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Lezioni di Volo

Lezioni di volo.

E’ il 3 ottobre scorso. La radiosveglia suona … sono le 07.40 di mattina. Uno speaker annuncia che lo sciopero del trasporto pubblico previsto per il venerdì successivo è confermato. Tutta la mia simpatia per la working class e i loro diritti si dissolve. Per un attimo. Mi precipita addosso il disagio che questo provocherà a me e a tutti i milanesi. Poi, mi pento … Mi ricordo che so essere meglio di così.

Il senso di colpa poi, si abbatte violentemente su di me quando, lo stesso annunciatore, comunica che il giorno precedente si è spento Tom Petty, stroncato da un infarto prematuramente. Mi deprimo ulteriormente, quando mi rendo conto che, in questi anni, non l’ho citato spesso …nonostante, credo di aver ascoltato il primo album Tom Petty and The Heartbreakers milioni di volte e di aver ascoltato il primo singolo di successo  Breakdown talmente tante volte da aver consumato molte puntine. Abbastanza, comunque, per trasformare l’acquisto di queste come la prima voce di costo del bilancio familiare.

Tom Petty è ed è stato un Numero Uno. Poco conosciuto in Europa per due ragioni, secondo me.

Credo che, nella seconda metà degli anni Settanta, l’affollamento di “roba buona” nel Regno Unito e nel resto dell’Europa continentale era assoluto. Provate a pensare: The Who, Led Zeppelin, David Bowie, Neu!, Kratwerk, Genesis, Yes, King Crimson, Emerson Lake and Palmer, Rolling Stones e tutti gli altri.

L’altra ragione, non meno importante, è che (io che  ho amato alla follia Damn The Torpedoes!) un LP super-popular non ce l’ha avuto … gli sono mancati album come … così per dire e senza fare paragoni, The River o Born To Run capaci di catturare un pubblico molto vasto e di gusti eterogenei (nella storia degli ultimi decenni, gli europei sono stati questo tipo di pubblico).

Negli Stati Uniti è stato un artista importante, seminale direi. Il suo rock molto contaminato da blues e folk ha un sound alternativo che a volte scala le classifiche e a volte no ma ha sempre elementi di grande interesse, quando non innovativi. A volte, sono i temi che lo penalizzano. Basti ricordare l’album The Last DJ. Il tema era una forte critica all’industria discografica (oramai alla fine dei giorni, siamo nel 2002 … tutti intrappolati nella “rete”) e che viene puntualmente massacrato.

Ricordiamo le sue molte importanti collaborazioni: Bob Dylan, Dave Stewart e George Harrison su tutte.

Potrei andare avanti con un bel “coccodrillone” per altre due pagine. Per fortuna, io non sono un giornalista;  sono solo un appassionato amante della materia. Voglio solo significare che, dall’inizio dell’anno passato, abbiamo perso i più grandi musicisti che il Novecento ci aveva fatto ereditare. Oramai, con cadenza bimestrale assistiamo a morti a volte premature, a volte inspiegabili, a volte attese o annunciate dall’età o dalle condizioni di salute. Qualcuno può dire che è il normale ciclo della vita. Ha ragione. Tuttavia alcune morti, come quella di Tom Petty, sono molto più che colonne di cronaca più o meno lunghe.

Per me, Tom Petty è stato un compagno di viaggio non la soundtrack dell’autoradio. Lui, così come molti altri.

Per questo, dalle 07.45 del 2 ottobre mi si accende in testa Learning to fly e così comincio a scrivere questo pezzo, sapendo che non sarà né quello più ispirato, né il migliore e, forse, nemmeno il più letto. Fino a stamattina (15/10/2017 N.d.A), non sono nemmeno convinto che riuscirò a finirlo. Ho già completato la trilogia di Generazioni di cui ho pubblicato già la prima parte … mando la seconda, penso.

Altri sensi di colpa.

Prendo tempo.

Finalmente, intuisco che il brano che suona dentro la mia testa, non lo sta facendo a caso. Tom (e gli altri) ci hanno dato lezioni di volo.

E’ attraverso la loro musica che è cominciato e abbiamo continuato il nostro viaggio di scoperta.

Grazie Tom per averci insegnato a provare a volare.

