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Articoli filtrati per data: Dicembre 2015

LA FINE DEL NOVECENTO.

LA FINE DEL NOVECENTO.

Tra la fine del mese scorso e l’inizio di questo, siamo stati troppo impegnati a guardare reality show popolari e ci siamo troppo appassionati al dibattito sulla manovra finanziaria dividendoci tra chi sostiene che ci salverà e chi, invece, ha preventivamente profetizzato la fine di ogni cosa.

In realtà, anche il vostro servizievole Visionario si è distratto, rapito come un bambino da quello che ha visto e ascoltato durante Rock Targato Italia. Purtroppo, ora, la ricreazione è finita e siamo obbligati a tornare alla vita quotidiana.

Il primo obbligo che sento è quello di celebrare la parabola di vita e opere di due grandi della musica: Marty Balin e Charles Aznavour. Il primo scomparso il 27 settembre scorso, il secondo il 1 ottobre.

Marty Balin nasce a Cincinnati in Ohio nel 1942 e nel 1965 è fondatore dei  Jefferson Airplane, poi dei Jefferson Starship concludendo, infine, la carriera da solita.

I Jefferson Airplane nasceranno  a San Francisco e saranno un gruppo seminale della scena psichedelica statunitense. Saranno un gruppo di grande successo, probabilmente, quello più importante di quel movimento che culminò nella Summer of Love del ‘67 che nella Baia portò il movimento a partecipate manifestazioni di contro-cultura per via della dissoluzione del sogno americano e della consapevolezza di aver perduta l’innocenza, dopo il Vietnam .  Hippy e bohemian si concentreranno a Haight-Ashbury per ascoltare musica, usare stupefacenti (è il periodo di maggior splendore dell’LSD) e fantasticare di  nuovi ideali di amore e spiritualità.

La musica psichedelica diventa la colonna sonora del movimento hippy. Insieme agli Airplane ci sono altre band di successo e pregio come Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service. E’, però, la band di Balin ad avere la maggiore visibilità. Il grande successo porterà i Jefferson Airplane in tour sulla East Coast e in Europa dove ispireranno altri artisti e altre band.

Surrealistic Pillow, il secondo album del gruppo è certamente uno dei  più importanti “documenti” fondanti del movimento psichedelico. La musica di Balin e soci condizionerà gruppi come The Who, Led Zeppelin, etc.

Per Charles Aznavour, il discorso è diverso. Nato nel 1924 da esuli armeni, è per sua stessa ammissione un uomo da palcoscenico. Partecipa a una cinquantina o più di pellicole cinematografiche, canta in sette lingue e ha collaborazioni illustrissime … non si priva nemmeno di una carriera da diplomatico. Grazie alla doppia cittadinanza (francese e armena) sarà insignito sia della Legion d’Onore che del titolo di Eroe del Popolo Armeno.

Aznavour è un istrione (come dal brano omonimo di Giorgio Calabrese di cui lui è co-autore ed interprete) che si concede di lavorare con Edith Piaf che sarà l’artista che lo scoprirà ma, anche, con Liza Minnelli, Compay Segundo, Celine Dion e molti altri. Alcuni suoi brani sono stati reinterpretati da musicisti e compositori del calibro di Elton John, Bob Dylan, Placido Domingo e Sting.

In Italia, per vicinanza geografica e culturale, collaborerà con (praticamente) tutti per oltre quattro decadi da Mia Martini a Laura Pausini, passando attraverso Gino Paoli e Domenico Modugno.

Charles sarà ambasciatore armeno in Svizzera e gli sarà dedicato un personaggio nella saga a cartoni animati: Mobile Suite Gundam. Come attore ha lavorato con registi come  Truffaut, Petri, Lelouch  e Chabrol.

Per quanto lontano dai mondi musicali che frequento, la pienezza della lunga vita di Aznavour mi ha sempre affascinato. Anzi, quella delle “vite” che ha vissuto sempre a calcare il palcoscenico … quello dei teatri, quello del cinema o quello della diplomazia internazionale.

La sua origine, figlio di esuli armeni, figlio di un popolo che è stato così crudelmente colpito e che, tuttora, deve subire l’onta di non vedersi riconosciute le scuse e il ristabilimento della verità storica di un genocidio tanto abominevole quanto negato, mi ha appassionato e ispirato.

E’ il Novecento che comincia: con rivoluzioni, stragi e guerre globali … ma che coltiva il seme di un sogno: quello di un mondo più libero e giusto.

La scomparsa di questi grandi personaggi del secolo scorso che continua (per ragioni anagrafiche, per lo più) ci allontana sempre di più da quel sogno e crea un distacco sempre più grande tra quel mondo e questo. Il Novecento è un secolo che finisce in ritardo tra le nebbie della tecnocrazia e la mancanza di memoria storica. Un secolo longevo che sta finendo vent’anni dopo la sua naturale conclusione, senza averci insegnato niente. Senza lasciare traccia come una piuma su uno specchio.

Oggi potrebbe essere il momento di ricominciare a sognare come e con i ragazzi della Baia, come e con  i popoli colpiti che vogliono solo che venga riconosciuta la verità. Ma, forse, non ne siamo più capaci.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

 

 

 

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LA FINE DEL NOVECENTO.

LA FINE DEL NOVECENTO.

Tra la fine del mese scorso e l’inizio di questo, siamo stati troppo impegnati a guardare reality show popolari e ci siamo troppo appassionati al dibattito sulla manovra finanziaria dividendoci tra chi sostiene che ci salverà e chi, invece, ha preventivamente profetizzato la fine di ogni cosa.

