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Il Personaggio: Giulio Kaliandro su Taranto Buonasera, intervista di Franco Gigante

E' stato pubblico un bell'articolo sul giornale @Taranto Buonasera a cura di @Franco Gigante  dedicato al personaggio rocker @Giulio Kaliandro: una bella testimonianza su esperienze di vita artistica e dell'album di recente pubblicazione dal titolo "Non toccate i bambini" pubblicato dall'etichetta Terzo Millennio Records. (www.terzomillenniorecords.it

L'occasione è interessante per conoscere meglio sia l'artista e i contenuti della sua filosofia di vita, che il terzo album del rocker tarantino (milanese d'adozione) Giulio Kaliandro. che contiene 9 brani, tutti di sua composizione.

"Non toccate i bambini" è stato registrato con il fior fiore dei musicisti italiani, tra i quali il grande chitarrista Andrea Braido, 

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https://www.tarantobuonasera.it/news/85408/giulio-kaliandro-presenta-non-toccate-i-bambini/

 

Ufficio stampa @DivinazioneMilano

Francesco Caprini - Franco Sainini

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4 album (+1) per aprile 2020: Non Voglio Che Clara, Benvegnù, En Roco, Pay e, The Howling Orchestra.

4 album (+1) per aprile 2020:

Non Voglio Che ClaraBenvegnù, En Roco, Pay, The Howling Orchestra.
articolo di Roberto Bonfanti

Servono certezze, in questi giorni confusi in cui tutto è caotico e il futuro sembra un enorme punto interrogativo. Per fortuna, se la vita e la politica le certezze sembrano volercele togliere sempre di più, la musica continua a concedercene qualcuna. Dunque, tanto vale godersi almeno queste.

I Non Voglio Che Clara ci hanno abituati da parecchio tempo a sfornare dischi bellissimi alternati a lunghi periodi di silenzio. “Superspleen vol.1”, il nuovo disco che arriva a sei anni di distanza dal suo predecessore, non fa eccezione e conferma in pieno l’eleganza che è da sempre il marchio di fabbrica della band: canzoni piene di fascino, accarezzate da un caldo retrogusto anni ’60 e giocate attorno a un pop d’autore dalle atmosfere malinconiche e dall’intrigante verve narrativa che rende ogni brano una sorta di mini romanzo.

Su Paolo Benvegnù c’è ben poco da dire. L’ex leader degli Scisma è un autentico monumento della musica alternativa italiana: una sorta di essere di luce che dispensa classe e purezza in ogni cosa che fa. Il nuovo album intitolato “Dell’odio dell’innocenza” è l’ennesimo tassello prezioso di una discografia importante e ci presenta un Benvegnù in grande forma che ci regala undici tracce intrise di quel rock d’autore poetico, ombroso ed evocativo che è da sempre il marchio di fabbrica dell’artista lombardo.

Anche i genovesi En Roco sono ormai una certezza e da vent’anni portano avanti con grande coerenza il loro percorso. “Per riconoscersi” è il nuovo passo del cammino della band ed è probabilmente la loro prova più diretta e sfaccettata: undici canzoni in cui i musicisti liguri non rinnegano assolutamente le loro radici sempre ben piantate nella tradizione cantautoriale tanto cara alla loro città natale ma, al tempo stesso, provano a sporcare maggiormente il loro sound concedendosi l’acidità di nuove venature che spaziano fra il rock e un pizzico di funk.

I Pay si possono considerare a pieno titolo un pezzo di storia del punk italiano più fresco e irriverente eppure, dopo quasi venticinque anni di onorata carriera, sembrano avere ancora l’entusiasmo degli esordienti. “Va proprio tutto bene”, il nuovo album della band varesina, è un bel condensato di canzoni immediate, divertenti, ironiche ma intelligenti al tempo stesso. Punk nel senso più essenziale, puro e apparentemente leggero del termine.

