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Incontro di presentazione del libro "Curzio" di Osvaldo Guerrieri Teatro Astra (TO)

Si terrà venerdì 20 marzo alle ore 18.30 al Teatro Astra l’incontro di presentazione del libro Curzio di Osvaldo Guerrieri, edito da Neri Pozza. Parteciperanno all’incontro, ad ingresso gratuito, l’autore e Luigi La Spina. Modera Beppe Navello.

Curzio è il romanzo della vita di Curzio Malaparte, il racconto perciò di un’avventura umana che non ha avuto uguali nella prima metà del Novecento.
La storia comincia nel 1933 a Lipari, dove il fascista Malaparte è confinato per attività antifascista, e si conclude nella primavera del 1957 nella clinica «Sanatrix» di Roma in attesa di una morte della quale tutti desiderano impadronirsi: i democristiani, i comunisti, i repubblicani, la Chiesa cattolica.
Fra i due poli si espande la più clamorosa personalità di avventuriero, di narcisista, di rinnegato che abbiano conosciuto l’Italia e l’Europa: un «razziatore avido di cose e di prede» ebbe a definirlo il pittore Orfeo Tamburi che gli fu amico, uno dei pochi.
Grande giornalista, a 30 anni Malaparte ha diretto il quotidiano La Stampa; è entrato nelle più sconvolgenti avventure del secolo: le due guerre mondiali, la macchina stragista del nazismo, la nascita del comunismo sovietico e di quello cinese, la conquista coloniale; ha scritto libri di enorme successo che hanno ferito la sensibilità comune, da Tecnica del colpo di Stato a Kaputt a La pelle. Non si notano che contraddizioni in Malaparte, uomo fragile dentro e forte fuori, pronto a tutti i compromessi pur di ricavarne un vantaggio. Lo si vede nei rapporti prima con Mussolini e con il grande protettore Galeazzo Ciano, poi con Togliatti che riesce a sottrarlo alla legge penale. Lo si vede ancora nello scontro con il senatore Giovanni Agnelli, il nemico di una vita; oltre che nel turbinio degli amori mai veramente profondi, mai passionali, spesso strumentali e decorativi: per esempio con la misteriosa e sensuale «Flaminia», che ottiene da Mussolini in persona il permesso di andare a trovare l’amante a Lipari, oppure con Virginia Agnelli, considerata uno strumento per abbattere la potenza del Senatore e impadronirsi della Fiat. Sullo sfondo c’è il bel mondo italiano e parigino, c’è la vita nei giornali e nelle case editrici, c’è il cosmopolitismo artistico e diplomatico. E c’è l’Italia massacrata da un regime gonfio di retorica e di errori, protesa verso un futuro che, caduto il fascismo, sembra promettere soltanto violenza e vendette.
Il romanzo della vita di Curzio Malaparte, il racconto di un’avventura umana che non ha avuto uguali nella prima metà del Novecento.

Hanno scritto de I Torinesi:
«Le magnifiche, e spesso sconosciute, vite e avventure dei Torinesi, la tedescheria d’Italia».
il Foglio

«Trenta biografie esemplari… per rendere conto dei diversi mondi umani che hanno attraversato Torino tra Risorgimento e fine della città industriale».
il Sole 24Ore

Hanno scritto di Col diavolo in corpo. Vite maledette da Amedeo Modigliani a Carmelo Bene:
«Una galleria di vite randagie e disperate, picaresche, lacerate».
la Repubblica

INFO fondazionetpe.it / @stagionetpe.it

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Novità Letteraria

La Vipera e il Diavolo

Romanzo storico di Luigi Barnaba 

«…convinci il mondo che non stai spodestando un parente rivale, bensì liberando la cristianità da una piaga. Da usurpatore diventerai messia…»

 Secondo la tradizione, Gian Galeazzo Visconti decise di fondare il Duomo di Milano dopo aver sognato il Diavolo.

La leggenda, però, non chiarisce quale demonio gli si sia presentato in sogno per tormentarlo al punto da spingerlo a esorcizzarlo attraverso l’edificazione della più famosa e maestosa cattedrale del mondo. È andato da sé, dunque, che a turbare i sonni del futuro duca di Lombardia sia stato Belzebù. Ma se, invece, non fosse stato Satana, re degli Inferi, a terrorizzare il sovrano? Se fosse stato, ad esempio, il suo più acerrimo nemico,  Bernabò Visconti? Il fratello di suo padre Galeazzo II, che, esattamente un anno prima dell’inizio della costruzione del Duomo (il 6 maggio 1385), lo stesso Gian Galeazzo aveva fatto arrestare, con un tranello in piena regola, e rinchiudere nel castello di Trezzo sull’Adda, per poi, si dice, avvelenarlo.

Del resto, le cronache dell’epoca descrivono Bernabò, che governò su Milano dalla metà del XIV secolo, come un despota, un ammazzapreti, un feroce e vendicativo tiranno assetato di potere. Un Diavolo, appunto! Sempre secondo la leggenda, fu proprio lui a eliminare il fratello, padre di Gian Galeazzo, dando il via a una vera e propria sfida senza esclusione di colpi per lo scettro lombardo. E in poco più di 60 anni di vita ne combinò di cotte e di crude.

 La fine della guerra fratricida è nota: fu Gian Galeazzo a trionfare, lo dice la storiografia.  Ma in che modo? E a che prezzo?

La Vipera e il Diavolo è un romanzo storico che racconta proprio lo scontro finale tra zio e nipote. Si svolge a Milano e in Lombardia, tra il 1378 (anno della morte di Galeazzo II) e il 1386 (anno della fondazione del Duomo) e abbraccia più piani.

