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Good vibrations in piazza del duomo

 

Al concerto dei Beach Boys a Milano fanno il pieno. Molta genta. Sono splendidi, magnifici: 15
musicisti , ragazzi perpetui, geni della musica sul palco per onorare i 50 anni di attività. Un’onda praticamente eterna.

I Beach Boys sono americani. “Tanto tanto..” sostiene il Sainini ..”La colonna sonora di una nazione dal Vietnam, la guerra fredda, Baia dei Porci, Cuba, Kennedy, l’uomo sulla luna..”

Immensi. Da una loro costola nasce la California!!

Grandi, generosi, rendono l’ippodromo milanese magico armonico e migliaia di persone felici.

Enciclopedia della musica, Sussulti di storia.

Piccolissimo davanti ai giganti, assorbo ogni momento, ogni istante di questo concerto che rimarrà indelebile nel tempo per migliaia di persone.

Ho visto la gioia sulle loro facce

I love you

Grazie Milano ti amo


Furetto

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TUTTI PAZZI PER PATTI - Bollate (MI) Villa Arconati

PATTI SMITH in concerto

Per una credente i miracoli esistono. Jesus cammina tra il Greenwich Village e il Chelsea Hotel. Patti incanta.
La signora delle sette vite (copyright Marco dell'art rock cafè di Milano) sorprende il pubblico di villa Arconati con un concerto rarefatto, minimale a tratti psyco, dilatato. Echeggiano ricordi di The End, Morrison vive!.
La più europea delle artiste americane a Milano Italia sta bene è di casa. trova forza rigenerante. Si sente.
Rock è la canzone, rock è la poesia, rock è il pubblico, rock è Patty, rock il concerto (senza fronzoli orpelli e luci fastidiose da albero di natale), autentico ed imprevedibile sprigiona intense emozioni.
Con il ritmo del cuore, la fame d'amore, la liberta nella testa Patty racconta, suona, scherza, sputa e redarguisce. IL SUO SPAZIO E' REGALE
Patti ci fa dono del suo viaggio artistico lungo e straordinario, difficile, stordito, inquieto, costellato da molte assenze, alternato a collaborazioni importanti. Un mondo utopico popolato da stracci e straccioni, eroi che ora risplendono luminosi in cielo.
Ma la signora delle sette vite, la ragazza della profonda provincia americana vittima di ingiustizie e pregiudizi, ha sfidato il destino nelle stanze del Chelsea Hotel.
Gloria a Jesus, all'uomo, ai poeti ai loro libri che sono mappe del destino, sacre scritture per tutti, ma soprattutto per coloro che sognano ancora di abbracciare l'orizzonte.
Beata Patty santo pubblico mai una unione è stata cosi perfetta

Furetto

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SANREMO DUEMILAQUINDICI - Perfidie di Stefano Torossi

