cantautori che gareggeranno in una singola categoria senza alcuna distinzione di età.

Dove e quando

Il concorso prenderà luogo nelle città di Torino e Collegno e sarà articolato in tre fasi. La prima di queste si terrà tra giugno e luglio, quando ciascun candidato avrà modo di esibirsi (sono previste anche esibizioni online qualora il concorrente sia impossibilitato dal raggiungere la città). La seconda fase invece sarà il 18 settembre presso il Teatro Lavanderia a Vapore a Collegno; in questa occasione saranno nominati i finalisti e invece verrà premiato il vincitore della categoria Junior. Il giorno seguente, sempre nello stesso luogo, si terrà invece la finale per tutte le altre categorie.

Ricchi premi per i vincitori

Tutti i vincitori riceveranno l’attestato del Premio Ego Art. Il primo premio assoluto prevede una cifra di € 1.000, un’intervista e il passaggio su GRP Radio ma non di canzoni inedite Support Band (Spalla/ Apertura di un Concerto Professionale). Ci sarà poi un premio per l’interpretazione il cui ammontare sarà pari a 150 euro e verrà data al vincitore di questo titolo la possibilità di una performance in un locale e un buono di 50 euro da Merula Strumenti Musicali. Un premio poi sarà attribuito per la tecnica vocale, uno per il talento e uno per ciascuna categoria. E molto altro…per conoscere maggiori dettagli visitate il sito ufficiale del concorso, dove è possibile scaricare il regolamento completo: https://www.egoart.org/?fbclid=IwAR0kUaGFyqcnk1QgNQASp8v7ORW9T92MFzlgaeTd0XjilVKJsLVhEfLV8DQ

Come partecipare

Per poter gareggiare basterà compilare l’apposito modulo d’iscrizione e versare l’importo di 50 euro entro il 31 maggio. Allegando tutti i documenti richiesti, in pochi e semplici passaggi si diventerà concorrenti del premio Ego Art.

Insomma, non ci resta che dirlo: che vinca il migliore!

 

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Eleonora Corso

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