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“LOOK AT ME” nuovo singolo dei RED RING

Dal 14 luglio in rotazione radiofonica

La potenza adrenalinica e l’energia dei Red Ring si confermano ancora una volta  con l’uscita del secondo singolo “Look at me”, prevista per il prossimo martedì 14 luglio.

Con un testo interamente in inglese, la cantante Elisa Goffi, intona una vera e propria dichiarazione d’amore eterno, senza mai essere troppo mielosa, e mantenendo lo stile inconfondibile e la carica energica che contraddistinguono la rock band marchigiana.

«I wanna stay with you all my life, for the rest of our time, I wanna stay with you all my life, every day and every night»queste le parole del ritornello di “Look at me”, con cui i Red Ring ribadiscono il loro stile aggressivo e tagliente, caratterizzato anche da sfumature più sentimentali e passionali.

Dalla data del loro primo debutto, nel 2007, la rock band ha riscosso un notevole successo sul panorama nazionale, proponendo inediti auto-arrangiati e cover di brani più celebri, spaziando dal rock classico al pop internazionale.

Dal 14 luglio avrete la possibilità di ascoltare in rotazione radiofonica il singolo “Look at me”, estratto dall’album “Knock Out”, già disponibile in tutti gli store digitali (iTunes, Google Play, Amazon, ecc.).

"Look at me" è il secondo singolo estratto dall’EP "Knock out", dopo “You break down my soul” (https://youtu.be/taAUl-tTEls). 

La band si compone di: Elisa Goffi (voce); Edoardo Sdruccioli (basso e cori); Juri Cucchi (batteria); Davide Landi (chitarra ritmica); Giacomo Lanari (chitarra solista).

Per richiedere la cartolina elettronica del singolo “Look at me”, o una copia dell’EP “Knock Out” da recensire:Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Per scaricare cartella stampa, biografia e foto artista, singolo MP3 e liberatoria messa in onda: http://www.divinazionemilano.it/redring_lookatme.zip

Sul Web:  Sul Web: www.facebook.com/redringband

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Bob Dylan e Francesco De Gregori – Lucca Summer Festival 2015

Bob Dylan e Francesco De Gregori – Lucca Summer Festival 2015

Premetto che sarebbe molto comodo partire con una strofa come “I figli sono uguali ai padri e non c’e’ niente da fare...” e scrivere una decina di righe sull’eredita’ di Dylan presa a piene mani da De Gregori qui nel bel paese; oppure parlare del rapporto tra il maestro e il discepolo e cosi’ via. Non lo faccio per pochi semplici motivi: e’ vero, De Gregori e’ probabilmente il piu’ “dylaniano” dei nostri. Vuoi per i suoi tour ormai senza sosta, per il sound decisamente americano che si respira da piu’ di dieci anni ai suoi concerti, per i suoi brani stravolti nell’arrangiamento ad ogni nuova partenza. La sua grandezza pero’ la deve soprattutto all’essere stato capace di immortalare in poche righe storie fantastiche, quando tutti i suoi colleghi parlavano di lotta; o di descrivere l’amore nella semplicita’ di uno sguardo ma mai con la banalita’ da baci perugina o da primi in classifica. Dylan e’ il cantautore e il rocker negli stessi pantaloni, l’uomo con la pistola e la rosa nella stessa mano. Non mi e’ mai venuto naturale confrontarlo con altri; d’altra parte credo che lui stesso abbia sempre cercato di togliersi le etichette di profeta, capostipite di una scuola o esempio per le nuove generazioni.
Piccola premessa a parte, Piazza Napoleone nel cuore della bellissima e bollente Lucca ha ospitato sicuramente uno dei grandi eventi dell’estate. De Gregori e Dylan sullo stesso palco, la stessa sera, ma non insieme. Il primo lo seguo da tempo, in particolare dal vivo; il secondo non me lo voglio perdere per nulla al mondo, essendo uno dei personaggi che mi fa’ venir voglia di prendere in mano la chitarra appena ho un momento libero.
Il Principe arriva sul palco puntuale alle 20 e si nota subito che anche per lui e’ una serata speciale: sorridente e disinvolto, in maglietta e scarpe di tela bianche, niente giacca o camicia elegante; mai visto cosi’ in circa una decina di suoi concerti che mi sono gia’ concesso. Ha a disposizione un’ora e la sfrutta in modo sublime: oltre a classici come “La donna Cannone” o “Rimmel” , ci regala bellissime nuove versioni di “Niente da Capire” e “Finestre rotte” e un paio di chicche come “Ti leggo nel pensiero” e “Il panorama di Betlemme”. La band e’ una macchina da guerra ultra rodata, visto il Vivavoce tour ancora in corso. Lui ride, suona e scherza con l’armonica mentre il pubblico applaude e canta senza riserve. Conclude con qualche ringraziamento e un semplice “Vi lascio in buone mani”. Se mi avesse chiesto un consiglio su cosa suonare nell’ora a disposizione (sia chiaro non ho avuto e penso non avro’ mai tale privilegio...) non avrei saputo suggerirgli di meglio!
Ore 21.30 tocca al ragazzo di Duluth che apre con “Things Have Changed”, un modo elegante per chiarire fin da subito che, ci piaccia o no, e’ venuto a farci sentire quello che lui e’ oggi, mentre i suoi classici sono rimasti in cantina con il vino buono. Giacca e pantaloni neri, cappello bianco. Si muove il giusto per portarsi dal microfono centrale al pianoforte di lato. Niente chitarra (non volevo crederci fino alla fine...), quasi a togliersi anche l’etichetta di menestrello. La corporatura minuta, rispetto ai suoi mucicisti, viene compensata dalla grandezza dei pezzi e della sua voce molto piu’ roca e graffiante di un tempo, tanto che non riesco ad immaginare come potrebbe cantare oggi “Ain’t me baby” o “The time are A-changing”. La prima parte del concerto se ne va’ tutta d’un fiato, con pezzi tra cui la bellissima “Pay in blood” e una stravolta “Tombstone blues” prima dell’unico omaggio a Frank Sinatra, tratto dal suo ultimo album di cover. La seconda parte e’ sicuramente migliore, con un pubblico ormai rodato e caldo e che non fa’ mancare la propria voce sui vari brani tratti da Tempest e Modern time, sicuramente tra i migliori album della sua produzione piu’ recente. Gran finale con una versione quasi parlata di “Blowin’ in the wind” (..ma quante volte l’hai cambiata, diccelo!) e la bellissima “Love sick”. Finale con un inchino, nessun ringraziamento e un record: meno di dieci parole rivolte al pubblico in due ore.
Alle 23.30 e’ tutto finito e Lucca torna alla normalita’. Mi aggiro bevendomi qualcosa di fresco e chicchierando di musica e dintorni con un po’ di gente rimasta in zona. La serata e’ stata sicuramente da incorniciare e sara’ probabilmente uno dei migliori eventi della mia estate. Unica nota (un po’) dolente riguardo l’organizzazione: perche’ riservare l’80 per cento dello spazio a disposizione ad una platea numerata di posti a sedere!? Perche’ dover chiedere a suon di grida e urla di alzare il volume durante le esibizioni, che se ti parla uno accanto non capisci che canzone stanno facendo? Io naturalmente mi sono stipato nell’anello di tre metri coi posti in piedi attorno alla platea, per un mio personale “rigetto” verso la “numerazione” ai concerti. E poi dai... seduti a vedere Dylan!! Forse il miglior pensiero e’ arrivato da un signore con la barba e i capelli bianchi, mentre si tornava alla macchina: “sta a vedere che siamo nati hippie e liberi in mezzo ai prati e moriremo seduti in platee numerate...”