Innanzitutto, quello prettamente storico, che ripercorre vicende realmente accadute, popolate di personaggi realmente esistiti e ambientate in luoghi reali. Vicende che di per sé, anche senza aggiungervi nulla di fantasioso, sono storicamente costellate di tutti gli ingredienti che rendono avvincente un racconto: tradimenti, gelosie, invidie, intrighi, brama di potere, amore, sesso, guerra, sangue, malattie, omicidi, duelli, saccheggi e delitti variSolo per questo varrebbe la pena di raccontarle.

Per insaporire un poco il “brodo”, però, il romanzo è “condito” anche di alcuni temi cari al Medioevo: dalla magia alla stregoneria, passando per superstizione ed eresia, con le forze naturali e sovrannaturali chiamate spesso e volentieri a fare da motore al canovaccio e a renderlo, appunto, più “saporito”, avvincente e misterioso.

Infine, inserita all’interno della storia, una serie di aneddoti ispirati a novelle originali del Tre-Cinquecento: storie che hanno per protagonista lo stesso Bernabò Visconti, personaggio dannato dalla memoria storica per volere dell’usurpatore Gian Galeazzo, ma che rimase a lungo, per la sua crudeltà, ma anche e soprattutto per la sua eccentricità, nei ricordi del popolo, che ne fece il protagonista di decine di racconti sepolti per secoli tra la polvere delle biblioteche. E solo ora, finalmente, “rispolverati”.

A metà tra storia e leggenda, La Vipera e il Diavolo (la Vipera è Gian Galeazzo; il Diavolo – inutile precisarlo! – Bernabò) ha un unico obiettivo: raccontare l’epopea familiare dei Visconti alla fine del Trecento e la battaglia all’ultimo sangue tra i due illustri contendenti, l’astuto Gian Galeazzo e lo spietato zio, per la conquista del potere. Una storia che, a differenza di quella dei Borgia, dei Savoia, dei Medici e di altre grandi casate italiane, aveva avuto sinora poca, se non pochissima, dignità letteraria. Ma che meritava invece di essere pienamente riscoperta, perché più avvincente – e “diabolica” – che mai.

Luigi Barnaba Frigoli, giornalista, è nato a Milano nel 1978. Laureato in Lettere Moderne, con tesi in Storia economica e sociale del Medioevo, è autore di un saggio sulla figura di Bernabò Visconti nelle novelle e nelle leggende tra Trecento e Cinquecento (Archivio Storico Lombardo, 2007).

La Vipera e il Diavolo (2013) è il suo romanzo d’esordio.

 

Meravigli edizioni – collana Pagine disparse

ISBN 9788879552943

352 pagine – 17,00 euro

facebook.com/laviperaeildiavolo

 

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UN’ORGIA DI VERNICI (Non quelle a smalto che servono per dipingere i mobili; parliamo di inaugurazioni)

Perfidie di Stefano Torossi

16 marzo 2015

UN’ORGIA DI VERNICI                                                              

(Non quelle a smalto che servono per dipingere i mobili; parliamo di inaugurazioni)

 Lunedì 9 marzo. “Roma moderna, i Fori e la città”. Istituto Nazionale di Archeologia, saletta strapiena: un centinaio di persone. Visto l’argomento, l’ambiente più giusto per la conferenza sarebbe stato forse Piazza Venezia, lo stadio Flaminio, o ancora meglio, l’intera città, perché invece di cento, i presenti dovevano essere tre milioni; insomma tutti gli abitanti di Roma.                                                                                                                                                               

Il progetto caldeggiato dal Sovrintendente Adriano La Regina: smantellare Via dei Fori Imperiali e aprire finalmente a tutti il più grande, il più importante, il più universale parco archeologico del mondo.

In passato: anni di tentativi. Momenti fortunati, piccoli passi avanti con sindaci lungimiranti; altri di oscuramento e fermate obbligatorie a causa della politica ostile. E naturalmente il trimillennario cialtronesco disinteresse dei romani per casa loro. Oggi finalmente, grazie alla progressiva eliminazione del traffico di superficie e alla costruzione della Metro C, forse si capirà che la famosa Via dell’Impero, trofeo del fascismo, non serve più a niente. Noi probabilmente non ci saremo, come ci siamo detti con Adriano, a causa dell’avanzato traguardo anagrafico raggiunto da entrambi, ma siamo stati d’accordo sull’opportunità di lavorare anche per gli eredi della città, che, in fondo, oltre a essere LA nostra e la loro capitale, è anche IL nostro e il loro capitale.

Mercoledì 11. Da Roma antica a quella (relativamente) moderna. Al Museo dell’Ara Pacis: “EUR, una città nuova, dal Fascismo agli anni ‘60”, interessante mostra sul progetto e la realizzazione, forzatamente incompleta, dell’E 42, quella che doveva essere la grande esposizione della Rivoluzione Fascista a celebrazione del ventennio 1922 – 1942.

Invece ci fu la guerra con il capitombolo del Fascio, l’esposizione non si fece e il quartiere cambiò parzialmente destinazione e nome, diventando EUR, Esposizione Universale Roma, più tardi sede di molte manifestazioni delle Olimpiadi del ’60.

Cinegiornali dell’epoca completi di voci stentoree e marcette guerresche, plastici, piante, foto, e qua e la l’infido baco della stupidità che sta sempre in letargo nel nocciolo di ogni regime; poi per fortuna si risveglia e a forza di gonfiarsi lo fa scoppiare.

