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Impressioni di novembre…

Un muro, un bambino che disegnava chitarre e “qualcosa”.

Impressioni di novembre…

Era novembre, trenta anni fa. Un novembre freddo e nebbioso. Non uno di questi nuovi “novembri” soleggiati con ventiquattro gradi che si alternano a piovaschi monsonici. Eppure, era, a suo modo, caldo. Era il calore di una speranza che si è miseramente spenta, soffocata da un mondo diventato sempre più gretto, stupido ed egoista.

Il mondo stava conoscendo la fine della Guerra Fredda, la fine del terrore dell’Olocausto nucleare. Il mondo stava sperimentando il seme della speranza nel futuro. Un futuro di pace e di prosperità, si credeva. Il mondo così come lo conoscevamo, finisce. Demolito come quel muro che divideva una Berlino libera da una Berlino prigioniera del totalitarismo della “Cortina di Ferro”.

Ma quella “fine” ci ha portati a concetti ed esperienze più deteriori (se possibile). Il mondo divenuto più piccolo della globalizzazione è più piccolo solo per le merci. Per le persone “muoversi” è impossibile. Il Capitale rimasto unica dottrina decide i destini di popoli e nazioni su base aritmetica. La finanza diventa il Grande Gioco virtuale ma che impatta sulla vita della gente in modo dirompente… Se pensate che sono problemi dei Paesi del Terzo Mondo e che esagero, provate a chiedere ai greci. Chiedete ai medici senza farmaci negli ospedali. Chiedete alle scuole senza insegnanti.

No. Non rimpiango la tirannia. Nessuna tirannia è degna e non esiste segno o genere nei regimi. Sono regimi e basta. Ma, anche, questo della gestione del pianeta per via finanziaria è un regime. Più asettico ma altrettanto cruento e talmente efficace da essere capace di sospendere la sovranità popolare in paesi dalla grande tradizione e consapevolezza democratica senza che nessuno possa opporsi.

Oggi abbiamo anche il problema del riscaldamento globale, del sovrappopolamento planetario e dell’inquinamento. Problemi che non si risolvono con le auto elettriche (tra l’altro, l’elettricità è prodotta, per la maggior parte, bruciando carburanti fossili) o contingentando l’uso della plastica … Servono misure draconiane che ci porterebbero per direttissima a due secoli fa. Misure draconiane che solo il Fondo Monetario Internazionale può applicare se un paese indebitato viene sottoposto agli stress delle speculazioni del videogame globale che gestisce. Vi sembra credibile che si possa risolvere? A  me, francamente, no.

Così ricordo con grande tenerezza quel giorno di trent’anni fa. Un gruppo di ragazzi pieni di ideali davanti alla televisione. Qualche applauso ad accompagnare i colpi di piccone o di mazza. Qualche lacrima quando partono i primi abbracci tra le brecce aperte. Sembrava che, davvero, fosse in atto un cambiamento per il meglio. Che grande ingenuità averci creduto.

Era sempre novembre. Era appena l’inizio di questo millennio … eravamo scioccati dalle immagini delle due torri abbattute a New York. Eravamo in attesa che le guerre di Bush Jr. (ma dovremmo dire, quelle di Cheney) ci consegnassero ad un altro incubo che dura da allora. Era l’anno di Al Qaeda e di Osama Bin Laden. Era l’anno di Jennifer Lopez, di Alicia Keys e di Lenny Kravitz.

Mentre tutto non sarebbe più stato come prima, in un letto circondato dall’affetto di amici e familiari, si spegneva George a Los Angeles.

George aveva solo cinquantotto anni. Si è dovuto arrendere alla malattia dopo essere sopravvissuto qualche anno prima ad un’aggressione in casa sua, dove aveva rimediato qualche coltellata. George aveva sognato fin da bambino una carriera da musicista. Da piccolo riempiva i suoi quaderni di disegni di chitarre, finché i suoi genitori (facenti parte della working class di Liverpool) non avevano deciso di sostenere l’inclinazione del ragazzo per la musica e gliene hanno comprata una di seconda mano.

Strano il culto che alcuni fanno di questo strumento. Uno strumento che nasce esile… poco incline a suonare con le orchestre. Uno strumento che suona da solo, finché non incontra l’elettricità in una relazione indissolubile.

George entra nei Beatles minorenne: lo rimandano a casa dalla Germania per questo.

George mette a segno alcune composizioni tra “due pezzi da novanta” come McCartney e Lennon. E’ stato il fautore di quasi tutti gli arrangiamenti dei Fab Four. Insieme all’altro George (Martin, N.d.R.) è stato una delle due colonne portanti del genio degli altri due.

Tra i brani che riesce a piazzare ci sono capolavori come Here Come The Sun e Something. Quest’ultima è una delle più belle canzoni d’amore mai scritte (è dedicata a Patty Boyd), impreziosita da frasi di chitarra tutt’altro che banali.

George è stato il primo ad inventare la formula dei concerti a scopo benefico. George era un polistrumentista che spaziava dal sitar al violino, dalla sua chitarra al sintetizzatore. Ha subito la fascinazione dello spiritualismo induista, ha avuto amicizie longeve con Ringo Starr (con cui da solista ha collaborato molte volte) e con Eric Clapton (che sposò dopo che George ebbe divorziato dalla stessa Patty Boyd).

