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IL RITORNO IN ITALIA DI TYCHO

IL RITORNO IN ITALIA DI

TYCHO


"WEATHER", IL NUOVO ALBUM, USCIRÁ IL 12 LUGLIO PER MOM X POP / NINJA TUNE E SARÁ ACCOMPAGNATO DA UN TOUR CHE FARÁ DUE TAPPE IN ITALIA A FEBBRAIO
 

27 febbraio 2020 - Milano - Fabrique
w/ POOLSIDE
Apertura porte ore 19:00
Inizio concerto 20:00
Info: www.fabriquemilano.it

28 febbraio 2020 - Bologna - Estragon
w/ POOLSIDE
Apertura porte ore 19:00
Inizio concerto 20:00
Info: www.estragon.it/

Prevendite disponibili su www.ticketone.it a partire da
VENERDÍ 17 MAGGIO ALLE ORE 10:00
http://bit.ly/TychoIT

 

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“The Mating Season of Frenzy Breeze”, personale di Gioia Di Girolamo

Giovedì 16 maggio la Galleria Bianconi inaugura “The Mating Season of Frenzy Breeze”, personale di Gioia Di Girolamo, artista italiana nata a Pescara nel 1984, trasferitasi negli Stati Uniti, a Los Angeles, dove vive e lavora. 


La mostra in realtà segna anche un momento molto importante per la galleria, con la presentazione al grande pubblico dei locali completamente rinnovati della sede milanese di via Lecco 20. La scelta di inaugurare la nuova veste dello spazio con la personale di una giovane artista intende sottolineare la freschezza e l'energia alla base del processo di trasformazione e crescita della Galleria stessa.
Al centro della personale di Gioia di Girolamo, curata da Andrea Lacarpia, si pone il tema dell'affettività nei rapporti sociali e di come i processi biologici di conservazione e sviluppo degli organismi possano presentare caratteristiche comuni.

La spinta vitale che porta l’uomo a relazionarsi con gli altri creando rapporti interpersonali è la stessa energia che rende ogni essere vivente un sistema aperto e non isolato, animato dal continuo scambio con l’ambiente. La percezione dell’individualità è modellata dal rapporto con l’esterno che ne ridefinisce costantemente i confini, in un confluire di processi chimici e proiezioni mentali.
Con lo sviluppo della tecnologia digitale si è assistito a profondi mutamenti nelle modalità di comunicazione, che da un lato affrancano della presenza fisica e dall’altro ne evocano la presenza enfatizzando la dimensione emotiva. La possibilità di ottenere appagamento affettivo con mezzi fittizi determina nuove nevrosi e dipendenze, portando al progressivo isolamento in un microcosmo senza interlocutori reali, in cui anche la percezione di sé e della propria corporeità è compromessa dalla mancanza di scambio con l'esterno.
 

La solitudine affettiva, condizione esistenziale sempre più attuale, è raccontata da Gioia Di Girolamo attraverso un personaggio immaginario, chiamato Frenzy Breeze, che diviene metafora di una contemporaneità in cui la dimensione fisica è sostituita da immagini e narrazioni facilmente reperibili online, surrogati che procurano appagamento sensoriale sostituendosi all'esperienza reale.  
L'ambiente di Frenzy Breeze è chiuso come una biosfera che si autoalimenta senza alcun contatto reale con l'esterno, in un circolo continuo di appagamento di desideri alimentati artificialmente. Interessata alle attuali trasformazioni nelle modalità di percepire il corpo e gli affetti, in un mondo sempre più connotato dalla pervasività della tecnologia e della comunicazione digitale, Gioia Di Girolamo approfondisce con sarcasmo e capacità critica i fenomeni di dipendenza da internet che accompagnano la diffusione dei social media e dei contenuti che forniscono esperienze sensoriali attraverso stimoli virtuali. La necessità di comunicare con gli altri, di creare rapporti affettivi e di aumentare l'autostima, nell'eccessivo utilizzo di modalità virtuali può assumere connotati grotteschi e paradossali, esprimendo inquietudine dietro l'apparenza più dolce e ovattata.

