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Il ritorno degli Üstmamò

Nati nei primi anni '90 sulle pendici dell'Appennino reggiano, gli Üstmamò hanno seguito un percorso che, giocando con spirito rock sul dialetto e sulla riproposizione di canti tradizionali di montagna, è arrivato fino al pop da classifica, molto spesso sotto l'occhio attento di Giovanni Lindo Ferretti, che ha creduto in loro fin dagli inizi.

Dopo lo scioglimento, avvenuto nel 2001, sono tornati oggi con un nuovo disco, “Duty Free Rockets”, stilisticamente molto diverso dai precedenti, e nel quale manca la loro voce storica, Mara Redeghieri.

Ne parliamo in anteprima esclusiva con Luca Alfonso Rossi, chitarrista e fondatore della band.


- Ciao Luca, grazie per la tua disponibilità.

Ciao, figurati, è un piacere.

- Iniziamo con le domande di rito, cosa ti ha portato a riprendere il percorso Üstmamò ?

Dunque... è cominciato con la mia voglia di riprendere a suonare insieme, ma senza un'idea in particolare. Da lì ho provato a sentire gli altri, per vedere cosa ne pensavano.

Ezio lo vedo abbastanza spesso, suona con me nel tour di Ferretti, ma ha rinunciato perchè è piuttosto impegnato con la sua professione di insegnante, un percorso intrapreso molto tempo fa anche da Mara. Lei aveva in mente di finire prima comunque il suo disco, sul quale sta lavorando ormai da 4 anni (ride).

Simone invece era disponibile e alla fine abbiamo deciso di fare il disco noi due. Non è detto però che nei prossimi dischi non ci possano essere anche gli altri, non c'è stato un diktat, nessuno ha fatto fuori nessuno, semplicemente al momento è così, anche se forse visto da fuori è più difficile da capire.

- Al di là della mancanza di Mara Redeghieri, nel nuovo disco ci sono un po' di cambiamenti rispetto a quanto fatto in passato dalla band. Come sta reagendo finora il vostro pubblico storico a tutte queste 'novità' ?

Non so dirti come sta reagendo il pubblico...ti posso dire cosa mi aspetto io, e cioè mi aspetto che qualcuno si possa anche incazzare (ride). In fin dei conti non è facile star dietro a questo tipo di cambiamenti, lo posso capire, però non mi andava di fare cose omologate sulla linea delle produzioni attuali. L'unica cosa che mi darebbe fastidio è che qualcuno pensasse che l'ho fatto come provocazione, perchè non è assolutamente così.

La scelta del cantare in inglese è stata per certi versi obbligata. L'italiano è una lingua complessa, che nelle canzoni va valorizzata in un certo modo, come avrebbe fatto Mara, ma io sono più un musicista, per me il testo ha un'importanza diversa. All'inizio ho provato ad usare l'italiano ma sembrava di sentire Nek (ride). L'inglese mi ha permesso di mantenere il contatto con quello che volevo fare musicalmente.

- Ricordo di avervi visto dal vivo la prima volta nel 1995 a Sonoria, sotto una specie di diluvio, in un pomeriggio che vedeva sul palco anche Yo Yo Mundi, Bersani, Fratelli di Soledad, CSI. Come vedi cambiata la scena musicale italiana rispetto a quei tempi ?

Si ricordo bene quella occasione ! In realtà non so dirti com'è cambiata la scena perchè adesso non la seguo più molto, sono uno che ha scelto di fare la sua vita un po' lontano, in montagna. E' però sicuramente cambiata l'intenzione con la quale si suona, la scena anni 90 era bella e per certi versi irripetibile, figlia del suo tempo.

- Ti senti sempre un "ribelle della montagna" ?

Più che ribelle della montagna mi sento un 'bidello' della montagna (ride, e io con lui). No scherzo, montanaro si, ribelle un po' meno.

- E la tua passione per il roots rock americano da dove nasce ?

Guarda, noi siamo partiti come un gruppo praticamente folk, che si esprimeva anche attraverso canti popolari, a modo nostro. La musica roots anni 50 e 60, con quei pezzi sui quali ho iniziato a suonare da ragazzino, era perfetta per un ritorno a quella fase.

- E così si spiegano le canzoni nate nella legnaia... (quella dell'abitazione di Luca, ndr)

Esatto !

- Il testo della prima traccia del disco,"I Play My Chords", sembra riassumere bene la filosofia del disco, è corretto ?

Si in effetti è così, è la filosofia del suonare con semplicità, senza la preoccupazione di dover fare un disco 'in particolare'. Al giorno d'oggi, è comunque molto difficile avere dei riscontri economici con i dischi, tanto vale fare qualcosa per il tuo piacere personale e cercare di divertiti a suonarlo in giro. Questo disco per me è stato molto immediato, ci ho messo meno tempo a registrarlo di quanto invece ce ne sto mettendo a scegliere un'ufficio stampa...

