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12 ALBUM PER L’APOCALISSE, II PARTE.

12 ALBUM PER L’APOCALISSE

II PARTE.

“Questa è la fine/

la fine del mondo/

per cinquemila anni/

devi sicuramente averlo sentito/

Nostradamus, Gesù, Buddah e io/

Abbiamo detto che stava per arrivare/

Ora aspetta e guarda.”

Bob Geldof

 

Ve ne siete già fatti una ragione? No? Allora questa “seconda parte” è per voi! Per voi improvvisati sceriffi del “restate a casa”, per voi che non avete capito che dovete rispettare le regole, non farle rispettare, per voi che insultate chi passa sotto il balcone, per voi che cantate e suonate sul vostro terrazzo e sarebbe opportuno che scegliate meglio il repertorio, per voi che stropicciate quotidianamente Conte (Paolo, N.d.R.) e l’inno nazionale, per voi che rimarrete impressi nella nostra memoria incorniciati dal rettangolo della vostra finestra mentre massacrate Va Pensiero, per voi che avete esposto la bandiera tricolore ma era tutta tarmata perché in una scatola dai mondiali di calcio dell’82, per voi che il pane si compra tutti i giorni, per voi che avete scoperto che si può litigare per portare giù l’immondizia, per voi che ne avete approfittato per indagare e avete scoperto che quelle cose strane, rettangolari che avete sugli scaffali sono libri e non è spiacevole aprirli e leggerli, per voi che adesso siete grati al vostro cane e non il contrario, per voi avvocati divorzisti che attendete il tempo delle messi, per voi patrioti confusi dell’ultima ora, per voi neo-fulminati sulla via di Damasco, per voi fulminati e basta … questo pezzo è per voi!!!!

Continuiamo con gli ultimi sei album (non sono certo del numero …) per godersi pienamente l’Apocalisse! Godeteveli che sono gli ultimissimi! Ok … Sto mentendo!

#1. Rhymes and Reasons di John Denver. Nella vecchia Nashville, se chiedi cos’è il country, ti rispondono così: tre corde e la verità. Questo per la (spesso solo apparente) semplicità di stesure e suoni e per i testi che parlano di cose vere, quotidiane. Ma anche delle ferite, delle paure, delle perdite che fanno parte delle nostre vite. La title track dell’album recita: <<[…] la paura che è con te, non sembra finire mai […]>>. Come la nostra. Paura che raramente abbiamo provato su scala globale. L’album esce nell’ottobre del ’69 in piena Guerra Fredda e contiene capolavori del “genere” come la meravigliosa Leaving on a Jet Plane oltre a Rhymes and Reasons (espressione inglese che indica che non si vede il motivo di qualcosa).

#2. Back in Black degli AC/DC. E’ il secondo album più venduto di tutti i tempi con 50 milioni di copie. Rimase nella Billboard 200 per quasi 390 settimane e, secondo l’autorevole magazine Rolling Stone, si trova al n. 77 nella speciale classifica dei cinquecento migliori album di tutti i tempi. Realizzato dopo la morte del cantante Bon Scott a Londra, il disco esce con una copertina completamente nera (scelta inizialmente osteggiata dal discografico a cui concessero il grigio per “bordare” il nome del gruppo sulla cover) per il lutto occorso alla band. Dopo un periodo di grande indecisione sull’opportunità di continuare o meno, il gruppo arruola Brian Johnson come nuovo vocalist che curerà anche la scrittura di testi e melodie insieme ai fratelli Young. Il tema ci si chiarisce appena la puntina sfiora il vinile: l’album inizia con il suono di campane a morto. Back in Black riesce a contenere brani del calibro di Hells Bells, Shoot to Thrill, What Do You Do for Money Honey, You Shook Me (All Night Long), Rock ‘n Roll Ain’t Noise Pollution oltre alla title track. In pratica, il cinquanta per cento dei singoli di successo planetario della compagine anglo-australiana e brani che conoscono anche quelli meno interessati al genere.

#3. Splendor and Misery dei Clipping. Il disco che da me non ti aspetti… Consigliato dal mio amico Sandro, Splendor and Misery è un album hip hop ma non solo questo. Anzi, forse lo è solo incidentalmente. Andando in ordine, il gruppo di L.A. è composto dai due produttori W. Hutton e J. Snipes e dal rapper Daveed Diggs, e prende il nome da un effetto distorsivo del suono che si produce quando un amplificatore viene “forzato” a lavorare oltre la propria capacità e va in saturazione. L’album è un concept e parla di un’odissea spaziale. Suona molto diverso dagli album del genere, con abbondanti e, devo ammettere, molto interessanti escursioni ai confini di industrial, musica cosmica, space rock ed elettronica (molto curata) ma, certamente, non ho colto qualche altra influenza che pure ci sarà. Di sicuro impatto, l’utilizzo degli effetti sonori. Inutile dirvi che non si tratta di un’opera che ha il suo punto di forza nella facilità di ascolto, tuttavia l’esplorazione è straordinariamente suggestiva e credibile nel raccontare la deriva spaziale. Arriva davvero là dove nessun discepolo dell’hip hop è mai giunto prima, una nuova frontiera. La traccia che ho preferito è A Better Place. Sarà per la necessità di acquisire una qualche speranza? Speriamo di risvegliarci in un posto che sia autenticamente migliore, alla fine della “peste”, anche se temo che ci si dovrà lavorare e molto.