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
16 febbraio 2015

SANREMO DUEMILAQUINDICI


10 Febbraio – L’AMATRICIANA CON L’AGLIO

Sì, perché l’ultima notizia del TG 1, prima dell’Evento, riferiva la secca smentita del Consiglio Comunale di Amatrice con in testa il sindaco: “No, nel sugo all’amatriciana non ci vuole l’aglio!” Questo per controbattere la blasfema dichiarazione di senso opposto dello chef Cracco, che aveva generato non poche preoccupazioni fra i buongustai italiani.
Chiarito questo punto fondamentale, rimaniamo su RaiUno e passiamo al sessantacinquesimo Festival di Sanremo che inizia con una breve intervista a un barbiere in ghingheri e panama e a una pingue matrona: Al Bano e Romina.
Poi, interrotta da un indecente numero di annunci pubblicitari, attacca l’Anteprima Sanremo.
Carrellata (finalmente un montaggio veloce e moderno, anche se lungo) sui personaggi del festival. Ci hanno colpito i denti ferrati di Malika Ayane (sempre pensato che quella protesi fosse un fatto adolescenziale) e una bella patacca di grasso sulla camicia di Platinette. Non fa niente. I per-sonaggi sono, ognuno per il suo verso, abbastanza robusti da reggere queste piccolezze.
Comincia lo spettacolo. Come da tradizione si ripetono i tempi lenti e imprecisi, le pause lunghe, gli attacchi in ritardo; il presentatore che a un certo punto chiama un rullo di tamburo, e il batterista chissà a cosa stava pensando perché non risponde, e lui, veloce: “Ma ce le hai le bacchette?” Insomma le solite cose all’italiana.
Conti, bisogna dirlo, a parte il vezzo, che a un certo punto diventa fastidioso, di ripetere mille volte “meraviglioso”, è bravo, prontissimo e mai volgare.
E siamo al primo momento di estasi nonché a un’altra botta di oratorio parrocchiale.
Appare sul palco la famiglia Anania di Catanzaro: marito, moglie e sedici figli. Alle prevedibili domande sul perché di una famiglia di quelle dimensioni, il paterfamilias ringrazia Dio e dichiara che la sua figliolanza la deve allo Spirito Santo. A questo punto ci è venuto il sospetto che i coniugi Anania non abbiano chiara la differenza fra coito (umano) e intervento (divino).
Tiziano Ferro, in impeccabile papillon, canta con il suo simpatico sorriso, mentre dietro di lui torreggia una specie di Mastrolindo gigante con violino fra le braccia, giacchetta striminzita e jeans da barbone. Come mai uno in smoking e l’altro in stracci?
Ma arriviamo al vero momento di abiezione. L’entrata in scena di un personaggio obbrobrioso; il classico servo insolente della commedia dell’arte, il guitto che ridacchia dopo aver detto la battuta, che sfotte i compagni di lavoro insultandoli per far ridere il pubblico, forte della protezione del microfono che ha in mano e del palco che indegnamente calpesta.
Per prima cosa offende un bambino grasso chiedendogli come riesce a entrare nella poltrona. Poi si dedica ai musicisti dell’orchestra, puntando comunque e sempre sul difetto fisico (pelata, statura, ciccia): un classico. Infine scivola nella vera volgarità quando, verso la chiusura del suo troppo lungo intervento (12’), la butta sul patetico, cambia registro, si mette a piagnucolare e a chi manda il suo pensiero nell’alto dei cieli? Ma a Pino Daniele, naturalmente! Applausi lacrimosi.
Non vorremmo che vi sfuggisse il nome di costui: Alessandro Siani.
Avanti intrepidi. Cantano Romina e Al Bano. A Conti non riesce la progettata rappacificazione fra i coniugi litigati. La figura della zitella stizzosa comunque la fa Al Bano, mentre alla rubiconda Romina sembra non gliene importi gran che.
Siamo in chiusura. Ma non prima di aver registrato un terzo momento di schietto livello parrocchiale: il numero dei tre giornalisti finti che fanno le domante. Battutacce, doppi sensi, ammic-camenti. Squallore.
E finalmente, per chiudere davvero, arriva per bocca di Conti un annuncio che supera ogni decenza: Alessandro Siani devolverà il compenso per la sua prestazione a due ospedali pediatrici, uno di Genova, ci pare, e uno di Napoli.
Eh? L’avesse fatto sapere prima forse avrebbe guadagnato un po’ della nostra stima, ma detto a fine trasmissione, dopo che qualcuno gli avrà fatto notare la sua cafonaggine, fa l’effetto di una bella toppa piazzata su uno strappa irrammendabile.
Quando uno è guitto, guitto rimane, non c’è niente da fare.


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11 Febbraio – DONNA BARBUTA SEMPRE PIACIUTA