La cosa più difficile, adesso, è tornare giù.

N.d.A.: la seconda parte di Generazioni uscirà la prossima settimana. In coda, come promesso, vi renderemo conto della pieces teatrale A Night in Kingshasa di Federico Buffa e Maria Elisabetta Marelli che abbiamo visto e, ci scuserete se, per ora, non vogliamo anticipare nulla.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia.

 

 

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Grazie a tutti per aver partecipato

Grazie a tutti i partecipanti che hanno contribuito alla buona riuscita delle finali della 29/a edizione di Rock Targato Italia!

Un ringraziamento particolare alle band: Falsi Moralisti, La Via, Pietranuda, Collectin'Sparks, Overflowing e Moyo, protagoniste dell'evento, giunte a Milano da ogni parte d'Italia per far conoscere la propria musica. Continuate a coltivare la vostra passione per la musica!

#sympathyforrocktargatoitalia

 

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PREMIO UN LIBRO AL CINEMA - X EDIZIONE Conservatorio L. Campiani di Mantova - 18/21 ottobre 2017

IL PREMIO FESTEGGIA DIECI ANNI
Un importante traguardo per l’evento che premia la migliore trasposizione cinematografica di un’opera letteraria. Nato ad Ostiglia nel 2008, per il decimo anniversario l’evento approda a Mantova, città per eccellenza della letteratura e presenta anche quest'anno tre importanti produzioni cinematografiche del 2016, ispirate a testi letterali, in gara per l’ambito primo premio. 

IL PROGRAMMA 

I film saranno proiettati mercoledì 18, giovedì 19 e venerdì 20 ottobre presso l'Auditorium del Conservatorio L. Campiani di Mantova ad ingresso libero per il pubblico. Sabato 21 si terrà la Cerimonia di Premiazione alla presenza di importanti ospiti, registi, scrittori e attori dei tre binomi in gara.  

GLI OSPITI

Sabato verrà svelata la classifica finale. Saranno con noi Cristina Comencini, Barbara Ronchi, Giuseppe Piccioni e Marta Bertini, un'occasione speciale per conoscere da vicino le peculiarità del mondo del cinema e della letteratura. Consegneranno i premi Walter Veltroni e Maria Sole Tognazzi, in giuria con Veronica Pivetti in questa nuova edizione del Premio Un libro al cinema. 

LA SCENA scritto da Cristina Comencini

QUALCOSA DI NUOVO diretto da Cristina Comencini

MERCOLEDì 18 OTTOBRE - ORE 21

Lucia e Maria si conoscono da sempre. Due amiche che più diverse non si può. Lucia ha chiuso col genere maschile, Maria invece non riesce proprio a farne a meno. Una sera nel suo letto capita (finalmente!) l'Uomo perfetto. Bello, sensibile, appassionato, maturo. Il mattino però porta con sé incredibili sorprese e tra equivoci, grandi bugie e piccoli abbandoni, Lucia e Maria si prenderanno una bella vacanza da se stesse. 
Con Paola Cortellesi, Micaela Ramazzotti,

Eduardo Valdarnini, Eleonora Danco.
93’, Italia, 2016 - 01 Distribution

COLOR BETULLA GIOVANE scritto da Marta Bertini

QUESTI GIORNI diretto da Giuseppe Piccioni

GIOVEDì 19 OTTOBRE - ORE 21

Una città di provincia. Tra le vecchie mura, nelle scorribande notturne sul lungomare, nell'incanto di un temporaneo sconfinamento nella natura, si consumano i riti quotidiani e le aspettative di quattro ragazze la cui amicizia non nasce da passioni travolgenti, interessi comuni o grandi ideali. Ad unirle non sono le affinità ma le abitudini, gli entusiasmi occasionali, i contrasti inoffensivi, i sentimenti coltivati in segreto.
Con Margherita Buy, Maria Roveran, Marta Gastini,
Caterina Le Caselle, Laura Adriani.
120’, Italia, 2016 - 01 Distribution