Gioia Di Girolamo rielabora le ambiguità dell'immaginario web orientato alla soddisfazione del desiderio, dalle chat per incontri ai video di ASMR che procurano piacere e rilassamento attraverso particolari stimoli sonori, mostrandone le criticità per raccontare il presente nelle sue contraddizioni. Con un'attitudine sperimentale nell'utilizzo dei materiali, Gioia Di Girolamo unisce nelle proprie installa- zioni diversi mezzi, tra i quali il video, la scultura e la pittura, attivando esperienze sensoriali che rimandano ad una fisicità impalpabile, in grado di stimolare una sensibilità insieme tattile ed evanescente. Si genera così una realtà inaf-ferrabile, in cui l'unità di corpo e individuo si dissolve generando diverse identità senza peso. The Mating Season of Frenzy Breeze unisce opere realizzate con materiali diversi, come argilla modellata, felpe, tessuti semitrasparenti, pittura ad olio, pigmenti, smalti per unghie, colla vinilica, silicone e ammorbidente, che vanno a formare un microcosmo di forme in cui la dimensione biologica, sia quella elementare delle cellule e dei microorganismi che quella complessa del corpo umano, si fa eterea e dominata dalle tonalità pastello. I limiti della trascendenza spinta all'eccesso dall'utilizzo della tecnologia e il ruolo del corpo in tale processo, tra permanenza e abbandono, sono sondati da Gioia Di Giro- lamo come elementi fondamentali per la comprensione di una contemporaneità in cui la tecnica trasforma l'uomo ibridando gli opposti in forme post-umane.
 

La pelle e la testa, spazi interstiziali tra l'individualità e l'ambiente esterno, sono i soggetti principali. Il colore dell'epidermide risuona in ogni opera, esprimendo una corporeità che diviene membrana senza peso, identità virtuale che può essere cambiata come un vestito. Privata di concretezza fisica, la dimensione tattile assume una valenza spirituale, in cui si trascende la realtà in favore di un mondo magico. Parte del corpo ed insieme strumento della mente, le teste sono modellate da Gioia Di Girolamo con dei lineamenti essenziali che le rendono simili ad ancestrali raffigurazioni di idoli, o figure aliene dall'espressione dolce e sognante, in cui il terzo occhio posto nella fronte rende percepibile il volto anche se sottosopra. La percezione fisica e la dimensione dello spirito si compenetrano ed insieme formano la complessità di una realtà senza coordinate certe e senza gravità, in cui tutto è disposto in uno spazio evanescente come il mondo digitale. Le opere video riprendono lo stile dei filmati di autoguarigione reperibili su you tube enfatizzandone i cliché estetici per mostrane l'aspetto paradossale, insieme rassicurante e conturbante. Nonostante l'immaterialità dei pixel e della comunicazione web, l'essere umano si mostra ancora nella sua fragilità fatta di necessità affettive che lo legano al mondo degli organismi viventi, di cui la tecnologia diviene parte. integrante, tra pulsioni istintive e sublimazione.

Galleria Bianconi  via Lecco 20, 20124 Milano - Italia 
 lunedì - venerdì 10.30-13.00 / 14.30-19.00  sabato su appuntamento  

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.   www.galleriabianconi.com

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STEVE JOBS, UNA BIOGRAFIA ILLUSTRATA

STEVE JOBS

UNA BIOGRAFIA ILLUSTRATA

Kevin Lynch

 

Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e l’intuizione. Loro in qualche modo sanno già cosa volete diventare davvero. Arianna Huffington

Mondadori Electa pubblica Steve Jobs, di Kevin Lync, una splendida guida illustrata alla vita e all’operato di uno dei più influenti innovatori del Ventunesimo secolo.

Questa biografia grafica, ricchissima di informazioni e curiosità, esplora lo straordinario talento e la genialità di Steve Jobs attraverso schede e illustrazioni originali di grande impatto visivo.

Dagli esordi come venditore, che posero le basi per il suo successo, alla competizione con Bill Gates e alla continua spinta verso l’innovazione, questo libro ripercorre le appassionanti – benché purtroppo brevi – vicende del pioniere della tecnologia che ha cambiato profondamente il nostro modo di comunicare e, soprattutto, di vivere.

KEVIN LYNCH È nato a Londra e vive a Dublino, dove lavora come giornalista. Ha lavorato per il “Daily Mirror”, scrivendo di tecnologia, e per GuinnessWorldRecords.com.

 

Mondadori Electa

17 X 23 cm

270 pp.

24,90 €

in libreria il 21 maggio 2019

 

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16 Maggio al Bar Bah i FANALI DI SCORTA

I FANALI DI SCORTA IN CONCERTO

16 maggio

Alle ore 21.30 al BAR BAH

(Milano, Via Porro Lambertenghi 20)

 

Il 16 Maggio alle ore 21.30 la rockband torinese FANALI DI SCORTA approderà al Bar Bah di Milano in Via Luigi Porro Lambertenghi 20 per esibirsi in un acustico simpatico e sorprendente.