In realtà, anche il vostro servizievole Visionario si è distratto, rapito come un bambino da quello che ha visto e ascoltato durante Rock Targato Italia. Purtroppo, ora, la ricreazione è finita e siamo obbligati a tornare alla vita quotidiana.

Il primo obbligo che sento è quello di celebrare la parabola di vita e opere di due grandi della musica: Marty Balin e Charles Aznavour. Il primo scomparso il 27 settembre scorso, il secondo il 1 ottobre.

Marty Balin nasce a Cincinnati in Ohio nel 1942 e nel 1965 è fondatore dei  Jefferson Airplane, poi dei Jefferson Starship concludendo, infine, la carriera da solita.

I Jefferson Airplane nasceranno  a San Francisco e saranno un gruppo seminale della scena psichedelica statunitense. Saranno un gruppo di grande successo, probabilmente, quello più importante di quel movimento che culminò nella Summer of Love del ‘67 che nella Baia portò il movimento a partecipate manifestazioni di contro-cultura per via della dissoluzione del sogno americano e della consapevolezza di aver perduta l’innocenza, dopo il Vietnam .  Hippy e bohemian si concentreranno a Haight-Ashbury per ascoltare musica, usare stupefacenti (è il periodo di maggior splendore dell’LSD) e fantasticare di  nuovi ideali di amore e spiritualità.

La musica psichedelica diventa la colonna sonora del movimento hippy. Insieme agli Airplane ci sono altre band di successo e pregio come Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service. E’, però, la band di Balin ad avere la maggiore visibilità. Il grande successo porterà i Jefferson Airplane in tour sulla East Coast e in Europa dove ispireranno altri artisti e altre band.

Surrealistic Pillow, il secondo album del gruppo è certamente uno dei  più importanti “documenti” fondanti del movimento psichedelico. La musica di Balin e soci condizionerà gruppi come The Who, Led Zeppelin, etc.

Per Charles Aznavour, il discorso è diverso. Nato nel 1924 da esuli armeni, è per sua stessa ammissione un uomo da palcoscenico. Partecipa a una cinquantina o più di pellicole cinematografiche, canta in sette lingue e ha collaborazioni illustrissime … non si priva nemmeno di una carriera da diplomatico. Grazie alla doppia cittadinanza (francese e armena) sarà insignito sia della Legion d’Onore che del titolo di Eroe del Popolo Armeno.

Aznavour è un istrione (come dal brano omonimo di Giorgio Calabrese di cui lui è co-autore ed interprete) che si concede di lavorare con Edith Piaf che sarà l’artista che lo scoprirà ma, anche, con Liza Minnelli, Compay Segundo, Celine Dion e molti altri. Alcuni suoi brani sono stati reinterpretati da musicisti e compositori del calibro di Elton John, Bob Dylan, Placido Domingo e Sting.

In Italia, per vicinanza geografica e culturale, collaborerà con (praticamente) tutti per oltre quattro decadi da Mia Martini a Laura Pausini, passando attraverso Gino Paoli e Domenico Modugno.

Charles sarà ambasciatore armeno in Svizzera e gli sarà dedicato un personaggio nella saga a cartoni animati: Mobile Suite Gundam. Come attore ha lavorato con registi come  Truffaut, Petri, Lelouch  e Chabrol.

Per quanto lontano dai mondi musicali che frequento, la pienezza della lunga vita di Aznavour mi ha sempre affascinato. Anzi, quella delle “vite” che ha vissuto sempre a calcare il palcoscenico … quello dei teatri, quello del cinema o quello della diplomazia internazionale.

La sua origine, figlio di esuli armeni, figlio di un popolo che è stato così crudelmente colpito e che, tuttora, deve subire l’onta di non vedersi riconosciute le scuse e il ristabilimento della verità storica di un genocidio tanto abominevole quanto negato, mi ha appassionato e ispirato.

E’ il Novecento che comincia: con rivoluzioni, stragi e guerre globali … ma che coltiva il seme di un sogno: quello di un mondo più libero e giusto.

La scomparsa di questi grandi personaggi del secolo scorso che continua (per ragioni anagrafiche, per lo più) ci allontana sempre di più da quel sogno e crea un distacco sempre più grande tra quel mondo e questo. Il Novecento è un secolo che finisce in ritardo tra le nebbie della tecnocrazia e la mancanza di memoria storica. Un secolo longevo che sta finendo vent’anni dopo la sua naturale conclusione, senza averci insegnato niente. Senza lasciare traccia come una piuma su uno specchio.

Oggi potrebbe essere il momento di ricominciare a sognare come e con i ragazzi della Baia, come e con  i popoli colpiti che vogliono solo che venga riconosciuta la verità. Ma, forse, non ne siamo più capaci.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

 

 

 

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LA FINE DEL NOVECENTO. Tra la fine del mese scorso e l’inizio di questo, siamo stati troppo impegnati a guardare reality show popolari e ci siamo troppo appassionati al dibattito sulla manovra finanziaria dividendoci tra chi sostiene che ci salverà e

LA FINE DEL NOVECENTO.

Tra la fine del mese scorso e l’inizio di questo, siamo stati troppo impegnati a guardare reality show popolari e ci siamo troppo appassionati al dibattito sulla manovra finanziaria dividendoci tra chi sostiene che ci salverà e chi, invece, ha preventivamente profetizzato la fine di ogni cosa.

In realtà, anche il vostro servizievole Visionario si è distratto, rapito come un bambino da quello che ha visto e ascoltato durante Rock Targato Italia. Purtroppo, ora, la ricreazione è finita e siamo obbligati a tornare alla vita quotidiana.