 

Stefano Ruzza

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Perfidie di Stefano Torossi: Il Ruspante

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
6 luglio 2015

IL RUSPANTE


Vostro Onore, lo confessiamo: al concerto ci siamo andati con in testa i peggiori preconcetti contro questo signore, che sappiamo padrone della voce, ma parlata, non cantata. In più il tipo si presenta un po’ troppo ruspante. Un sapore forte per il nostro inguaribile snobismo. Ecco come è andata.
La lochèscion (ruspante, abbiamo detto, no?) è gradevole: uno dei grandi cortili dell’ex mattatoio, di cui molto abbiamo parlato ultimamente, fresco e circondato da buoni stand di cibo e bevande. L’ora, ancora meglio: fra le nove e mezza e le dieci; si parcheggia con calma. Il programma di “Io vendo le emozioni” annuncia canzoni originali, qualche cover e un ospite: Enrico Ruggeri.
Dunque, per onestà diciamo subito che siamo rimasti stupiti dalla qualità del gruppo musicale, che forse un po’ ci aspettavamo, e dalla invece inaspettata musicalità del protagonista: quadratura impeccabile, padronanza degli attacchi e, naturalmente (è la sua arma professionale) della voce. Per questo capo di imputazione chiediamo lo stralcio.
La quale voce, però, probabilmente gli da troppa sicurezza, e a volte, nel registro basso che forse vorrebbe ricordare un Barry White de noantri, esce piuttosto come un rutto (d’accordo, intonato).
Discutibile è invece la presenza in scena. Forse per scarsa esperienza, timidezza, o magari per una furbesca scelta di rappresentare il personaggio semplice e sprovveduto, si abbandona a eccessi di fisicità, che se lo avesse visto Sinatra (o, senza andare troppo lontano, anche Dorelli…) Beve acqua a garganella, si agita, parla con i tecnici, si toglie e rimette gli occhiali, sfoglia il suo brogliaccio, suda e si asciuga continuamente faccia, collo, nuca, testa con un enorme accappatoio (bianco, quindi visibilissimo).
Forse per far simpatia al pubblico, in coppia con la moglie, che lo chiama Frenk, si butta in una cover casareccia del mitico “Parole parole” (Mina e Alberto Lupo). Seguita da una melensa canzone da papà amoroso dedicata al figlioletto che dovrebbe essere fra il pubblico e che lui saluta alla voce (applausi frenetici dalle mamme presenti). Poi una conversazione bamboleggiante con la chitarra elettrica che gli fa il verso. E per chiudere, un omaggio con imitazione vocale alla buonanima di Manfredi in “Tanto pe’ cantà”.
Per quest’altra imputazione chiediamo un periodo di rieducazione forzata.
Un peccato, Vostro Onore, perché in fondo, per non essere un professionista del ramo, non è neanche male, e i suoi forse sconsiderati, certo audaci tentativi di cantare Jannacci, Gaber o De Gregori meritano, se non proprio il nostro sostegno, almeno l’indulgenza della corte.
Per noi il concerto finisce quando Francesco Pannofino (sì, è proprio lui), dopo aver invitato sul palco Ruggeri, ci annuncia che si assenterà il tempo necessario per cambiarsi la camicia, che “è pro-prio zuppa”.
Anche noi ci assentiamo. Definitivamente.