Si legge per esempio, nel bando di concorso, che gli artisti invitati a partecipare devono dichiarare di aderire ai principi ispiratori del progetto (e questo è ovvio e sacrosanto), ma devono anche dichiarare di non appartenere alla razza ebraica (e qui fa capolino il baco).

 Stesso giorno, Galleria Nazionale d’Arte Moderna – Addirittura quattro mostre di cui una davvero importante e soprattutto attesa e dovuta da tempo. Le altre, puro contorno. Eccole: Uno “Studi d’artista”: foto e filmati. Poco interessante. Due “Azioni antiche”: libri, fogli, copertine, forse belli da tenere sulla scrivania, ma scarsamente entusiasmanti da guardare in bacheca. Tre “Bengt Kristenson, vibrazioni dal nord al sud”: nella confusione non siamo neanche sicuri di averla visitata.

E quattro, “La scultura ceramica contemporanea in Italia”: questa sì, una cosa seria. Una rassegna molto ampia di un numero inaspettatamente alto di scultori che lavorano la ceramica, materia tradizionalmente snobbata dalla critica e dal pubblico che la considera roba da souvenir: piattini col ritratto del papa o daviddimichelangelo da vetrinetta.

Molto pubblico, molti nomi, molte opere, molte sale,  una delle quali interamente dedicata a Leoncillo Leonardi, un artista che colpevolmente noi stessi avevamo ristretto nella serie B della scultura, e che finalmente ci ha obbligato a ricrederci, fare il mea culpa e riconoscerlo (per quello che può contare il nostro giudizio) artista di prima grandezza. Un vero scultore, insomma e non “solo un ceramista”.

 Giovedì 12. Accademia di San Luca. Salone d’onore: soffitto di quercia nera, pareti tappezzate di damasco rosso, pavimento di parquet scuro, una cripta più che una sala. Su Achille Perilli, pittore quasi novantenne, ma ancora vivo, eccome! si proietta un documentario che, al contrario di molti filmati del genere, è divertente per l’arguta grinta del protagonista sulla cui lunga intervista si snoda il racconto di una vita. Ci ha fatto sorridere l’accenno alle tradizionali risse a pugni e schiaffi fra gli astrattisti e i figurativi, e ci ha fatto sogghignare la chiamata in causa dell’odiato Guttuso, da Perilli definito senza tanti complimenti un mafioso siciliano che approfittando del potere che gli dava il PCI di cui era l’artista ufficiale, aveva fatto di tutto (quasi riuscendoci) per tagliargli le gambe.

Venerdì 13. MACRO. “Limits” della spagnola Amparo Sard, che nella nota autobiografica si definisce una “puntinista fisica”.

Disegni, video e un enorme oggetto a forma di ciambella appeso al soffitto.

Il tutto pieno di buchi. L’effetto gruviera è garantito, ma il materiale usato, plastica e carta, rigorosamente bianco su bianco dà anche una bella sensazione di leggerezza e di trasparenza: luce e aria attraversano i buchi e traboccano dovunque.

Niente di nuovo, intendiamoci. Ma bello.

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S.O.S “NEGLI OCCHI” ANNIVERSARIO TOUR

S.O.S “NEGLI OCCHI” ANNIVERSARIO TOUR

Venerdì 20 Marzo dalle ore 23 - ingresso libero

STIGMATA c/o THE BEAT CAFÉ

Via Gramsci n.1 Crema(CR)

Stigmata e NDS MUSIC presentano il gradito ritorno sulla scena live degli S.O.S. (Save Our Souls), band lombarda rivelazione degli anni '90.

Vincitori delle importanti manifestazioni Rock Targato Italia nel 1993 e di Ritmi Globali nel 1995, pubblicano nello stesso anno il secondo album intitolato “Negli Occhi”. Il Disco, che vede alla produzione artistica Paolo Fanzaga e alla consolle l'ingegnere del suono John Grimes (già al lavoro con gli U2), vende oltre 5000 copie ed ottiene entusiastici consensi da critica e pubblico. Gli S.O.S. sono: Marco Ferri "Bruco" (autore, voce), Simone Trevisàn (chitarra), Milly Fanzaga ( batteria), Nicola Mazzucconi (basso).

La nightwave STIGMATA ospita la prima tappa de NEGLI OCCHI ANNIVERSARIO TOUR che celebra quindi, i 20 anni dall'uscita del disco. Dopo il concerto è possibile ballare e ascoltare fino all'alba, il meglio del movimento dark, gothic e new wave. In consolle Maks + special guest.

Band di supporto, SCAREMEN, capitanati alla voce dalla bravissima Asia Pascal.


Preserata dalle 17:30 alle 18:30: NDS MUSIC DEMO TOUR

Presentazione e dimostrazione di strumenti musicali di NDS MUSIC e XAVIERGUITARS con il chitarrista Simone Trevisàn ed il bassista Nicola Mazzucconi.