#4. Downward Spiral dei Nine Inch Nails. Al posto 201 della classifica già citata di Rolling Stone, per rimanere nel robotico-futuristico, vi propongo il capolavoro assoluto di Trent Razor, nel quale esplodono la sua ossessiva ricerca di suoni e la sua visione del mondo nietzschiana (e nichilista). Tra i tre album più significativi degli Anni Novanta (con Nevermind e Superunknown per noi), non solo per la sua importanza formale, Razor vi tratta temi come quello della morte di Dio, la malattia mentale, l’impotenza dell’individuo di fronte al sistema e la fragilità umana. Un concept di straordinaria potenza e originalità adatto a tempi come questi nel sottolineare il racconto della nostra impotenza.

#5. Darkness on the Edge of Town di Bruce Springsteen. Dopo il pirotecnico Born to Run, il Boss ferma la sua corsa e torna al pensiero. E’ il 1978 e l’album (il mio preferito del menestrello del Jersey) è intriso di profonde riflessioni, disperazione e atmosfere scure. Uno Springsteen di pancia che si interroga sulla vita e sul sogno ma, soprattutto, sulla vita dentro al Grande Sogno, sulle aspirazioni crollate, sulle illusioni svelate alla fine dell’inganno. Musicalmente è un album scarno ed essenziale, privo della densità sonora del precedente e le liriche sono meno evocative, più dirette e no frills. La mia traccia preferita è Badlands. Adatto a tutti, lo consiglio agli amanti del jogging ora costretti all’inattività.

#6. Lament di… E qui abbiamo un titolo per due band (lo so, sono scaltro!). Lo stesso titolo è stato usato dai londinesi Ultravox ed è uno dei due loro migliori lavori (insieme a Quartet, prodotto dal saggio George Martin) e dai tedeschi Einsturzende Neubaten (scusate la mancanza delle necessarie dieresi ma non riesco …). Molto diversi i generi e tempi. Il primo è un disco del 1984, in cui il gruppo dandy si dedicava ad un’elettronica dolente, fatta di nostalgici romanticismi e di un frullato ben riuscito tra Kraftwerk, glam rock (Bowie e Bolan, soprattutto) ed elettronica alla Eno. Sono dentro la new wave degli Ottanta della rinnovata ostilità tra superpotenze nucleari dopo il disgelo, sono gli Ottanta dei synth, dell’edonismo reaganiano e della musica prodotta con la dottrina Warner. Sono gli Ottanta dei videoclip musicali (l’inizio della fine) e Lament è sicuramente un’opera del suo tempo. Pervaso di malinconie e sturm und drang contemporanei all’epoca, è l’album che ti aspetti ma decisamente raffinato per armonizzazioni e per l’alchimia riuscita tra art rock, new romantic e pop. Decisamente più facile dei precedenti e con meno esperimenti “berlinesi”, è un misto di struggenti melodie su tessiture elettroniche. Brani migliori del disco: la title track e la famosissima Dancing with Tears in my Eyes dal refrain indimenticabile, che parla dell’ultimo ballo tra amanti prima che un’esplosione nucleare ponga fine alla loro vita e alla loro storia. L’altro (udite, udite voi che considerate che io viva solo nel passato) è del 2014 ed è ispirato alla Prima Guerra Mondiale, di cui all’uscita si celebrava il centenario. Ho visto a Villa Arconati il recital live della band tedesca: meraviglioso e denso di suggestioni con video, musica e recitazione. Impressionanti le registrazioni recuperate dagli archivi dei prigionieri di guerra chiusi nei campi d’internamento e inserite nel disco. Le registrazioni sono state unite alle composizioni con forme tipicamente rinascimentali, di cui una chiamata Lamento (da cui il titolo). Gli Einsturzende Neubaten si sono formati a Berlino Ovest nel 1980 e costituiscono una delle realtà più importanti della musica concreta, del rumorismo, dell’ industrial e del rock sperimentale.