FAI BEI SOGNI scritto da Massimo Gramellini

FAI BEI SOGNI diretto da Marco Bellocchio

VENERDì 20 OTTOBRE - ORE 21

Massimo, un bambino di nove anni, perde la madre in circostanze misteriose, rifiutandosi di accettare tale brutale scomparsa. Nel 1990 Massimo è divenuto un giornalista realizzato ma il suo passato continua a perseguitarlo. Così, quando deve vendere l'appartamento dei genitori, le ferite della sua infanzia si trasformano in ossessione. Tratto dal bestseller da un milione e mezzo di copie di Massimo Gramellini.
Con Barbara Ronchi, Bérénice Bejo, Fabrizio Gifuni,
Guido Caprino, Linda Messerklinger, Nicolò Cabras.
134’, Italia, 2016 - BIM Distribuzione

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SEBASTIAO SALGADO: KUWAIT, UN DESERTO IN FIAMME

Venerdì 20 Ottobre 2017 alle ore 11,30 ci sarà un incontro pubblico con Sebastiao Salgado, in occasione dell'inaugurazione della mostra. Quest'ultima sarà aperta dalle ore 17 di venerdì 20 Ottobre fino a domenica 28 Gennaio 2018, in via Meravigli, 5. L'ingresso è libero fino esaurimento posti. Non è prevista la prenotazione.

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WoT - Waste of Time presenta: “Gianni – Io Abbraccio” un fumetto di Don Alemanno Sabato 14 ottobre alle ore 17.00 WoT - Waste of Time (Via Adige, 7 Milano)

Immancabile appuntamento sabato 14 ottobre alle ore 17.00, per tutti gli appassionati di fumetti: Don Alemanno, autore dissacrante, satirico, comico, demenziale, nonché geniale, presenterà il suo nuovo “Gianni – Io Abbraccio” alla fumetteria WoT (Waste of Time) in via Adige, 7 (MI).

Il progetto trae ispirazione dal personaggio di Gianni (Morandi), comparso anche in altri lavori di Don Alemanno, come Jenus, in cui svolgeva il ruolo di personaggio secondario. Ora finalmente ci verrà svelato il suo passato, dove una battaglia epica lo ha atteso…

“In una terra lontana lontana, chiamata Palmo di Mano, Gianni Morandi è un principe valoroso.

Il suo regno è minacciato dai terribili “Flamers”, maledettissimi e subdoli troll della rete, esseri alieni tanto fastidiosi quanto pericolosi il cui unico scopo è rovinare le vite altrui con offese e prese in giro.

Con le loro campagne d’odio, stanno reclutando sempre più adepti… Chi li fermerà?

Deciso a difendere il regno da queste creature, il principe dovrà affrontare un percorso di crescita interiore che lo aiuterà a superare la sua paura di essere criticato.”

Don Alemanno è dotato di un particolarissimo storytelling. Senza paura di censura o altro, con il suo Jenus, da poco concluso con il numero 15, si è imposto come uno dei migliori fumetti umoristici del Belpaese, sia per qualità che per vendite. Senza dimenticare tutte le altre sue opere come: Apocalypse Rome, Exodus, le divertentissime “Pillole di Jenus“, la sua versione “BabyJenus” e il recentissimo “NaziVegan Heidi“ (andato esaurito in tutte le fiere).

Don Alemanno durante l’evento sarà disponibile per firmare le copie del suo nuovissimo “Gianni – Io Abbraccio” e si potranno trovare anche tutte le precedenti opere del Don, da Jenus a Nazivegan Heidi.

- Ingresso libero

Info: www.wasteoftime.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - tel. 0249756000

Evento facebook: https://www.facebook.com/events/1423777661083176
PressKit: www.wasteoftime.it/press/DonAlemanno-Gianni-WoT.zip

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Intervista a Luca Gemma per Rock Targato Italia

In occasione dell’uscita del suo nuovo album “La felicità di tutti, il cantautore Luca Gemma si racconta per Rock Targato Italia.

D: Puoi parlarmi del tuo nuovo album?

R: Il nuovo album si chiama “La felicità di tutti”, è uscito pochi giorni fa (il 29 settembre). È uscito anche in vinile, cosa che avevo abbandonato con il primo disco pubblicato con i Rossomaltese nel 1993, da allora sempre e solo CD e adesso c’è stato questo. Viene venduto in formato vinile con dentro il CD, non esiste in commercio il CD da solo. “La felicità di tutti” arriva a due anni di distanza dal mio album precedente che era diverso dagli altri poiché è stato il mio primo scritto in inglese perché volevo andare a suonare all’estero. Un po’ ero stanco di scrivere in italiano, non mi veniva più tanto semplice e insieme al produttore Paolo Iafelice abbiamo deciso di farlo in inglese.