Links di riferimento:

https://www.facebook.com/events/1552634648321771/  (Evento Facebook)

https://www.facebook.com/events/1567509970184307/ (Evento NDS Music)

www.sosrock.band  (S.O.S. - Sito Ufficiale)

www.ndsmusic.com (NDS Music – Sito Ufficiale)

www.facebook.com/STIGMATANIGHT (STIGMATA – Pagina Ufficiale Facebook)

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vivere senza artrosi: ecco come

Questo libro racconta in modo inequivocabile una verità finora nascosta: L’ARTROSI SI PUO’ CURARE. E non con quanto già a disposizione, cioè i farmaci anti-infiammatori e il cortisone, veri boomerang per i temibili effetti collaterali che presentano, o gli interventi di protesi articolare, l’ultima spiaggia nei casi irrimediabili, ma piuttosto con tecniche innovative e originali, integratori alimentari naturali, una dieta antiartrosi alla portata di tutti, le cellule staminali, nuovi tipi di laser. Finalmente una buona notizia per quei 6 milioni di italiani che soffrono di una delle malattie più diffuse e più disabilitanti al mondo. Un libro che rappresenta una vera e propria guida nel mondo dell’artrosi, ricco di consigli legati all’attività fisica, agli esercizi da fare tutti i giorni, con un test di autovalutazione e tante ricette create apposta da tre grandi chef stellati italiani.

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THE ELEPHANTS CEMETERY JAZZ BAND, Perfidie di Stefano Torossi

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
9 marzo 2015

THE ELEPHANTS CEMETERY JAZZ BAND


In realtà il nome vero della formazione che il 26 febbraio ha suonato alla Sala Casella della Filarmonica Romana è “New Roman Jazz Orchestra”. Ma noi ci siamo permessi la leggera modifi-ca che vedete in alto, e qui di seguito si capisce il perché.
La serata del secolo (anzi, dei secoli) era organizzata da Adriano Mazzoletti e Mario Cantini.
Ecco la formazione, in ordine di età:
I Seniores: Ivan Vandor, sax: anni 83; Mario Cantini, pianoforte: anni 82; Gianni Sanjust, clarinetto: anni 81.
Gli Juniores: Guido Pistocchi, tromba: anni 78; Giorgio Rosciglione, contrabbasso: anni 76. Di Michele Pavese, trombone e di Lucio Turco, batteria, non abbiamo i dati anagrafici, ma siamo assolutamente certi che non sono minorenni.
Pubblico di fascia alta (di età, naturalmente).
Nella foto vediamo i fiati in pausa (l’altra metà sta lavorando, ve lo garantiamo). Certo, un ri-posino ogni tanto…A parte gli scherzi, la band ha suonato appassionatamente, con qualche scivolata nella tenuta dell’insieme, soprattutto nel finale dei Marching Saints, che chiudeva anche il concerto. Questo succede a un gruppo che, pur composto di eccellenti solisti, non prova abbastanza. Avranno di meglio da fare.
Ma, come diceva (ci pare) Rubinstein, suonare la nota sbagliata è poco importante, mentre suonare senza passione è imperdonabile. La passione c’era. Quindi, tutto bene; ci siamo molto di-vertiti, anche nella cena dopo concerto, nella quale si è abbondantemente scherzato su malattie, coccoloni e, inevitabilmente, imminenti funerali.


Richiami
Venerdì 6 marzo. Sole scintillante e vento gelido a cento chilometri l’ora. Impavidi ci siamo spinti di buon passo fino al Museo Canonica di Villa Borghese per l’inaugurazione della mostra “Richiami” (il significato del titolo ci sfugge), opere degli allievi dell’Accademia di Belle Arti. Lavori decisamente brutti presentati da studentesse invece graziosissime.
Con questo chiudiamo l’argomento.
Ma lo riapriamo subito per parlare della Fortezzuola, così è chiamato il casale, probabilmente del ‘600, poi rifatto secondo la moda dell’800 nelle forme di un finto castello medievale. All’epoca era conosciuto come il Gallinaro e serviva per l’allevamento di struzzi e pavoni destinati alle partite di caccia dei principi Borghese.
Finché lo scultore Pietro Canonica, verso il 1930, chiese e ottenne di andarci a vivere donando in cambio, alla sua morte, le proprie opere allo stato perché in quella casa ci facesse un museo. Non si sa chi dei due abbia fatto l’affare, probabilmente lo scultore perché il posto è davvero speciale. Una villa in mezzo ai prati, con un giardino di agrumi circondato da un muro merlato: insomma proprio un piccolo castello in città.
Il museo permanente conserva i suoi marmi, bronzi e gessi, in uno stile retorico ma anche patetico e intimista. Molti, quelli retorici naturalmente, realizzati su commissione degli Zar di Russia; altri, per commemorazioni in giro per il mondo: Queen Victoria a Buckingham Palace, Ataturk in Turchia, Simon Bolivar in Colombia, perfino Don Bosco in Vaticano.
Insomma, un insieme di cose davvero non memorabili, anche se ricche di una notevole abilità tecnica, e di sicuro aderenti al gusto dell’epoca. Comunque, decisamente gradevole la mattinata, bello il posto (e le studentesse) e gli alberi del giardino pieni di splendide arance mature.


Irresistibile
BRAHMS E SCHUMANN PAPPANO CARBONARE.
Abbiamo trovato e poi sintetizzato questo miracoloso titolo a pag. 8 del programma di marzo del Parco della Musica di Roma. Quando il destino ti offre un simile bocconcino su un vassoio d’argento, sarebbe un vero sacrilegio rifiutarlo.
Calma, sappiamo anche noi che non si tratta di un invito a unirsi ai due famosi musicisti per una degustazione di piatti tipici romaneschi, bensì dell’annuncio di un concerto, il venti marzo alla Sala Si-nopoli.
Musiche di Brahms e Schumann, orchestra diretta da Antonio Pappàno (ricordarsi di spostare l’accento) con la partecipazione del noto clarinettista Alessandro Carbonare.
Troppo facile? Forse. Comunque ci autoassolviamo perché siamo sicuri che nessun altro al mondo avrebbe resistito alla tentazione.