- A questo punto possiamo dire che se negli Ustmamò storicamente sono sempre esistite due anime, una legata al mondo della tradizione ed una legata all'attitudine un po' più punk, questo nuovo "Duty Free Rockets" è il modo per restare fedele alla prima (anche se non è ricollegabile all'Appennino ma alle praterie americane) ?

Si, sono d'accordo. Le tradizioni legate alla terra, le 'radici', per noi sono sempre state molto importanti. Il nostro periodo pop è stato bello, però lì c'era l'aspetto di aver fatto diventare la musica una professione, perdendo ovviamente in genuinità.

- Mentre invece l'esperienza in tour con Giovanni Lindo Ferretti è un modo per alimentare l'attitudine un po' più punk...

Mmm... questo in realtà no, perchè non c'è persona che sia legata alle tradizioni più di Giovanni. Anche se dal punto di vista musicale il repertorio è in gran parte quello dei CCCP/CSI, in realtà questo tour ("A cuor contento", che prosegue da più di 4 anni, ndr) è molto strano, molto spesso nemmeno io riesco a capire quale sia la linea (ride). Ma rappresenta il percorso di Giovanni, un percorso complesso e affascinante.

- In tutti questi anni con Giovanni, che vi ha incoraggiati fin dall'inizio, producendo anche i vostri primi dischi, come è cambiato il rapporto ?

Giovanni è quello senza il quale io non avrei nemmeno cominciato a fare questo mestiere, per cui la mia stima nei suoi confronti è immensa. Dal punto di vista musicale lui è uno che ascolta musica molto raramente e quindi è più difficile confrontarsi. Avere ripreso a suonare la chitarra con lui nel suo tour mi ha però fatto di nuovo venire la voglia di fare qualcosa di mio, quindi devo nuovamente dirgli grazie !

- Un'ultima curiosità: come è nato il titolo del disco, "Duty Free Rockets" ?

Una sera, sentendo una notizia relativa a un bombardamento su Gaza, un ministro israeliano parlava della striscia definendola una duty free rockets zone, riferendosi probabilmente al fatto che in quella zona fosse piuttosto facile procurarsi missili. Però mi piace pensare che potesse anche essere intesa come un futuro dovere (duty) di avere una zona libera dai missili. Questa possibile doppia interpretazione mi ha affascinato.

- Ok Luca, grazie nuovamente e a presto, attendiamo di vedervi dal vivo !

Con molto piacere, ciao.

Intervista a cura di Paolo Ciro (NowHereMan)

 

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Le Visioni di Paolo: Quello che resta …

Le Visioni di Paolo: Quello che resta …
Il 25 settembre 1980 si spegneva a Windsor John “Bonzo” Bonham, probabilmente il più importante batterista rock di tutti i tempi.
Nel 2012, i tre superstiti della band dei Led Zeppelin ricevono il prestigioso Kennedy Center Honor davanti al Presidente degli Stati Uniti d’America e alla First Lady, la stessa sera che viene consegnato al più popolare conduttore televisivo mondiale David Letterman. Tra una chiacchiera e l’altra, davanti ad un tributo che è tanto grandioso quanto meritato, David e Jimmy Page si mettono d’accordo per un’ospitata in trasmissione … un po’ come se, in Italia, Fabio Fazio incontrasse per caso Mengoni e lo invitasse in trasmissione. Meglio non pensarci, che ho già i brividi.
David, sempre compassato e ironico, pesca dal mazzo la domanda più difficile: dopo la morte di Bonham, un’altra band avrebbe cercato un altro batterista, loro no. Risponde l’altro John: no. Una sola parola di una sola sillaba.
La domanda è difficile ma, se ci pensate, la risposta è facile. Quando finisce la parabola terrena di John Bonham, finisce anche la vicenda artistica così produttiva e prolifica della più grande rock’n roll band di tutti i tempi. Possiamo conoscere le storie che hanno portato quattro musicisti geniali dentro a quella straordinaria esperienza che sono stati i Led Zeppelin, per certo non conosciamo il perché. Forse la ragione è più vicina alla magia, ad una componente esoterica, ad un caso fortunato … possiamo interrogare la numerologia e l’oroscopo. Tuttavia, nessuno di loro era o è sostituibile. I Led Zeppelin non sono quattro elementi di un Uno, sono i Led Zeppelin. Sono la più straordinaria esplosione di talento, invenzione, tecnica, misticismo e istinto primordiale che si possa trovare nella Storia della musica tutta. Sono il paradigma della parte più autentica dell’umanità.
Quello che resta è la musica. Da ascoltare e riascoltare in continuazione perché pochi hanno gettato semi così importanti come loro. Compatisco chi fa musica e può dire, sinceramente, che non è stato in nessun modo condizionato dai Led Zeppelin.
Non possiamo e non dobbiamo ragionare con i se o i ma … chissà cosa avrebbero ancora fatto … chissà quanti altri album capolavoro avrebbero visto la luce. La realtà è questa e di straordinaria bellezza ce ne hanno regalato tanta.
Poi, David … La risposta ce l’avevi già nei loro testi.
Tutti sono uno, uno è tutti.