Superfluo specificare di chi si tratta. Prima di andare a raccontare lo spettacolo, ci pare giusto fare le nostre più vive congratulazioni alla donna barbuta di stasera. Non tanto per la canzone che ha cantato, un pezzo commerciale niente male e con un bell’arrangiamento, quanto per lo spirito con cui ha scelto il proprio nome d’arte, bisex e bilingue.
In Sudamerica “concha” vuol dire conchiglia, ma anche vulva, e il suo diminutivo conchita, sta per fighetta. In tedesco ”wurst” significa salsiccia, come sanno tutti quelli a cui piacciono gli insaccati. I riferimenti ci sembrano indicativi: Conchita Wurst, ovvero Fighetta Salsiccia. Geniale.
Seconda puntata. Avanti di un giorno e indietro di cinquant’anni nella formula blanda e funzionante, formato famiglia. Solita scenetta parrocchiale Conti-Caizzi con smorfie e occhioni sgranati, tanto per far capire bene al pubblico quando ridere. Anche stasera quantità esagerata di pubblicità. Se ci regge il fisico, domani promettiamo di contare gli spot.
Superate di corsa le prime canzonette arriviamo alla comparsata di Joe Bastianich, il superchef, di fronte al quale Conti, l’inappuntabile, discreto Conti fa una lieve scivolata. Lo chef accenna a un piatto americano molto popolare: spaghetti with meatballs, che vuol dire spaghetti con polpette. Ma la parola inglese può essere maliziosamente tradotta letteralmente con “palle di carne”. E qui il nostro non ha resistito: “Ma sono solo due?” “No, sono di più” risponde l’ignaro Joe. “Ah, meno male, perché se erano solo due…” Prevedibili sghignazzate del pubblico; poi Conti per fortuna si riprende.
Rocìo fa la spiritosa da copione, ma con l’espressione tesa della brava studentessa che non vuole sbagliare l’interrogazione. Certo è proprio bella. E alta.
Come Charlize Teron, bella e alta anche lei, ma (è un’attrice professionista) molto più rilassata. Chi è decisamente simpatica; di più: simpaticamente ruspante è Emma, che sembra non prendersi mai troppo sul serio, rara e pregiata caratteristica in quell’ambiente.
Sotto il monologhino comico di Angelo Pintus confessiamo di esserci appisolati per risvegliarci, per fortuna, verso la fine dell’inqualificabile marcetta dei Soliti Idioti.
Fiacchissimi i Boiler che replicano il numerino dei tre finti giornalisti. Davvero pietosi: dialetto, smorfie e parrucche. Il comico, quando c’è, dovrebbe reggere senza questo patetico armamentario.
Di Conchita Wurst abbiamo già detto; c’è da aggiungere che riesce a essere nello stesso ambiguo momento un bell’uomo coi capelli lunghi ed elegante abito femminile, e una bella donna senza finte poppe, ma con barba vera. E canta pure bene.
Sorpresa finale con Javier Zanetti, che dimostra con lo spirito e i tempi giusti del parlare che il vecchio tipo dello sportivo mezzo intronato è proprio estinto.


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12 Febbraio – PUBBLICITA’!

Wind, Unicredit, Suzuki, Conad, Wind, Unicredit, Suzuki, Conad, Wind, Unicredit, Suzuki, Conad, Conad, Regina, Hyundai, Emoform, Lidl, Yamamay, Mutà, Chateau d’Ax, Aquafresh, Audi, Libretto Smart. Aiuto! In quest’ordine: 23 annunci pubblicitari nei primi 14 minuti. Se tengono questa media, fa più di trecento tormentoni a fine serata. Con la contabilità noi ci fermiamo qui.
Ma procediamo con ordine. Nell’insertino del TG 1, Luca e Paolo, di cui avevamo già notato la delicatezza in passato, ci comunicano che stare sul palco di Sanremo li fa cagare addosso. Prosit.
Momento di brivido marinaro quando Conti (sulla cui faccia non è mai apparsa, da quando lo guardiamo, la più piccola goccia di sudore; e questo è davvero autocontrollo ai massimi livelli, oltre a una bella tenuta epidermica o magari qualche fondotinta segreto) rivendica l’onore e l’onere di comandare la nave del festival. Attenzione, proprio in questi giorni la figura del comandante di nave, anche se simbolica, è parecchio screditata, e sappiamo chi ringraziare.
Arriviamo al bel collegamento con la Cristoforetti dallo spazio, che è una doppia lezione: di fisica e di spettacolo. La prima non l’abbiamo capita. Perché fra la domanda di Conti in studio e la risposta di lei dal satellite passano almeno cinque secondi di silenzio? Eppure il segnale elettrico che trasporta la voce e l’immagine viaggia alla velocità della luce. Ci dev’essere qualche fatto tecnologico che ci sfugge. Non ci sfugge invece il disagio che in uno spettacolo rappresentano cinque, solo cinque se-condi di silenzio. Un’eternità.
Cantano insieme una delle cover in gara Grazia Di Michele e Platinette. Non ce ne voglia quest’ultimo ma come uomo in vesti femminili trasforma in triste macchietta quella che per Conchita Wurst rimane una forse ambigua ma indiscutibile eleganza. Per chiarire meglio, lo sappiamo be-nissimo che lui, con la sua indubbia intelligenza, lo fa consapevolmente e in maniera ironica, ma a guardarlo con quel panzone e la parrucca si prova comunque una certa patetica malinconia, mentre per Conchita no. Lei è qualcosa. Qualcosa di serio e per niente patetico. E’ una o uno (non importa) in un certo senso normale.
Cominciavamo a preoccuparci: come, siamo già alla terza puntata e ancora non è arrivata? Non avranno mica deciso di eliminarla? Invece eccola, recitata, si fa per dire, da Luca e Paolo, l’attesa, l’ovvia, l’inevitabile scenetta gay! Uno degli stereotipi dello spettacolo popolare più duri a morire. E comunque, gay o no, tanto per rimanere nello schema, anche questa finisce con il prevedibile vaf-fanculo. Però ci è sembrato che il pubblico fosse più freddino del previsto. Hanno riso meno. Buon segno: forse stiamo uscendo dall’adolescenza parolacciaia.
E finisce anche la terza serata. Breve giro su facebook e scopriamo un’ondata di indignazione, che condividiamo, per la bocciatura istantanea di Serena Brancale, ottima jazzista (questa dev’essere la ragione) e con un buon pezzo. In questo caso l’esclusione è un vero e proprio riconoscimento. Quindi va bene lo stesso. Anzi, meglio.