George Harrison è stato uno dei musicisti più significativi del XX Secolo e troppo spesso quando si parla di musica lo dimentichiamo.

A meno che non sia novembre.

Qualcosa di questo novembre (spero) resterà. Per quanto mi riguarda più di qualcosa; mentre la pioggia picchietta sul tetto, sto ascoltando All Things Must Pass (il primo album post Beatles) e penso che quella ingenuità ci ha cresciuto e perso.

La vera sconfitta, però, è stata diventare realisti. E’ novembre e a novembre si può tornare ad essere stupidi e pieni di speranze.

Di Paolo Pelizza

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SETTE INAUGURAZIONI - SATURA Palazzo Stella


SETTE INAUGURAZIONI
SATURA Palazzo Stella
Sabato 9 novembre 2019 ore 17:00


Per il nuovo ciclo di esposizioni dedicato ai protagonisti dell’Arte Ligure prosegue la retrospettiva del maestro Aurelio Caminati (1924 - 2012) “Omaggio a Caminati” a cura di Mario Napoli.

Si inaugurano le mostre personali di Stefano Borroni “Noi siamo della stessa materia di cui son fatti i sogni” a cura di Mario Napoli, Francesco Dammicco “Prototipi per fonderia” a cura di Andrea Rossetti, Massimo Gilardi “Volti o maschere?” a cura di Flavia Motolese, Fiorella Manzini “Movimenti” a cura di Andrea Rossetti, Francesco Martera “Frammenti” a cura di Flavia Motolese e la mostra collettiva internazionale “Cibarie Leonardesche Edizione Zero Tre” a cura di Beth Vermeer con eventi collaterali e performance interdisciplinari. Saranno esposte le opere di Carlo Accerboni, Laura Accerboni, Stefania Alba, Silvia Bibbo, Salvio Capuano, Valter Luca De Bartolomeis, Uri De Beer, Maurizio Elettrico, Marilena Faraci, Agostino Faravelli, Laura Fonsa, Francesco Geronazzo, Fabrizio Gori, Yana Karamandshukova, Andrea Mancini, Andreas Mares, Françoise Morin, Enzo Navarra, Silvia Noferi, Antonello Paladino, Gloria Pastore, Mario Pepe, Farzaneh Rostami, Claire Jeanine Satin, Roberto Tondi, Marisa Tumicelli.

Sarà, inoltre, visitabile il nuovo spazio “La Galleria”, tappa obbligata per tutti i critici e collezionisti che vogliano apprezzare opere esclusive di: Alexander Calder, Lynn Chadwick, Piergiorgio Colombara, Claudio Costa, Walter Di Giusto, Paul Flora, Stefano Grondona, Jean Marie Haessle, Keith Haring, Alex Katz, Attilio Mangini, Carlo Merello, Plinio Mesciulam, Riri Negri, Peter Nussbaum, Donald Saff, Emilio Scanavino, Kumi Sugai, Antoni Tapies, Victor Vasarely.

Le mostre resteranno aperte fino al 20 novembre 2019

Dal Martedì al Venerdì ore 9:30-13:00 / 15:00-19:00
Sabato ore 15:00-19:00
Piazza Stella 5/1 - 16123 Genova
tel. 010 2468284 / cell. 338 2916243 / E-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Quattro album per novembre 2019

Quattro album per novembre 2019:

PelosiBasile, Giuradei Valli.
articolo di Roberto Bonfanti

Servono tanto coraggio e un pizzico di follia, per mantenere coerentemente una propria integrità artistica in questi anni in cui l’informazione, anche in ambito musicale, sembra essere fagocitata solo dal gossip e dalla ricerca del click facile. Eppure, per fortuna, gli artisti che scelgono di proseguire a testa bassa lungo il proprio cammino senza badare alle mode e ai numeri continuano a esserci e a sfornare lavori interessantissimi.

Mauro Pelosi è stato uno dei talenti più puri e sottovalutati della musica italiana degli anni ’70. Ha pubblicato, proprio nel decennio d’oro della canzone d’autore italiana, quattro album splendidi, densissimi di poesia e disperazione, dopodiché è completamente sparito per le scene per quarant’anni. “Acqua sintetica”, il disco con cui Pelosi riappare inaspettatamente dopo un silenzio così lungo, è un lavoro inquieto e moderno: un concept album che, con lo stile di un romanzo distopico, racconta il tempo presente con uno sguardo lucidissimo e tagliente attraverso otto canzoni affascinanti che ci dimostrano che il talento, quando è autentico, non invecchia e non si può perdere per strada.

Fra Catania, Berlino e Milano, il percorso di Cesare Basile dalla fine degli anni ’80 fino all’alba di questo decennio è stato un viaggio suggestivo e riuscitissimo fra canzone d’autore e rock alternativo. Poi la svolta: il ritorno in Sicilia, la riscoperta del blues e del folk, e soprattutto la scelta di esprimersi, a dispetto di ogni idea di mercato, usando solo il dialetto della sua terra natia. “Cummeddia”, il nuovo album di Basile, prosegue coerentemente lungo la strada segnata dall’artista siciliano negli ultimi anni: canzoni spigolose e senza compromessi in cui il blues s’impasta in modo estremamente personale con la tradizione siciliana portando l’ascoltatore in un mondo oscuro e fuori da ogni tempo.