Paolo Pelizza
© 2015 Rock Targato Italia

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Roberto Bonfanti "Alice" il suo nuovo romanzo - di Valeria Gaetani

“Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatré anni sette mesi e undici giorni, notti comprese.
'Per tutta la vita' disse.”
Gabriel García Márquez

-2, -215, -214, …, -1. E’ un conto alla rovescia quello di Alice e Francesco, un susseguirsi di nuovi ricordi che, dopo aver vagato tra stelle e neve, sembrano ritrovarsi nei vecchi riti, nelle promesse mai mantenute, nelle infinite pagine scritte dopo un concerto o una lezione di italiano.

Roberto Bonfanti, scrittore lombardo dalla capacità di mettere su carta emozioni e sentimenti celati nel nostro cuore, nel suo ultimo romanzo “Alice (due piccoli stupidi)” trasporta il lettore in quel mondo fatato che è la memoria.

Pagina dopo pagina, si alternano le più intime confessioni di Francesco, tra un sorso di whisky e una canzone cantata male, dopo dodici anni sempre con lo sguardo rivolto verso il cielo, alla ricerca della terza stella a destra della luna. Il cantautore, protagonista maschile della storia, confessa anche a se stesso di non essersi mai dimenticato di quella ragazza dagli occhi verdi sfuggenti ma fragili: Alice, “lo sai anche tu: io ero proprio innamorato perso. Innamorato come non sono ma più riuscito a esserlo di nessun’altra”.

Francesco è fermo all'immagine di un’ Alice sedicenne, quella ragazza dalla timidezza ossessiva, che per la sua insicurezza disarmante lo abbandona alla fermata degli autobus, scappando di punto in bianco da quell’amore fatto di comprensione e abbracci rassicuranti.

Ed è proprio in un abbraccio, lungo, inatteso, che l’Alice donna si abbandona con Francesco in un momento in cui la sua vita pare ormai ben solida, lontana da quelle turbolenze che l’avevano fatta fuggire in passato. Tra lavoro e preparativi del proprio matrimonio, tra un compagno dalla sensibilità completamente diversa dalla sua, che riesce ad amarla senza forse arrivare a comprenderla a fondo, Alice osserva cadere un fiocco di neve, che sconvolge la sua ormai ordinaria quotidianità. Quel fiocco sembra sciogliere antiche reticenze, timori e disillusioni, portandola a riavvicinarsi a quel Peter Pan, principe senza corona del suo passato.
Tuttavia Alice non ha mai creduto alle favole, preferendo sempre risolvere i propri cortocircuiti interiori con pomeriggi di totale isolamento, facendo vagare i propri pensieri osservando il paese dall’alto, seduta su un motorino a fianco di una chiesetta, immersa nella nebbia.

Ed è proprio quella chiesetta il viaggio finale delle proprie elucubrazioni. Alice fa la sua scelta: capisce che sono le decisioni, non le promesse, che salvano, che solo la volontà e la razionalità possono purificare la sua anima, e che i ricordi, come stelle, non svaniscono, ma rimangono sempre lì fissi in cielo, in una lontananza rassicurante.

Valeria Gaetani

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Perfidie di Stefano Torossi 23 marzo 2015 IL BUON TEMPO ANDATO

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
23 marzo 2015

IL BUON TEMPO ANDATO

Certo, i polli che arrivavano in tavola erano ruspanti e non di batteria, ma erano in pochissimi a mangiarli. Gli altri, qualche crosta di pan secco e acqua di pozzo. Certo, alle mense dei ricchi c’erano cacciagione, spezie e vini; poi però avevano tutti la gotta. Certo, nei quadri di Caravaggio i cesti sono appetitosi, ma se si guarda bene, sulla mela c’è il buchetto del verme che invariabilmente si trovava dentro ogni frutto.

In questi giorni siamo alle prese con due libri: il “Viaggio in Italia” di Montaigne, del 1580, e “Il profumo” di Süskind, contemporaneo ma ambientato nel ‘700.
E’ quasi incredibile come sono cambiate le cose da allora.
Una citazione dal secondo: “Nel ‘700 nelle città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame e rifiuti, i cortili interni di urina e feci, le scale di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo andato a male e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e vasi da notte. La gente puzzava di sudore e di vestiti sporchi, le bocche di denti fradici e i corpi di pustole e scabbia; il contadino puzzava come il prete, puzzava tutta la nobiltà. Perfino il re puzzava come un animale e la regina come una vecchia capra, sia d’estate che d’inverno. Insomma, non c’era attività umana che non fosse accompagnata dalla puzza”.