Godetevi con l’ascolto di country, folk, esperimenti elettronici e rock, il protrarsi degli arresti domiciliari (sono certo di avervi fornito una selezione eterogenea e di qualità). Cercate di essere positivi e consapevoli ma, soprattutto, (come dice Stanislaw J. Lec) non aspettatevi troppo dalla fine del mondo.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

P.S. Mi segnalano un refuso … mi correggo colpevolmente in ritardo. Nel pezzo de Le Visioni di Paolo intitolato <<Cinquanta anni fa, tra cinquant’anni, ovvero come la storia ha qualche volta il senso dell’umorismo>>, riguardo a Van Morrison, scrivo <<Il cantautore di Belstaff>>… Ora, lungi da me voler fare pubblicità gratuita a una marca di ottimi capispalla, l’errore è dovuto a una correzione automatica bizzarra (qualcuno usandolo deve aver inserito la parola nel dizionario interno per evitare che gliela correggesse con il nome della capitale dell’Irlanda del Nord). Ovviamente Van Morrison è di Belfast, nell’Ulster, Regno Unito. Io e i miei correttori di bozze ci scusiamo per la disattenzione.

P.P.S. Auguri di pronta e completa guarigione a Till Lindemann, frontman dei mitici Rammstein ricoverato in ospedale in terapia intensiva da un po’. Apprendiamo con sollievo che non è in pericolo di vita.

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DODICI ALBUM PER L’APOCALISSE I PARTE.

DODICI ALBUM PER L’APOCALISSE

I PARTE.

“Quello che il bruco chiama fine del mondo,

il resto del mondo chiama farfalla.”

Lao Tze

Amici Visionari, ben trovati. Ho provato a cominciare con una citazione di speranza (per citare Robert Plant al Garden) anche se, mentre scrivo queste righe, mi trovo a considerare alcuni fatti che proprio non mi fanno pensare ad un futuro così roseo. Innanzitutto, la comprovata consapevolezza che il mondo scientifico sul Covid 19 si è diviso in due correnti principali, un po’ come la discografia negli anni Settanta. Abbiamo gli scienziati mainstream e quelli underground: quelli che lavorano per le major e gli altri per le etichette indie.

Premettendo che tra nessuno (neanche tra quelli mainstream!!!) di questi c’è accordo sul tema del momento, ci piacerebbe che, almeno, non si continuasse a gettare addosso notizie, speranze, illusioni e disillusioni sul pubblico che, al contrario, è bombardato da bollettini, decreti, ordinanze e modelli per autodichiarazione minuto per minuto. Da essere umano chiedo sommessamente che si allenti la pressione mediatica, che i decreti li facciano uscire in orari più potabili e che ci sia una linea di chiarezza ma, soprattutto, che non si invitino più virologi, infettivologi, microbiologi, etc. nelle trasmissioni televisive a dire tutto e il contrario di tutto (tra l’altro, con abbondanza di “leccate” agli stessi).

Ci hanno detto e indotto a pensare che, alla fine di questa triste vicenda planetaria, le cose cambieranno. Eh sì, perché dovremmo riflettere sul mondo, sui nostri sistemi e porre dei correttivi … Insomma, niente sarà come prima e le cose andranno meglio.

Ora, consentitemi di non essere molto fiducioso! Non si sta usando come scusa l’inosservanza delle regole per potersi dotare legalmente di un’applicazione che ci tracci tutti e che permetta (ulteriormente) di indagare sulle nostre vite, sui nostri movimenti, le nostre abitudini? Pensate che eravamo già oltre il grande fratello di Orwell ….

Di più, si chiede ai gestori di social media (che come sapete non mi sono particolarmente simpatici) di denunciare chiunque metta in dubbio la verità scientifica ovvero il verbo di (non meglio dichiarate) fonti scientifiche accreditate. A parte il metodo e il linguaggio, ma quale verità scientifica? Le abbiamo sentite tutte da due mesi a questa parte! Non è che la verità scientifica di cui parlano è quella diffusa dai governi e dai loro gabinetti di esperti? Sul concetto stesso di “verità” non troverete nessuno scienziato (degno di questo nome) che non troverebbe la questione mal posta e pericolosa. Non c’è bisogno che sia io a dirvi a cosa porta questo tipo di attitudine. Mi sembra che si stia facendo di tutto per evocare spettri che pensavamo di aver eliminato con un prezzo elevatissimo, come Manfred maldestri. Infatti, un conto è far osservare le regole che ci danno (lo facciamo!), un conto è non poter più esprimere un punto di vista o un’opinione, fosse anche la più stupida e priva di fondamento. Attenzione a smettere di vigilare ed indignarsi su questo tema. Se la pelle fosse stata più importante della libertà, probabilmente, nella storia degli uomini non ci sarebbe mai stata una rivoluzione.

Per farci un’idea piena di fondamenti e fondamentale per la sopravvivenza dentro all’Apocalisse, eccovi una selezione dei primi dodici album (prevediamo delle sorprese nelle prossime settimane!) per restare vivi e mentalmente funzionanti. Ecco i sei della settimana.