Apprendiamo con vivo stupore dalla stampa:
che nei prossimi giorni, siccome farà molto caldo, tutti, ma in particolar modo anziani e bambini, dovranno mangiare leggero, bere molta acqua e poco vino, dovranno stare possibilmente in ambienti freschi (suggeriti i supermercati, ignorate le chiese), non sedersi al sole per ore e soprattutto vestirsi leggeri.
Una bella delusione per chi aveva in programma di mettersi un loden pesante e scendere alla trattoria tirolese dietro l’angolo per un piattone di polenta e gulasch e un gagliardo fiasco di Chianti.
Certo, senza i giornali non sapremmo davvero come cavarcela.

Apprendiamo, stavolta con vivo piacere, sempre dalla stampa:
che il Teatro dell’Opera ha chiuso il 2014 con un attivo di quasi 5.000 (cinquemila) Euro ri-spetto a un passivo dell’anno precedente di dodici milioni. Naturalmente la cifra fa ridere, ma sug-gerisce un pensiero: non è vero che certi enti sono sempre pozzi dove sparisce il denaro pubblico. Dipende dai cialtroni a cui sono affidati, che non sanno fare il loro presunto mestiere di amministra-tori.
Insomma, come sosteniamo da sempre, conta l’uomo e non la struttura. Il mago è, diciamolo perché lo merita, il sovrintendente Fuortes, che già aveva fatto veri miracoli al Parco della Musica.

Una Top Ten gastromusicale:
Avere una trattoria con i tavoli all’aperto sotto le finestre di casa è un dubbio piacere ma una indubbia comodità. E in più ci offre la possibilità di compilare, basandoci su una media di almeno tre esecuzioni a pranzo e molte di più la sera, e con formazioni diverse: clarinetto solista, sax, chitarra e canto, trio di fisarmoniche, eccetera, una affidabilissima top ten dei brani di successo presso i po-steggiatori romani.
Ecco la hit parade. 1°: “My way”, bel tema di Paul Anka, che vorremmo aver scritto noi, ma diventatoci odioso per l’indigestione. 2° e 3°: gli inevitabili “Torna a Sorrento” e “O sole mio” (siamo in Italia e i turisti li pretendono). 4°: “Quando quando” (ci scuserà l’amico Tony Renis se ogni volta che lo sentiamo gli mandiamo un accidente). 5°: “Il padrino” (Nino Rota, pace all’anima sua). Sorprendentemente “Arrivederci Roma” sta in coda insieme agli altri.
E non ci si può sbagliare a fare i conti, perché ogni posteggiatore esegue i brani secondo la sua scaletta fissa, con gli errori, sempre gli stessi, ripetuti anche loro con implacabile regolarità e protervia.


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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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Perfidie di Stefano Torossi: Il Ruspante

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
6 luglio 2015

IL RUSPANTE


Vostro Onore, lo confessiamo: al concerto ci siamo andati con in testa i peggiori preconcetti contro questo signore, che sappiamo padrone della voce, ma parlata, non cantata. In più il tipo si presenta un po’ troppo ruspante. Un sapore forte per il nostro inguaribile snobismo. Ecco come è andata.
La lochèscion (ruspante, abbiamo detto, no?) è gradevole: uno dei grandi cortili dell’ex mattatoio, di cui molto abbiamo parlato ultimamente, fresco e circondato da buoni stand di cibo e bevande. L’ora, ancora meglio: fra le nove e mezza e le dieci; si parcheggia con calma. Il programma di “Io vendo le emozioni” annuncia canzoni originali, qualche cover e un ospite: Enrico Ruggeri.
Dunque, per onestà diciamo subito che siamo rimasti stupiti dalla qualità del gruppo musicale, che forse un po’ ci aspettavamo, e dalla invece inaspettata musicalità del protagonista: quadratura impeccabile, padronanza degli attacchi e, naturalmente (è la sua arma professionale) della voce. Per questo capo di imputazione chiediamo lo stralcio.
La quale voce, però, probabilmente gli da troppa sicurezza, e a volte, nel registro basso che forse vorrebbe ricordare un Barry White de noantri, esce piuttosto come un rutto (d’accordo, intonato).
Discutibile è invece la presenza in scena. Forse per scarsa esperienza, timidezza, o magari per una furbesca scelta di rappresentare il personaggio semplice e sprovveduto, si abbandona a eccessi di fisicità, che se lo avesse visto Sinatra (o, senza andare troppo lontano, anche Dorelli…) Beve acqua a garganella, si agita, parla con i tecnici, si toglie e rimette gli occhiali, sfoglia il suo brogliaccio, suda e si asciuga continuamente faccia, collo, nuca, testa con un enorme accappatoio (bianco, quindi visibilissimo).
Forse per far simpatia al pubblico, in coppia con la moglie, che lo chiama Frenk, si butta in una cover casareccia del mitico “Parole parole” (Mina e Alberto Lupo). Seguita da una melensa canzone da papà amoroso dedicata al figlioletto che dovrebbe essere fra il pubblico e che lui saluta alla voce (applausi frenetici dalle mamme presenti). Poi una conversazione bamboleggiante con la chitarra elettrica che gli fa il verso. E per chiudere, un omaggio con imitazione vocale alla buonanima di Manfredi in “Tanto pe’ cantà”.
Per quest’altra imputazione chiediamo un periodo di rieducazione forzata.
Un peccato, Vostro Onore, perché in fondo, per non essere un professionista del ramo, non è neanche male, e i suoi forse sconsiderati, certo audaci tentativi di cantare Jannacci, Gaber o De Gregori meritano, se non proprio il nostro sostegno, almeno l’indulgenza della corte.
Per noi il concerto finisce quando Francesco Pannofino (sì, è proprio lui), dopo aver invitato sul palco Ruggeri, ci annuncia che si assenterà il tempo necessario per cambiarsi la camicia, che “è pro-prio zuppa”.
Anche noi ci assentiamo. Definitivamente.