Il primo obbligo che sento è quello di celebrare la parabola di vita e opere di due grandi della musica: Marty Balin e Charles Aznavour. Il primo scomparso il 27 settembre scorso, il secondo il 1 ottobre.

Marty Balin nasce a Cincinnati in Ohio nel 1942 e nel 1965 è fondatore dei  Jefferson Airplane, poi dei Jefferson Starship concludendo, infine, la carriera da solita.

I Jefferson Airplane nasceranno  a San Francisco e saranno un gruppo seminale della scena psichedelica statunitense. Saranno un gruppo di grande successo, probabilmente, quello più importante di quel movimento che culminò nella Summer of Love del ‘67 che nella Baia portò il movimento a partecipate manifestazioni di contro-cultura per via della dissoluzione del sogno americano e della consapevolezza di aver perduta l’innocenza, dopo il Vietnam .  Hippy e bohemian si concentreranno a Haight-Ashbury per ascoltare musica, usare stupefacenti (è il periodo di maggior splendore dell’LSD) e fantasticare di  nuovi ideali di amore e spiritualità.

La musica psichedelica diventa la colonna sonora del movimento hippy. Insieme agli Airplane ci sono altre band di successo e pregio come Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service. E’, però, la band di Balin ad avere la maggiore visibilità. Il grande successo porterà i Jefferson Airplane in tour sulla East Coast e in Europa dove ispireranno altri artisti e altre band.

Surrealistic Pillow, il secondo album del gruppo è certamente uno dei  più importanti “documenti” fondanti del movimento psichedelico. La musica di Balin e soci condizionerà gruppi come The Who, Led Zeppelin, etc.

Per Charles Aznavour, il discorso è diverso. Nato nel 1924 da esuli armeni, è per sua stessa ammissione un uomo da palcoscenico. Partecipa a una cinquantina o più di pellicole cinematografiche, canta in sette lingue e ha collaborazioni illustrissime … non si priva nemmeno di una carriera da diplomatico. Grazie alla doppia cittadinanza (francese e armena) sarà insignito sia della Legion d’Onore che del titolo di Eroe del Popolo Armeno.

Aznavour è un istrione (come dal brano omonimo di Giorgio Calabrese di cui lui è co-autore ed interprete) che si concede di lavorare con Edith Piaf che sarà l’artista che lo scoprirà ma, anche, con Liza Minnelli, Compay Segundo, Celine Dion e molti altri. Alcuni suoi brani sono stati reinterpretati da musicisti e compositori del calibro di Elton John, Bob Dylan, Placido Domingo e Sting.

In Italia, per vicinanza geografica e culturale, collaborerà con (praticamente) tutti per oltre quattro decadi da Mia Martini a Laura Pausini, passando attraverso Gino Paoli e Domenico Modugno.

Charles sarà ambasciatore armeno in Svizzera e gli sarà dedicato un personaggio nella saga a cartoni animati: Mobile Suite Gundam. Come attore ha lavorato con registi come  Truffaut, Petri, Lelouch  e Chabrol.

Per quanto lontano dai mondi musicali che frequento, la pienezza della lunga vita di Aznavour mi ha sempre affascinato. Anzi, quella delle “vite” che ha vissuto sempre a calcare il palcoscenico … quello dei teatri, quello del cinema o quello della diplomazia internazionale.

La sua origine, figlio di esuli armeni, figlio di un popolo che è stato così crudelmente colpito e che, tuttora, deve subire l’onta di non vedersi riconosciute le scuse e il ristabilimento della verità storica di un genocidio tanto abominevole quanto negato, mi ha appassionato e ispirato.

E’ il Novecento che comincia: con rivoluzioni, stragi e guerre globali … ma che coltiva il seme di un sogno: quello di un mondo più libero e giusto.

La scomparsa di questi grandi personaggi del secolo scorso che continua (per ragioni anagrafiche, per lo più) ci allontana sempre di più da quel sogno e crea un distacco sempre più grande tra quel mondo e questo. Il Novecento è un secolo che finisce in ritardo tra le nebbie della tecnocrazia e la mancanza di memoria storica. Un secolo longevo che sta finendo vent’anni dopo la sua naturale conclusione, senza averci insegnato niente. Senza lasciare traccia come una piuma su uno specchio.

Oggi potrebbe essere il momento di ricominciare a sognare come e con i ragazzi della Baia, come e con  i popoli colpiti che vogliono solo che venga riconosciuta la verità. Ma, forse, non ne siamo più capaci.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

 

 

 

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ANTONELLA BORALEVI "PRIMA CHE IL VENTO"

ANTONELLA BORALEVI

"PRIMA CHE IL VENTO"

(PAG. 416  – EURO 19)


DOPO IL SUCCESSO DE LA BAMBINA NEL BUIO (5 EDIZIONI, 6 SETTIMANE IN CLASSIFICA, 15.000 COPIE VENDUTE) BALDINI+CASTOLDI RIPORTA IN LIBRERIA IL PRIMO ROMANZO DI ANTONELLA BORALEVI.

UNA STORIA CHE PARLA DRITTO AL CUORE DELLE DONNE, AMBIENTATA IN ATMOSFERE DA SOGNO E RICCHISSIMA DI COLPI DI SCENA: ANTONELLA BORALEVI SI CONFERMA LA SCRITTRICE ITALIANA CHE MEGLIO SA RACCONTARE L’AMORE E LE SUE CONTRADDIZIONI.


«Boralevi è molto brava ad addentrarsi in un tessuto sociale cupissimo nella sua allegria mondana.»
Corriere della Sera

«Un omaggio alle donne che non hanno paura delle passioni.»
Donna Moderna


Estate del 1959. L’incanto di avere vent’anni, nell’Italia del boom. L’età in cui tutto sembra possibile e la felicità è a portata di mano.