#1. Five Leaves Left di Nick Drake. Cinque foglie rimaste su un albero nella campagna inglese. Quella campagna autunnale dove le sagome delle piante costituiscono l’elemento definito del chiaroscuro nel bianco rarefatto della foschia. Come noi, quelle foglie precarie sono rimaste sul loro ramo in attesa che venga il loro turno di cadere. E’ quella campagna che vide la nascita di Nick. Questo è il primo album di tre. Poche vendite, scarso successo in vita, Drake verrà scoperto postumo. Il disco è grande e segnerà almeno una generazione di ascoltatori e musicisti per il suo interprete sobrio ed essenziale nel canto, per i preziosi arpeggi di chitarra e per il romanticismo malinconico e struggente di chi è vittima della sua arte. Nick scomparirà a 26 anni, in silenzio dentro al chiasso del successo di The Who e Led Zeppelin. Se ne andrà senza nemmeno entrare nel triste Club dei Ventisette, anche qui in controtendenza. Se ne andrà per un’overdose di farmaci. Non si capì mai se fosse stato suicidio (così venne ufficialmente definito: Nick soffriva di depressione) o errore nel dosaggio. Ci sarà chi mi dirà che preferisce Pink Moon (il terzo album, universalmente riconosciuto come il suo miglior lavoro) ma Five Leaves Left ha una tale carica di fresca precarietà, di sottile sofferenza, di attesa di destini ineluttabili da renderlo così “vivo” come l’immagine, evocata dal titolo, delle ultime cinque cartine nel pacchetto delle Rizla.

#2. Countdwon to Exinction dei Megadeth. E’ il quinto lavoro in studio per la band trash metal (etichetta che trovo riduttiva, personalmente) americana. Esce nell’estate del 1992 ed è una miscela riuscita tra gli stilemi armonici del genere e la stesura di melodie più strutturate ed orecchiabili. Il titolo evoca i tempi che stiamo vivendo come conto alla rovescia per l’estinzione. Non mi riferisco al virus di moda, oggi. Ma a tutta quella letteratura di azioni disattese e sottovalutate sulla salvaguardia del nostro pianeta, sui cambiamenti climatici, sulla conservazione della bio-diversità … Tornando in tema, il disco ebbe più successo presso un pubblico più eterogeneo che tra i fans della band che lo vogliono tra quelli dell’ineluttabile declino verso logiche più commerciali, forse perché mancante del ricorso sistematico a quelle chitarre monstre che i Megadeth hanno tra i loro “registri” e che, qualche volta, virano verso una noiosa evoluzione manieristica. Questo album mi è stato suggerito dal mio amico Davide dei Messer DaVil e lo inserisco volentieri.

#3. Close to the Edge degli Yes. Questo è suggerito da Giorgio. Siamo al cospetto di una delle più talentuose band del progressive rock e a uno degli album più importanti del genere oltre che del gruppo. Molti di voi farebbero un’altra classifica … ma questa non è una classifica! E’ un elenco di generi primari per sopravvissuti! Questo disco è una continua sorpresa nel susseguirsi dei brani con un’infinita citazione di generi e tecniche. Il basso di Squire segue la tradizione dei bassi “melodici” (tra tutti Beatles e The Who) liberando la chitarra di Howe a spaziare ed a portarci in viaggio dentro ad un rock marginale, fatto più di escursioni classiche sinfoniche, nel jazz e nel folk. La title track è una suite di diciotto minuti, tanto per gradire, ed è ispirata al romanzo Siddharta di Hesse. Il “baratro” esistenziale degli Yes è sicuramente molto lontano dal nostro ma il titolo e la grandezza dell’album ci stanno alla grande!

#4. Wish You Were Here dei Pink Floyd. Bacchettato da molti per non aver inserito questi ragazzacci britannici nella precedente playlist, me li sono conservati per la composizione della lista degli album per la fine del mondo. Dopo il successo epocale di Dark Side of the Moon, il gruppo si ritrova in preda a sé stesso. Troppi pochi stimoli dopo un’esperienza come quella, troppo tempo per pensare, perché sentimenti contrastanti facciano la loro comparsa accompagnati da quel sottile, freddo senso di colpa che da tempo era con loro. A volte rimanendo sullo sfondo, a volte risalendo il flusso delle coscienze. Così nasce Wish You Were Here, altro album capolavoro del gruppo. E’ per Syd Barrett, fondatore della band, malato di mente, tossico e genio, il senso di colpa. La consapevolezza di averlo abbandonato, di non aver fatto abbastanza sono i temi del disco: assenza, disagio mentale ma, anche, quello di un sotterraneo, malcelato cinismo dell’industria musicale. Attualmente, siamo tutti lontani per decreto e credo che tutti noi si stia esprimendo lo stesso augurio del titolo.