Apprendiamo con vivo stupore dalla stampa:
che nei prossimi giorni, siccome farà molto caldo, tutti, ma in particolar modo anziani e bambini, dovranno mangiare leggero, bere molta acqua e poco vino, dovranno stare possibilmente in ambienti freschi (suggeriti i supermercati, ignorate le chiese), non sedersi al sole per ore e soprattutto vestirsi leggeri.
Una bella delusione per chi aveva in programma di mettersi un loden pesante e scendere alla trattoria tirolese dietro l’angolo per un piattone di polenta e gulasch e un gagliardo fiasco di Chianti.
Certo, senza i giornali non sapremmo davvero come cavarcela.

Apprendiamo, stavolta con vivo piacere, sempre dalla stampa:
che il Teatro dell’Opera ha chiuso il 2014 con un attivo di quasi 5.000 (cinquemila) Euro ri-spetto a un passivo dell’anno precedente di dodici milioni. Naturalmente la cifra fa ridere, ma sug-gerisce un pensiero: non è vero che certi enti sono sempre pozzi dove sparisce il denaro pubblico. Dipende dai cialtroni a cui sono affidati, che non sanno fare il loro presunto mestiere di amministra-tori.
Insomma, come sosteniamo da sempre, conta l’uomo e non la struttura. Il mago è, diciamolo perché lo merita, il sovrintendente Fuortes, che già aveva fatto veri miracoli al Parco della Musica.

Una Top Ten gastromusicale:
Avere una trattoria con i tavoli all’aperto sotto le finestre di casa è un dubbio piacere ma una indubbia comodità. E in più ci offre la possibilità di compilare, basandoci su una media di almeno tre esecuzioni a pranzo e molte di più la sera, e con formazioni diverse: clarinetto solista, sax, chitarra e canto, trio di fisarmoniche, eccetera, una affidabilissima top ten dei brani di successo presso i po-steggiatori romani.
Ecco la hit parade. 1°: “My way”, bel tema di Paul Anka, che vorremmo aver scritto noi, ma diventatoci odioso per l’indigestione. 2° e 3°: gli inevitabili “Torna a Sorrento” e “O sole mio” (siamo in Italia e i turisti li pretendono). 4°: “Quando quando” (ci scuserà l’amico Tony Renis se ogni volta che lo sentiamo gli mandiamo un accidente). 5°: “Il padrino” (Nino Rota, pace all’anima sua). Sorprendentemente “Arrivederci Roma” sta in coda insieme agli altri.
E non ci si può sbagliare a fare i conti, perché ogni posteggiatore esegue i brani secondo la sua scaletta fissa, con gli errori, sempre gli stessi, ripetuti anche loro con implacabile regolarità e protervia.


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Venghino, signori venghino!

Le Visioni di Paolo 
 Venghino, signori venghino!