Nonostante su queste pagine abbia sempre preferito citare prevalentemente band che cantano in italiano, parlando di certezze mi sembra giusto dedicare un po’ di attenzione all’esordio di The Howling Orchestra, nuovo progetto musicale in cui confluisce l’esperienza di musicisti già membri dei Gea, degli Spread e dei Lana. “Spirituals” è un album ruvido e profondamente americano in cui suoni acustici e sonorità elettriche si impastano con grande sicurezza all’interno di un interessante viaggio fra rock, folk e venature blues.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

blog rocktargatoitalia.it

 

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009 - 3D, il suono! di Antonio Chimienti

009 - 3D, il suono!

di Antonio Chimienti

Rieccoci con un articolo prettamente tecnico.

Il titolo rievoca la magia, il periodo alchemico in cui tutti sognavano di poter trasformare in Oro il ferro.

Già trasformare il proprio mix, la propria registrazione in qualcosa di magico…

Ecco è questo in realtà il miele che attira l’orso che è in noi, diventare magici.

E allora avanti tutta con mille plugin dalle magiche promesse.

Tra parentesi anche io non ne sono immune completamente e confesso che la decisione di scrivere questo articolo è nata proprio perché sull’onda dei tanti messaggi di amici sui social che mi invitavano ad ascoltare l’ultimo esempio di musica in 7/8/9D. Fino allo strabordante effetto , che confesso mi ha tramortito , in cui nel bel mezzo della song Trap dell’artista xxx, un bussare virtuale alla porta mi ha fatto trasalire fino allo sconcerto.

Aggrediamo l’argomento con due temi che svolgeremo : 

1) Che cosa è il suono 3D. 

2) Mi serve il suono in 3D?

Procediamo!

Che cosa è l’effetto 3D nella musica? Esso è legato alla psicoacustica nel senso che tenderebbe a replicare il calcolo che la nostra psiche effettua in automatico in base alle informazioni che il nostro apparato uditivo riceve.

 Le nostre orecchie sono due e i tempi differenti di impatto con esse da parte dell’onda prodotta da una qualsiasi fonte di suono ci fa capire la posizione della fonte. Esiste oltretutto una fase , cioè una linea di orizzonte immaginaria sulla quale il nostro cervello sa sono posizionate le nostre orecchie e da ciò riesce a considerare anche l’azimut della fonte del suono. La seconda incredibile informazione che il nostro cervello riesce a codificare è il timbro con il quale un suono dopo essere stato immediatamente riconosciuto  sta arrivando alle nostre orecchie. Subito un esempio facile facile pensate al suono della voce della nostra mamma. Apro una parentesi per un prossimo articolo sé ci fossero 100 donne che stanno urlando contemporaneamente la parola casa voi sareste in grado di riconoscere con gli occhi bendati sé fra loro è presente la vostra mamma, ma ne riparleremo. 

Ritornando al nostro esempio vostra madre sta canticchiando a 10 metri da voi , ma il vostro cervello conoscendo molto bene quale dovrebbe essere il suono vero deduce da quello che lo sta raggiungendo che lei sì trova nel bagno. Cosa gli ha permesso questa magia? Sì chiamano “PRIME RIFLESSIONI”. Sono la magia del suono in realtà. Contengono le informazioni di rimbalzo degli oggetti in prossimità della fonte. Rappresentano in una sola parola la “Realtà”.

Ecco che un coro sarà posizionato in uno stadio piuttosto che in un padiglione delle fiere semplicemente perché nello stadio manca l’informazione delle prime riflessioni legate al tetto che invece riconoscereste nel suono del coro dentro il padiglione. Per essere ancora più chiari sé non aveste mai sentito e quindi non aveste mai potuto abbinare il suono del deserto al rumore di una jeep, voi non avreste alcuna informazione su dove sì trovi la Jeep che state udendo qualora appunto fosse la registrazione di una Jeep nel deserto.