Il gruppo freak'n'roll più sorprendente della scena indipendente si esibirà in un acustico imprevedibile nel locale più cool della Movida Milanese.

 

FANALI DI SCORTA

I Fanali Di Scorta sono una band dell’underground torinese con oltre 600 live all’attivo, sempre alla ricerca di stimoli e situazioni nuove dove portare e condividere il loro mood vivace. Guidati dal polimorfico performer Daniele Chiarella, accompagnato dal polistrumentista Carlo Peluso, hanno calcato diversi palchi italiani, sempre rimanendo fedeli al loro “freak’n’roll”.

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.” 

Bertrand Russell

 

Sul web:

Sito webwww.fanalidiscorta.com

Facebookhttps://www.facebook.com/fanalidiscorta

Instagramwww.instagram.com/fanalidiscorta

YouTube: https://www.youtube.com/channel/UChpaMK8LjmiHxbMdXfmxGuA

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ESSENZA ANIMALE disegni di Giovanni Manzoni

ESSENZA ANIMALE

disegni di Giovanni Manzoni

Spazio Arte Tolomeo 16-28 maggio 2019

 

E così essi passavano nudi, senza evitare gli sguardi

né di Dio né degli angeli, in quanto

non pensavano il male; passavano

la mano nella mano, la coppia più bella che mai

si sarebbe incontrata più avanti in abbraccio d’amore”.

da Il paradiso perduto di John Milton

 

Dopo il peccato originale, la vestizione. Dopo la vestizione e il pudore, la civiltà moderna: che stavolta ci spoglia, dei peli, dell’odore, del nostro originale essere animali.

Animali si, ma razionali, al punto di dimostrare la superiorità del raziocinio anche nell’apparire. E poi?

La separazione dal mondo naturale, il sonno dell’essenza animale, ha generato mostri. Non mangeremmo i nostri simili, se li considerassimo tali, non uccideremmo per ottenere vestizione da altre pellicce, se accettassimo di condividere lo stesso biologico adattamento all’ambiente. Ed ecco che la rivoluzione è salvaguardare ciò che ci sembrava civile distruggere, da cui ci sembrava razionale dividerci per dominare la Terra.

Forse non è auspicabile tornare indietro, riacquistare innocenza e fragilità. Ma il segno dei tempi postmoderni, (e quale epoca non è postmoderna dopo varie atrocità e una Storia che pare aver mostrato già tutto il concepibile), è la presunzione di reimpastare diverse visioni in una, andare a caccia di una continuità. La continuità inafferrabile nella nostra essenza.

Continueremo per sempre a domandarci chi siamo.

Nell’era dell’immagine le domande sono poste dall’arte più che dalla filosofia. E l’arte racconta la sua epoca in maniera più efficace quando pare meno attuale. La maestria del disegno sembra ancora anacronistica per l’arte contemporanea, a meno che non si veda il suo prodigio funzionale nell’architettura, nel design, nella tecnologia in generale. Il genio aiuta a vivere meglio, ad aumentare la fortuna di essere animali, sì, ma razionali, che sconfiggono la Natura cosiddetta matrigna.

Giovanni Manzoni è un disegnatore schietto, che guarda le contraddizioni dell’uomo con una semplice matita. Ama guardare i sogni disillusi della nostra civiltà attraverso una visione trasversale, con le  sue iconografie religiose a cui ha dedicato un ciclo di lavori nel 2013, ma non rinuncia al dato saliente dall'homo sapiens in avanti, la sua anatomia.

Sul corpo i grandi artisti del passato hanno depositato testimonianze culturali, ad esso hanno delegato il mistero dei simboli. Posture, espressioni del volto, atteggiamenti e movimento, tutto è funzionale alla comunicazione tra esemplari della specie umana, prima ancora dei suoi ornamenti.

Oggi in mostra l’Essenza Animale è senza arroganza evolutiva: in un ciclo di disegni l’artista ricongiunge l’anatomia femminile a quella di pesci e uccelli.

Senza vergogna la specie evoluta ammette l’origine, e ne fa una metafora concreta e carnale. Con un preciso riferimento ad alcuni esemplari esotici, gli ibridi conservano potenziata la loro singola grazia; confrontano ciò che è necessità profonda e spirituale per l’umano, alla pura e incredibilmente sofisticata conformazione evolutiva nella bestia.