Ettore Giuradei è un personaggio difficile da inquadrare. Un autore capace di slanci pop adorabili, di perle di ironia surreale, di una teatralità magica, ma anche di una poesia dalla sensibilità delicatissima. A quasi quindici anni dall’esordio e dopo la fortunata parentesi con i Dunk, il cantautore bresciano sembra avvertire l’esigenza di spogliarsi di tutto e ripartire solo da sé stesso. Ecco così “Lucertola”, un album intimo, poetico e meditativo in cui le canzoni (4 inediti più 5 rivisitazioni di brani del repertorio di Giuradei) vagano fra malinconie e riflessioni solitarie vestendosi poi di arrangiamenti minimali dalle atmosfere sospese e stranianti date dall’intreccio di synth e chitarra acustica.

Pieralberto Valli sembra destinato a essere una delle gemme nascoste del sottobosco musicale italiano. Da ormai una dozzina d’anni si muove in punta di piedi, prima con i Santo Barbaro e successivamente da solista, ai margini della scena alternativa proponendo sempre progetti di grande fascino e spessore. “Numen”, seconda prova solista dell’artista romagnolo, è un lavoro estremamente evocativo, a tratti persino mistico, fatto di atmosfere eteree e sonorità ombrose in cui elettronica e strumenti analogici si sposano a meraviglia creando un universo sonoro in cui musica e voce diventano un tutt’uno da cui lasciarsi assorbire in totale silenzio. Quindici canzoni di difficile catalogazione, che partono da un approccio “radioheadiano” alla sperimentazione e alla scrittura ma che sanno andare altrove mettendo in mostra una sensibilità musicale importante e fuori dagli schemi.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

BLOG www.rocktargatoitalia.it

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Quattro album per novembre 2019:

Quattro album per novembre 2019:

Pelosi, BasileGiuradei e Valli.
articolo di Roberto Bonfanti

Servono tanto coraggio e un pizzico di follia, per mantenere coerentemente una propria integrità artistica in questi anni in cui l’informazione, anche in ambito musicale, sembra essere fagocitata solo dal gossip e dalla ricerca del click facile. Eppure, per fortuna, gli artisti che scelgono di proseguire a testa bassa lungo il proprio cammino senza badare alle mode e ai numeri continuano a esserci e a sfornare lavori interessantissimi.

Mauro Pelosi è stato uno dei talenti più puri e sottovalutati della musica italiana degli anni ’70. Ha pubblicato, proprio nel decennio d’oro della canzone d’autore italiana, quattro album splendidi, densissimi di poesia e disperazione, dopodiché è completamente sparito per le scene per quarant’anni. “Acqua sintetica”, il disco con cui Pelosi riappare inaspettatamente dopo un silenzio così lungo, è un lavoro inquieto e moderno: un concept album che, con lo stile di un romanzo distopico, racconta il tempo presente con uno sguardo lucidissimo e tagliente attraverso otto canzoni affascinanti che ci dimostrano che il talento, quando è autentico, non invecchia e non si può perdere per strada.

Fra Catania, Berlino e Milano, il percorso di Cesare Basile dalla fine degli anni ’80 fino all’alba di questo decennio è stato un viaggio suggestivo e riuscitissimo fra canzone d’autore e rock alternativo. Poi la svolta: il ritorno in Sicilia, la riscoperta del blues e del folk, e soprattutto la scelta di esprimersi, a dispetto di ogni idea di mercato, usando solo il dialetto della sua terra natia. “Cummeddia”, il nuovo album di Basile, prosegue coerentemente lungo la strada segnata dall’artista siciliano negli ultimi anni: canzoni spigolose e senza compromessi in cui il blues s’impasta in modo estremamente personale con la tradizione siciliana portando l’ascoltatore in un mondo oscuro e fuori da ogni tempo.

Ettore Giuradei è un personaggio difficile da inquadrare. Un autore capace di slanci pop adorabili, di perle di ironia surreale, di una teatralità magica, ma anche di una poesia dalla sensibilità delicatissima. A quasi quindici anni dall’esordio e dopo la fortunata parentesi con i Dunk, il cantautore bresciano sembra avvertire l’esigenza di spogliarsi di tutto e ripartire solo da sé stesso. Ecco così “Lucertola”, un album intimo, poetico e meditativo in cui le canzoni (4 inediti più 5 rivisitazioni di brani del repertorio di Giuradei) vagano fra malinconie e riflessioni solitarie vestendosi poi di arrangiamenti minimali dalle atmosfere sospese e stranianti date dall’intreccio di synth e chitarra acustica.