Non capita spesso di ospitare manifestazioni importanti come Expo’. In effetti, in città di Expo’ non c’è traccia. Tutto procede uguale e immutabile come sempre. Le uniche differenze sono le chiacchiere. Di Expo’ si parla tanto. Forse, troppo.
E’ assolutamente frustrante sentire i racconti di cosa c’è o di com’è di chi c’è già andato. Così prendo il portafoglio, una riserva di pazienza per le code che dovrò farmi e mi sottopongo a questo ulteriore rito italiano. Perché qui, ci sono cose che vanno fatte, obbligatoriamente! Mi torna in mente il grande Indro Montanelli quando scriveva che gli italiani non sono di destra o di sinistra, ma di entrambe le parti tutti insieme.
La prima cosa che rilevo è che l’esposizione Universale non è a Milano. Si possono fare le più svariate ipotesi su quale municipalità lo ospiti, ma certamente non è nella nostra città. Penso che sia strano … Strano, anche, che siano state fatte delle infrastrutture dedicate (il cui costo rientra nei miliardi di euro …) che, finita la festa, non serviranno più a nessuno. Cambiamo la nostra Costituzione … sarebbe più onesto dire che l’Italia è una Repubblica (democratica, rigorosamente tra parentesi!) basata sul calcestruzzo armato.
Il primo impatto è quello con un mastodontico centro commerciale … A metà tra la Fiera degli O’Bei o’Bei al cubo e Disneyworld, il sito è impressionante per la dimensione. Per un attimo ti senti piccolo e vittima delle procedure messe in atto per garantire la sicurezza … casomai, l’ISIS compri il biglietto e ammazzi qualcuno che la noia non è ancora riuscito a stroncare! Quando riesco ad accedere la voglia di essere lì si è quasi completamente esaurita.
Una volta entrato, capisco che ci sono padiglioni più gettonati di altri. Ad esempio, Cina e Kazakistan ma, anche, quello brasiliano e quello azero vanno per la maggiore. La gente (non moltissima) che “affolla” il sito è soprattutto italiana … come dire che lo stiamo pagando due volte questo evento epocale! Tra gli stranieri vedo quasi esclusivamente asiatici. Provenienti dalla Cina, per la maggior parte. D’altra parte si stanno comprando tutto nel Terzo Mondo e noi siamo in cima alla classifica dei venditori. Poco importa se quasi un secolo di regime, ci abbia consegnato un popolo senza empatia, né coscienza di sé. Un popolo la cui cultura millenaria è stata desertificata dalle utopie del comunismo prima, del capitalismo puro, oggi. Venghino signori, venghino! Basta avere i soldi, noi abbiamo i cartellini con il prezzo.
Ci muoviamo tutti come sbandati tra lunghe code e padiglioni semi deserti, tra gente stremata dal caldo e inciampando sugli entusiasti che camminano naso all’insù. La sensazione è quella di essere dentro ad un supermercatone dell’alimentare. Non c’è traccia dei contenuti. Le iniziativa sul tema “feed the world, energy for life” sono scarse e (oggi, perlomeno) di poco interesse. Troppo pochi gli argomenti per così tanti milioni cubi di cemento.
Il dottor Sala (commissario di Expo’), d’altra parte, aveva recentemente dichiarato che non è come ce lo si aspettava ma che non è un flop. Sarà … ma, a me, sembra che candidamente ammetta proprio un fallimento. Ricordo quando si tuonava orgogliosamente sul fatto che aspettavamo cinquanta milioni di visitatori … Inoltre, in questo opulento parco giochi sono molto poche le cose che possano interessare davvero qualcuno.
Grande rilievo e presenza per i partner di Expo’: multinazionali della finanza e del fast food. Come dire che si può nutrire il mondo, se questo può pagare. Penso all’attività che stati sovrani (tra cui la Cina) e aziende internazionali stanno effettuando nel mondo. L’acquisto della terra (che è l’unica cosa che è davvero “finita”, nel senso che una volta occupata tutta, non ce n’è più) e con questa l’accesso all’acqua. Come previsto, l’imminente esplosione demografica che ci porterà a essere dieci miliardi entro il 2050 renderà insufficienti le risorse del pianeta per tutti. La sopravvivenza sarà garantita solo a chi potrà permetterselo. Il ritorno al latifondo. Una nuova interpretazione per l’allocuzione “diritto alla vita”.
Esco accaldato e stanco. Per vedere tutto o quasi, servirebbe una settimana. Per vedere cosa, poi? Una sagra mondiale? No, grazie. Inoltre, se faccio due conti, la giornata mi è costata quasi cento euro. Ho mangiato un panino, bevuto due bottigliette d’acqua, pagato il salato biglietto d’ingresso e quello salatissimo della metropolitana … con gli stessi soldi avrei potuto permettermi una cena in buon ristorante, seduto comodo e con il conforto dell’aria condizionata!
Torno a casa un po’ deluso. Torno nella mia Milano dove tutto scorre come al solito, incurante dell’importanza dell’evento del secolo.
Mentre striscio verso casa, tormentato da afa, stanchezza e moschini non posso fare a meno di domandarmi: ne valeva la pena? Davvero?


© 2015 Rock Targato Italia
Paolo Pelizza

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"Anna Magnani: un'attrice dai mille volti tra Roma e Hollywood" (Edizioni Le Mani, Recco)

"Anna Magnani: un'attrice dai mille volti tra Roma e Hollywood" (Edizioni Le Mani, Recco)


Il libro si propone di approfondire la figura di Anna Magnani attraverso la ricchezza di fonti
giornalistiche e saggistiche, in particolare sull’esperienza hollywoodiana fra la metà e la fine
degli anni Cinquanta.
Nei sei capitoli di cui è composto il saggio ci si occupa, in particolare, di ricostruire da una prospettiva
storica e artistica la parabola di Anna, dai suoi lontani esordi teatrali sino alla vera e
propria consacrazione, nel secondo dopoguerra, quale simbolo ed espressione del Neorealismo
cinematografico italiano, per arrivare infine – al culmine del successo – all’assegnazione del
premio Oscar con il film La rosa tatuata.
L’autrice si concentra in maniera specifica sugli anni e le pellicole hollywoodiani della Magnani,
per mettere a fuoco le luci e le ombre dell’avventura americana dell’attrice e offrire un’ipotesi
interpretativa in grado di spiegarne, almeno parzialmente, la repentina conclusione.
Viene anche proposta una restituzione della figura attoriale di Anna Magnani attraverso i tre
principali “macro-ruoli” che hanno caratterizzato il suo itinerario artistico, sullo sfondo dell’evolversi
della funzione dell’attore italiano e delle immagini del femminile nel cinema prima
e dopo il secondo conflitto mondiale.
Completano l’opera dettagliate analisi dei film appartenenti al periodo americano e un accurato
apparato biblio-filmografico.