In un’opera la donna si muove attraverso una coreografia che celebra la gioia, ma nel suo lanciarsi nell’aria ricerca nuovo spazio vitale, che non è ancora abbastanza. Cerca di riempire di ossigeno i polmoni e la mente,  come un pesce testa di leone a fior d’acqua aspira per un istante, fuori dal consuetudinario sopravvivere. E’ un lusso, un’ eccezione riuscire ad emergere dall’acqua quotidiana.

A volte vorrebbe volare, prepara se stessa al salto contemplando la possibilità. Il suo corpo appare la controparte umana di un piccolo uccello del sudamerica, la sua linea sinuosa si ibrida alla rara coda animale e ne assimila la stabilità del movimento.

Non è un semplice uccello quello ritratto, ma un piccolo prezioso resto della millenaria civiltà Maya.  E’ il colibrì. Per Manzoni un animale totem quale entità simbolica di un ideale forse irraggiungibile nella vita, almeno in quella moderna, più che in qualunque altro momento storico o culturale.

E’ il totem dell’equilibrio, ed emblema della felicità attraverso la poetica dell’originario o selvaggio. Ovvero l’élan vital liberato riporta ad un esempio non dionisiaco ma di cristallina perfezione. Infatti il colibrì è l’unico essere che riesce a rimanere immobile in volo, nella stessa posizione: che la stabilità cercata dall’uomo del 2019 sia rappresentata dal più piccolo tra gli uccelli, specie non ancora estinta in grado di ammaliare dai tempi più antichi?

Ad osservare questo dono selvaggio erano e sono gli indios del Sud America. Un altro esempio di civiltà lontano dalla cultura consumistica di oggi, in equilibrio con l’ecosistema, una delle rare comunità originarie che veramente si sono adattate all’ambiente.

Manzoni osserva, attraverso alcuni disegni e lightbox degli ultimi anni, come il loro modo di vivere ricordi quello degli animali stanziati in un luogo: “hanno usato le risorse naturali soltanto per ciò che era loro necessario, si sono sposati con l’ambiente come altre comunità animali, sono quindi l’unico esempio di integrazione completa con la Natura, che rispettano e ammirano al punto da renderla religione con il panteismo. E’ una divinità ogni sua manifestazione”. La dimostrazione di un diverso rapporto con le risorse della Terra, passando dall’integrazione allo sfruttamento, sono le desolanti immagini di mucchi enormi di scheletri di bisonti, con l’arrivo dei coloni.

Depauperare l’ambiente selvaggio, addomesticarlo per consumarlo, anche nel vestirci di indumenti che sono dote naturale per gli animali, non per noi.  Togliersi i peli ed indossare pellicce, che sono solo strumento per ottenere calore o aumentare visibilità, per noi. 

Per l’indio il piumaggio è inteso come elemento di vestizione, ma condivide la sua stessa comunicazione, il suo codice simbolico di quando apparteneva ad un uccello amazzonico. E la nudità, senza soluzione di continuità si confonde con le piume, perché anche il corpo comunica.

Non c’è vergogna per Adamo ed Eva di fronte agli animali, esiste solo dopo che l’assaggio della Natura diventa colpa davanti a quel Dio che non ne fa parte.

Michela Ongaretti

 

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“Non so dei vostri buoni propositi” - Giovanni Lindo Ferretti

“Non so dei vostri buoni propositi” - Giovanni Lindo Ferretti al Live di Trezzo D’Adda.
articolo di Roberto Bonfanti

Ci sono canzoni che mi ero ripromesso che non avrei mai più cantato perché mi sembrava non avessero più senso. Ogni tanto è bello ammettere di essersi sbagliato: oggi farei un concerto in cui canto solo “Emilia Paranoica” per tutto il tempo”. É probabilmente racchiuso tutto in questa frase pronunciata prima dei conclusivi, il senso del concerto di Giovanni Lindo Ferretti al Live Club di Trezzo d’Adda il 9 maggio 2019. Certo, il tour “A cuor contento” va avanti ormai da otto anni, ma è evidente che nel corso del tempo la scaletta sia cambiata continuamente, dando sempre più spazio al repertorio dei CCCP e facendo sparire del tutto i PGR, e con essa sia cambiato anche l’approccio di Ferretti che solo oggi, dopo essersi riappacificato già qualche anno fa con le proprie radici, sembra avere trovato anche la leggerezza per reinterpretare il proprio passato più punk con sincero divertimento. D’altro canto, per capirlo, basta vedere la naturalezza con cui Ferretti lascia che ad aprire le danze sia una serie di brani storici come “Morire”, “Tu menti”, Tomorrow”, “Mi ami?”, “Oh! Battagliero” e “Valium Tavor Serenase”, tutte interpretate con un piglio decisamente anni ‘80 con chitarra sferragliante e batteria elettronica.