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13 Febbraio – UNA MERAVIGLIOSA VECCHIA PAZZA

Pillola del TG 1. Lettore, immagina di essere un professionista che ha sudato per mesi a preparare uno spettacolo impegnativo come questo. Arriva un giornalista che chiede, in tua presenza, ai collaboratori e alla gente intorno come ti vedono, e questi rispondono, testuale: “Come Charlie Chaplin. Come un pelouche. Come Calimero, così piccolo e nero”. Come reagiresti? Al tuo posto Carlo Conti ha finto di essere felice e contento. Questa è professionalità. Andiamo al Festival.
Nella prima puntata abbiamo criticato Conti per l’uso eccessivo e ripetuto di una parola. Bene, dopo essere stati testimoni (insieme a 15 milioni di altri italiani) con crescente stupore e ammirazione della scarica di disinvoltura, spirito, padronanza della scena di Ornella Vanoni, dobbiamo usarla, quella parola. Ornella è una MERAVIGLIOSA vecchia pazza. (E’ Virginia Raffaele, lo sappiamo, ma l’imitazione è così ben fatta che abbiamo voluto esagerare l’omaggio alla genialità di Virginia continuando a chiamarla Ornella).
E invece, che immagine di dignità serena, tanto a proprio agio da mettere a disagio il perfetto Carlo Conti, che a un certo punto non sapeva più bene come congedarlo, e infatti lo abbiamo visto per la prima volta incerto. Parliamo naturalmente di Sammy Basso, il diciannovenne malato di progeria, che vive in un corpo di ottantenne.
Spesso noi anziani pensiamo e ci raccontiamo quanto sarebbe bello tornare ai vent’anni, ma mantenendo il cervello e l’esperienza che abbiamo adesso. Un sogno, naturalmente, della cui irrea-lizzabilità ci consoliamo perché comunque il nostro tempo lo abbiamo vissuto. E invece che ingiusta tragedia quella di uno come Sammy che vive (e non può neanche illudersi che sia un sogno dal quale potersi svegliare) con la mente di un ragazzo nel corpo di un vecchio, che non potrà ospitarlo ancora per molto perché sta per morire. A diciannove anni!
Una testimonianza così intensa ha gettato un’ombra, peraltro meritata, sulla successiva scenetta comica di Gabriele Cirilli. Battute su mogli e suocere e sulla paura di volare. Solita robetta.
E finalmente arriva quella che il presentatore definisce un’eccellenza italiana. Un jeans e una maglietta (più un paio di Superga e un sacco di capelli). Suona un motivetto insignificante, fa un di-scorsetto new age a base di amore e comprensione, un po’ di umiltà e tanta semplicità, si tira i riccioli e si aggiusta gli occhiali sul naso.
Abbiamo raccolto con devozione, perché lo consideriamo un vero genio dell’autopromozione, quello che in varie occasioni, ha detto di sé stesso: “Travolto dalla musica abbandono ogni difesa, e, fragile ed emotivo, guardo il mondo col cuore di un bambino. La mia evoluzione giunge qui all’ingenuo e sublime incanto”... “La musica mi arriva in testa già strutturata”…”Mentre dirigevo il concerto, saltellavo giulivo davanti all’orchestra”. Travolti anche noi da un irresistibile imbarazzo di fronte a questa scarica di scemenze (non dimentichiamo che il nostro non è un teenager con turbe adolescenziali, ma uno scaltro ultraquarantenne), non possiamo fare a meno di spiattellarvi il nome del responsabile: Giovanni Allevi!
E con questo chiudiamo la serata, ma non senza chiederci: quanto tempo passerà prima che Giovanni Caccamo si cambi il cognome?