Sulla spiaggia esclusiva di Forte dei Marmi dove i ragazzi di buona famiglia passano le vacanze, la timida e goffa Andreana, figlia di un nuovo ricco, si ritrova a guardare, con lo stupore negli occhi, un mondo scintillante. Una gioventù dorata, che trascorre il suo tempo in feste sontuose, notti brave alla Capannina, corse in Maserati e in motoscafo. Lei non appartiene a quel mondo, a quelle vite irraggiungibili. Ma l’incontro con Giovannella le apre le porte di quel paradiso fatto di seta e oro. Inaspettatamente, viene accettata. E accade l’imprevedibile. Ingenua, diversa, Andreana rompe gli equilibri di un universo solo all’apparenza perfetto. Ed è così che Alberico, il più bello, il più desiderato, la prende per mano e le brucia l’anima. È un amore scandaloso, violento e tenero, che infrange tutte le regole. Che svela ferite e segreti. Fino a che, nella notte del Ballo al Castello, accade una tragedia che travolge ogni cosa. E cambia i destini di tutti. 

Oggi. Quarantacinque anni dopo. Una villa antica, a Lucca.  Ostaggio di una malattia che da anni la paralizza, Andreana non può più resistere all’assalto dei ricordi. È di nuovo l’estate del 1959, è di nuovo quella fatidica notte. Ma ora non c’è più spazio per le menzogne. Solo per i rimorsi. E per la verità.

In un susseguirsi incalzante di colpi di scena, Antonella Boralevi ci regala il palpito vivo di un tempo favoloso. E ci accompagna in un viaggio irresistibile dentro il buio del cuore. Dove una colpa terribile aspetta di essere perdonata.

Una storia potente, che ci racconta il coraggio spropositato delle donne e la vigliaccheria degli uomini.

BIOGRAFIA: Antonella Boralevi è reduce dallo strepitoso successo de La bambina nel buio. Autrice di romanzi, racconti, sceneggiature, saggi, ha portato in televisione il talk show di approfondimento emotivo.

Tiene rubriche di opinione su quotidiani e settimanali. Il suo «Lato Boralevi» esce ogni giorno sul sito de «La Stampa». Ha pubblicato i bestseller Il lato luminoso (2007), I baci di una notte (2013), Storia del cane che mi ha insegnato la serenità (2015). È tradotta in Germania, Francia, Giappone, Russia. Per ora.

Il suo sito è www.antonellaboralevi.it

La sua pagina Facebook è Antonella Boralevi Official

Su Instagram è antoboralevi

Per scriverle: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Baldini 

 

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DISTURBED: data italiana, il tour del nuovo album!

DISTURBED: data italiana, il tour del nuovo album!

 

Il 19 ottobre uscirà su Reprise Record il settimo album in studio, intitolato “Evolution”. DISTURBED, dopo tre anni di assenza, tornano in grande stile: “Evolution” è un disco che accoglierà le aspettative dei fan e un tour mondiale che li vedrà in Italia per un’unica tappa che si terrà il 22 aprile prossimo all’Alcatraz di Milano! 

A proposito del nuovo lavoro, la band dichiara: "Creare questo album è stato magico ed emozionante, comporre senza barriere e senza limiti, semplicemente seguendo le nostre più profonde ispirazioni. Influenzato da alcuni dei più grandi album rock della nostra giovinezza, ‘Evolution’ va oltre tutto ciò che abbiamo scritto in passato. È tempo per il mondo di ascoltare l’album più audace della nostra vita.”

Li attendiamo con grande entusiasmo per un concerto grandioso!

 

Ecco di seguito i dettagli:

 

DISTURBED

+ special guest

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Manzoni Drawing Growing

Manzoni Drawing Growing

live painting presso la Fabbrica del Vapore di Milano

la performance fa parte della mostra Pop Revolution – Dominant Reality

opening venerdì 19 ottobre 2018 dalle ore 18 alle ore 21

Giovanni Manzoni Piazzalunga torna alla fabbrica del Vapore con i suoi wallpaper, carte abitate da corpi danzanti rincorrersi in intricate composizioni. Le figure vigorose nella loro possenza michelangiolesca, anche dal punto di vista dimensionale come quest’opera di due metri per sei, vivono qui non solo grazie al caratteristico uso che l’artista fa del caffè come colore, ma anche nelle diverse cromie di semitrasparenti inchiostri Ecoline di Colorificio Crippa. Puri e contrastanti, si distribuiscono tra le anatomie facendo immaginare una valenza simbolica e caratteriale delle singole figure con i suoi caratteristici incastri di movenze. Corpi che si fanno sineddoche dell'esistenza, personificando emozioni mutevoli nel loro insieme, in lotta tra loro o alla ricerca di un contatto con una differente od opposta parte della propria identità.

Oltre ai riferimenti a Michelangelo e al muralismo messicano di Diego Rivera, ciò che balza agli occhi nel lavoro su grande scala di Manzoni è la ripetizione postmoderna di alcuni elementi, ribaltamenti simmetrici di corpi o sue parti, mescolando iconografie lontane di figure religiose o storiche a quelle del quotidiano. I suoi lavori appaiono come enormi puzzle di carta, di disegni unici o pose ripetute.