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“New Roman Jazz Orchestra

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L'Elogio alla Gabbia, di Paolo Pelizza

L’elogio della gabbia.

Passeggiando per strada, in metropolitana, sui tram, in treno e in aereo ascoltiamo i discorsi più strani e disparati.
Ultimamente e (sempre) più spesso assisto a iperboliche digressioni su cosa bisognerebbe fare a quello o quella che la cronaca ha portato alla ribalta come autori di delitti efferati da media sempre più assetati di sangue. Anche se questi sono soltanto indagati e non ancora condannati definitivamente, le punizioni proposte sono tanto sommarie quanto degne di Torquemada.
Nessuno (intendiamoci bene) vuole che un reato odioso resti impunito, tuttavia, fa un po’ specie, nello Stato e nella città del Beccaria, sentire un tale accanimento verbale. Altro che ISIS!!! La signora Pina li fa apparire dilettanti bonari.
Penso che se si facesse un referendum sul reinserimento della pena di morte nel nostro Paese, il sì alle esecuzioni capitali sarebbe un plebiscito. Qualcuno le chiederebbe pubbliche, addirittura.
Nel frattempo, ci si accontenta del carcere preventivo. Quello che si usa per estorcere confessioni o perché è meglio mettere in galera qualcuno prima di fare le indagini … si fa prima e si risparmia denaro. Quella che dovrebbe essere l’extrema ratio viene comminata con una leggerezza che stupisce e indigna. Enzo Tortora è stato solo la punta nota di un iceberg, un fenomeno che conosciamo molto poco ma che esiste in una dimensione tutt’altro che irrilevante. Controllate il numero dei ricorsi vinti dai cittadini condannati ingiustamente in Italia presso le istituzione europee preposte e scoprirete che del funzionamento della Giustizia ci si può fidare come ci si può fidare di tutto il resto a casa nostra.
Eppure, siamo tutti giustizialisti e forcaioli. Applaudiamo quando un cittadino detenuto e, quindi, nelle mani dello Stato, muore in circostanze “misteriose”. Chissenefrega di capire le ragioni e le responsabilità: era solo un drogato di merda! Cosa importa se, in carcere, si è sotto l’esclusiva responsabilità dello Stato ed è questo che deve rispondere della nostra dignità e della nostra salute. E’ ininfluente, soprattutto, che la UE abbia dichiarato le nostre carceri illegali dall’anno 2000 e, tutti gli anni, paghiamo sanzioni salatissime per questa ragione. Qui, un indagato è colpevole e merita tutte le torture possibili: siano mediatiche o fisiche! Qui siamo lontani dallo stato di diritto quanto lo siamo da Plutone (il planetoide o il dio romano dell’oltretomba, fate voi che è lo stesso).
Mi chiedo, ossessivamente, se la cultura dalla quale veniamo e che rivendichiamo così orgogliosamente, sia solo un argomento da salotto e non d’ispirazione per la vita e l’organizzazione sociale. Come scriveva Hobbes sul frontespizio del Leviatano, teniamoci lontani dai classici che potrebbero spingerci a chiedere efficacemente di essere liberi e trattati con giustizia.
Dobbiamo stare più attenti: lo Stato siamo noi. Quindi, aspettiamo ad elogiare l’utilizzo indiscriminato di gabbie e sbarre. Pensiamo che la civiltà di una Nazione si misura dalla civiltà delle sue carceri.
Domandiamoci, infine, come in uno Stato che ha carceri contrarie alle leggi, un cittadino detenuto possa accettare quella condizione. Questo non è solo un problema etico ma, indiscutibilmente, giuridico: lo Stato non paga per i suoi reati, al contrario, si arroga il diritto di condannarmi? E’ la stessa cosa della pena di morte: se uccidere è sbagliato, perché lo Stato lo può fare impunemente? Gli aborti della legge, purtroppo, impattano troppo profondamente sulla vita dei singoli ma, anche, sulla società. Una società priva di pietas e divenuta, sempre più irreversibilmente, egoista e crudele. Una società che pensa di essere meglio dei singoli ma che è fatta di singoli, di individui che possono sbagliare e devono essere recuperati e non emarginati o peggio.
Una società realmente civile ricorre al carcere come ultima risorsa, quando ha provato tutto il resto. Una società realmente civile, vede sé stessa imperfetta come gli individui che la compongono. In una società realmente civile, i singoli non elogiano le gabbie destinate agli altri, perché hanno la consapevolezza profonda di essere gli altri.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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ANTIPATICI E SIMPATICI