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14 Febbraio – CINQUANTA SFUMATURE DI BRONZO

Festival start. Finalmente dopo anche troppi riferimenti all’abbronzatura, chiaramente artificiale, del conduttore e di altri, è arrivato il vero nero: Will Smith, così la piantiamo con le cinquanta sfumature di bronzo.
Dentro una torta di fragole camuffata da albero di natale semovente e sbrilluccicante si presenta in scena, camuffato da Renato Zero, Panariello. Anche lui fa battute sul fisico delle politichesse, sulle troike da pagare o no, sui testi ambigui delle canzoni, ma avendo un’esperienza, una tenuta, e un livello comico ben superiore, anche se adopera gli stessi ingredienti, i suoi timballi risultano molto più gustosi di quelli insipidi di Cirilli, scotti di Luca e Paolo, rancidi di Siani.
E poi, col fatto che sbeffeggia Schettino (quando morirà, all’inferno è probabile che non ci arrivi mai: riuscirebbe a far naufragare anche la barca di Caronte), guadagna la nostra totale simpatia. Perché, se fra le eccellenze italiane ci hanno messo Allevi, come è successo ieri, forse c’è un posto, in fondo, anche per il Comandante. Naturalmente stiamo esagerando l’accostamento e i termini del paragone: uno è solo innocuo, l’altro è laidamente pericoloso, ma sono entrambi degli impostori.
Fin qui tutto bene. La chiacchierata con Will Smith va bella sciolta, con l’aiuto della prontezza dell’americano, della sua bella presenza e delle risate (di tanto in tanto fra i due il più chiaro effetti-vamente risulta Smith, saranno le luci?). Ottima la reazione al dramma di Conti quando si è guastato il tabellone della classifica, e davvero professionale la sua disinvoltura. Immaginiamo il panico da controllare, ma ci è riuscito benissimo.
Insomma, stavamo al livello alto della prestazione scenica, e poi…(ma che bisogno c’era, ci siamo chiesti), siamo precipitati di nuovo all’oratorio con le scenette di San Valentino: troppe, troppo lunghe, troppo volgari, troppo forzate; inutili. I responsabili (oltre agli autori dello spettacolo, certo): tali Marta & Gianluca, da aggiungere di diritto alla lista dei cuochi che il timballo lo fanno molto peggio di Panariello. Troppo salato, diremmo.
Letterine delle vallette, lacrimuccia di Rocìo e buonanotte ai suonatori.


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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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IL VOLO DI ICARO.

Di cosa parliamo esattamente quando parliamo di amore? Abbiamo davvero una risposta? Esiste una, seppur vaga, possibilità di averla?

Birdman è l’ultima fatica del regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu, nato il giorno di Ferragosto del 1963. Il film racconta la storia di Riggan Thompson, attore decaduto divenuto celebre per aver interpretato il personaggio di Birdman. 

Lontano dal personaggio super-eroico interpretato a Hollywood in una fortunata serie di Blockbuster, Riggan decide di mettere in scena a Broadway una piece teatrale di Raymond Carver: What we talk about when we talk about love. L’estremo tentativo dell’attore di conquistarsi una nuova fama da artista, lontano dalle dinamiche del cinema mainstream becero e dipendente dal botteghino.