 Quando all’interno di un programma informatico sì è riusciti ed immettere delle variabili legate a queste informazioni ( prime riflessioni che dinamicamente variano il loro timbro a secondo della posizione del suono all’ interno dell’orizzonte di 360°) il suono 3D è diventato disponibile ai tecnici. Naturalmente dal 1980 più o meno in cui venne codificato il primo software le cose sono cambiate non poco perché la veridicità della simulazione è legata al dettaglio che lo spostamento del suono deve produrre attraverso infinite sfumature nel cambiamento del timbro delle sue prime riflessioni per essere credibile. Sé avete voglia di curiosare e siete ricchi procuratevi una “testa” ( in realtà è un microfono a forma di testa di manichino) Holophonica oppure più semplicemente scaricatevi gratis il plugin AMBEO Orbit della Sennheiser per fare le vostre esperienze. Hass trick, equalizzatori psicoacustici et similaria sono appartenenti sé pur più semplici a questa stessa famiglia di argomenti.

Mi serve utilizzare il 3D nel mio mix?

In realtà il 3D fine a sé stesso non è utilizzabile poiché per definizione l’impatto emotivo è posizionato al centro dell’ascolto. Basta che pensiate a quando qualcuno vi parla di fronte a differenza di quando vi parla di lato. Sé volete la sua attenzione vi ponete davanti non di lato. Sfido chiunque quindi a trovare una Hit con la voce solista posizionata in una qualsiasi posizione che non sia il centro.

Ma altra cosa è che questo centro sia avvolgente, grande, importante. Ecco, ma questa è un’altra cosa ed è legata alla spazialità del mix. Poi qualcuno maldestramente lo chiama spazialità 3D, ma tanto di cose a vanvera sé ne dicono talmente tante…..

Parliamo dunque della spazialità altresì definito “respiro” del pezzo.

Mi piacerebbe fare alcuni esempi di persona, in questo caso prenderei una macchina fotografica e scatterei due foto sempre con in primo piano voi, ma cambiando l’apertura focale in modo da avere il fondale ora a fuoco ed ora sfuocato. Oppure vi farei chiudere un occhio , vi farei avvicinare ed una bottiglia costringendovi a metterla fuoco e poi senza spostarvi guardare il muro dietro alla bottiglia… avreste di colpo la sensazione della distanza e della profondità.

Riprodurre questo nel vostro mix è possibile e basta copiare la realtà così come io ve la ho descritta in questi due esempi. Per farlo dovete semplicemente utilizzare due riverberi oppure un riverbero ed un delay. Quello che conta è aver fatto vostro il concetto. Non ci saranno infatti, o meglio io non me la sento di spacciarvele, settaggi sicuri per il riverbero ( o il delay) per raggiungere questo obiettivo della spazialità. Dovete solo fare esperienza e cercare di capire quale è la meta.

Posso e devo solo aggiungere queste due informazioni per esservi di aiuto.

Un riverbero deve essere in comune con tutto, ma proprio tutto. Infatti questo riverbero è da considerarsi l’ambiente ( la stanza) in cui sì trovano tutti gli occupanti del vostro mix , della vostra canzone. Sé utilizzerete riverberi diversi creerete un caos durante la decodifica nel cervello dell’ascoltatore. Aggiungendo invece ora più ora meno riverbero “comune” ai vari strumenti ecco che lì posizionerete più vicini o più lontani rispetto all’ascolto. 

Ora veniamo alla perla di saggezza : il secondo riverbero o delay.

Questo secondo delay o riverbero che deciderete di applicare sarà la fonte di quelle prime riflessioni che prima nell’articolo vi ho descritto.

Non è facile da utilizzare, non basta applicarlo, dovete programmarlo sul suono che vorrete e che strategicamente rifletterà l’effetto di “tridimensionalità” al brano. Fino al riverbero precedente voi applicando il primo riverbero avete dislocato gli strumenti su uno stesso piano esclusivamente longitudinario x o y ( nel caso aveste usato il pan pot a dx o sx). Con questo secondo delay o riverbero potrete collocare uno o due strumenti  sull’asse z e questo sarà il vostro cervello a dirvi come dovrà suonare il riverbero/delay.