Dopo una prima parte di concerto dedicata a rendere omaggio alle radici dei CCCP, con l’ingresso del violino lo spettacolo, pur mantenendo arrangiamenti scarni e un approccio minimale, si apre anche ad altre sfumature: “Stati di agitazione” diventa una cavalcata ipnotica che toglie il fiato, “Liberame domine” e “Madre” inducono a un momento mistico di intenso raccoglimento, “Intimisto” , “Annarella”, “Irata”,  “Brace”, “Guardali negli occhi” e “Inch'Allah - Ça va” si avventurano in territori fortemente psichedelici, “And the radio play” e “Guerra e pace” strizzano l’occhio al pop, “Del mondo”, “Unità di produzione”, “Pons tremolas” e “Barbaro” vengono disidratate e ridotte all’osso della forma canzone, prima che “Per me lo so” chiuda il set principale con un ritorno al punk più grezzo. Il finale, poi, è una vera e propria chiusura del cerchio con una “Emilia paranoica” trascinata in territori più che mai visionari e una tanto divertita quanto devastante “Spara Jurij” introdotta ironicamente da un accenno a “Bang bang” di Dalida.

Un concerto lungo, intenso, pieno di sfumature ma intimamente punk nell’essenza, che ci mostra un Giovanni Lindo Ferretti divertito, in piena forma e perfettamente a proprio agio, grazie al supporto dei due Üstmamò Ezio Bonicelli e Luca Alfonso Rossi, nel confrontarsi con tutte le sfumature della propria storia. Anche se, certo, di questi tempi sarebbe molto bello poter ascoltare il suo pensiero in qualche nuova canzone.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

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Alex Cadili in concerto a Genova il 18 maggio

ALEX CADILI in Concerto 

18 maggio 2019 alle ore 20.00 

Piazzale della chiesa di S.Maria in Apparizione  

(Genova, Via Visconte Maggiolo, 4) 

 

Alex Cadili, accompagnato dalla rock band Sinergia, si esibirà in concerto a Genova il 18 maggio sul Piazzale della Chiesa di Santa Maria in Apparizione. 

Durante il concerto sarà possibile ascoltare tutte le canzoni che compongono l’album di debutto “Tutto quello che non si può dire al telefono”, già disponibile in tutti i negozi di dischi e web store.   

Il disco, prodotto con Roberto Drovandi storico bassista degli Stadio, è pubblicato dall’ etichetta Twins104/Believe Digital.  

Il cantautore genovese, il quale da sempre racconta quello in cui crede con la musica, è ancora in viaggio per alzare il volume del bene, motto rappresentativo della sua personalità. L’artista sente il bisogno di riaffermare l’importanza di un’interazione sociale vera e diretta, non mediata da chat o altri muri virtuali che oggi dominano la comunicazione interpersonale.  

 

 ALEX CADILI 

Alex Cadili nasce a Genova nel 1979 e già da bambino manifesta un interesse particolare per la musica iniziando, sin dai suoi 12 anni, a scrivere i primi pezzi che caratterizzeranno anche le sue scelte future. 

Questa sua predisposizione naturale prende una forma strutturata dal 1994 quando si iscrive al conservatorio Paganini di Genova diplomandosi nel 2006 in pianoforte e, subito dopo, in composizione. Durante il suo percorso di studi artistici frequenta corsi di canto corale affinando, nel tempo, le sue capacità musicali e di composizione. 

Eclettico polistrumentista ed anfitrionico intrattenitore sul palco, Alex si cimenta in diverse esperienze artistiche per poi arrivare ad affermarsi in tutto il territorio ligure come cantautore ed intrattenitore dimostrando come, nonostante la sua disabilità visiva, la passione possa far superare tutti i tipi di difficoltà. 