Riggan perseguitato dal suo vecchio personaggio, afflitto da rapporti complicati con l’altro attore (Shiner-Edward Norton) e da relazioni difficili con tutte le persone che gli gravitano attorno cercherà di portare al successo il testo che ha rivisitato lui stesso.

Non facciamo spoiler della pellicola (anche se ci è piaciuto talmente tanto che ci verrebbe voglia di raccontarla e di parlarne per ore!) ma, vogliamo consegnarvi alcune impressioni e una riflessione.

Il lungometraggio è un’unica piano-sequenza, dentro la quale le coreografie degli attori e della macchina da presa sono perfettamente strumentali alla narrazione. Quindi, la scelta di Inarritu non è motivata da un generalizzato “famolo strano” o dalla volontà di infilarci il guizzo del presunto cineasta d’avanguardia, bensì una necessità drammaturgica. Tecnicamente difficili e geniali alcuni passaggi in ambienti pieni di specchi.

La vicenda si svolge su diversi piani di realtà o, se preferite, del surreale. Dimensioni in cui esistentivo ed esistenziale si confondono senza soluzione di continuità.

La colonna sonora è quasi esclusivamente composta da frasi di batteria. Anzi, quando meno te l’aspetti appare anche il batterista intento a picchiare su pelli e piatti.

Inarritu mette insieme un cast da Michael Keaton (che è il protagonista) a Norton, all’ultima comparsa di gente straordinaria e perfetta nel recitare e nel danzare nello spazio insieme alla macchina da presa. Nella parte affidata a Keaton ci si potrebbe leggere un sospetto meta-cinematografico: Batman/Keaton (nella saga inaugurata da Tim Burton che sembra non aver portato grande fortuna all’attore) e  Birdman/Thompson. Una porzione di auto-biografia, forse c’è anche e soprattutto nella volontà del regista. Il bravissimo Michael è candidato all’Oscar e ci mancherebbe che non lo fosse!

Birdman è il film che non ti aspetti da Inarritu. Birdman è il film che ti aspetti dal regista più talentuoso del pianeta, dal numero uno. Che poi, è sempre lui. Il suo Birdman è intenso, confuso, ricattatorio, bellissimo e leggero.

Leggero, appunto. Il regista chiede allo spettatore di fare lui una riflessione su molte cose dentro al film (a parte l’incombenza di scegliersi un finale tra quelli proposti): sulla fragilità, sulla modernità, sull’ego, sulla fama, sull’amore e sulla vita. Il suo passaggio è quello di una piuma su uno specchio nella descrizione della condizione umana.

Posso provare a raccontare le risposte che ho trovato personalmente.

A chi ci ama, non importa di quanto voliamo alto se poi siamo lontani. Chi ci ama ci vuole vicino, con i piedi per terra.

Cosa conta una fama vana e provvisoria? A chi importa se siamo arrivati così vicini al Sole? Non importa a nessuno se abbiamo milioni di visualizzazioni sui social media. Non importa a nessuno quanti leggano le “Visioni” . Se non ci siamo per gli altri, se non siamo capaci di concederci, non esistiamo.

La ricerca della gloria, del successo individualista è il volo di Icaro. Atterriamo finché siamo in tempo!

Perché l’unica cosa che conti nella vita per voi,  per me e per Raymon Carver è amare, essere stati ed essere amati.

 L’amore è indefinibile è vero ma, è l’unica certezza nella vita di tutti E’ questa la ricetta per la felicità.

 Nello specifico della storia che Inarritu ci confeziona mirabilmente c’è il fallimento della più importante condizione: quella degli affetti. E’ la superficialità nel concepire sé stessi come mondi separati dagli altri, più importanti degli altri. Pensare che il nostro posto debba essere sopra l’umanità che calpesta la Terra provoca un cortocircuito letale, poco importa se come colto istrione dell’arte teatrale o come uccello antropomorfo in costume ridicolo. Non abbiamo scampo se non viviamo i nostri sentimenti insieme agli altri ed i loro nei nostri confronti. Rischiamo di vivere un coitus interruptus senza piacere, senza trasporto e infecondo.

Siamo importanti solo se e quando amiamo. No, ho sbagliato: siamo solo se e quando amiamo.

Scusa te … Cosa stavamo dicendo esattamente?