Tutto questo repertorio fatto di una mitologia contemporanea riconduce ad un'energia spirituale che lo avvicina alle sue origini boliviane nel senso profondo del suo legame con quella che si definisce Pachamama. Se pensiamo ad essa come alla rappresentazione del paesaggio o di elementi naturali, per il Manzoni artista cresciuto all’interno di una metropoli come Milano dove pure ha assimilato il gusto pop della street art, l’energia della pachamama è urbana. Essa si irraggia dagli incontri e dalle persone, dall’uomo in generale che per lui si traduce e materializza nell’anatomia, per definire il corpo autentica celebrazione di una forza originaria invincibile. 

A proposito di questo  suo ultimo lavoro l’artista ha dichiarato: “le persone ritratte sono 12, anche se i corpi sono di più, sono dodici facce di un icosaedro a comporre le personalità di questo disegno. Di solito mi piace giocare con un corpo singolo e farlo giocare con se stesso, accostando e sovrapponendo diverse pose, ma ora più che mai sento il bisogno di comporre i corpi come se ci fosse bisogno di mostrare coesistenza tra le persone. Durante la colorazione legherò visivamente queste anatomie con un filo rosso, come a unire utopicamente ciò che qualcuno vuol mostrare sempre più separato e diviso. Le donne nel disegno appartengono a diverse etnie: dalla Polonia all’Italia attraversando il congo e infine passando in Bulgaria. Siamo diversi: è una cosa bella non una cosa da temere”.

 

Colorificio Crippa collabora da tempo con l'artista, evidenziando attraverso la qualità dei suoi prodotti l'espressione più diretta e personale dell'arte secondo Manzoni, il disegno. Esso non viene coperto o trasformato in vera e propria pittura, ma lascia che sia la linea a determinare la sua potenza immaginifica. Le ecoline utilizzate in puri colori timbrici a potenziare la volumetria anatomica, accanto ai bruni del caffè, evidenziano anche anche un chiaro riferimento alla simbologia dei colori: non sono lavorate attraverso la delicatezza di velature e sfumature dell'acquerello, ma seguendo la vigorosa geometria della definizione di peso e movimento delle figure in equilibrio dinamico tra loro.

Documentazione video, nei diversi momenti di costruzione dell’opera, a cura di Sofia Obracaj.

 

L’opera sarà esposta per tre giorni presso La Fabbrica del Vapore,via Procaccini 4, Milano

Venerdì 19 ottobre dalle ore 18 alle ore 21

Sabato 20 e Domenica 21 ottobre dalle ore 16 alle ore 19

 

ingresso gratuito

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I colori dell’ autunno. Il rock è vivo anche se non lo sa

I colori dell’autunno. Il rock è vivo anche se non lo sa

Articolo pubblicato su Il GiornaleOFF spin-off culturale del quotidiano nazionale Il Giornale 

 

Francesco Caprini e Franco Sainini, i fondatori di Rock Targato Italia, sono due meravigliosi pazzi. Ma non lo sono solo per il fatto di portare avanti praticamente da soli, da oltre trent’anni, il più importante concorso musicale italiano. La loro pazzia si riscontra soprattutto nell’ostinazione con cui inseguono, proprio negli anni in cui ognuno gioca a fare il piccolo vip sui propri spazi social, l’utopia di ricostruire dal basso una scena musicale basata sullo scambio umano fra gli artisti e sul desiderio di comunicare contenuti vitali. Una follia così bella che non può che essere contagiosa e che finisce col concretizzarsi in progetti come la playlist I colori dell’autunno pubblicata su Spotify proprio in questi giorni.

L’obbiettivo del progetto è più che chiaro: mettere insieme quindici belle canzoni recenti per accompagnare l’arrivo dei primi freddi, ma soprattutto farlo scavando nel mondo delle sale prove girando al largo dai pur meritevoli artisti più in vista del momento. Una scelta, quest’ultima, dettata non da snobismo ma dal desiderio di dimostrare quanto il sottobosco musicale della penisola sia ancora potenzialmente fertile e ricco di talenti.

La scaletta della playlist, alla cui compilazione -è bene dirlo per trasparenza anche se il punto non è quello– ha collaborato anche chi scrive, si apre in modo quasi programmatico con le chitarre sferraglianti de Le Fleurs De Maladives e con la loro pungente “La grande truffa dell’indie rock”.

Il rock tornerà poi protagonista anche con le sonorità stoner di “Maschere” dei Casablanca, con il grunge d’autore di “Fuliggine” di Andrea Cassetta e con la potenza narrativa di “E dove andrai, Luchino?” degli Ismael, senza dimenticare le contaminazioni elettroniche da ballare di “L’ultima cosa che” degli Hotel Monroe o le commistioni combat folk di “Denaro” dei Nuju. Anche il pop in tutte le sue sfumature ha il proprio spazio, passando da quello più scanzonato di “Baciami forte” degli Sfighera quello intimista di “L’ultima notte” di Barberini, toccando il trip hop ombroso di “Keplero” diPriscilla Bei, le inquietudini morderne di “Notturno” degli Intercity o le riflessioni sociali di “La canzone del secolo” dei Remida, fino ad arrivare alla filastrocca lo-fi destrutturata “Championship manager” degli Scudetto. L’ultima direzione toccata è quella della canzone d’autore, ma anche qui si spazia fra approcci diversi fra loro: dal minimalismo poetico di “Il rito della città” di Francesco Pelosialle venature rock anni ‘70 di “L’ultima volta” di Andrea Robbiani, fino alla lacerante “Arrivederci Roma” di Paolo Saporiti.

Quindici stili per altrettanti artisti che testimoniano quanto, sotto alle macerie dell’indie più modaiolo e alla cortina di fumo dei social network, la scena musicale italiana sia sempre viva, anche se per permetterle di crescere seriamente servirebbero la convinzione che spesso manca agli stessi artisti, una consapevolezza tutta da ricostruire e una vagonata di sanissima follia.