Vi starete domandando la differenza fra riverbero e delay? Con il delay avete la possibilità di restare più in prossimità del punto focale centrale, ma per contro solitamente i parametri che avete a disposizione sono inferiori per numero di quelli presenti in un riverbero. Solitamente avete un filtro passa basso o passa alto con cui interagire. Nel riverbero invece sono presenti molti più parametri come il predelay ( questo ve lo sottolineo.. è un consiglio) nonché settaggi specifici proprio per il suono delle prime riflessioni.

Ultimo consiglio, questi suoni per meglio riuscire nello scopo è meglio che siano corti  e scanditi come una percussione o un noise oppure un chop vocal insomma corti, ma sarà sufficiente perché la loro presenza obbligherà il nostro sistema psicoacustico a riconoscere un ambiente “allargato” all’ascolto. Avrete posizionato più in là il limite della stanza ed è questo lo scopo prefissato. Siamo alle solite, nei miei articoli erutta sempre lo stesso argomento: la prospettiva. Non esisterebbe  il bianco sé non esistesse il nero, in questo articolo è la presenza di quei rumorini quasi inutili a dare il senso della spazialità.  

Gente non è facilissimo, ma ne vale la pena ed in più nel tentativo starete anche allargando il vostro modo di pensare.

009 - 3D il suono  di Antonio Chimienti

blog RockTargatoItalia.it

 

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DODICI ALBUM PER L’APOCALISSE I PARTE.

DODICI ALBUM PER L’APOCALISSE

I PARTE.

“Quello che il bruco chiama fine del mondo,

il resto del mondo chiama farfalla.”

Lao Tze

Amici Visionari, ben trovati. Ho provato a cominciare con una citazione di speranza (per citare Robert Plant al Garden) anche se, mentre scrivo queste righe, mi trovo a considerare alcuni fatti che proprio non mi fanno pensare ad un futuro così roseo. Innanzitutto, la comprovata consapevolezza che il mondo scientifico sul Covid 19 si è diviso in due correnti principali, un po’ come la discografia negli anni Settanta. Abbiamo gli scienziati mainstream e quelli underground: quelli che lavorano per le major e gli altri per le etichette indie.

Premettendo che tra nessuno (neanche tra quelli mainstream!!!) di questi c’è accordo sul tema del momento, ci piacerebbe che, almeno, non si continuasse a gettare addosso notizie, speranze, illusioni e disillusioni sul pubblico che, al contrario, è bombardato da bollettini, decreti, ordinanze e modelli per autodichiarazione minuto per minuto. Da essere umano chiedo sommessamente che si allenti la pressione mediatica, che i decreti li facciano uscire in orari più potabili e che ci sia una linea di chiarezza ma, soprattutto, che non si invitino più virologi, infettivologi, microbiologi, etc. nelle trasmissioni televisive a dire tutto e il contrario di tutto (tra l’altro, con abbondanza di “leccate” agli stessi).

Ci hanno detto e indotto a pensare che, alla fine di questa triste vicenda planetaria, le cose cambieranno. Eh sì, perché dovremmo riflettere sul mondo, sui nostri sistemi e porre dei correttivi … Insomma, niente sarà come prima e le cose andranno meglio.

Ora, consentitemi di non essere molto fiducioso! Non si sta usando come scusa l’inosservanza delle regole per potersi dotare legalmente di un’applicazione che ci tracci tutti e che permetta (ulteriormente) di indagare sulle nostre vite, sui nostri movimenti, le nostre abitudini? Pensate che eravamo già oltre il grande fratello di Orwell ….