Pieralberto Valli sembra destinato a essere una delle gemme nascoste del sottobosco musicale italiano. Da ormai una dozzina d’anni si muove in punta di piedi, prima con i Santo Barbaro e successivamente da solista, ai margini della scena alternativa proponendo sempre progetti di grande fascino e spessore. “Numen”, seconda prova solista dell’artista romagnolo, è un lavoro estremamente evocativo, a tratti persino mistico, fatto di atmosfere eteree e sonorità ombrose in cui elettronica e strumenti analogici si sposano a meraviglia creando un universo sonoro in cui musica e voce diventano un tutt’uno da cui lasciarsi assorbire in totale silenzio. Quindici canzoni di difficile catalogazione, che partono da un approccio “radioheadiano” alla sperimentazione e alla scrittura ma che sanno andare altrove mettendo in mostra una sensibilità musicale importante e fuori dagli schemi.

Roberto Bonfanti
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Quattro album per novembre 2019:

Quattro album per novembre 2019:

Pelosi, BasileGiuradei e Valli.
articolo di Roberto Bonfanti

Servono tanto coraggio e un pizzico di follia, per mantenere coerentemente una propria integrità artistica in questi anni in cui l’informazione, anche in ambito musicale, sembra essere fagocitata solo dal gossip e dalla ricerca del click facile. Eppure, per fortuna, gli artisti che scelgono di proseguire a testa bassa lungo il proprio cammino senza badare alle mode e ai numeri continuano a esserci e a sfornare lavori interessantissimi.

Mauro Pelosi è stato uno dei talenti più puri e sottovalutati della musica italiana degli anni ’70. Ha pubblicato, proprio nel decennio d’oro della canzone d’autore italiana, quattro album splendidi, densissimi di poesia e disperazione, dopodiché è completamente sparito per le scene per quarant’anni. “Acqua sintetica”, il disco con cui Pelosi riappare inaspettatamente dopo un silenzio così lungo, è un lavoro inquieto e moderno: un concept album che, con lo stile di un romanzo distopico, racconta il tempo presente con uno sguardo lucidissimo e tagliente attraverso otto canzoni affascinanti che ci dimostrano che il talento, quando è autentico, non invecchia e non si può perdere per strada.

Fra Catania, Berlino e Milano, il percorso di Cesare Basile dalla fine degli anni ’80 fino all’alba di questo decennio è stato un viaggio suggestivo e riuscitissimo fra canzone d’autore e rock alternativo. Poi la svolta: il ritorno in Sicilia, la riscoperta del blues e del folk, e soprattutto la scelta di esprimersi, a dispetto di ogni idea di mercato, usando solo il dialetto della sua terra natia. “Cummeddia”, il nuovo album di Basile, prosegue coerentemente lungo la strada segnata dall’artista siciliano negli ultimi anni: canzoni spigolose e senza compromessi in cui il blues s’impasta in modo estremamente personale con la tradizione siciliana portando l’ascoltatore in un mondo oscuro e fuori da ogni tempo.

Ettore Giuradei è un personaggio difficile da inquadrare. Un autore capace di slanci pop adorabili, di perle di ironia surreale, di una teatralità magica, ma anche di una poesia dalla sensibilità delicatissima. A quasi quindici anni dall’esordio e dopo la fortunata parentesi con i Dunk, il cantautore bresciano sembra avvertire l’esigenza di spogliarsi di tutto e ripartire solo da sé stesso. Ecco così “Lucertola”, un album intimo, poetico e meditativo in cui le canzoni (4 inediti più 5 rivisitazioni di brani del repertorio di Giuradei) vagano fra malinconie e riflessioni solitarie vestendosi poi di arrangiamenti minimali dalle atmosfere sospese e stranianti date dall’intreccio di synth e chitarra acustica.

Pieralberto Valli sembra destinato a essere una delle gemme nascoste del sottobosco musicale italiano. Da ormai una dozzina d’anni si muove in punta di piedi, prima con i Santo Barbaro e successivamente da solista, ai margini della scena alternativa proponendo sempre progetti di grande fascino e spessore. “Numen”, seconda prova solista dell’artista romagnolo, è un lavoro estremamente evocativo, a tratti persino mistico, fatto di atmosfere eteree e sonorità ombrose in cui elettronica e strumenti analogici si sposano a meraviglia creando un universo sonoro in cui musica e voce diventano un tutt’uno da cui lasciarsi assorbire in totale silenzio. Quindici canzoni di difficile catalogazione, che partono da un approccio “radioheadiano” alla sperimentazione e alla scrittura ma che sanno andare altrove mettendo in mostra una sensibilità musicale importante e fuori dagli schemi.

Roberto Bonfanti
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Devi ancora inventare Euridice.

Devi ancora inventare Euridice.

Bel titolo, vero? Peccato che non sia mio (questa si chiama invidia bonaria).

Questa frase è sulla copertina di un libro di poesie (una volta, avremmo detto una raccolta ma, in questo caso, non credo che lo sia … penso più ad un concept book) di Gianluca Chierici edito da Oédipus.