Barbara Rossi è laureata in Storia e Critica del Cinema presso l’Università degli Studi di Torino. Presidente
dell’Associazione di cultura cinematografica e umanistica ‘La Voce della Luna’ di Alessandria,
svolge corsi sul linguaggio e sulla storia del cinema, oltre a laboratori di formazione in Educazione ai
Media presso istituti scolastici, enti pubblici e privati. Si è occupata anche di critica cinematografica e, a
partire dagli studi universitari, del fenomeno divistico e della figura di Anna Magnani.

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ROBERTO BONFANTI - READING “Alice”

Domenica 5 luglio ore 18:00

"Fiume d'arte" - "La casetta del buon vino" - FIRENZE - Piazza Demidoff

Dopo le 14 date che hanno accompagnato in primavera l'uscita del libro, Roberto Bonfanti torna a mettere in scena il reading dedicato al suo "Alice" anche in un evento estivo in un contesto ricco di storia.

Domenica 5 luglio, l'autore lombardo, sarà infatti a Firenze dove, alle 18.00, tornerà a dare vita alle suggestioni del suo ultimo romanzo (pubblicato da Edizioni del Faro) nella splendida cornice di piazza Demidoff, sul palchetto all'aperto de “La casetta del buon vino”, all'interno della rassegna "Fiume d'arte" organizzata da Deliri Progressivi in collaborazione con altre realtà fiorentine.

Si tratterà come sempre di uno spettacolo particolare e suggestivo, lontano dalle classiche presentazione librarie, all'interno del quale i personaggi di "Alice" sembreranno animarsi attraverso le parole dell'autore accompagnate da un affascinante tappeto sonoro. Il tutto sarà introdotto da una brevissima presentazione a cura di Annamaria Pecoraro.

Roberto Bonfanti, dopo una serie di esperienze legate al mondo della musica indipendente, ha esordito come scrittore nell'ottobre del 2007 dando alle stampe la raccolta di racconti “Tutto passa invano” (ed. Uni Service).  Nel maggio 2009 e nell'ottobre 2012 ha pubblicato con Falzea Editore “L'uomo a pedali” e “In fondo ai suoi occhi”, a cui ha fatto seguito, nel novembre 2012, “Suonando pezzi di vetro" (Edizioni del Faro).

Per richiedere copie del libro da recensire o proporre una data per un reading: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Per scaricare la cartella stampa: http://www.divinazionemilano.it/robertobonfanti_alice.zip

Nel web

www.robertobonfanti.com  

www.facebook.com/bonfantiroberto 

 

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RED RING In concerto

6 luglio ore 21.30, Pianello di Ostra

24 luglio ore 22.00, Senigallia  

Rock sotto le stelle con i Red Ring in concerto!

Un mese, quello di luglio, assolutamente da non perdere: tanto divertimento e puro rock per le terre marchigiane. L’instancabile band dei Red Ring si esibirà per due serate live all’interno della kermesse di due importanti eventi.

• Il 6 luglio, alle ore 21,30, i Red Ring saranno ospiti ufficiali della Sagra del Passatello, uno fra gli eventi più importanti di Pianello di Ostra, in provincia di Ancona. Per l’occasione la band si esibirà presso la zona live “Atollo 51”.

• Il 24 luglio, alle ore 22.00, la band dominerà il palco del prestigioso pub “Qubetti di Sabbia”, celebre locale conosciuto soprattutto per il suo splendido panorama sul mare, situato presso il Lungomare D.Alighieri 7, Senigallia.

Durante le due serate i Red Ring presenteranno le suites emotive del loro primo lavoro discografico targato “Knock out”, un EP dalla travolgente anima rock composto da sei tracce. L’uscita del loro album è stata anticipata dal singolo “You break down my soul” ( video https://youtu.be/taAUl-tTEls),  ballad rock dal sound deciso, dal gusto melodico contagioso per l’energia e la freschezza che trasmette. “Knock out” è disponibile in tutti i digital store.

I brani, dai testi interamente in inglese, colpiscono per la loro carica energica e hanno quell’autentica freschezza che sa trascinare lontano. Si parte da mondi più aggressivi dalle sonorità taglienti e decise, ci si incammina nel viaggio accompagnati dalle chitarre e dalla voce accattivante della cantante Elisa Goffi,  fino ad arrivare in un’atmosfera di profonda riflessione.

La band si compone di: Elisa Goffi (voce); Edoardo Sdruccioli (basso e cori); Juri Cucchi (batteria); Davide Landi (chitarra ritmica); Giacomo Lanari (chitarra solista).