La primavera è appena arrivata e con lei i primi richiami pubblicitari a viaggi e vacanze: tutto facile, economico, veloce e tranquillo. Oggi.
Invece, nel sedicesimo secolo, ecco a cosa andava incontro uno sconsiderato come Montaigne che avesse deciso di viaggiare non in territori inesplorati, ma semplicemente dalla Francia all’Italia, due paesi civili della civile Europa del tempo.
Il tempo: non ore o giorni, ma mesi, anni. I mezzi: a piedi, a cavallo, oppure, massimo del lusso, su una portantina a spalle di due uomini, con altri due di scorta. Un calesse o una carrozza erano pensabili solo per brevi percorsi perché le strade erano poche. Il resto, sentieri. E si viaggiava solo di giorno perché il mondo era buio, fuori e nelle case.
Oggi ci piacciono le cenette a lume di candela che ci isolano in un cerchio magico, tutto intorno la penombra. Ma quello che funziona per i nostri momenti romantici non era affatto comodo per la vita quotidiana delle famiglie. Si andava a dormire al tramonto e ci si alzava all’alba. L’unica luce era quella del camino. I pochi che leggevano col moccolo ci rimettevano gli occhi e la salute (vedi Leopardi).
In viaggio, un gentiluomo come Montaigne si portava dietro, oltre al proprio cavallo, un mulo per il bagaglio, un cameriere, un mulattiere e due lacchè a piedi. Più, molto spesso, materassi, bian-cheria e coperte, stoviglie e provviste. Perché le locande erano infami, gli osti imbroglioni, e non c’era da scegliere. Finestre senza vetri, solo con gli scuri. Piatti di legno o terracotta, spesso sporchi. Tavolacci su cui dormire senza lenzuola, federe o pagliericcio (sistemazione spesso considerata i-gienica perché scongiurava la presenza di cimici e pulci).
Si stupisce il nostro gentiluomo viaggiante per il lusso di un albergo in cui trova teli smontabili appesi ai muri accanto al letto per “non insudiciare la parete quando si sputa”. E’ smarrito in una in-fima locanda dove, avendo chiesto all’oste dove sgravare il corpo, questo gli risponde: “In cortile – sì, ma dove? – dove vuole”.
Brevi tappe percorse ogni giorno, per di più calcolate in misure diverse da luogo a luogo: lega di Guascogna, lega di Francia, lega tedesca; miglio italiano (ce ne vogliono 5 per farne uno tedesco), spanne, piedi, braccia, cubiti, lance, passi.
Si viaggia con il contante in borsa (e ne serviva davvero tanto), scambiandolo, chissà con quale criterio, in una girandola di valute locali: scudi, fiorini, soldi, lire, talleri, reali, giuli, zecchini, paoli, grossi, denari, baiocchi. Niente assegni o carte di credito, chiaro, quindi continuo rischio di rapina.
E naturalmente ognuno degli innumerevoli staterelli da attraversare richiede passaporti, bollette di alloggio denuncianti il numero di signori, servitori e bestie in transito, senza le quali non si riesce a trovare da dormire e da mangiare. Qualche volta servono anche le bollette di sanità, se si arriva da dove c’è o si crede che ci sia qualche pestilenza. E nel bagaglio vengono attentamente controllati, e al caso sequestrati, anche i libri, oggetti rari, costosi e all’epoca molto sospetti, soprattutto di eresia.
Dopo la testimonianza, incredibilmente distaccata per i nostri orecchi (ma all’epoca il fatto doveva essere assolutamente normale) di due esecuzioni capitali a Roma, una per impiccagione e successivo squartamento, l’altra con taglio delle mani, uccisione a colpi di mazza e sgozzamento del colpevole, Montaigne riferisce, con uno stupore che noi avremmo trovato più appropriato ai fatti precedenti, una cena al palazzo di un cardinale, in cui “tutti si sono lavati le mani prima del pasto”.
Possiamo chiudere con una sua definizione di Roma, che va bene anche oggi: “tutta nobiltà e corte”, e con la citazione, tanto per sapere come regolarsi, della migliore locanda d’Italia, che è “La Posta” di Piacenza, e la peggiore: “Il Falcone” di Pavia, dove si paga a parte la legna per il camino, la biancheria e il materasso. Forse, essendo passati quattro secoli e mezzo non sono più indicazioni tanto attendibili.

Oggi è molto più semplice: il biglietto lo fai on line, viaggi comodo e sicuro. In poche ore giri il mondo. Arrivi bello tranquillo al tuo albergo, ti cambi, doccia, scendi a fare due passi, poi vai al museo, e, certo, può essere che lì trovi qualcuno che ti spara. Ma fino a quel momento è stato tutto molto carino.

 

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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“Mostra - Workshop MILANO CITTÀ MONDO” a cura di Chiara Canali

Mercoledì 25 marzo inaugura presso la Fabbrica del Vapore - Ex-Locale Cisterne la “Mostra - Workshop MILANO CITTÀ MONDO” in esposizione dal 26 marzo al 6 aprile, a cura di Chiara Canali, che è anche la coordinatrice del Contest Internazionale.
I protagonisti della rassegna sono i 50 finalisti - selezionati fra i 166 artisti, appartenenti alle due categorie: Artisti Under35 e Artisti Internazionali che vivono e lavorano a Milano - che hanno partecipato al contest creativo MILANO CITTÀ MONDO. Il concorso ha riscosso un grandissimo successo nella comunità artistica italiana e straniera, infatti ha accolto in poco tempo artisti provenienti da Europa, Asia, Afri

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In radio il singolo di FABIO BALZANO “Ti rubo i rossetti”

Sarà in rotazione radiofonica il singolo di Fabio Balzano, “TI RUBO I ROSSETTI".