La playlist è ascoltabile direttamente su Spotify a questo link.

     

 
Roberto Bonfanti

Roberto Bonfanti

Scrittore e artista, è nato in un sabato pomeriggio dell’anno in cui morì Piero Ciampi. Ha pubblicato cinque romanzi e diversi racconti. Ama raccontare storie pulsanti di vita e segue da sempre con attenzione ciò che accade nel mondo della musica italiana. Sul web: www.robertobonfanti.com

 
 
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GIANNI MAROCCOLO: ALONE

Gianni Maroccolo
ALONE

 

Contempo Records presenta “Alone”, il nuovo progetto solista di Gianni Maroccolo che verrà pubblicato il 17 dicembre 2018. L’artista lo definisce “un disco perpetuo”: non un album isolato, ma una collana, caratterizzata dalle splendide illustrazioni originali di Marco Cazzato e dai racconti visionari e immaginifici di Mirco Salvadori, nonché dalla supervisione cosmica di Alessandro “Tozzo” Nannucci. Le pubblicazioni avranno cadenza semestrale e continueranno indefinitamente. Il 17 dicembre e il 17 giugno di ogni anno apparirà un nuovo volume.

 

La musica visionaria e psichedelica per la quale abbiamo coniato il termine “Krautmarok” è arricchita da incontri artistici speciali da tempo anelati. Per il primo volume, assieme a Iosonouncane, Marok ha composto, suonato e manipolato la splendida “Tundra”, suite tribalissima, cosmica e sonica. Con Stefano Rampoldi, in arte Edda, ha realizzato “Altrove”, un mantra di buon auspicio, psichedelico e spirituale, attraversato da una voce inimitabile. Un pensiero, naturalmente, va a Claudio Rocchi. Inoltre, Enrico Farnedi presta la sua tromba mariachi e Luca Swanz Andriolo contribuisce con la sua voce profonda a “Sìncaro”. Beppe Brotto compare su “Altrove” con sitar e esraj.


Lento sembra vagare per la tundra, lo sguardo calmo dal riflesso lucente. Da lontano appare come uno scuro batuffolo che si muove con leggera gentilezza, una delicata creatura giunta fin qui dopo miglia percorse nel lampo del tempo che trasforma lo zoccolo, da tenero supporto del sogno a possente appoggio capace di sostenere il lungo e faticoso viaggio di una vita attraverso il suono del proprio respiro.

Mirco Salvadori


Campagna abbonamenti (Vol. I-IV)

Contempo Records ha ideato una speciale campagna abbonamenti: i primi quattro volumi di “Alone” saranno… cinque. Marok realizzerà un volume zero, un vero e proprio manufatto a tiratura limitata e fuori commercio, riservato in via assolutamente esclusiva a chi deciderà di abbonarsi alla collana prenotando i primi quattro volumi. Il volume non sarà mai ripubblicato in futuro, né reso disponibile in forma digitale ed è riservato ai soli abbonati.

Per qualsiasi informazione, potete scrivere a

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  1. contemporecords.it
    www.facebook.com/giannimaroccolo.official/

C

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Les Fleurs Des Maladives - La grande truffa dell'indie rock

IMMAGINA  L’AUTUNNO

La Playlist I COLORI DELL’AUTUNNO contiene 15 brani. 15 artisti sballottati dagli eventi della vita in balia delle onde che tra dubbi e certezze hanno creato delle onde essi stessi per poter influenzare e cambiare coscientemente la qualità, l’essenza stessa della vita.

ARTISTI: Les Fleurs Des Maladives - Andrea Robbiani - Francesco Pelosi - Sfigher - Intercity - Andrea Cassetta -  Priscilla Bei - Casablanca - Nuju - Paolo Saporiti - Ismael Remida - Hotel Monroe - Barberini -  Scudetto

 

I COLORI DELL’AUTUNNO  Track-List  su Spotify: https://goo.gl/APXEbs

 

Les Fleurs Des Maladives - La grande truffa dell'indie rock

Un riff sferragliante e un approccio sfacciatamente rock’n’roll accompagnano una fotografia ironica e provocatoria della “scena indie” contemporanea.

Siamo quattro stronzi con al collo le chitarre, ma vai bene se fai finta di essere un tipo importante.

 

Francesco Caprini - Divinazione Milano S.r.l.

Ufficio Stampa, Radio, Tv, Web & Social Network

Via Andrea Palladio n. 16 - 20135 Milano

Tel. 393 2124576 - 392 5970778

e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

web: www.divinazionemilano.it

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Ode all’indecenza. I Nylon, la musica cruda e il loro teatro magico. (intervista integrale)

Ode all’indecenza. I Nylon, la musica cruda e il loro teatro magico.

Intervista integrale di @Roberto Bonfanti - Scrittore, artista.

Parte della intervista è stata pubblicata in anteprima su Il GiornaleOFF spinOff culturale del quotidiano  IL Giornale

I pavesi Nylon sono stati una delle più importanti rivelazioni dell’ultima edizione di Rock Targato Italia, oltre che i vincitori del concorso insieme ai milanesi Lo Stato Delle Cose. La loro proposta musicale è un condensato affascinante di folk, rock e canzone d’autore illuminato da una fortissima verve teatrale che incarna il racconto di vite notturne, artisti di provincia, bariste circondate da un’aura mitologica e personaggi persi fra le vie di Barcellona al costante inseguimento di un’ultima birra. Filippo Milani, voce e anima teatrale del gruppo, ci racconta di più sulla band e sul suo concetto di indecenza.