D: Quali sono le differenze tra cantare in inglese e in italiano? Con l’inglese c’è una maggiore difficoltà?

R: Un po’ sì. Considera che io ascolto per il 90% musica in inglese perché le cose prodotte in Inghilterra sono spesso belle e interessanti, le cose prodotte in Italia sono una piccola fetta. Mi piace la canzone d’autore italiana ci mancherebbe, ma ho nell’orecchio sempre questo idioma e quindi anche quando scrivo, dal momento che mi dedico prima alla musica e poi al testo, le prime parole che nascono per creare la linea melodica sono o in finto inglese o proprio in inglese quindi il lavoro viene fatto sul suono delle parole ed è anche una lingua che ha determinate difficoltà metriche. Due anni fa mi ero un po’ stufato, quindi abbiamo fatto questo disco in inglese, siamo andati a suonare in Francia e in Australia, quest’esperienza ha fatto tornare in me la voglia di esprimermi attraverso la nostra lingua e subito dopo ho ripreso abbastanza automaticamente senza forzarmi a scrivere in italiano e sono venute fuori queste canzoni.

D: Preferisci suonare all’estero o in Italia?

R: Se avessi un’assiduità potrei rispondere più facilmente. Io sono gran parte del tempo in Italia. Suono parecchio in Francia, dal 2013, e si sta aprendo sempre di più. Mi piacerebbe suonare in più posti perché l’Italia è un po’ piccola.

D: Lì ci sono anche ambienti musicali diversi. Sono migliori?

R: Un pochino si, però certi paesi li conosco solo perché me li raccontano. Conosco dei club solo perché ho amici, non ho suonato recentemente in Germania o in Svezia per poterti dire come sono. Posso dirti che ho la sensazione che in Francia vi sia un’attitudine del pubblico che in Italia si è in parte un po’ persa, la stessa cosa in Australia dove, per quanto sia un posto assurdo e lontanissimo, c’è una grossa attenzione verso l musica.

D: Il tuo nuovo CD è in vinile ma anche in streaming. Cosa pensi del ritorno del vinile in Italia? E quanto pensi siano importanti le piattaforme online rispetto al CD?

R: Forse, di tutti quelli che abbiamo nominato, il CD è il formato in cui la musica si sente meglio. Il vinile ha un sapore particolare, ha bisogno di determinate compressioni e non si sente tutto quello che hai suonato, anche se ha un sapore retrò. Lo streaming lasciamolo perdere perché viene tutto compresso e l’ascolto di Spotify, secondo me è demenziale dal punto di vista dell’importante lavoro svolto da tecnici, fonici e musicisti. Pertanto posso dirti che CD di per sé ha l’ascolto più ricco in assoluto però in questo momento non lo vuole più nessuno.

D: Quindi è necessario anche l’uso delle piattaforme?

R: Assolutamente. Direi che molte persone lo ascoltano solo sulle piattaforme senza comprare né l’uno né l’altro, né l’LP perché il piatto ce l’hanno ancora in pochi, è solo per collezionisti.

D: Quindi pensi che il vinile sia solo per collezionisti?

R: Si, diciamo che ultimamente questa nicchia è tornata ad essere una quota piuttosto interessante e si sono aperte proprio le sale di produzione del vinile. Ha una sua fettina di mercato.

D: Come è nata la tua passione per la musica?

R: È nata con i cantautori italiani e con Elvis Presley a fine anni ’70. Io avevo 10 anni quando nel ’77 era appena morto Elvis e nella mia classe, allora abitavo in Germania, tutte le ragazze, le mie compagne di classe, che erano poco più grandi di me, erano pazze di lui e quindi io credo di essermi avvicinato a questa cosa per interessare a loro e ho comprato due LP che erano due raccolte di lui appena defunto. Poi mi ricordo che uscì “Burattino senza fili” di Bennato e, tornando in Italia per le feste di Natale, comprai questo album con i miei soldi e da lì cominciai. Un anno prima ero stato obbligato a fare lezione di chitarra dai miei genitori ma non mi interessava molto, mi piaceva più giocare a pallone, invece questi dischi, soprattutto “Burattino senza fili” mi hanno portato a cominciare a scrivere canzoni brutte perché avevo 12 anni e ho cominciato con la prima chitarra e mi ricordo che erano terribili però ho avuto subito la voglia di scrivere canzoni.