Gianluca Chierici, milanese classe ’77, è autore dei film brevi L’ultimo compleanno di Venere (2003); Hystera, Premio Giuria al Mystfest di Cattolica (2008), OR, BJEM (2009), PickUp (2010); Fiaba di Daina (2012), Holy Mary (Short Film Club, 2014). Ha scritto e diretto la trilogia di lungometraggi indipendenti: La crudeltà dell’angelo (2004), Dannati (2005) e La chiave dei grandi misteri (2006). Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva, 2005), L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani, 2007), La madre delle bambole (Tracce, 2008 – Pr. Fond. Caripe), Il nome del confine (Joker, 2009), La stirpe del mare (L’arcolaio, 2010), Hanno amore (Perdisa Pop, 2010), Il grido sepolto (Ladolfi, 2017) e La storia di Layla e Yurkemi (Fara, 2018).

Tornando al libro oggetto di questo pezzo, Lorenzo Chiuchiù (il curatore della prefazione de Devi ancora inventare Euridice N.d.R.) ci suggerisce che “… Orfeo si volta deliberatamente e uccide ancora una volta Euridice, perché la sua nuova morte rovesci l’Ade ...”. E’ una suggestione interessante e ci spiega dove vuole portarci il poeta (almeno provando, umilmente, a fargli da esegeta non autorizzato).

Chierici, nella sua lirica così musicale, asimmetrica e dissonante, recupera il Mito. Lo recupera come unico antidoto contro gli inganni della Ragione. Lo recupera come antitesi delle sovrastrutture moderne. Lo recupera come unico pilastro della nostra saggezza, della nostra essenza più autentica e della nostra umanità. L’eccessivo ricorso alla ragione ci ha allontanati dalla più profonda comprensione della condizione umana. Nel Mito, al contrario, trovi tutto quello che ti serve: il noumeno, la coscienza e la conoscenza più autentica e istintiva.

Da lì discendono tutte le cose che sappiamo. Senza Mythos non ci sarebbe stato Logos. E’ l’origine di tutte le cose che sappiamo e pensiamo e di queste, quella più importante: la coscienza dell’abisso.

Il Poeta evoca, racconta, suggerisce i baratri sul cui bordo ci muoviamo a caccia del nostro essere esistentivo e di quello esistenziale. Il più delle volte, come inconsapevoli sonnambuli. In qualche caso come aspiranti suicidi, più raramente come lucidi viaggiatori.

Tra gli abissi canta l’onnipresente senso di vuoto, come schiuma quantica, che solo chi scrive può trovare davanti alla pagina bianca. Uno spazio pieno di speranze e opportunità ma che, spesso, si ribella al demiurgo.  Lo fa tra le profondità di una natura che comunica, ci parla e si ribella a chi non ha voluto sottostare alle sue regole. Racconta la fatica del Poeta, tra i segni e le parole nel dirimere i fantasmi che evocano: spettri mai paghi.

Chierici si piega al suo compito e al suo destino, realizzando un’opera che, in questi tempi, non dovrebbe essere importante, bensì fondamentale. Lo fa guidato dal mistero di una pietas che solo il Poeta può avere.

Lo fa cercando il vuoto nell’horror pleni dell’oggi e scovando la vita celata nella terra desolata. Il Poeta scava nel fallimento alla ricerca di un’altra Euridice per poter fallire ancora e ancora e ancora. Ci riconsegna  generosamente alla nostra condizione: quella che è stata, quella che è e quella che sarà … La nostra condizione più vera e immutabile.

Sì. Il Poeta ci guida e la sua musica decide la danza. Ma questa esiste solo per coloro i quali saranno capaci di sentirla.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

PS: Mi scuserete. Io cerco di stare lontano da temi attuali e dall’attualità in generale ma, purtroppo, non posso esimermi dall’esprimere la mia vicinanza al popolo curdo. Un popolo ancora una volta usato e tradito dagli amici e lasciato a vedersela da solo con l’ennesimo tentativo di genocidio. Voglio anche esprimere la mia più profonda vergogna per l’Occidente che può e deve fermare questa aggressione criminale e non lo fa. Come scrisse Tucidide “la colpa del male non ricade solo su chi lo fa…”.

 

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FLUXUS LE PERFORMANCE DEI POETI STORIA FOTOGRAFICA DELL'AVANGUARDIA CONTEMPORANEA

FLUXUS LE PERFORMANCE DEI POETI STORIA FOTOGRAFICA DELL'AVANGUARDIA CONTEMPORANEA

FOTOGRAFIE di FABRIZIO GARGHETTIFABIO EMILIO SIMION

FABBRICA DEL VAPORE via Procaccini 4, Milano A cura di Famiglia Margini.

Mostra dal 31 10 2019 al 06 11 2019.


Inaugurazione​ giovedì 31 Ottobre 2019 Ore 18.00 Live Performance: di Michelangelo Jr Gandini “Fuori Tempo” Ore 18.30 di Zanotto e Camera “Una storia d’Amore qualsiasi” Ore 20.00


Info e press : ​Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.​ - 3287141308


- Ma chi di meglio di un fotografo poteva fissare e sottolineare queste performance? Anzi: cosa resterebbe delle stesse senza la ripresa fotografica? - Gillo Dorfles

Di tanta arte in movimento non rimarrebbe traccia, se non ci fosse testimonianza. Di un happening di poesia visiva o sonora, di una performance resta la documentazione fotografica, il segno del genio, il valore del documento.