 Un brano che con la sua semplicità racconta una tematica delicata: il rapporto uomo - donna, che spesso sfocia in violenza domestica. L’ironia del cantautore suggerisce un’alternativa efficace all’aggressione:

 piuttosto che offendere fisicamente e verbalmente la propria donna, rubale i rossetti!

 Per l’artista una relazione è crescere assieme, una scoperta continua della vita per imparare l’altra parte dell’universo, anche con qualche dispetto - rompile i tacchi delle scarpe! 

TI RUBO I ROSSETTI” è il primo singolo di lancio dell’album d’esordio “...per 10 minestre”, titolo curioso che rappresenta gli “spiccioli” con cui vengono pagati gli artisti e l’eterogeneità del pubblico a cui si rivolge il disco. Il CD dipinge con immagini evocative un mondo sterile, a cui l’artista si oppone combattendo l’individualismo della nostra società. Tutti i brani dell’LP sono stati scritti e composti da Fabio Balzano.

"...Per 10 minestre" trasmette, come tutto il repertorio di Fabio Balzano, il riavvicinamento alle radici italiane. 

Partendo dalla musica di Giorgio Gaber, Paolo Conte, Adriano Celentano, Daniele Silvestri e Vinicio Capossela, si delinea nei testi la volontà di evasione dal sistema, attraverso una rabbia antica e ancestrale, colonna portante della storia del cantautorato italiano.

 Nei brani proposti si delinea una forte teatralità, che lo porta a presentarsi nei panni di un cantastorie che illustra l’attualità, con ironico sarcasmo e poesia.

 Gli eccessi, l’abbattimento delle regole e le provocazioni tengono con armonia le fila, come nella trama di una fiaba, e creano nella musica immagini evocative e oniriche di un mondo ben conosciuto e in decadenza.

 Fabio Balzano è un cantautore e musicista italiano classe 1978, cresciuto a Firenze ma di origini siciliane. Il legame di sangue con la cantante folk Rosa Balistreri, lo porta ben presto ad appassionarsi al mondo della musica. Nel 1995 inizia a suonare, influenzato dal jazz e blues americano, tra cui compositori del calibro di Billy Cobham e Herbie Hancock e da chitarristi come Pat Metheny.

Nel 2012 dall’incontro con Gianfilippo Boni, cantautore e produttore artistico, iniziano le registrazioni dell'album d'esordio "... per 10 minestre".

 Nel progetto collabora con: Maurizio Geri (chitarre), Andrea Melani (batterie), Nicola Cellai (trombe), Giacomo Tosti (pianoforte e fisarmonica), Gabriele Savarese (chitarra-mandolino-violino), Marco Zenzocchi (basso fretless), Mirco Capecchi (contrabbasso), Claudia Borghesi (voce cori).

 

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In radio il singolo di FABIO BALZANO “Ti rubo i rossetti”

Sarà in rotazione radiofonica il singolo di Fabio Balzano, “TI RUBO I ROSSETTI".

 Un brano che con la sua semplicità racconta una tematica delicata: il rapporto uomo - donna, che spesso sfocia in violenza domestica. L’ironia del cantautore suggerisce un’alternativa efficace all’aggressione:

 piuttosto che offendere fisicamente e verbalmente la propria donna, rubale i rossetti!

 Per l’artista una relazione è crescere assieme, una scoperta continua della vita per imparare l’altra parte dell’universo, anche con qualche dispetto - rompile i tacchi delle scarpe! 

TI RUBO I ROSSETTI” è il primo singolo di lancio dell’album d’esordio “...per 10 minestre”, titolo curioso che rappresenta gli “spiccioli” con cui vengono pagati gli artisti e l’eterogeneità del pubblico a cui si rivolge il disco. Il CD dipinge con immagini evocative un mondo sterile, a cui l’artista si oppone combattendo l’individualismo della nostra società. Tutti i brani dell’LP sono stati scritti e composti da Fabio Balzano.

"...Per 10 minestre" trasmette, come tutto il repertorio di Fabio Balzano, il riavvicinamento alle radici italiane. 

Partendo dalla musica di Giorgio Gaber, Paolo Conte, Adriano Celentano, Daniele Silvestri e Vinicio Capossela, si delinea nei testi la volontà di evasione dal sistema, attraverso una rabbia antica e ancestrale, colonna portante della storia del cantautorato italiano.

 Nei brani proposti si delinea una forte teatralità, che lo porta a presentarsi nei panni di un cantastorie che illustra l’attualità, con ironico sarcasmo e poesia.

 Gli eccessi, l’abbattimento delle regole e le provocazioni tengono con armonia le fila, come nella trama di una fiaba, e creano nella musica immagini evocative e oniriche di un mondo ben conosciuto e in decadenza.