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

 

 

 

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Alanis Morissette concerto all'Ippodromo di Milano 18 luglio 2012


Alanis Morissette canadese, area francofona ma di fatto è americana per temperamento, gusto musicale, atteggiamento e suono nasale.
Grandi falcate, il palco è suo.
Suono aspro, duro, essenziale, immediato. Brava grintosa la Morissette non riesce però a decollare: manca quell' APPEAL necessario per intrigare il pubblico e creare il pathos dei grandi eventi.
Le ballad sono dure e gli arrangiamenti poco felici.
Forzatamente "Virile" il concerto è "fortemente" americano, impone la scelta tra il "mi piace e non" senza mediazioni.
Immagino i fans sotto il palco in delirio, ma dalle tribune il risultato è sconfortante.
Poca attenzione e molta noia. Un concerto musicalmente conservatore piatto senza novità musicali. Al contrario grande rispetto ai testi.
La ragazza maschiacco "riot girl" capopbanda, capace di scatenare entusiami e raccontare storie umane di rara efficacia e sensibilità personale che fine ha fatto? dov'è finita?
Sei brava Alanis lo dice la tua storia e il tuo impegno, ma tutto era distante all'Ippodromo ieri sera.

E' la musica baby, quando crea la relazione nasce la magia.

I "grandi" concerti sono un'altra cosa.

FURETTO

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IGGY & THE STOOGES 

 

11 luglio all'Ippodromo Del Galoppo S.Siro di Milano - City Sounds 2013.

Da sempre considerati il punto di riferimento per il punk-rock, il garage  IGGY & THE STOOGES hanno ripreso i giri sui palchi di mezzo mondo dopo la loro reunion del 2003.

Iggy viaggia da New York a Londra ora a Milano con i suoi Stooges

Anni ’70 Incontro a Berlino con Bowie  ..i destini a volte sono tremendi e bellissimi. Il viaggio di Bowie è tra le stelle,  diversamente Iggy viaggia ancora da “solo”.

Il loro incontro ha partorito una miscela musicale esplosiva ma è stato troppo breve. Un vero peccato

Seminale, geniale terribilmente provocatore da quarant’ anni Iggy gioca a fare Iggy se stesso: il ragazzo cattivo del rock.  Ma il rock non è di per se un genere cattivo? 

Il padre del punk, del rock antagonista, l’individuo dal gesto minimo ma efficace, l’antiestetico per eccellenza è al City Sound Festival, con i suoi fans adoranti sul palco abbracciati in un fraterno atto d’amore e di appartenenza, a rappresentarsi.

 Un rito che si perpetua da tempo, forse troppo senza una novità. Vogliamo bene ad Iggy,  molto bene

 Ma dal mitico eroe  vogliamo qualcosa di più e non la solita recita ripetuta all’infinito fuori dal tempo.

 Un’ora e un quarto di concerto con i bis, senza fare Lust For Live. Iggy molto irriverente e ribelle. Provocatorio?

 Ciao Iggy alla prossima

 FURETTO

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PINK MARTINI concerto a Villa Arconati (MI)

Tenera la notte,

La band, per cultura, potrebbe arrivare da Parigi, più vicina, l’ Oregon è distante. Viaggio meritato in prima Classe,  clima perfetto.

Lo stile musicale impeccabile, elegante e raffinato, ci regala  meravigliose immagini  romantiche, notturne.

Night club  Oriented.  Anni ’50.  Maschi  e femmine dai contorni decisi. 

A Modo Mio, Amami per Sempre, cha cha cha, mambo, bossanova,  la dolce incoscienza, la costiera amalfitana i casinò dell’ Avana, Acapulco , il teatro Olympia.

Ci si lascia trasportare deliziosamente nel tempo. Un viaggio elegante, una crociera sensuale, erotica libertina. Improvvisazioni Jazz

Il carburante pesante è lo champagne.

12 elementi ì, preparati, virtuosi, ironici, evergreen. La Pink Martini ha estasiato il pubblico presente a Villa Arconati, seducendolo letteralmente  con una selezione di brani inebrianti e straordinari. 

La condizione vacanziera si sente. Esilarante la versione musicale di TUCA TUCA.  Grandiosi!!