Nel periodo di fermento dagli anni ‘70 ad oggi, sulla scena internazionale, nascono movimenti d’avanguardia, gruppi, festival, spazi deputati e situazionismi anticonvenzionali – Milano Poesia, il Living Theatre, Domus Jani, Out Off, il Fluxus – Fabrizio Garghetti e Fabio Emilio Simion sono tra i pochi fotografi italiani puntualmente presenti ad immortalare tutta quest’ansia di libertà e di rivoluzione artistica. Le documentazioni fotografiche vibrano di autentica tensione morale e immortalano il desiderio di catturare l’attimo di poesia assoluta, il fotografo e, con lui lo spettatore, entrano nel flusso e nel senso dell’esistenza.

Spesso fianco a fianco, con le loro macchine fotografiche, Emilio Fabio Simion con un aplomb da architetto delle forme e Fabrizio Garghetti impertinente ed intuitivo, azionista della fotografia che irrompe fin sulla scena per testimoniare. Altre volte l’Archivio di uno è complementare all’altro, in ogni caso, la documentazione fotografica di queste performance, tanto rara quanto unica, riveste oggi un valore inestimabile. Un incontro dialettico tra due dei più celebri Archivi milanesi è la scintilla che dà luce alla mostra “FLUXUS: Le Performance dei poeti”, una jam session che coinvolge gli artisti ritratti nelle loro migliori performance, da Yoko Ono a John Cage, Giuseppe Chiari, Nam June Paik, Julien Blaine, Dick Higgins, Daniel Spoerri, Joe Jones, Ben Vautier, Emmett Williams, Walter Marchetti, Gian Emilio Simonetti, Esther Ferrer, Sarenco, Takako Saito...

I due fotografi Fabrizio Garghetti ed Emilio Fabio Simion hanno scelto di esporre gli scatti riuniti in “Strisciate”, foto-sequenze di straordinaria intensità che racchiudono il senso di azione e pensiero della performance. Le “Strisciate” sono un’invenzione originale che permette di cogliere nella sintesi visiva lo sviluppo dell’esecuzione artistica in un colpo d’occhio. Un progetto fotografico che funge da paradigma e suggello di tanta arte in movimento, documentata ed archiviata, ora finalmente visibile grazie alla collaborazione di Francesco Martines che sta compiendo un attento lavoro di digitalizzazione, restauro e composizione. Mostra a cura di Famiglia Margini alla FABBRICA DEL VAPORE dal 31 Ottobre al 6 Novembre 2019.

Fabrizio Garghetti​, nato a Salsomaggiore, nel 1939, si è dedicato fin da piccolo alla fotografia. Cresce nel negozio di ottica del padre, a Milano.
Lo racconta ​Gillo Dorfles ​ : Se, tra i tanti che hanno ripreso le azioni di questi e degli altri artisti del corpo, c'è un fotografo che li ha seguiti passo passo -con amore e straordinaria fedeltà, ma anche con humor e con abilità tecnica- questi è appunto Fabrizio Garghetti. Garghetti ha fissato -attraverso la sua 'camera eye'- molte delle vicende artistiche, in particolar modo quelle che riguardano la poesia visiva nel senso più lato del termine: dalla parola scritta e declamata a quella "pittorizzata", a quella ripresa da settimanali illustrati e poi modificata, a quella accompagnata da azioni, da oggetti, da mimiche, etc. Amico intimo di molti di questi artisti, da Isidore Isou a Giuseppe Chiari, da Ben Vautier a Jean Francois Bory, da Sarenco a Dick Higgins, da Julien Blaine a Emmett Williams, da Adriano Spatola a Ugo Carrega, Garghetti ha tenuto in serbo fino ad oggi, anzi gelosamente 'occultato', un prezioso materiale iconografico che finalmente trova un suo ambito editoriale ed espositivo. La documentazione che ce ne rimane è sempre di straordinaria vivacità e soprattutto tempestività, nel senso che è stato fissato il momento cruciale di ogni azione con quella "puntualità percettiva" di cui Garghetti è ampiamente dotato. Rimangono così, per i contemporanei e per i posteri, alcune documentazioni irripetibili nella loro efficacia, -che più meglio di ogni cronaca scritta- possono offrirci la testimonianza di una delle più fertili stagioni dell'ultimo cinquantennio.

Fabio Emilio Simion​, nato a Fiera di Primiero, in Trentino, nel 1940, si occupa di fotografia dal 1970, attraversando le più diverse esperienze creative in ambito commerciale, industriale, sperimentale e di ricerca.

Autore di oltre trenta libri fotografici, ha collaborato con le principali testate italiane, tra cui “Domus”, “La Gola”, “Alfabeta”, “Ottagono”, nel campo del design, del food, dell’arredamento e dell’arte, e ha realizzato copertine discografiche e manifesti per musicisti italiani e internazionali, tra cui gli Area, Demetrio Stratos, Franco Battiato, Alberto Camerini, Eugenio Finardi, la PFM, e molti altri.

Ha insegnato fotografia all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Ha fotografato importanti collezioni d’arte antica, contemporanea e di etnografia, su committenza sia pubblica che privata. Negli anni Settanta, ha fotografato a Parigi l’intera collezione del Vecchio Louvre.