D: Pensi che questi artisti ti abbiamo influenzato?

R: Si, assolutamente.

D: Tu pensi che sia più importante la piena conoscenza tecnica di uno strumento musicale o la performance dal vivo?

R: In realtà, è un mix. Ti risponderei la seconda perché io non sono un musicista tecnico, nel senso che a parte quelle prime lezioni, ho studiato da autodidatta, ad esclusione del canto che a più riprese ho studiato con una cantante lirica prima e poi con una vocal coach, cosa che mi è servita anche per la performance dal vivo, per mantenere la voce, per utilizzarla e per non rovinarla. Sul resto, non mi sono mai appassionato alla tecnica musicale, infatti non faccio il turnista però un minimo… Poi ognuno ha il suo equilibrio. La storia della musica è piena di performance grandiose fatte da persone che non sapevano suonare bene i propri strumenti, come i Clash che sono stati una band gigantesca dal vivo ed erano quattro zampone presi al loro strumento quindi non è quello, ci sono tanti esempi. Nel rock credo che sia proprio una combinazione, un po’ devi saper suonare e un po’ ci vuole la cazzimma.

D: Cosa provi quando sali sul palco?

R: Io provo un misto di timidezza, nonostante sia passato tanto tempo, di adrenalina, narcisismo e compiacimento. Mi piace molto ma c’è sempre quella sensazione nell’attesa, un po’ di farfalle allo stomaco perché è una cosa che mi piace fare, bisogna essere concentrato per fare una performance dal vivo, non è come fare una passeggiata.

D: Ritornando al tuo CD, cosa vuoi esprimere con le tue canzoni?

R: Partendo dal titolo, che è lo stesso della title track del pezzo che apre il disco, non è un concept ma c’è un filo conduttore, cioè questo mio desiderio, un po’ ingenuo, un po’ un’utopia, che parte dalla costatazione dalla realtà, in cui non c’è la felicità per tutti e forse è proprio un’utopia, però vedo invece molta cattiveria ed egoismo nei rapporti interpersonali, nei massimi sistemi, nelle regole del mondo e dei paesi. C’è questa voglia che la felicità, che poi sia anche momentanea dato che non può essere una condizione eterna di benessere, si espanda e raggiunga più persone perché avere dentro di sé l’idea che sia importante solo la propria e che tutto il resto possa andarsi a farsi fottere non ha nessun senso quindi è questo il filo conduttore. Il mio desiderio è che le cose siano migliori.

D: Dal punto di vista musicale, con quale stile ti definiresti?

R: Io sono sicuramente un cantautore perché scrivo musica e parole, sia perché come la maggior parte dei cantautori, cerco di avere un mio stile, non sono vocalmente il cantante che spettina il pubblico, cosa che è una caratteristica più spesso di chi ha tecnica vocale, quindi mi accompagno con chitarra o pianoforte, scrivo le canzoni e mischio la canzone d’autore, che per me è quella degli anni ’70, con la musica black, che a me piace molto, come quella di James Brown, insieme ai Beatles, gli Stones, la musica folk americana e qualcosa di tropicale. Su questo disco, per esempio, c’è un pezzo di Caetano Veloso che ho arrangiato in italiano. Queste sono le mie influenze.

D: Tu scrivi per te ma anche per altri personaggi nel mondo della musica ma anche in quello della televisione, pensi che ci siano delle differenze fra questi due mondi?

R: Si. Scrivere per altri cantanti è più vicino a quando scrivo per me con un certo grado di immedesimazione comunque. Quando scrivo, quando mi viene commissionata una canzone, so per chi la sto scrivendo e quindi cerco entrare proprio in quel mondo che non è per forza il mio. Se invece la scrivo senza conoscere chi la canterà, mentre scrivo capisco se sarà una cosa adatta a me come Luca Gemma cantante oppure no e anche lì comincio ad immaginare chi potrebbe cantarla. Molto spesso, per esempio, sono state cantanti donne quindi cerco di avere un approccio diverso. Per quanto riguarda le cose fatte per la tv e per il cinema, quella è musica funzionale che metti al servizio di un altro mezzo di comunicazione che in quel momento è più importante e la musica diventa di servizio e ti mette dei paletti.