No pubblico multirazziale ma sessualmente differente: etero abbastanza, gay numerosi, metrosexual al minimo. Indecisi parecchi. Meraviglioso straordinario attento. Atmosfera Internazionale.

Milano ti amo sei ancora più bella.

Furetto

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Concerto B.B.KING Milano Sound City Festival

Il concerto di B. B. King, tecnica e genialità, esprime una grande sensibilità umana, attiva sensori assopiti , produce effetti positivi e urla primordiali liberatorie. RIPRENDO IL VIAGGIO!! 

Stop con l'ignoranza e la stupidità. Basta vivere con chi baratta l'amore con il consumo e specula sui sentimenti. FANCULO!.  Dico si alla vita senza garanzie, ma ricca di contenuti e di nuove speranze, senza falsità ed ipocrisia.
Con grande gioia apro la porta e me ne vado!!

Con il mio destino in tasca mi gioco il futuro. Ho l'entusiasmo dei tempi migliori. Grazie amici ….angeli! Il vostro aiuto ha la forza dei 30 cavalli cadillac. Il blues viaggia sottopelle con l'immensa forza del mississippi che scorre sinuoso e possente. Via paure, ansie e fatiche, le catene e le pietre non torneranno, la ferrovia è lontana. Oggi vedo la luce, my God, la mia anima risplende, tocco con la mano l'orizzonte. Il sole mi riscalda. My God vedo la luce

Furetto

My God questo è blues

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Il concerto di PAOLO NUTINI a Villa Arconati

Il falchetto scozzese ha testa, muscoli e la tenacia del primo della classe. Sciorina ballad intense, suoni reggae, rhythm and blues da ballare senza sosta, alternando rock e atmosfere rarefatte con stile e bravura. Il concerto convince, La band pure, la sezione fiati anche. 

Il pubblico femminile, numeroso, è in agitazione.

Paolino Nutini è nato in Scozia ma di pasta italiana (da parte del padre) sà fare canzoni all’italiana: melodie meravigliose.
Al contrario, dei nostri artisti che vogliono fare gli scozzesi, imitare gli inglesi e spagnoli con risultati imbarazzanti.
Dalla voce alla presenza scenica Nutini Paolo a Villa Arconati è PERFETTO!!
Cosi perfetto da farmi venire dei dubbi sulla vera identità dei brani. Saranno cover?
Il Paolino c’è o ci fa?
“..La forza del NUTINI sta nella semplicità, modestia e umiltà. Un artista popolare vero ..25 anni bello e bravo “ mi sento rispondere.

Mi prende per mano, beviamo una birra, un’altra storia. HO FATTO TARDI!!
Grazie Milano

FURETTO

PS
Paolone non dice una parola in italiano. Quasi Perfetto

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WIZ KHALIFA in concerto - City Sound Milano 15 luglio 2012

a) L’Artista

Tre album all’attivo, Wiz si presenta la prima volta in Italia e lo fa alla grande regalando, al pubblico accorso all’Ippodromo, l’anteprima del nuovo album il quarto: “ O.N.I.F.C. “. Noblesse Obliges.
Raffinato, curato, tatuato bene, KHALIFA è una vera stella dell’ Hip-Hop urbano. Sul palco è bravo sa trasmettere energia e, come tutti gli artisti del genere, ama pontificare (ci stà), ma senza esagerare. Inchino.

b) Il Pubblico
Numeroso e diviso, tra gang metropolitane, intellettuali della poesia di strada, rasta e artista street art, (abbinato ai diversi tipo di fumo ed erbe aromatiche) è stato semplicemente fantastico. Capeggiavano le “canottiere” del tipo Bossi mi fa una sega, tute adidas, scarpe fintissime (meglio delle autentiche) e coloratissime
.
c) I supporter gruppi italiani – Tre parole: Bravi, ingenui e provinciali
Ma perché? mentre parlate di ingiustizia, ipocrisia, un mondo di merda, polizia repressiva, quartieri alienanti (temi importanti e rime toste) dovete, ogni TRE PER DUE, gridare “…EH EH EH ALZATE LE MANI!!! ….EH EH EH ALZATE LE MANI CAZZO..!! “

Avete avuto modo di sentire Wiz? Fatevene una ragione del suo successo planetario

Furetto

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