#5. The Wall dei Pink Floyd. Quarto ed ultimo capolavoro della gestione di Roger Waters dopo Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e Animals, chiude gli anni Settanta e quella straordinaria stagione nella produzione musicale. Autobiografico per Waters, il concept racconta la storia di una rockstar chiamata Pink che attraverso una serie di episodi traumatici e di disagio psicologico arriva a costruirsi un muro con gli altri. La scomparsa del padre durante la Guerra (quello di Waters morì durante la battaglia di Cassino e lì è sepolto), gli insegnanti autoritari, la madre che aveva come unico oggetto d’amore il figlio e i tradimenti della moglie sono i mattoni del muro. I nostri muri sono reali e di mattoni solidi dentro agli arresti domiciliari nei quali ci hanno messo. Speriamo che questa situazioni duri il meno possibile e che non sia la scusa per costruirne altri, di muri.

#6. Darwin del Banco di Mutuo Soccorso. Secondo noi, il concept più importante del prog italiano e uno dei più significativi del prog tutto. Prodotto dall’etichetta di Emerson, Lake and Palmer (Manticore), il disco è una esplorazione per suoni, parole ed immagini della nascita e dello sviluppo delle forme di vita sulla Terra in chiave evoluzionistica (ci mancherebbe!) ma priva di dotte e barbose dialettiche di tipo scientifico/filosofico. Le liriche sono, in realtà, personali ed intime. Le tastiere e la chitarra (quella di Marcello Todaro) ci guidano attraverso fughe dal sapore “bachiano”, intermezzi jazz e ouverture tipiche del genere. Ma il paesaggio sonoro è ricco e scarsamente applicabile a quanto conosciuto e apprezzato nella Grande Isola, regalando all’ascoltatore un senso di fresco e di nuovo: direi vagamente mediterraneo. Un album che non ha avuto paura del tempo: suona nuovo dal 1972.

Così finisce la prima parte tra evoluzioni, muri, malinconie e conti alla rovescia. Per la seconda dovrete aspettare un’altra settimana e, come sapete, accetto consigli e suggerimenti. Intanto, vi invito a rispettare le regole ma, soprattutto, a non smettere mai di vigilare e stigmatizzare qualsiasi tentativo di annullare le libertà e di limitare i diritti conquistati a così caro prezzo e previsti dalla nostra Carta … mentre scrivo corre il triste anniversario delle Fosse Ardeatine, cerchiamo di raccogliere il testimone dei martiri e degli incalcolabili sacrifici fatti.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

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PLAYLIST DELL’APOCALISSE SIDE B

PLAYLIST DELL’APOCALISSE

SIDE B.

“Dunque così finirà il mondo,

non con uno schianto ma

con un lamento.”

  1. S. Eliot

Surfisti dell’ultima onda, teorici del complotto definitivo, sommelieres dell’ultimo calice, cuochi dell’ultima cena, runners del menefreghismo spinto, cuccioli in affitto, musicisti da balcone, cultori di Nostradamus, interpreti di segni, catastrofisti improvvisati, virologi da prime time,  voi che aspettate anche l’asteroide, presidenti di banche centrali che la fanno grossa (ripetendo il pensiero del membro tedesco del board ma in pubblico), commissari europei coraggiosi (si fa per dire!), voi che portate il bambino al parco giochi perché lui ha diritto e gli altri che stanno chiusi in casa come prescritto sono idioti, bentrovati alle Visioni!

Come promesso ecco la facciata B della playlist per la fine di tutto. Rispondendo alle molte richieste arrivate includerò (con piacere) alcuni brani che mi sono stati suggeriti da voi. Se siete rimasti fuori da questa compilation, non disperate. Infatti, secondo il profeta (Nostradamus, N.d.R.) dopo il virus ci sarà un bella Guerra Mondiale, quindi avremo tutto il tempo di farci anche un triplo o quadruplo album dell’Apocalisse.

Entriamo nel vivo! O meglio, nel vivo ancora per poco!

# Trk. 1 Dust in the Wind dei Kansas. Così, giusto per ricordarci che polvere eravamo e polvere torneremo. Pubblicato nel 1978 ed estratto dall’album Point of Know Return (notate il gioco di assonanza con Point of No Return!). Il testo è: <<tutto ciò che siamo è polvere nel vento>>, <<solo una goccia in un mare infinito>>. Rende bene l’idea della nostra piccolezza di fronte ad un nemico che è molto più piccolo di noi! Ed è proprio così che si propaga, il nostro microscopico Covid 19, attraverso l’aria. Ma, forse questa canzone può essere ascoltata e “letta” anche con una presa di coscienza della nostra estrema fragilità.