Montanaro assai civile ed acculturato, a lungo Simion ha fotografato in studio i prodotti della vita materiale e di quella industriale, secondo lo stile e le regole del più raffinato still life. Peculiarità della produzione di Simion è la conversazione tra oggetti e significati da decifrare in un opportuno gioco di rimandi, un approccio di relazioni maturato e stimolato nel rapporto di lavoro col grande art director Gianni Sassi.
FLUXUS - LE PERFORMANCE DEI POETI FOTOGRAFIE DI FABRIZIO GARGHETTI E FABIO EMILIO SIMION A cura di Famiglia Margini, in collaborazione con Fondazione Berardelli.

FABBRICA DEL VAPORE via Procaccini 4, Milano Inaugurazione giovedì 31 Ottobre 2019 Ore 18.00 Mostra dal 31 10 2019 al 06 11 2019. Orari d’apertura dalle 14.00 alle 18.00 E su appuntamento. Info e press : ​Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.​ - 3287141308
www.archiviogarghetti.com www.archiviosimion.com

 

 

Archivio Garghetti

ARCHIVIOGARGHETTI.COM

 

Via Ripamonti 7, 20136 - Milano, Italia.

 

Mobile +39 348 7019688
Studio +39 02 58311581

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In Radio e nei digital store dal 18 ottobre “CHEMICAL DAYS” Il nuovo singolo dei THE CRIMINAL CHAOS

“CHEMICAL DAYS” è il nuovo singolo dei THE CRIMINAL CHAOS.

 

Il brano, che anticipa l’album “SURREAL REALITY”, in uscita a fine ottobre, sarà dal 18 ottobre in rotazione radiofonica e disponibile nei webstore.

“...come luccicanti paillettes su uno specchio appannato, si riflettono nella notte strani esseri danzanti durante il sacrificio del più antico dei rituali…” – The Criminal Chaos

“CHEMICAL DAYS” è il desiderio di avventura di cui l’uomo ha bisogno per vivere sereno. Il viaggio, la voglia di libertà e di spensieratezza sono legati da un filo comune: la chimica.

Un brano riflessivo e a tratti psichedelico nelle strofe, ben accompagnate da suoni elettronici e cori accuratamente studiati, energico e di forte impatto nel ritornello, che sprigiona la forza rock della band.

 “CHEMICAL DAYS” sarà accompagnato dal video ufficiale in uscita nelle prossime settimane.

THE CRIMINAL CHAOS

Originaria da Parma la band The Criminal Chaos è formata da Nik Bergogni (voce), Pablo Chittolini (basso), Helder Stefanini (batteria) e Mirco Caleffi in arte “Keffia” (chitarra), Ivan Chittolini (sonorità elettroniche).  Il sound ha un forte impatto rock, caratterizzato dallo strumento musicale suonato, magico, sudato e ricercato.

Il debutto ufficiale dei “The Criminal Chaos” avviene con la pubblicazione del singolo “Smalltown Boy” - rivisitazione della celebre hit dei Bronski Beat.

La collaborazione con l’ingegnere del suono Roberto Barillari, grazie alla sua esperienza con importanti artisti (Lucio Dalla, Negramaro, Gianmaria Testa, Samuele Bersani, Stadio, Paolo Conte, Zucchero, Francesco Guccini), ha permesso ai “The Criminal Chaos una forte crescita sonora e artistica.

LP “SURREAL REALITY” – una produzione internazionale

Per fine ottobre è prevista la pubblicazione dell’album di debutto “SURREAL REALITY”

Il disco contenente sette brani è prodotto in collaborazione con Fabrizio Grossi – produttore italoamericano dalle collaborazioni altisonanti con artisti del calibro di Steve Vai, Billy Gibbons/ZZ Top, Joe Bonamassa, Ice T, Dave Navarro, Steve Lukather e molti altri artisti della scena mondiale. 

Durante le sessioni in studio la band si è avvalsa anche della collaborazione di Fulvio Ferrari, arrangiatore e compositore, nonché tastierista di Luca Carboni, che ha contribuito alla composizione di armonie corali, creando un sound sognante e psichedelico.  Il disco è stato mixato da Fabrizio Grossi nel suo studio di North Hollywood e masterizzato da Pete Doell all’Aftermaster Studios in California.  

NEL WEB:

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Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCkbV-doo04FJbXrRVDkpobg

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Studio Marconi '65 presenta Arnaldo Pomodoro: Grafiche

Studio Marconi '65

presenta

Arnaldo Pomodoro
Grafiche

 

OPENING

Giovedì, 17 ottobre 2019

dalle 18.00 alle 21.00

dal 18 ottobre al 21 dicembre 2019

ingresso libero dal martedì al sabato dalle 15.00 alle 19.00


Studio Marconi ’65 ha il piacere di presentare una selezione di grafiche e multipli di Arnaldo Pomodoro eseguiti tra il 1967 e il 1970. In questi anni l’artista matura la propria indagine sulle forme e simboli primitivi e semplici come la sfera, il cubo, la colonna, la ruota diventano i temi del suo lavoro.