D: Tu preferisci scrivere per te o per altri?

R: La cosa che mi piace fare di più è fare i dischi miei e suonarli dal vivo però man mano che passa il tempo mi piace anche scrivere per altri, siamo quasi lì.

D: Cosa pensi della scena indipendente italiana?

R: Io ascolto anche tante cose nuove, anche  di artisti più giovani di me che hanno 25-30 anni anche se preferisco la musica dei miei coetanei, come il disco di Niccolò Fabi , che apprezzo di più rispetto a quello di Motta e di Calcutta. Credo sia sfumata questa distinzione che c’era negli anni ’90 quando ho iniziato io con i Rossomaltese dove i due mondi, major e indipendente, erano molto separati, anche dal punto di vista produttivo. Ora mi sembra tutto più sfumato per cui non sto più a badare all’etichetta, sia che sia major o indipendente o dal punto di vista giornalistico. Sento, invece, se una cosa mi arriva con la dovuta forza e verità. Siccome ne ho ascoltata tanta di musica, seleziono in base a quello che mi arriva, deve essere una cosa vera e autentica quella che sento sennò non me ne frega niente.

D: Puoi dirmi qualche nome nella scena contemporanea che apprezzi particolarmente?

R: Come ti dicevo, il disco di Motta, prodotta da Riccardo Sinigallia, mi è piaciuto molto e ce l’ho in macchina e gira in continuazione, ma anche parecchi brani del disco di Calcutta e anche il singolo, quindi questi nuovi cantautori romani e dei dintorni mi piacciono. Ci sono sicuramente altri che adesso non mi vengono in mente.

D: Pensi che per i nuovi musicisti sia facile inserirsi nel mondo della musica rispetto al passato?

R: Secondo me, da un certo punto di vista, con i nuovi mezzi digitali, è certamente più facile. Prima dovevi fare i dischi in studio, per affittare uno studio dovevi andarci sapendo i pezzi a menadito e costava tantissimo. Adesso i dischi li puoi fare in casa con un computer e poco più e quindi non c’è il problema dei costi e puoi anche affacciarti alla distribuzione grazie ai social. L’altra faccia della medaglia è che in questo modo le produzioni sono aumentate tantissimo. Quelli che una volta erano forse dei demo che potevano diventare dischi, adesso automaticamente sono dischi, tutti fanno dischi, ed è difficile in questo mare magnum riuscire a distinguersi quindi quando riesci a distinguerti vuol dire che devi essere bravo secondo me.

D: Quindi per distinguersi bisogna basarsi sulla bravura o anche su altro?

R: Sull’avere qualcosa da dire. In quel senso la bravura esiste perché la musica leggera, pop, rock…Non sei un concertista di musica sinfonica che devi essere tecnicamente meglio degli altri. In questo genere di musica, invece, la bravura è individuare bene il modo in cui vuoi dire le cose e avere qualche cosa da dire, quello è sostanziale.

D: In occasioni delle finali di Rock Targato Italia che si sono tenute in questi giorni, che consiglio daresti agli artisti emergenti? Come possono nuovi artisti che hanno qualcosa da dire arrivare al pubblico?

R: Il mio consiglio è cercare di capire, anche ragionandoci sopra e parlando con qualcuno, con altri musicisti, che cosa veramente vuoi dalla musica e cosa vuoi dare alla musica, se lo vuoi fare di lavoro non deve essere un passatempo. La musica è bellissima anche come passatempo ma sono due cose diverse, se vuoi che sia il tuo lavoro, cosa che molto difficilmente è remunerativo, devi darci dentro parecchio, devi individuare che cosa vuoi essere e cosa vuoi comunicare e farlo al meglio, trovare uno stile personale, è l’unica cosa che conta.

D: L’intervista è finita, ti ringrazio.

FRANCESCA ROMANO

E ora un breve saluto di Luca a coloro che leggeranno questo articolo.

 

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