 Fabio Balzano è un cantautore e musicista italiano classe 1978, cresciuto a Firenze ma di origini siciliane. Il legame di sangue con la cantante folk Rosa Balistreri, lo porta ben presto ad appassionarsi al mondo della musica. Nel 1995 inizia a suonare, influenzato dal jazz e blues americano, tra cui compositori del calibro di Billy Cobham e Herbie Hancock e da chitarristi come Pat Metheny.

Nel 2012 dall’incontro con Gianfilippo Boni, cantautore e produttore artistico, iniziano le registrazioni dell'album d'esordio "... per 10 minestre".

 Nel progetto collabora con: Maurizio Geri (chitarre), Andrea Melani (batterie), Nicola Cellai (trombe), Giacomo Tosti (pianoforte e fisarmonica), Gabriele Savarese (chitarra-mandolino-violino), Marco Zenzocchi (basso fretless), Mirco Capecchi (contrabbasso), Claudia Borghesi (voce cori).

 

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Incontro di presentazione del libro "Curzio" di Osvaldo Guerrieri Teatro Astra (TO)

Si terrà venerdì 20 marzo alle ore 18.30 al Teatro Astra l’incontro di presentazione del libro Curzio di Osvaldo Guerrieri, edito da Neri Pozza. Parteciperanno all’incontro, ad ingresso gratuito, l’autore e Luigi La Spina. Modera Beppe Navello.

Curzio è il romanzo della vita di Curzio Malaparte, il racconto perciò di un’avventura umana che non ha avuto uguali nella prima metà del Novecento.
La storia comincia nel 1933 a Lipari, dove il fascista Malaparte è confinato per attività antifascista, e si conclude nella primavera del 1957 nella clinica «Sanatrix» di Roma in attesa di una morte della quale tutti desiderano impadronirsi: i democristiani, i comunisti, i repubblicani, la Chiesa cattolica.
Fra i due poli si espande la più clamorosa personalità di avventuriero, di narcisista, di rinnegato che abbiano conosciuto l’Italia e l’Europa: un «razziatore avido di cose e di prede» ebbe a definirlo il pittore Orfeo Tamburi che gli fu amico, uno dei pochi.
Grande giornalista, a 30 anni Malaparte ha diretto il quotidiano La Stampa; è entrato nelle più sconvolgenti avventure del secolo: le due guerre mondiali, la macchina stragista del nazismo, la nascita del comunismo sovietico e di quello cinese, la conquista coloniale; ha scritto libri di enorme successo che hanno ferito la sensibilità comune, da Tecnica del colpo di Stato a Kaputt a La pelle. Non si notano che contraddizioni in Malaparte, uomo fragile dentro e forte fuori, pronto a tutti i compromessi pur di ricavarne un vantaggio. Lo si vede nei rapporti prima con Mussolini e con il grande protettore Galeazzo Ciano, poi con Togliatti che riesce a sottrarlo alla legge penale. Lo si vede ancora nello scontro con il senatore Giovanni Agnelli, il nemico di una vita; oltre che nel turbinio degli amori mai veramente profondi, mai passionali, spesso strumentali e decorativi: per esempio con la misteriosa e sensuale «Flaminia», che ottiene da Mussolini in persona il permesso di andare a trovare l’amante a Lipari, oppure con Virginia Agnelli, considerata uno strumento per abbattere la potenza del Senatore e impadronirsi della Fiat. Sullo sfondo c’è il bel mondo italiano e parigino, c’è la vita nei giornali e nelle case editrici, c’è il cosmopolitismo artistico e diplomatico. E c’è l’Italia massacrata da un regime gonfio di retorica e di errori, protesa verso un futuro che, caduto il fascismo, sembra promettere soltanto violenza e vendette.
Il romanzo della vita di Curzio Malaparte, il racconto di un’avventura umana che non ha avuto uguali nella prima metà del Novecento.

Hanno scritto de I Torinesi:
«Le magnifiche, e spesso sconosciute, vite e avventure dei Torinesi, la tedescheria d’Italia».
il Foglio

«Trenta biografie esemplari… per rendere conto dei diversi mondi umani che hanno attraversato Torino tra Risorgimento e fine della città industriale».
il Sole 24Ore

Hanno scritto di Col diavolo in corpo. Vite maledette da Amedeo Modigliani a Carmelo Bene:
«Una galleria di vite randagie e disperate, picaresche, lacerate».
la Repubblica

INFO fondazionetpe.it / @stagionetpe.it

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Novità Letteraria

La Vipera e il Diavolo

Romanzo storico di Luigi Barnaba 

«…convinci il mondo che non stai spodestando un parente rivale, bensì liberando la cristianità da una piaga. Da usurpatore diventerai messia…»

 Secondo la tradizione, Gian Galeazzo Visconti decise di fondare il Duomo di Milano dopo aver sognato il Diavolo.