 

NEL WEB

Sito Ufficiale:  http://www.musicalex.eu/

Facebookhttps://www.facebook.com/sinergia314/

Instagram:  https://www.instagram.com/alexcadili_e_sinergia/

Youtubehttps://www.youtube.com/channel/UCXi7m2nvu9Jv4MkGPkwdASw


 

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Agostino Ferrari "TERRE SEGNATE" galleria Cà Di Frà

CA' DI FRA'

Via Carlo Farini 2  - 20154 Milano

 

Agostino Ferrari

Terre segnate

 

INAUGURAZIONE GIOVEDI’ 6 Giugno 2019

 

Ore 18.30 – 21.00

 

Termine mostra Venerdì, 6 Settembre 2019

 

Orario galleria: LUN – VEN 10-13 / 15-19

 

TERRE SEGNATE  - 28 ceramiche di Agostino Ferrari

La Galleria Ca’ di Fra’ presenta la mostra personale di Agostino Ferrari,Terre segnate”, con una selezione di ceramiche, che costituiscono la produzione più recente dell’artista milanese. Ferrari aveva già sperimentato la ceramica in passato ma mai con questa convinzione e originalità, tanto da farne la protagonista di una nuova stagione della sua ricerca.

Si tratta di opere di dimensioni relativamente contenute, dalla forma per lo più rotonda o ovale, e linee morbide che caratterizzano un corpo spesso dolcemente convesso. I toni cromatici variano fra l’avorio e l’ocra chiaro. La particolarità di queste opere però è che un segno fisico, un elemento metallico snodato e flessuoso, fuoriesce da una profonda incisione, fessura o orifizio praticato nella ceramica e sottolineato dall’emergenza del nero al di sotto della superficie. Il segno poi tende a riprendere gli andamenti plastici della forma complessiva dell’opera, muovendosi attraverso curve più o meno ampie che corteggiano la forma sottostante nello spazio fisico e producono un’ombra più o meno visibile in base alle condizioni di illuminazione. Le opere hanno dunque una valenza plastica reale, che permette al segno di emergere con elasticità e nettezza dal corpo ceramico smaltato.

Tutte queste opere sono pensate per essere appese alla parete come quadri, sostenute da un supporto non visibile: l’effetto è quindi di corpi plastici che “galleggiano” nel vuoto, tracciando ombre intense e leggere sulla parete retrostante che offre loro una specie di schermo o di “scena” teatrale, ove le ceramiche risultano quasi personaggi mitologici, o scudi, o “maschere” in senso greco, “prosopon” letteralmente “davanti alla vista”, come suggerisce il semiologo Ugo Volli che da anni segue il lavoro di Agostino Ferrari.

Nella loro consistenza tridimensionale quindi, anche le opere di questa serie, come i Prosegni che le hanno precedute, riprendono direttamente gli spunti anticipati quasi mezzo secolo fa dal Teatro del segno, in cui l’elemento segnico risultava effettivamente provvisto di una natura concreta e tale da andare oltre la bidimensionalità della superficie. Il “discorso” pittorico, plastico e spaziale di Agostino Ferrari viene arricchendosi di sempre nuove sfaccettature e di nuovi materiali.

Biografia Agostino Ferrari nasce a Milano il 9 novembre 1938. Espone per la prima volta nel 1961 alla galleria Pater, presentato da Giorgio Kaisserlian. Incontra Lucio Fontana e gli artisti con cui l’anno successivo fonderà il gruppo del Cenobio. I giovani milanesi vogliono “salvare al pittura” interpretandola e rinnovandola così da renderla gesto puro, primitivo ma al contempo proteso verso il futuro. La via da seguire è quella che porta alla nascita di una vera e propria “poetica del segno” dove la tecnica pittorica si riduce a grafia e la composizione a un sovrapporsi di tratti archetipici cifrati. Dopo lo scioglimento del gruppo, Ferrari continua a coltivare il segno come scrittura non significante. Nel 1966 espone a New York, alla Eve Gallery. Successivamente, tornato in Italia, elabora cicli oggettuali e processuali dedicati agli ingredienti della pittura, segno, forma e colore, vere e proprie “messe in scena” dal carattere “fondamentalmente plastico”, come scrive Lucio Fontana nel 1967. Questa ricerca lo conduce, nel 1975, all’Autoritratto, l’unica installazione prodotta in tutto il suo itinerario creativo, esposta per la prima volta all’Arte Fiera di Bologna con la Galleria L.P.220 di Torino e, l’anno successivo, nella mostra personale a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Negli anni successivi, tra il 1976 e il 1978, Ferrari esegue l’Alfabeto, due serie di sei opere che sono la conseguenza dei suoi studi di Segno Forma Colore e che segnano la sintesi di quanto contenuto nell’Autoritratto. Nel 1978, dopo un soggiorno a Dallas dove espone l’Alfabeto presso la Contemporary Art Gallery, riemerge in lui l’esigenza di esprimersi con il segno puro ed entra in un periodo di “rifondazione”. Quasi contemporaneamente incomincia l’uso della sabbia vulcanica, che resterà caratteristica costante del suo lavoro fino ad oggi. 