# Trk. 2 The End dei The Doors. Cosa ve lo dico a fare?!?!?!?!

# Trk. 3 Heroes di David Bowie. Title track del secondo album della cosiddetta “trilogia berlinese”, noto per essere l’unico dei tre nel quale Brian Eno riesce ad imporre le sue idee (in Low è David a tenere la barra a dritta e in Lodger arriverà Robert Fripp). La voglio dedicare a quelli che per senso civico, rispetto ed empatia si sono sottoposti alle regole di questo difficile periodo. Questa è per tutti quelli che hanno obbedito non perché costretti ma perché partecipi dell’umanità. Purtroppo non sarete eroi solo per un giorno!!! Il sacrificio durerà più a lungo ma quando finirà anche a voi bisognerà dire grazie.

# Trk. 4 Isolation dei Joy Division. A parte alcuni versi calzanti come <<arreso all’autoconservazione>> e <<nella paura di ogni giorno>>, è il titolo che è evocativo della nostra situazione odierna: è un mantra, una condizione quotidiana per noi. Sperando di poterlo spezzare al più presto (l’isolamento) arrendiamoci anche noi cercando di non ammalarci e di non contagiare nessuno.

TrK. 5 Under The Bridge dei Red Hot Chilli Peppers. Questa è stata suggerita da un amico che mi spiega che è il posto dove finiremo tutti se va avanti così! Sul brano: pietra dello scandalo nella vicenda che portò Joe Frusciante fuori dalla band, il pezzo traghettò i RHCP definitivamente fuori dall’ambito dell’underground (ambito che Frusciante preferiva). Il testo tratta, fondamentalmente, degli effetti della droga, del senso di straniamento ma anche della solitudine che si prova. La città di Los Angeles fa da corollario e contesto a questo senso di scollamento dalla realtà.

Trk. 6 Lonely Day dei System of a Down. <<Un giorno così solitario/ed è mio/è un giorno a cui sono contento/di essere sopravvissuto>>. Come per Daron Malakian, anche per noi saranno giorni solitari, i più solitari della nostra vita. Ballata bella, ipnotica nel suo malinconico evolversi, è ottima per una serata di scoramento con alcune avvertenze. Ad esempio: state lontani dalle finestre! Potreste sentirla in un mix infernale con Azzurro cantata in modo molto molto approssimativo, seppur tenero.

Trk. 7 Time of Your Life dei Green Day. Il trio di Berkeley si augura che noi si abbia vissuto i migliori momenti della nostra vita perché il tempo ti <<afferra>> e ti <<porta dove vuole lui, lasciandoti solo la possibilità di fare del tuo meglio>>. E così, in questi tempi strani e diversi, facciamo del nostro meglio per mantenerci integri e non parlo della nostra salute fisica (non solo).

Trk. 8 End of The Beginning dei Black Sabbath. Scritta da Osbourne e Butler con Iommi, che ne cura anche l’arrangiamento, con essa il gruppo si domanda se è la fine dell’inizio o l’inizio della fine. Incredibile, la coincidenza dell’affermazione con la domanda che si fanno in molti in questi giorni e/o con la sottile banalità della stessa. Ma poi procede “marzullianamente” a domandarsi se <<la vita è reale o solo finzione>>. Infine, invita a <<liberare la mente>> e qui noi abbiamo un sacco di pirla che se la sono liberata per davvero (tanto che qualcuno suggerisce che l’avessero avuta vuota da sempre), ma alla fine fa vincere la saggezza, dice di <<restare dentro finché non ti renderanno libero>>. Questo brano me lo ha suggerito la mia amica Miriam che credo mi scuserà se ho un po’ giocato con il suo testo… E’ davvero un gran pezzo, in realtà.

Trk. 9 The Sound Of Silence dei Disturbed. Cover della celebre, straordinaria ballad di Simon & Garfunkel, la band di Chicago la trasforma in un crescendo ossessivo che proietta le immagini evocate nel testo. Anche noi allunghiamo le mani per raggiungere altri che non possiamo (aggiungerei che, per ora, non dobbiamo) raggiungere. E, a differenza dell’autore (Paul Simon, N.d.R.), noi vorremmo disturbare il suono del silenzio che avvolge le nostre città che hanno smesso di correre e così ferme e silenti sembrano enormi cimiteri.