La leggenda, però, non chiarisce quale demonio gli si sia presentato in sogno per tormentarlo al punto da spingerlo a esorcizzarlo attraverso l’edificazione della più famosa e maestosa cattedrale del mondo. È andato da sé, dunque, che a turbare i sonni del futuro duca di Lombardia sia stato Belzebù. Ma se, invece, non fosse stato Satana, re degli Inferi, a terrorizzare il sovrano? Se fosse stato, ad esempio, il suo più acerrimo nemico,  Bernabò Visconti? Il fratello di suo padre Galeazzo II, che, esattamente un anno prima dell’inizio della costruzione del Duomo (il 6 maggio 1385), lo stesso Gian Galeazzo aveva fatto arrestare, con un tranello in piena regola, e rinchiudere nel castello di Trezzo sull’Adda, per poi, si dice, avvelenarlo.

Del resto, le cronache dell’epoca descrivono Bernabò, che governò su Milano dalla metà del XIV secolo, come un despota, un ammazzapreti, un feroce e vendicativo tiranno assetato di potere. Un Diavolo, appunto! Sempre secondo la leggenda, fu proprio lui a eliminare il fratello, padre di Gian Galeazzo, dando il via a una vera e propria sfida senza esclusione di colpi per lo scettro lombardo. E in poco più di 60 anni di vita ne combinò di cotte e di crude.

 La fine della guerra fratricida è nota: fu Gian Galeazzo a trionfare, lo dice la storiografia.  Ma in che modo? E a che prezzo?

La Vipera e il Diavolo è un romanzo storico che racconta proprio lo scontro finale tra zio e nipote. Si svolge a Milano e in Lombardia, tra il 1378 (anno della morte di Galeazzo II) e il 1386 (anno della fondazione del Duomo) e abbraccia più piani.

Innanzitutto, quello prettamente storico, che ripercorre vicende realmente accadute, popolate di personaggi realmente esistiti e ambientate in luoghi reali. Vicende che di per sé, anche senza aggiungervi nulla di fantasioso, sono storicamente costellate di tutti gli ingredienti che rendono avvincente un racconto: tradimenti, gelosie, invidie, intrighi, brama di potere, amore, sesso, guerra, sangue, malattie, omicidi, duelli, saccheggi e delitti variSolo per questo varrebbe la pena di raccontarle.

Per insaporire un poco il “brodo”, però, il romanzo è “condito” anche di alcuni temi cari al Medioevo: dalla magia alla stregoneria, passando per superstizione ed eresia, con le forze naturali e sovrannaturali chiamate spesso e volentieri a fare da motore al canovaccio e a renderlo, appunto, più “saporito”, avvincente e misterioso.

Infine, inserita all’interno della storia, una serie di aneddoti ispirati a novelle originali del Tre-Cinquecento: storie che hanno per protagonista lo stesso Bernabò Visconti, personaggio dannato dalla memoria storica per volere dell’usurpatore Gian Galeazzo, ma che rimase a lungo, per la sua crudeltà, ma anche e soprattutto per la sua eccentricità, nei ricordi del popolo, che ne fece il protagonista di decine di racconti sepolti per secoli tra la polvere delle biblioteche. E solo ora, finalmente, “rispolverati”.

A metà tra storia e leggenda, La Vipera e il Diavolo (la Vipera è Gian Galeazzo; il Diavolo – inutile precisarlo! – Bernabò) ha un unico obiettivo: raccontare l’epopea familiare dei Visconti alla fine del Trecento e la battaglia all’ultimo sangue tra i due illustri contendenti, l’astuto Gian Galeazzo e lo spietato zio, per la conquista del potere. Una storia che, a differenza di quella dei Borgia, dei Savoia, dei Medici e di altre grandi casate italiane, aveva avuto sinora poca, se non pochissima, dignità letteraria. Ma che meritava invece di essere pienamente riscoperta, perché più avvincente – e “diabolica” – che mai.

Luigi Barnaba Frigoli, giornalista, è nato a Milano nel 1978. Laureato in Lettere Moderne, con tesi in Storia economica e sociale del Medioevo, è autore di un saggio sulla figura di Bernabò Visconti nelle novelle e nelle leggende tra Trecento e Cinquecento (Archivio Storico Lombardo, 2007).

La Vipera e il Diavolo (2013) è il suo romanzo d’esordio.

 

Meravigli edizioni – collana Pagine disparse

ISBN 9788879552943

352 pagine – 17,00 euro

facebook.com/laviperaeildiavolo

 

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UN’ORGIA DI VERNICI (Non quelle a smalto che servono per dipingere i mobili; parliamo di inaugurazioni)

Perfidie di Stefano Torossi

16 marzo 2015

UN’ORGIA DI VERNICI                                                              

(Non quelle a smalto che servono per dipingere i mobili; parliamo di inaugurazioni)

 Lunedì 9 marzo. “Roma moderna, i Fori e la città”. Istituto Nazionale di Archeologia, saletta strapiena: un centinaio di persone. Visto l’argomento, l’ambiente più giusto per la conferenza sarebbe stato forse Piazza Venezia, lo stadio Flaminio, o ancora meglio, l’intera città, perché invece di cento, i presenti dovevano essere tre milioni; insomma tutti gli abitanti di Roma.                                                                                                                                                               

Il progetto caldeggiato dal Sovrintendente Adriano La Regina: smantellare Via dei Fori Imperiali e aprire finalmente a tutti il più grande, il più importante, il più universale parco archeologico del mondo.