Perfidie di Stefano Torossi 

2 marzo 2015

ANTIPATICI E SIMPATICI

Tutta colpa di Berio
E’ stato piuttosto buffo, mercoledì 18 alla Dante Alighieri, seguire le variazioni di tono dei relatori: all’inizio di rispettosa circospezione, poi (pur esprimendo stima per l’artista) un po’ più esplicito, e alla fine francamente critico. Insomma, come musicista sarà stato grande, ma come Sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia, ha proprio toppato. Stiamo parlando di Luciano Berio, il quale risulta reo confesso del fatto che la “Santa Cecilia” del Parco della Musica, con i suoi 2.800 posti, sia l’unica grande sala del mondo senza un organo da concerto.
L’occasione di questa condanna è stata il convegno “Un organo per Roma” organizzato da Giorgio Carnini. Il maestro Carnini, battagliero organista, lavora da tempo perché anche Roma abbia un vero grande organo laico. Ce ne sono, organi, nelle tante chiese della città, ma in disuso, perché, a quanto pare, al dignitoso, austero, mistico organo i parroci preferiscono le suorine con le chitarrine (integrandole nelle occasioni importanti con formazioni di chierichetti con i bonghetti).
Insomma, il grande organo monumentale a Roma manca, come abbiamo visto, proprio dove dovrebbe esserci. E’ successo nel 2002, quando era tutto pronto: Renzo Piano nel suo progetto aveva previsto lo spazio, critici e musici erano in trepida attesa, e pare che ci fossero perfino i contanti. Berio, fresco di nomina, mise il veto, anzi, un arrogante veto (parola di Paolo Isotta). Perché? Nessuno lo sa. Fra le feroci critiche dell’epoca, e forse in loro risposta, spunta una lettera che lui scrisse a Italia Nostra. Sembra la giustificazione di un alunno di prima media.
“Cara Italia Nostra, sì, avrei dovuto spiegare meglio le ragioni che mi hanno portato a sospendere il progetto organo…bla bla…decisione assai sofferta…bla bla…la tragica indifferenza del Vaticano alla musica in genere e all’esecuzione del grande repertorio organistico nelle chiese (vuol dire che era proprio il momento giusto per realizzare un organo laico – nota del Cav. Serp.)…bla bla…l’Accademia sarebbe felice di contribuire alla diffusione del grande repertorio organistico in condizioni più intime di quelle offerte da una spettacolare sala di 2.800 posti concepita per altri usi (in poche parole, secondo Berio la sala è troppo bella e grande per l’organo – altra nota del Cav. Serp.)…bla bla…”. Per chi non lo sapesse l’imputato era l’ultimo di una stirpe di organisti.
Naturalmente affrontare il problema adesso, anche lavorando in agosto quando il Parco della Musica è chiuso, o di notte, è non solo molto più costoso ma anche burocraticamente complicato.
Philip Kleis, rappresentante di un’antica ditta di organari, che era presente, ci ha mostrato una serie di progetti uno più fantastico dell’altro. Funzionali e anche decorativamente bellissimi.
In chiusura abbiamo saputo, con un certo brivido, che un organo nuovo costa sui tre milioni…
A questo punto, visto che era il momento di sdrammatizzare, Carnini, confessando la sua apparte-nenza alla tifoseria giallorossa, ha invitato Totti perché, dopo l’inaugurazione del nuovo stadio della Roma, passi dalle parti dell’Auditorium per dare la sua benedizione anche al nuovo organo.



Ciao Gianni
Venerdì 20 al Teatro Studio, una serata di amici per ricordare Gianni Borgna, morto un anno fa. Elenco foltissimo di invitati. La serata, bisogna dirlo, si è trascinata; un po’ per la mosciaggine del presentatore Barlozzetti, un po’ per la discutibile idea di affidare ad attori, anche se bravi, lunghe, troppo lunghe letture di poesie e pagine di libri, alcuni dei quali decisamente sul funereo. Basti dire che per ultimo è stato scelto un brano del “Pasticciaccio”. Già Gadda in generale è pesante, immaginarsi la dettagliata ricognizione, a inizio romanzo, del commissario Ingravallo sul cadavere della vittima.
Ci sfugge proprio ogni possibile nesso con Borgna e il suo sorriso.
Per fortuna ci ha consolato qualche buon intervento musicale; soprattutto la voce di Miranda Martino, che, anche se ha un’età veneranda che non vi sveliamo, mantiene tutta l’intonazione, il calore, il colore e soprattutto la potenza di una volta.
Ma la curiosità di tutti, fortemente venata di malignità, era di vedere con che faccia si sarebbe presentato il Presidente della SIAE, Gino Paoli, atteso come ospite d’onore per cantare in duo con Danilo Rea. C’era chi sosteneva che mostrandosi avrebbe testimoniato la propria estraneità ai fatti che sappiamo. E chi invece che non farsi vivo era un segno di estrema cautela, se non di vera e propria co-da di paglia.
In ogni caso il Maestro non si è fatto né vivo né morto, e Rea ha suonato, peraltro benissimo come il suo solito, ma da solo. Crediamo che nei prossimi giorni ne vedremo delle belle. O delle brutte.


Un fenomeno
Classe 1938. Una voce più precisa di un bisturi. Interpretazione e ironia che sfidano il mezzo secolo, e oltre. Un repertorio di canzoni che avevano già in partenza tutte le doti per diventare quei successi che sappiamo: temi orecchiabili, astuti riferimenti a stagioni e piccoli fatti personali che non perdono mai di attualità. Infatti a ogni estate torna “Abbronzatissima”, a ogni inverno “Sul cocuzzolo”, e dovunque ci sia una festa, “I Watussi”.
Lunedì 23 eravamo al suo concerto al Teatro Roma. Sul palco, anche la ex moglie, ex compagna di successi, ora ritornata a cantare con lui: Wilma Goich, più un bel gruppo di solisti. Due ore intense che ci hanno lasciato senza fiato e pieni di ammirazione.
Il nome? Scommettiamo che non serve.


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Alice, due piccoli stupidi.