Agostino Ferrari ha esposto in centinaia di mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Fra le più importanti si ricordano soltanto le personali al Palazzo dei Diamanti di Ferrara (1976), al Palazzo Braschi di Roma (1992), alla Casa del Mantegna di Mantova (2010), alla Fundacion Frax di Alfas del Pi (Alicante, Spagna) (2011), al Palazzo Lombardia (2013) e al Museo del Novecento di Milano (2018).

Fra le onorificenze ricevute, il premio per l’incisione Joan Mirò (1971) e il premio alla carriera Bugatti-Segantini (2017). Nel 2007 ha realizzato alcune opere pubbliche permanenti nella piazza Borgoverde di Vimodrone, su incarico del gruppo Land (Landscape Architecture) di Milano.  Ha lavorato con gallerie di primo piano in Europa come Franz Paludetto (Torino), Thomas Levy (Amburgo), Lorenzelli (Milano), Centro Steccata (Parma).  Oggi è rappresentato da Ca’ di Fra’. Sue opere figurano fra l’altro nelle collezioni Manuli, Moratti e RAMO.

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Le Visioni di Demon, Greta e Leonardo.

Le Visioni di Demon, Greta e Leonardo.

Per una volta vi risparmio (non entusiasmatevi troppo … alla prossima non la scampate) la mia Visione e vi omaggio del racconto di tre altri autorevoli punti di vista.

Demon Albarn, già frontman dei Blur e dei Gorillaz, in una recente intervista ha dichiarato che oggi lo status di musica e musicisti, di non essere più impegnati, di non veicolare più messaggi politici o sociali è un problema per la società. Invece di essere di ispirazione e dare alle persone altri punti di vista, gli artisti si sono adeguati a quello che la congiuntura vuole. Demon parla apertamente di selfie music. Ormai, appoggiati supinamente alle dinamiche della modernità, come l’utente medio di un qualsiasi social media, il musicista ha abiurato a sensibilizzare il mondo contro la segregazione, a lottare per i diritti umani e civili, etc. … si è ritirato nella sua storia personale generando curiosità pret a porter sul colore delle sue mutande, sulla sua posizione preferita durante la copula e sulle sue sbronze.

Il Nostro sostiene che questa tendenza debba cambiare. La musica deve tornare ad essere di ispirazione, di esempio, critica e “cattiva” contro le distorsioni dei nostri tempi. Tiriamo su la testa dalle nostre meschine faccende e usiamo l’unico linguaggio universale per provare a migliorare le cose.

Qualche detrattore potrebbe eccepire che Albarn è la stessa persona che non ha collaborato con Prince perché in studio non si poteva fumare (salvo poi smettere). E’ lo stesso sciroccato che dimentica il suo pc portatile sui taxi … che rilascia interviste in cui dice di non essere mai contento delle cose che fa e che vorrebbe una voce diversa da quella che ha?

Sì è lui. Questo non vuol dire che quello che ha rilevato coraggiosamente (visto anche il modello di business operante nel suo mondo) non sia corretto. Chi ha uno spazio così importante, globale, ha l’obbligo di dire cose che siano utili per il progresso dell’umanità che è cosa ben diversa dal progresso tecnologico.

Un’altra Visione che ho trovato interessante, è quella di Greta Thunberg. Da anni, nonostante la sua giovanissima età, in prima linea per sensibilizzare i potenti del mondo sulla questione del Global Warming e del rischio (ormai oltre il potenziale) di estinzione della nostra specie (tirandocene dietro molte altre che a differenza nostra, sono incolpevoli del guaio).

Non sono così ingenuo da non sapere che Greta è una “testimonial” e che dietro di lei c’è, ovviamente, ben altra organizzazione. Non posso, però, negare la sua efficacia nell’eseguire la missione. La missione è la stessa che la compagine degli scienziati più autorevoli del mondo hanno fallito. Forse, perché gli scienziati non hanno quella freschezza oppure non sono bravi a comunicare? Niente di tutto questo! Greta non è un simbolo, una Giovanna d’Arco. Greta Thunberg è parte di quella generazione che vivrà un mondo dove scarseggerà l’acqua e il cibo, dove aumenteranno esponenzialmente, invece, i melanomi, le malattie respiratorie e le catastrofi naturali.