In passato: anni di tentativi. Momenti fortunati, piccoli passi avanti con sindaci lungimiranti; altri di oscuramento e fermate obbligatorie a causa della politica ostile. E naturalmente il trimillennario cialtronesco disinteresse dei romani per casa loro. Oggi finalmente, grazie alla progressiva eliminazione del traffico di superficie e alla costruzione della Metro C, forse si capirà che la famosa Via dell’Impero, trofeo del fascismo, non serve più a niente. Noi probabilmente non ci saremo, come ci siamo detti con Adriano, a causa dell’avanzato traguardo anagrafico raggiunto da entrambi, ma siamo stati d’accordo sull’opportunità di lavorare anche per gli eredi della città, che, in fondo, oltre a essere LA nostra e la loro capitale, è anche IL nostro e il loro capitale.

Mercoledì 11. Da Roma antica a quella (relativamente) moderna. Al Museo dell’Ara Pacis: “EUR, una città nuova, dal Fascismo agli anni ‘60”, interessante mostra sul progetto e la realizzazione, forzatamente incompleta, dell’E 42, quella che doveva essere la grande esposizione della Rivoluzione Fascista a celebrazione del ventennio 1922 – 1942.

Invece ci fu la guerra con il capitombolo del Fascio, l’esposizione non si fece e il quartiere cambiò parzialmente destinazione e nome, diventando EUR, Esposizione Universale Roma, più tardi sede di molte manifestazioni delle Olimpiadi del ’60.

Cinegiornali dell’epoca completi di voci stentoree e marcette guerresche, plastici, piante, foto, e qua e la l’infido baco della stupidità che sta sempre in letargo nel nocciolo di ogni regime; poi per fortuna si risveglia e a forza di gonfiarsi lo fa scoppiare.

Si legge per esempio, nel bando di concorso, che gli artisti invitati a partecipare devono dichiarare di aderire ai principi ispiratori del progetto (e questo è ovvio e sacrosanto), ma devono anche dichiarare di non appartenere alla razza ebraica (e qui fa capolino il baco).

 Stesso giorno, Galleria Nazionale d’Arte Moderna – Addirittura quattro mostre di cui una davvero importante e soprattutto attesa e dovuta da tempo. Le altre, puro contorno. Eccole: Uno “Studi d’artista”: foto e filmati. Poco interessante. Due “Azioni antiche”: libri, fogli, copertine, forse belli da tenere sulla scrivania, ma scarsamente entusiasmanti da guardare in bacheca. Tre “Bengt Kristenson, vibrazioni dal nord al sud”: nella confusione non siamo neanche sicuri di averla visitata.

E quattro, “La scultura ceramica contemporanea in Italia”: questa sì, una cosa seria. Una rassegna molto ampia di un numero inaspettatamente alto di scultori che lavorano la ceramica, materia tradizionalmente snobbata dalla critica e dal pubblico che la considera roba da souvenir: piattini col ritratto del papa o daviddimichelangelo da vetrinetta.

Molto pubblico, molti nomi, molte opere, molte sale,  una delle quali interamente dedicata a Leoncillo Leonardi, un artista che colpevolmente noi stessi avevamo ristretto nella serie B della scultura, e che finalmente ci ha obbligato a ricrederci, fare il mea culpa e riconoscerlo (per quello che può contare il nostro giudizio) artista di prima grandezza. Un vero scultore, insomma e non “solo un ceramista”.

 Giovedì 12. Accademia di San Luca. Salone d’onore: soffitto di quercia nera, pareti tappezzate di damasco rosso, pavimento di parquet scuro, una cripta più che una sala. Su Achille Perilli, pittore quasi novantenne, ma ancora vivo, eccome! si proietta un documentario che, al contrario di molti filmati del genere, è divertente per l’arguta grinta del protagonista sulla cui lunga intervista si snoda il racconto di una vita. Ci ha fatto sorridere l’accenno alle tradizionali risse a pugni e schiaffi fra gli astrattisti e i figurativi, e ci ha fatto sogghignare la chiamata in causa dell’odiato Guttuso, da Perilli definito senza tanti complimenti un mafioso siciliano che approfittando del potere che gli dava il PCI di cui era l’artista ufficiale, aveva fatto di tutto (quasi riuscendoci) per tagliargli le gambe.

Venerdì 13. MACRO. “Limits” della spagnola Amparo Sard, che nella nota autobiografica si definisce una “puntinista fisica”.

Disegni, video e un enorme oggetto a forma di ciambella appeso al soffitto.

Il tutto pieno di buchi. L’effetto gruviera è garantito, ma il materiale usato, plastica e carta, rigorosamente bianco su bianco dà anche una bella sensazione di leggerezza e di trasparenza: luce e aria attraversano i buchi e traboccano dovunque.

Niente di nuovo, intendiamoci. Ma bello.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

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