Sul web e links:  

https://www.facebook.com/redringband

http://www.youtube.com/redringband

https://twitter.com/redringband

http://instagram.com/redringband#

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Ferrari, Augusto, The Beatles. Un bel terzetto, no?

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
29 giugno 2015

FERRARI CAVALCADE

Per andare a ritirare una raccomandata in giacenza si passa dalle parti del Mausoleo di Augusto. Il 25, giovedì, mentre eravamo diretti appunto alla Posta Centrale, siamo stati colpiti da una visione irreale. Almeno un centinaio di scintillanti, colorate, sgargianti Ferrari erano parcheggiate tutto intorno alla fossa (chiusa da anni da una cancellata, che neanche Guantanamo) ormai fangosa e maleodorante in cui è immerso come un Titanic colpito e affondato, ma ancora coronato di cipressi e oleandri, uno dei più insigni monumenti di Roma, la tomba di Augusto, il suo mausoleo, l’Augusteo insomma.
Non si può fare a meno di notare sbirciando attraverso i ferri della suddetta cancellata la palude da cui emergono i muraglioni romani, piena di canne, potenziale nascondiglio forse di coccodrilli e piranha, certo di ranocchi e libellule. E zanzare. Neanche terzo mondo, qui ci troviamo in un ambiente selvaggio da documentario del National Geographic.
Possedere una Ferrari è senza dubbio un indicatore. Di successo economico, certo; di gusto, non sappiamo. Ma nello stesso tempo, secondo noi, è una gran seccatura: come avere un Van Gogh appeso in salotto, o dei bei vasi etruschi rimediati da qualche ambiguo mercante. C’è da preoccuparsi dei ladri che ti entrano in casa, dei carabinieri che cercano di recuperare i reperti, degli scemi che ti rigano l’auto, o dei maldestri che te la abbozzano in parcheggio. Anche della cacca di un piccione, notoriamente corrosiva. Insomma, una vita d’inferno.
Un’idea ce l’avremmo: ognuna di quelle Ferrari, quasi tutte modelli unici o comunque vintage varrà come minimo trecentomila euro. Sono cento macchine. Totale trenta milioni. Basterebbe un dieci per cento per ripulire, restaurare, rendere decentemente frequentabile il rudere imperiale. Ma chi e come glielo chiede ai proprietari? Non funziona così, vero?
The Beatles, ovvero c’ero anche io all’Adriano.
Il 26 e il 27 alla Discoteca di Stato (che adesso si chiama ICBSA, Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi. Chissà perché burocratizzare cambiando il vecchio nome che andava così bene?) Gianfranco Migliaccio ha organizzato una due giorni nostalgica del “c’ero anche io” ai concerti che i Beatles tennero a Roma. Inevitabilmente una riunione di reduci: basta un veloce calcolo. Dal ’75 sono cinquant’anni; chi c’era ne aveva più o meno venti, quindi in platea (e anche sul palco) eravamo tutti almeno settantenni, spesso ultra.
Un paio di cover band opportunamente abbigliate e imparruccate hanno suonato come tutte le cover band che si rispettino: impeccabilmente e senza permettersi sghiribizzi. Bene, ma sempre cover, e in più, se lo strumentale è inappuntabile, non lo è altrettanto la pronuncia dei testi. Ma, in mancanza dell’originale…
C’è stata la sfilata dei testimoni: belle ragazze del Piper, poi in carriera artistica, come Mita Medici, giornalisti che con vari incarichi avevano seguito la faccenda e l’hanno raccontata a immagine e somiglianza del loro carattere.
Fabrizio Zampa sdrammatizzando con gustosi aneddoti; Claudio Scarpa in bilico tra il fan e lo storico musicale; Adriano Mazzoletti, miniera di infinite informazioni, e capace di ricordare giorno, ora e luogo di tutto quello che racconta; Dario Salvatori con il piglio sicuro del conduttore di professione, ma anche con l’autoironia che gli sprizza da tutti i pori (e anche dai capi di abbigliamen-to).
Ci teniamo per ultimo Gianni Bisiach, il quale dopo essere stato tutto il tempo ad aspettare, sornione come un gatto in agguato, appena arrivato il suo momento è scattato.
Chi non lo ha mai ascoltato non può rendersi conto dell’implacabile macinare dei suoi racconti. Comincia da vent’anni prima, divaga su ogni nome, parentela, collegamento; divaga sulle divaga-zioni, salta da un argomento all’altro, ma ritrova sempre il filo. E non lo molla.
Dopo alcuni minuti di micidiale logorrea di questo inarrestabile novantenne abbiamo notato la appena accennata insofferenza del conduttore e degli altri ospiti trasformarsi man mano in una specie di allarmata preoccupazione. E poi arrivati alla mezz’ora diventare vera e propria disperazione, finché la battuta di un coraggioso: “Gianni, ti stacchiamo la batteria!” ha bloccato l’incontinente.
Danilo Rea al piano ha commentato nel suo modo elegante, giocando con i temi dei Beatles, alcuni quasi invisibili filmati muti e in bianco e nero dei concerti. Più che immagini, ectoplasmi.
Era ora di pranzo quando siamo usciti nel sole e nel benedetto vuoto dei sabati romani d’estate. Tutti al mare, e noi in città, finalmente soli!