Partiamo dalla domanda più banale: ci racconti come sono nati i Nylon?

La storia dei Nylon è iniziata parecchi anni fa, quando eravamo ancora studenti: il mio chitarrista dell’epoca mi aveva invitato a suonare alla festa della sua scuola e quella sera, nello stesso posto, suonava anche Davide (chitarrista dei Nylon, ndr). La cosa bella è che, la prima volta che ci siamo visti, ci siamo subito riconosciuti nei personaggi che portiamo avanti ancora oggi: lui era un chitarrista bravissimo ma completamente immobile sul palco mentre io ho suonato “Basket Case” rotolandomi per terra e dando testate ovunque, tanto che anni dopo lo stesso Davide mi ha confessato: «tu quel giorno hai suonato veramente male e cantato anche peggio, però nella tua esibizione c’era qualcosa». Così, rincontrandoci in seguito in altri contesti, è nata la voglia di provare a sviluppare insieme quel “qualcosa”. Tieni conto che parliamo circa del 2001, anche se all’inizio avevamo un altro nome.

Il nome Nylon è nato qualche anno dopo, nel momento in cui io e Davide abbiamo iniziato a girare in duo acustico suonando cover dei brani che ci hanno sempre influenzato. Anche il concetto di “musica cruda” di cui parliamo ancora oggi è scaturito proprio dall’idea di distillare i classici del rock in chiave acustica. Poi, suonando e facendo la vita che facciamo noi, è normale che col tempo ti venga voglia di scrivere cose tue e così, iniziando a scambiarci pezzi di testo e giri di accordi, è partita in modo molto spontaneo l’avventura dei nostri brani originali.

Siete partiti tu e Davide ma un elemento che oggi vi caratterizza molto è anche l’uso del violoncello. Come è nata l’idea di introdurlo nel vostro suono?

L’idea è nata dall’esigenza: tu puoi ridurre un pezzo rock in acustico, ma non puoi trasformare un brano acustico in un pezzo rock. Così abbiamo provato una serie di strumenti per aggiungere un terzo elemento: abbiamo sperimentato prima il violino, poi il contrabbasso e alla fine siamo approdati al violoncello che è un po’ la via di mezzo fra i due e, fin dalla prima prova fatta con Adriano (violoncellista dei Nylon, ndr), ci siamo resi conto che qualunque canzone si suonasse con quello strumento aveva tutto un altro sapore. Di fatto Adriano è entrato nella band nel 2014 e credo che quello sia stato a tutti gli effetti il vero inizio del progetto Nylon.

Nella vostra musica confluiscono tantissime influenze: voi come definireste il vostro genere?

È proprio per uscire dall’impasse di districarci fra etichette come “folk”, “rock” o “cantautorato” che abbiamo inventato la definizione “musica cruda”. Anche perché il nostro approccio è sempre quello di cui parlavamo prima: a Rock Targato Italia ci siamo presentati anche con basso e batteria, che ci saranno anche nell’album, ma sono comunque dei musicisti aggiunti: per noi tutto parte sempre e comunque dal trio voce, chitarra acustica e violoncello.

Un’altra cosa che vi caratterizza molto è il modo estremamente teatrale di presentarvi sul palco. Da cosa nasce questo approccio? Hai fatto teatro?

No, io non ho mai fatto teatro. Però, nel momento in cui da bambino ho sentito parlare del metodo Stanislavskij -che consiste nell’immergersi completamente nel personaggio che si vuole interpretare-, ne sono rimasto affascinato. A maggior ragione, per un cantante è fondamentale capire –e soprattutto sentire- cosa dice la canzone che sta interpretando perché, se non sei tu il primo a credere in ciò che stai cantando, come puoi pretendere che ci creda chi ti sta ascoltando? Io credo che la magia vera scatti solo se, per esempio, io riesco, con la mia voce ma anche con le mie movenze, a fare in modo che, mentre canto “Guendaline”, il pubblico si senta proprio lì, in mezzo a una strada di Barcellona, a guardare il protagonista della canzone mentre barcolla e tenta di rientrare nel bar da cui è stato cacciato urlando alla barista “ehi, ero qui anche ieri sera!”

Visto che hai citato “Guendaline”, che credo sia uno dei brani più rappresentativi del vostro immaginario: la vita bohémien sembra uno dei temi portanti della vostra poetica…

Sì, ma non è soltanto un discorso di vita bohémien: è che a me piace proprio stare in mezzo alla gente. Naturalmente mi piace anche starmene per i cavoli miei, però ho bisogno del contatto con le persone e, stando fra le persone, spesso si colgono storie o sensazioni che poi si ha voglia di raccontare. Per esempio, se uno non volesse fare troppa vita bohémien, secondo me uno dei modi migliori per trovare ispirazione per una canzone è andare al supermercato nell’ora di punta e osservare le facce che ti scorrono attorno: se hai l’occhio giusto per cogliere le sfumature delle persone ci puoi trovare una marea di spunti.

Un altro vostro pezzo simbolo è “L’indecente”, in cui ironizzate sulla mentalità chiusa del considerare indecente qualunque cosa vada fuori dagli schemi di una vita ordinaria. Cos’è indecente per voi?

A noi piace invertire il concetto di indecenza: per noi essere indecenti è un vanto. Per esempio, a me piace vivere la vita a modo mio, ovviamente nei limiti del rispetto della libertà altrui e del non fare male a nessuno: mi piace fare l’eccentrico e vivere un certo tipo di situazioni. Il fatto che certe persone mi giudichino indecente per questo lo prendo come motivo di vanto perché evidentemente loro non potranno mai capire quanto è bello vivere quella libertà.