TrK. 10 Stranger in Strange Land degli Iron Maiden. Singolo estratto dall’album Somewhere in Time, uscì con un’illustrazione che si riferiva vagamente a Guerre Stellari e con un ghigno disegnato sul viso di Eddie (la mascotte orrorifica della band) che voleva “citare” ironicamente il sorriso di Clint Eastwood. L’album non è il migliore di sempre del gruppo britannico ma è interessante perché, per la prima volta, usano bass e guitar synth e pick up esafonici (vi risparmio la spiegazione di cosa siano, vi basti sapere che erano le novità tecnologiche per fare musica allora e che creavano suoni molto di moda presso i teenagers dell’86). La canzone scritta dal solo Adrian Smith tratta di una spedizione artica realmente accaduta. L’autore ha deciso di scrivere il brano dopo aver parlato con uno dei superstiti. Ora, nel nostro caso, qui abbiamo due temi interessanti: il tema dell’essere sopravvissuti (finora) e quello dell’essere stranieri su un pianeta straniero che è in grado di polverizzare tutte le nostre certezze, di spazzarci via con la grandezza di uno tsunami oppure di falcidiarci con una particelle microscopica, a sua scelta.

Per concludere, agli amici che mi hanno mandato molti suggerimenti rinnovo la promessa (viste anche le notizie che stanno arrivando) di dare soddisfazione, includendo i loro suggerimenti nel prossimo “pezzo” de Le Visioni che tratterà dei migliori album per godersi l’Apocalisse.

State a casa che per fare Woodstock al parco giochi c’è tempo e godetevi il viaggio.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

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Per carità, lo capisco! non si parla altro

Da settimane non si parla altro del Coronavirus che sta affliggendo l’umanità (e non solo quella, per quanto mi riguarda!) e che sta lasciando uno spazio residuo molto piccolo per altre questioni.

Per carità, lo capisco! In Italia abbiamo avuto il numero maggiore di casi di tutto il mondo occidentale pur avendo immediatamente fatto ricorso a regole draconiane nei confronti di chi sarebbe venuto dalle zone dove il virus si è sviluppato.

Consentitemi, però, di spostare un po’ il punto di vista e di guardare all’evento con una certa fascinazione. Letteratura, fumetti e cinema ci hanno (da sempre) raccontato di futuri prossimi o presenti alternativi duranti i quali l’umanità si sarebbe trovata a fronteggiare il Big One.

La rivolta delle macchine è stata una delle idee più interessanti ed affascinanti. Ricordate la saga di Terminator? Un’intelligenza artificiale creata dall’uomo e chiamata Skynet aveva organizzato e gestito una rivolta contro gli umani che pretendevano di governarla e, successivamente, aveva preso possesso del nostro pianeta con apposito olocausto termo-nucleare, relegandoci a forma intelligente minoritaria e dandoci la caccia. Un Big One strepitoso ma, attualmente, meno di moda. Sarà che Skynet, in qualche modo, esiste davvero e  ci ha, soprattutto, privato della possibilità di comprendere che ci siamo dentro .. Più Matrix che Terminator. La fantascienza contemporanea, figlia dei nostri tempi e lontanissima da quella della Guerra Fredda, ha abbandonato una visione negativa e catastrofica della tecnologia a favore di una maggiore “morbidezza”, di una percezione “buona” degli strumenti digitali, di frontiere che vanno avanti inarrestabili e, sembra, senza alcun ostacolo di tipo critico o etico. E’ abbastanza singolare che si levino scudi, cori di protesta, etc. se la scienza vuole agire su forme di vita esistenti (con le bio-tecnologie, l’ingegneria genetica, etc.) ma, non si sente un fiato se si lavora per crearne di nuove, artificiali, senza alcuna coscienza di sé ma super-efficienti. Non so se lo sapete ma i social che usate e che sono tanto popolari sono pieni di questi “bot” che vi stanano, vi monitorano e una volta che vi hanno capito vi bombardano di informazioni per condizionare le vostre opinioni, le vostre abitudini di acquisto e quelle di voto, tra le altre.

Un altro Big One di particolare appeal è quello del disastro ambientale globale. Che ci crediate o no, è quello più probabile che accada davvero. Il global warming ha già innescato meccanismi che creeranno tsunami, siccità e, addirittura glaciazioni. Questo innesco in compartecipazione con il sovrappopolamento umano verso il quale stiamo andando, accelererà il nostro processo di estinzione … Magari, con una bella guerra mondiale per l’accesso all’acqua e al cibo. Ma agli scienziati si tende a non credere a meno che non escano “stando sulla notizia” con l’istant book di divulgazione. E per mettere in luce, il lassismo quando non la cattiva fede dei Governi c’è voluta una ragazzina svedese molto antipatica. Anche questo problemino, ai tempi del Covid-19 passa in secondo piano. D’altra parte, esiste una chart anche delle catastrofi che ci estingueranno. Attualmente quella ecologica sta scendendo in classifica.