Le ultime notti sono durate troppo poco. Non abbastanza perché il sonno ci abbia rinfrancato davvero. Non abbastanza per finire qualche discorso che non ricordo ma, che sembrava importante e meritava una sintesi. L’ultima, in particolare, è stata brevissima. E’ finita troppo presto insieme al romanzo di Roberto Bonfanti “Alice”. Senza darci la possibilità di farcene una ragione, di ordinare pensieri ed emozioni. La luce ci ha colpiti con un preavviso minimo, riportandoci alla vita vera, al lavoro, al mutuo da pagare, alla scuola dei bambini, alla revisione dell’auto …

Non ricordo più chi ha scritto che la vita è quella cosa che passa mentre sei occupato a fare altro.
Alice sceglie di abbandonare il Paese delle Meraviglie. Trova una risposta estranea alla favola, lontana dal sogno. Prima di abbandonarsi ad una normalità di facciata, prima di consegnare un pezzo di anima alla stabilità del quotidiano, però, riprende contatto con il suo primo e unico grande amore: Francesco.
E così morde di nuovo la mela avvelenata della fiaba. Tornerà nella tana del Bianconiglio? Oppure, sulla Terra riconquistando la convinzione che la vita vera sia fatta di mariti e figli, di mutui e pranzi domenicali?
Un’amica, la settimana scorsa, mi ha detto che non c’è niente di male a essere normali, a volere una vita normale … Mi tocca darle ragione, ovviamente.
Tuttavia, c’è qualcosa che non mi quadra. Intanto, non riesco a dare un significato univoco alla normalità. Chi è normale? Chi non lo è? Cos’è la normalità?
Troppo spesso rinunciamo ai nostri sogni e ai nostri desideri per immergerci nella fatica di tirare avanti. Viviamo vite in apnea, oppressi dallo spread e dalla retta dell’università dei nostri figli. Lo facciamo perché, per quanto possa essere faticosa e banale, la vita vera è l’unica via. E’ quella di tutti. Lo facciamo perché, a un certo punto del percorso, smettiamo di sognare. Smettiamo di crederci. Non vogliamo più impegnarci né prendere rischi.
Qualche volta, però, colti da un’insonnia improvvisa (magari aiutati da un buon libro), ricordiamo. Il nostro primo grande amore, il nostro impegno artistico, le nostre lotte sociali sono ancora là in un caleidoscopio indistinto dove un tema si fonde con l’altro senza soluzione di continuità. Rammentiamo la fede con cui ci impegnavamo e come la nostra energia ci sembrasse inesauribile. Nulla era impossibile. Poi, implacabilmente, suona la sveglia e poco dopo sale il caffè. Torniamo a una realtà folle e priva di senso: il mondo dell’esistentivo, del concreto, del grande gioco nel quale siamo solo pedine. Avremmo potuto urlare e correre più forte ma, ora, non abbiamo più fiato. Quella sfera che avevamo dentro, ardente come un piccolo Sole, è un deserto di ghiaccio. Una prigione di massima sicurezza, senza crepe nelle mura spesse.
Avremmo dovuto provare con più impegno o, forse, avremmo solo dovuto continuare a provare. Invece, la resa ci è sembrata più dolce, più sicura. Così abbiamo gettato la spugna, prima che fosse finito il primo round anche se eravamo ancora integri.
Rimangono in pochi, gli irriducibili del sogno. Di solito, i loro destini sono tristi quando non sono tragici. Ma, per poco che sia, suscitano l’ammirazione e l’invidia di tutti noi che abbiamo mollato, che ce ne siamo fatti una ragione.
Il romanzo di Bonfanti è il racconto di una storia d’amore ma, è anche una formidabile guida sulla ricerca della felicità, sulla crescita e su quella straordinaria sana forza primordiale che è la nostra sfera emotiva. Quindi, non assomiglia per niente ad un Harmony!
Alice si legge senza che opponga resistenza. L’investimento è piccolo, la resa è importante.
L’autore dimostra una profonda conoscenza dell’anima dei due protagonisti, tanto da farmi sospettare che ci sia un elemento di autobiografia nella vicenda narrata. Anche dell’immaginario maschile e femminile, Bonfanti ha una consapevolezza rara e preziosa. Le parti di erotismo sono scritte bene: lontane dalla pornografia, quanto dalla banalità. A tratti commuovente ci lascia molti interrogativi su come facciamo le nostre scelte, sul perché le facciamo. Soprattutto, sul fatto incontrovertibile che, prima o poi, tutti siamo sconfitti e domati.

Siamo tutti piccoli e stupidi.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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Perfidie di Stefano Torossi: QUELL’ANIMA NERA DI VINILE