Nel 1964, un anno dopo la nascita della sua prima sfera, Pomodoro rende una sintesi perfetta della sua operazione inventiva in un’intervista a Mila Pistoi: “Ecco ciò che mi muove a fare le sfere: rompere queste forme perfette e magiche per scoprirne (cercarne, trovarne) le fermentazioni interne, misteriose e viventi, mostruose e pure; così provoco col lucido levigato un contrasto, una tensione discordante, una completezza fatta di incompletezze. Nello stesso atto, mi libero di una forma assoluta. La distruggo. Ma insieme la moltiplico.”

Una variante di questo processo di moltiplicazione sono i Rotanti che l’artista presenterà qualche anno dopo, nel 1968, allo Studio Marconi e successivamente alla Marlborough Gallery di Londra. Una ventina di sfere, di varie dimensioni, realizzate in lucido metallo riflettente, vengono poste su una pedana leggermente inclinata per dare al visitatore il senso di un ipotetico movimento. Qui le corrosioni hanno l’aspetto di spaccature geometriche, perforazioni nette e definite, più simili a quelle prodotte da una macchina che al risultato di un’erosione naturale. In una lettera al Maestro del 1970, lo storico dell’arte Tom Freudenheim individua la differenza tra “sfere” e “rotanti”: le une poggiano su una base, sono smangiate e dunque incapaci di rotolare; le altre invece “possono” essere viste da ogni angolo e “possono” rotolare; nelle une l’energia sprizza dall’interno e nell’interno; nelle altre si aggiunge l’energia del proprio movimento (o del potenziale movimento). Elemento comune a entrambe è la presenza di “contrasto e polarità”, “positivo-negativo”, “pieni e vuoti”. Dai Rotanti deriveranno poi anche le Onde e una serie di lavori intitolati Forma X.

È precisamente a questa fase del lungo e prolifico percorso artistico di Arnaldo Pomodoro che appartengono le grafiche esposte allo Studio Marconi ’65. L’artista non sembra preoccuparsi della sfida posta dalla superficie piatta e bidimensionale del foglio di carta. E se nel realizzare queste opere si confronta con il problema di come riuscire a conservare l’aspetto scultoreo delle sue immagini, in realtà, basta guardarle per scoprire che è in queste grafiche che si svela la genesi del primo Rotante immaginato durante il soggiorno americano a Stanford: traforato “in modo netto e ben definito, tracciando un segno a forma di X, senza slabbrature”. Oltre che nella scultura Arnaldo Pomodoro ha sviluppato la sua ricerca artistica in altri ambiti: gioielli, architettura, scenografia. Ha realizzato anche opere grafiche che mostrano un diverso linguaggio espressivo e sono, come scrisse Sandro Parmiggiani nella sua intervista del 2006 al Maestro, “un’officina, un grande, fervido laboratorio”.

 

INFO:

Studio Marconi '65

Via Tadino 17 - 20124 Milano

T. +39 02 2951 1297

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  1. studiomarconi.info

 

BLOG rocktargatoitalia.it

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Palermo, mostra collettiva di pittura: Salvo D’Acquisto

Il 15 ottobre 2019 in occasione dell’anniversario della nascita di Salvo D’Acquisto, alle ore 19.00,

presso la Galleria d’Arte Studio 71 di Palermo Via Fuxa n. 9,

verrà presentata la mostra collettiva di pittura:

Salvo D’Acquisto

(amò il suo prossimo più di se stesso)

Si tratta del “racconto” del giorno della fucilazione del Vice-brigadiere Salvo D’Acquisto avvenuto a Palidoro. Il Vice-brigadiere D’Acquisto si accusa di un reato mai commesso per salvare la vita di 22 italiani che erano stati rastrellati dalla milizia nazista per essere giustiziati in quanto accusati di avere causato attraverso lo scoppio di un ordigno la morte di due soldati tedeschi.

Il linguaggio pittorico consente ad ogni singolo artista di evocare la profonda intimità dei sentimenti di questo giovane Carabiniere immolatosi alla brutale arroganza della milizia nazista.

La mostra, composta da 12 tavole tutte di cm 60 x 80 e di una scultura, prende spunto dalla passione di D’Acquisto per l’Arma dei CC interpretata da Turi Sottile per proseguire poi con le prime fasi della sua vita  interpretate da Antonella Affronti ed Enrico Meo e culminate nel triste giorno della sua morte realizzate da Tiziana Viola-Massa, Massimo Piazza, Vanni Quadrio, Aurelio Caruso, Alessandro Monti, Sebastiano Caracozzo, Alessandro Bronzini e Pina D’Agostino. Caterina Rao ha realizzato il ritratto e Ninni Iannazzo un bassorilievo.

Le opere, sia pure nella libertà stilistica dei singoli autori, trovano connotazione per la loro drammaticità ma soprattutto trasbordano di quella commozione che palesemente si avverte guardandole.

Come scrive Cosimo Scordato: "L'arte trova la propria perfezione all'interno e non all'esterno di se stessa.”

Catalogo edito da Studio 71 con testi di; Aldo Gerbino, Tommaso Romano, Cosimo Scordato. Vinny Scorsone e Ciro Spataro. La mostra resterà aperta fino al 30/11/2019 ed è visitabile dalle ore 16.30 alle ore 19,30 festivi esclusi.

 

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