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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Ferrari, Augusto, The Beatles. Un bel terzetto, no?

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
29 giugno 2015

FERRARI CAVALCADE

Per andare a ritirare una raccomandata in giacenza si passa dalle parti del Mausoleo di Augusto. Il 25, giovedì, mentre eravamo diretti appunto alla Posta Centrale, siamo stati colpiti da una visione irreale. Almeno un centinaio di scintillanti, colorate, sgargianti Ferrari erano parcheggiate tutto intorno alla fossa (chiusa da anni da una cancellata, che neanche Guantanamo) ormai fangosa e maleodorante in cui è immerso come un Titanic colpito e affondato, ma ancora coronato di cipressi e oleandri, uno dei più insigni monumenti di Roma, la tomba di Augusto, il suo mausoleo, l’Augusteo insomma.
Non si può fare a meno di notare sbirciando attraverso i ferri della suddetta cancellata la palude da cui emergono i muraglioni romani, piena di canne, potenziale nascondiglio forse di coccodrilli e piranha, certo di ranocchi e libellule. E zanzare. Neanche terzo mondo, qui ci troviamo in un ambiente selvaggio da documentario del National Geographic.
Possedere una Ferrari è senza dubbio un indicatore. Di successo economico, certo; di gusto, non sappiamo. Ma nello stesso tempo, secondo noi, è una gran seccatura: come avere un Van Gogh appeso in salotto, o dei bei vasi etruschi rimediati da qualche ambiguo mercante. C’è da preoccuparsi dei ladri che ti entrano in casa, dei carabinieri che cercano di recuperare i reperti, degli scemi che ti rigano l’auto, o dei maldestri che te la abbozzano in parcheggio. Anche della cacca di un piccione, notoriamente corrosiva. Insomma, una vita d’inferno.
Un’idea ce l’avremmo: ognuna di quelle Ferrari, quasi tutte modelli unici o comunque vintage varrà come minimo trecentomila euro. Sono cento macchine. Totale trenta milioni. Basterebbe un dieci per cento per ripulire, restaurare, rendere decentemente frequentabile il rudere imperiale. Ma chi e come glielo chiede ai proprietari? Non funziona così, vero?
The Beatles, ovvero c’ero anche io all’Adriano.
Il 26 e il 27 alla Discoteca di Stato (che adesso si chiama ICBSA, Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi. Chissà perché burocratizzare cambiando il vecchio nome che andava così bene?) Gianfranco Migliaccio ha organizzato una due giorni nostalgica del “c’ero anche io” ai concerti che i Beatles tennero a Roma. Inevitabilmente una riunione di reduci: basta un veloce calcolo. Dal ’75 sono cinquant’anni; chi c’era ne aveva più o meno venti, quindi in platea (e anche sul palco) eravamo tutti almeno settantenni, spesso ultra.
Un paio di cover band opportunamente abbigliate e imparruccate hanno suonato come tutte le cover band che si rispettino: impeccabilmente e senza permettersi sghiribizzi. Bene, ma sempre cover, e in più, se lo strumentale è inappuntabile, non lo è altrettanto la pronuncia dei testi. Ma, in mancanza dell’originale…
C’è stata la sfilata dei testimoni: belle ragazze del Piper, poi in carriera artistica, come Mita Medici, giornalisti che con vari incarichi avevano seguito la faccenda e l’hanno raccontata a immagine e somiglianza del loro carattere.
Fabrizio Zampa sdrammatizzando con gustosi aneddoti; Claudio Scarpa in bilico tra il fan e lo storico musicale; Adriano Mazzoletti, miniera di infinite informazioni, e capace di ricordare giorno, ora e luogo di tutto quello che racconta; Dario Salvatori con il piglio sicuro del conduttore di professione, ma anche con l’autoironia che gli sprizza da tutti i pori (e anche dai capi di abbigliamen-to).
Ci teniamo per ultimo Gianni Bisiach, il quale dopo essere stato tutto il tempo ad aspettare, sornione come un gatto in agguato, appena arrivato il suo momento è scattato.
Chi non lo ha mai ascoltato non può rendersi conto dell’implacabile macinare dei suoi racconti. Comincia da vent’anni prima, divaga su ogni nome, parentela, collegamento; divaga sulle divaga-zioni, salta da un argomento all’altro, ma ritrova sempre il filo. E non lo molla.
Dopo alcuni minuti di micidiale logorrea di questo inarrestabile novantenne abbiamo notato la appena accennata insofferenza del conduttore e degli altri ospiti trasformarsi man mano in una specie di allarmata preoccupazione. E poi arrivati alla mezz’ora diventare vera e propria disperazione, finché la battuta di un coraggioso: “Gianni, ti stacchiamo la batteria!” ha bloccato l’incontinente.
Danilo Rea al piano ha commentato nel suo modo elegante, giocando con i temi dei Beatles, alcuni quasi invisibili filmati muti e in bianco e nero dei concerti. Più che immagini, ectoplasmi.
Era ora di pranzo quando siamo usciti nel sole e nel benedetto vuoto dei sabati romani d’estate. Tutti al mare, e noi in città, finalmente soli!

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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