IL CAVALIER SERPENTE

23 febbraio 2015


Per colpa di Sanremo siamo rimasti indietro. Dobbiamo recuperare.
Quell’anima nera di vinile
8 febbraio, Music Day, mostra mercato del vinile. Lo abbiamo già scritto: il collezionismo, in generale, è un fenomeno per noi incomprensibile. Va bene raccogliere futuristi italiani o ceramiche etrusche (avendo i soldi) perché, se non si è tanto paranoici da chiudere tutto nel caveau di una banca, significa mettersi in casa un sacco di belle cose da guardare. Ma i vecchi LP!? Il disco è un supporto tecnologico che quando non è più nuovo funziona male, fruscii, scrocchi e salti di solco che rendono il suo contenuto inascoltabile. Allora si collezionano le copertine? Certo, le copertine dei vecchi LP, quelle sì, erano opere d’arte. A due, anche tre facce. Quell’anima nera di vinile che gli dorme dentro forse non è altro che una scusa.
Certo è un po’ una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale, di costa, e lo si tira giù di rado, per un minuto, per riguardarselo, per mostrarlo a qualche amico fidato o a qualche rivale da ingelosire. Per non rovinarlo, probabilmente il collezionista neanche osa ascoltare il suo amato, raro vinile. E poi non ne avrebbe il tempo. Abbiamo calcolato che per suonare venticinquemila LP, che è il folle traguardo raggiunto da alcuni nostri amici maniaci, servono dodicimilacinquecento ore, ovvero cinquecentoventi giorni, quasi due anni senza fermarsi mai.
Gli basta sapere di averlo, l’amato vinile. Lì, al sicuro dentro la sua bella copertina.
Detto ciò, partecipare a questo evento che Francesco Pozone organizza due volte l’anno è un divertimento. Si rivedono amici e colleghi e si è informati delle novità di un mondo che, anche se vive nel passato, è gestito da giovani. E ci si stupisce delle incredibili valutazioni di alcune edizioni che a suo tempo noi abbiamo avuto fra le mani, e poi abbiamo regalato o addirittura buttato. (Meglio che non si sappia in giro: una notizia del genere potrebbe provocare un coccolone a qualcuno. D’altra parte se non ci fosse gente come noi, le rarità non sarebbero rarità, ma oggetti comuni).
Giovanni Tommaso e Bruno Biriaco hanno presentato il nuovo cofanetto del mitico Perigeo. Tommaso, che come sappiamo è il nostro migliore contrabbassista, è anche quello dei jazzisti italiani che ha più la faccia da americano, un po’ maledetto. Una di quelle facce che starebbero bene in una foto anni cinquanta/sessanta, vicino a Dizzy, o a Charlie, in qualche Jazz Club semibuio.
Poi abbiamo festeggiato tutti insieme l’ottantesimo compleanno di Edda Dell’Orso. Timida e umile come persona, stratosferica come apparato vocale, è lei che ha dato un’impronta inconfondibile a centinaia di colonne sonore; più famosa di tutte: “Giù la testa”.
C’erano anche Claudio Simonetti, Fabio Frizzi e Stelvio Cipriani, quest’ultimo noto fra gli amici per la sua narcisistica incontinenza verbale. In pochi secondi ci ha raccontato che negli ultimi tempi ha composto la musica su parole del Vangelo (Cipriani – Gesù di Nazaret), di Michelangelo (Cipriani – Buonarroti) e di Giovanni Paolo II (Cipriani – Wojtila).

Lya de Barberiis
Torniamo all’attualità. Martedì 17, ore 16.30. Le giornate si sono allungate un bel po’, e ancora non c’è un accenno di buio. Anche se siamo a metà febbraio, ci sono diciotto gradi e l’aria è cristallina e balsamica. Nel centro di Roma da qualunque finestra ti affacci inquadri un capolavoro. Vicinissima la cupola di S. Maria di Loreto, un po’ più in là, la Colonna Traiana e la Loggia dei Cavalieri di Rodi; sullo sfondo i Colli Albani, una ventina di chilometri e li puoi quasi toccare. Da un altro angolo, ma sempre con la Colonna sullo sfondo, questo tipaccio ci guata.
Siamo arrampicati al quinto piano del Palazzo delle Assicurazioni a Piazza Venezia. Qui l’Associazione Civita organizza oggi un incontro per presentare un libro sulla pianista Lya de Bar-beriis.
Si apre con un filmato d’epoca. Il nostro occhio pignolo è colpito da una trasandatezza frequente in queste manifestazioni: dopo, e anche prima del film, incombe dietro il tavolo dei relatori la inutile proiezione del salvaschermo del computer, in questo caso la classica collina verde sotto il cielo blu con nuvolette. E’ brutto, e non è neanche difficile spegnerlo. Un click. Basta ricordarselo.
Apre l’incontro la forbita, perfetta introduzione di Gianni Letta, del quale siamo convinti che condivida con Padre Pio un dono soprannaturale: la bilocazione. E’ dappertutto nello stesso istante e con la stessa inappuntabile eleganza e garbo. Naturalmente a un certo punto svanisce (questa volta, ci racconta, per raggiungere il Papa e il Presidente della Repubblica in Vaticano).
Fra un ricordo e l’altro dell’illustre scomparsa trova posto il doloroso sfogo del musicologo Agostino Ziino, al quale ci associamo in pieno, che denuncia lo scandalo dell’archivio musicale Rai. Di che si tratta è presto detto: la maggior parte delle registrazioni delle orchestre che agivano nelle sedi Rai e fuori (ora abolite, altro scandalo nello scandalo) sono state semplicemente buttate. La giustificazione di questo sacrilegio? Non c’era abbastanza posto sugli scaffali. Non siamo al livello dei nazisti (e adesso dell’ISIS) e dei loro roghi di libri, ma poco ci manca. Risultato, la drammatica rarefazione del repertorio italiano del ‘900: Malipiero, Casella, Petrassi…
Malgrado tutte le nostre cupole, le colonne e i fori, rimaniamo un Belpaese da terzo mondo.
Dopo un non indimenticabile concertino, a chiudere l’incontro ci pensa il cielo di Roma.
Le nuvole tiepolesche cominciano a diventare viola, l’azzurro si incupisce, le terrazze si accendono e i gabbiani si abbandonano alle loro volgari sghignazzate.
Il gabbiano reale, quello grande, che è arrivato negli anni ’70 dal nord Europa e si è piazzato, trovandosi benissimo, anche da noi, si chiama “Larus Cachinnans”. Il cachinno, come molti sanno è lo sghignazzo. Ed è proprio quello che il larus fa: sghignazza. C’è chi si chiede cosa avrà da sghi-gnazzare, dato che si accoppia solo una volta all’anno e mangia rifiuti. Ma tant’è. Evidentemente a lui va bene, e sghignazza. Noi intanto scendiamo a livello strada, e ce ne torniamo a casa.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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