Per questo è credibile oltre ogni ragionevole dubbio e fa un lavoro molto più che meritorio.

Anche per questa Cassandra dei nostri tempi, non si risparmiano gli insulti. In realtà, la prassi consolidata è attaccare la persona, non l’idea. Così non si perde mai: dice il vero ma, ha i denti storti! Non posso controbattere sul tema ma, è antipatica. Addirittura porta sfortuna!!!

Peccato che la sfortuna ce la siamo portata noi, immettendo nella nostra atmosfera, in poco più di due secoli, quello che Madre Natura aveva impiegato milioni di anni a seppellire. Il nostro regno non finirà gloriosamente per l’impatto di un meteorite, si estinguerà lentamente e atrocemente per nostro stesso meteorismo.

Ma quest’anno è, anche, il Cinquecentesimo Anniversario dalla Morte del più grande genio della Storia: Leonardo da Vinci.

Il Maestro, ha inventato e contribuito ad inventare la modernità. Ma, rispetto a questa, era critico.

Alcune sue invenzioni non le aveva disegnate perché era molto sfiduciato sulla natura degli uomini e sull’uso scellerato che ne avrebbero fatto. Il Moro disse che Leonardo era vittima del suo stesso genio.

In realtà, era il migliore figlio del suo tempo. Era stato artista, scienziato ed inventore. Oggi, dentro alla bolgia del modernismo non sarebbe possibile avere più “specializzazioni”. Il “nuovo a tutti i costi” ci comprime in ruoli precisi e limitati. Da lui possiamo imparare la più importante delle lezioni: Il genio di Vinci ha, anche, inventato e progettato macchine da guerra, strumenti di morte come richiesto nella sua epoca ma, certamente, aveva una coscienza.

Mi piacerebbe che ne spuntasse una anche ai detrattori per mestiere e ai potenti del mondo.

di Paolo Pelizza

©2019 Rock targato Italia

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Tre album per maggio 2019: RCCM, Murubutu e Morose.

Tre album per maggio 2019: RCCMMurubutu e Morose.
articolo di Roberto Bonfanti

A volte, ascoltando ciò che passa nelle radio o pescando a caso fra le proposte più in voga nel mondo “indie”, viene quasi il dubbio che i musicisti del 2019 provino un gusto particolare nel bearsi del proprio sentirsi innocui. Eppure, scavando fra le miriadi di dischi che escono quotidianamente, ci si rende conto che invece ci sono ancora artisti capaci di scrivere storie importanti.

Frasi per tatuaggi” degli RCCM è un lavoro che trasuda urgenza comunicativa, disillusione e una rabbia lucidissima. Un album rock fatto di suoni spigolosi, figli di cupi echi post-rock o post-noise, che accompagnano una voce recitante dolente capace di dare corpo a pensieri privi di compromessi. Parole che affondano le mani nelle ferite della nostra epoca, nel degrado esistenziale della società dei consumi e nei drammi troppo spesso taciuti dell’era delle dittature finanziarie e del neo liberismo sfrenato. Un disco necessario e tragicamente attuale.

Murubutu è un artista che è limitante definire semplicemente “rapper”, specie dopo un album maturo e compiuto come il suo ultimo “Tenebra è la notte ed altri racconti di buio e crepuscoli”. Un autentico narratore che sa giocare con le parole in modo incisivo costruendo storie affascinanti dalle tinte fosche in cui si avvicendano elementi storici, fantasmi letterari e personaggi densi di significati e di vita. La dimostrazione palese che, quando si hanno contenuti e sensibilità, il mezzo usato per veicolare il proprio pensiero diventa quasi secondario e anche il rap può andare oltre gli stereotipi.

Il nome dei Morose non suonerà certo nuovo a chi segue con attenzione ciò che si muove nel sottobosco musicale del nostro Paese. “Sopra il tetto sotto terra”, album che segna il ritorno della band dopo un lungo silenzio, è una prova di pura classe: nove canzoni elegantissime dal sapore notturno, quasi sussurrato, e dall’andamento ipnotico completate da testi capaci di risultare evocativi e poetici pur senza rinunciare agli aspetti narrativi. Un progetto suadente e affascinante, fra post rock minimale e musica d’autore crepuscolare, da gustare ad occhi chiusi.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

 blog @rocktargatoitalia.eu

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