Tra l’altro ti svelo un segreto: “L’indecente” è una canzone che non parla di me. O almeno non direttamente.

Quindi manteniamo il mistero su chi sia il vero protagonista della canzone?

Sì, manteniamo il mistero.

Parliamo della vostra avventura vittoriosa a Rock Targato Italia: come siete arrivati al concorso? Come avete vissuto quest’esperienza? E cosa vi aspettate dopo questa vittoria?

Ci siamo arrivati perché è uno dei concorsi più importanti in Italia: noi qui a Pavia abbiamo un buon seguito, ma sentivamo di avere bisogno di un trampolino per arrivare a un pubblico ancora più ampio. Anche per questo, durante tutte le serate del concorso, il nostro obbiettivo è sempre stato quello di portare sul palco ciò che facciamo da sempre, non limitandoci a suonare le 4 o 5 canzoni che richiede il concorso ma provando fare una vera performance di 20-25 minuti che rappresentasse il più possibile ciò che siamo.

Quanto alla vittoria: ovviamente vincere Rock Targato Italia è stata una grandissima soddisfazione, anche perché fra le band in concorso c’erano diversi ottimi elementi e durante le serate abbiamo avuto modo di confrontarci con altri artisti e conoscere delle belle realtà, però per noi la salita inizia ora: speriamo che questa vittoria possa essere solo una tappa per poter crescere ancora di più, anche perché a breve uscirà il nostro primo album.

A proposito degli artisti che avete conosciuto durante il concorso: c’è qualcuno che vi è piaciuto particolarmente?

Una delle band che ho apprezzato più di tutti sono i Malavoglia, ma anche Lo Stato Delle Cose, i nostri co-vincitori, sono stati molto bravi e soprattutto, nei mesi trascorsi dalle prime selezioni alle finali, sono cresciuti molto.

Una cosa che però mi piacerebbe è che ci fosse più onestà fra le band. Dopo le performance si parla spesso e ci si fanno sempre i complimenti a vicenda. Mi piacerebbe che invece ci fosse un confronto più critico, tipo: «bravi, mi siete piaciuti, ma in questo e quest’altro potete ancora migliorare». Credo che un confronto di questo tipo sarebbe molto più utile per tutti.

Prima accennavi al vostro primo album. Quando uscirà? E cosa ci vuoi anticipare a riguardo?

Il disco è pronto e uscirà nei prossimi mesi. Posso anticipare che è un album molto molto molto sentito e molto rappresentativo di quella che è la band. S’intitolerà: “Quasi fosse una tempesta”.

È un album strano perché è nato, per certi versi, al contrario: eravamo entrati in studio io, Davide e Adriano per registrare un disco fondamentalmente acustico, anche se Davide aveva iniziato a scrivere anche delle linee di basso o aggiungere qualche chitarra elettrica. Alla consolle dello studio però c’era un certo Fabio Minelli, che è il batterista che abbiamo poi portato a Rock Targato Italia, che quando ha sentito i pezzi si è offerto di provare a aggiungere anche qualche batteria e, quando abbiamo sentito i brani con l’aggiunta del suo lavoro, ne siamo rimasti conquistati. Per questo dico che è nato al contrario: in genere, quando vai in studio, la batteria è la prima cosa che registri. Noi invece l’abbiamo aggiunta alla fine. In studio poi si è creata una bellissima atmosfera per cui ci siamo sentiti molto liberi di sperimentare e, pur mantenendo integra quella che è l’anima del gruppo, divertirci ad aggiungere delle cose davvero belle.

Aspettiamo di ascoltarlo con grande curiosità quindi!

Tra l’altro a breve uscirà anche il video di “L’indecente”, che abbiamo girato qui a Pavia, e sono curioso di vedere l’impatto che potrà avere. Anche perché, fra le idee fantastiche che sono state aggiunte in corso d’opera mentre registravamo l’album, ci sono anche le pentole suonate in quella canzone, che abbiamo già portato dal vivo e che sembra siano piaciute molto al pubblico.

Sì, il momento di delirio percussivo sulla coda di “L’indecente”, insieme al tuo balletto con una ragazza presa dal pubblico, ha creato grande curiosità anche alle finali di Rock Targato Italia. Un po’ come la tua entrata in scena con lo scolapasta in testa.

Tieni conto che quella dello scolapasta in testa è stata un’idea nata praticamente per caso. In realtà Fabio si era dimenticato in camerino una delle pentole che doveva suonare, così mi ha chiesto di portargliela appena prima di entrare in scena. Io mi sono ritrovato questo scolapasta in mano e mi sono detto: “Sembra un cilindro. Tanto vale metterselo in testa”. Personalmente non pensavo che avrebbe avuto tutto questo riscontro, invece poi mi sono reso conto che sul pubblico ha avuto un impatto forte. Ormai è diventato leggendario, quello scolapasta.

Ti toccherà portarlo anche nei prossimi concerti: ormai è un segno distintivo.

No, quello no. Mai fermarsi sulle cose. Al massimo potremo rielaborare l’idea in altri modi. Il nostro approccio è quello: ci piace improvvisare sull’onda dell’entusiasmo del momento e adattarci alle situazioni.

Vedremo cosa vi inventerete in futuro allora…

Certo! Nel frattempo vi aspettiamo sui nostri social per essere sempre aggiornati su tutte le cose che succederanno nelle prossime settimane.

La pagina Facebook dei Nylon è: www.facebook.com/nylonproject

Il sito ufficiale: www.nylonproject.com

E il profilo Instagram: NylonOfficial

www.rocktargatoitalia.eu

 

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