Una breve menzione la merita l’asteroide di Armageddon! Un grosso sasso spaziale come quello che ha cancellato i dinosauri si sta per abbattere sulla Terra cancellando la stragrande maggioranza delle forme di vita, tra cui noi. Tocca ad un manipolo di operai petroliferi studiare da astronauti per salire sul sasso, trivellarlo e farlo brillare con adeguato ordigno nucleare. L’operaio Bruce Willis si sacrificherà per il bene superiore della collettività. Il film è oggettivamente bruttino. Carina e romantica la canzone “I Don’t Wanna Miss a Thing”, una ballata scritta da Diane Warren (già autrice della sigla della serie prequel di Star Trek “Enterprise”) ed eseguita dagli Aerosmith.

Per concludere, c’è lui. Il Big One virus, oggi di gran moda. Chi cazzo non ricorda tutte le graphic novels sull’Apocalisse Zombie? E i videogiochi? Alcuni di questi sono divenuti anche saghe di film come Resident Evil. Tutto è iniziato con la “fuga” di un virus da un laboratorio di una multinazionale (francamente, trovo l’ipotesi dei pipistrelli più affascinante) che, da una parte, lavorava per creare cosmetici che facessero davvero ringiovanire la pelle, dall’altra creava armi batteriologiche. Se non sei super-specializzato, può accadere che ti confondi e che diffondi un virus che decimerà la popolazione umana mondiale… oooopsss. Degne di ricordo, anche, serie TV come Contagion, The Last Ship (che fu prima un lungometraggio) e pellicole come Virus Letale. Ma potrei citare molto altro!

Scusatemi! E’ vero che è indelicato parlare di corda a casa dell’impiccato. Fossi in voi, però, non mi preoccuperei. Semmai chiederei a chi si occupa di informarci che prima ci spieghi come funziona il metodo scientifico e perché molte delle notizie che ci sono arrivate sono antitetiche le une con le altre. Che ci si spieghi perché ci sono virologi che la pensano in un modo ed altri che la pensano in un altro: perché ci sono quelli geniali e quelli scarsi? Non è così. Il tema è che tutte le volte che ci troviamo di fronte ad un fenomeno che conosciamo poco o per niente, elaboriamo teorie partendo da  cose simili  che già conosciamo. Conosciamo già molti coronavirus come quello dell’influenza comune, quello della Sars e quello dell’Ebola. Partiamo da lì e vediamo cosa scopriamo andando avanti … Molte delle cose che abbiamo sentito in questi giorni, più gli scienziati approfondiranno, verranno smentite o confermate. Le diverse ”visioni” si ridurranno necessariamente e arriveranno a confluire in un ristretto e confermato numero di dati. Perché non c’è nessuno che può e deve essere più scettico di uno scienziato. Uno studioso deve necessariamente vivere di fallimenti consequenziali continui se vuole arrivare a scalfire la superficie della verità.

Il nostro problema, in questa bellissima e tormentata penisola, è che non ci fidiamo e ci dividiamo sempre. Nessuno in questa fattispecie si fida delle nostre Autorità (e potremmo dire con Enzo Tortora: che ragione ne avremmo?) però nei due partiti di maggioranza relativa dell’assenza di fiducia, ce n’è uno che pensa che non ce la dicano tutta perché la situazione è gravissima e non vogliono scatenare il panico, l’altra che pensa ci sia un piano ordito per mettere l’Italia in ginocchio e ridurla ad una retroguardia. D’altra parte, questo è il Paese dove si perseguono i sismologi perché non hanno previsto un terremoto e si portano in TV le nuove Star della virologia a dirci tutto e il contrario di tutto. E’ il Paese dove gente che lavora giorno e notte nei laboratori viene insultata da chi sta in televisione a reti unificate. Questo è il paese dove ogni scusa è buona per scatenare le polemiche politiche e quelle del tifo calcistico. Questo è il Paese dove chi ha più potere se ne frega dei virus che diventano ulteriori opportunità di esercitarlo.

Tra l’altro non so se lo sapete ma oggi hanno deciso di contingentare l’informazione sui casi di Covid-19. Questo succede per contingentare anche il panico e mentre trapelavano le notizie che il virus isolato a Milano (al Sacco) sia cosa diversa dal virus del momento e che non avrebbe a che fare con quello cinese (ma servono conferme che sia oriundo longobardo) e, l’altra che viene riportata citando una fonte anonima (guarda caso!) della O.M.S. che suggerisce che non è vero che si sono trovati più casi dove si facevano più analisi! Sarà… Come ho detto, dobbiamo solo aspettare e vedere come finirà. E la scelta del tempo futuro del verbo “finire” non è casuale. Quella con questo virus sarà una lunga convivenza, quindi mettetevi comodi e godetevela. Io sto ascoltando uno dei miei album preferiti: John Barleycorn Must Die (1970) dei Traffic per compensare la noia che si accompagna all’emergenza. Ok … se fossi su un social media metterei un emoticon con la faccina che fa l’occhiolino!

di Paolo Pelizza

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