Di più, si chiede ai gestori di social media (che come sapete non mi sono particolarmente simpatici) di denunciare chiunque metta in dubbio la verità scientifica ovvero il verbo di (non meglio dichiarate) fonti scientifiche accreditate. A parte il metodo e il linguaggio, ma quale verità scientifica? Le abbiamo sentite tutte da due mesi a questa parte! Non è che la verità scientifica di cui parlano è quella diffusa dai governi e dai loro gabinetti di esperti? Sul concetto stesso di “verità” non troverete nessuno scienziato (degno di questo nome) che non troverebbe la questione mal posta e pericolosa. Non c’è bisogno che sia io a dirvi a cosa porta questo tipo di attitudine. Mi sembra che si stia facendo di tutto per evocare spettri che pensavamo di aver eliminato con un prezzo elevatissimo, come Manfred maldestri. Infatti, un conto è far osservare le regole che ci danno (lo facciamo!), un conto è non poter più esprimere un punto di vista o un’opinione, fosse anche la più stupida e priva di fondamento. Attenzione a smettere di vigilare ed indignarsi su questo tema. Se la pelle fosse stata più importante della libertà, probabilmente, nella storia degli uomini non ci sarebbe mai stata una rivoluzione.

Per farci un’idea piena di fondamenti e fondamentale per la sopravvivenza dentro all’Apocalisse, eccovi una selezione dei primi dodici album (prevediamo delle sorprese nelle prossime settimane!) per restare vivi e mentalmente funzionanti. Ecco i sei della settimana.

#1. Five Leaves Left di Nick Drake. Cinque foglie rimaste su un albero nella campagna inglese. Quella campagna autunnale dove le sagome delle piante costituiscono l’elemento definito del chiaroscuro nel bianco rarefatto della foschia. Come noi, quelle foglie precarie sono rimaste sul loro ramo in attesa che venga il loro turno di cadere. E’ quella campagna che vide la nascita di Nick. Questo è il primo album di tre. Poche vendite, scarso successo in vita, Drake verrà scoperto postumo. Il disco è grande e segnerà almeno una generazione di ascoltatori e musicisti per il suo interprete sobrio ed essenziale nel canto, per i preziosi arpeggi di chitarra e per il romanticismo malinconico e struggente di chi è vittima della sua arte. Nick scomparirà a 26 anni, in silenzio dentro al chiasso del successo di The Who e Led Zeppelin. Se ne andrà senza nemmeno entrare nel triste Club dei Ventisette, anche qui in controtendenza. Se ne andrà per un’overdose di farmaci. Non si capì mai se fosse stato suicidio (così venne ufficialmente definito: Nick soffriva di depressione) o errore nel dosaggio. Ci sarà chi mi dirà che preferisce Pink Moon (il terzo album, universalmente riconosciuto come il suo miglior lavoro) ma Five Leaves Left ha una tale carica di fresca precarietà, di sottile sofferenza, di attesa di destini ineluttabili da renderlo così “vivo” come l’immagine, evocata dal titolo, delle ultime cinque cartine nel pacchetto delle Rizla.

#2. Countdwon to Exinction dei Megadeth. E’ il quinto lavoro in studio per la band trash metal (etichetta che trovo riduttiva, personalmente) americana. Esce nell’estate del 1992 ed è una miscela riuscita tra gli stilemi armonici del genere e la stesura di melodie più strutturate ed orecchiabili. Il titolo evoca i tempi che stiamo vivendo come conto alla rovescia per l’estinzione. Non mi riferisco al virus di moda, oggi. Ma a tutta quella letteratura di azioni disattese e sottovalutate sulla salvaguardia del nostro pianeta, sui cambiamenti climatici, sulla conservazione della bio-diversità … Tornando in tema, il disco ebbe più successo presso un pubblico più eterogeneo che tra i fans della band che lo vogliono tra quelli dell’ineluttabile declino verso logiche più commerciali, forse perché mancante del ricorso sistematico a quelle chitarre monstre che i Megadeth hanno tra i loro “registri” e che, qualche volta, virano verso una noiosa evoluzione manieristica. Questo album mi è stato suggerito dal mio amico Davide dei Messer DaVil e lo inserisco volentieri.

#3. Close to the Edge degli Yes. Questo è suggerito da Giorgio. Siamo al cospetto di una delle più talentuose band del progressive rock e a uno degli album più importanti del genere oltre che del gruppo. Molti di voi farebbero un’altra classifica … ma questa non è una classifica! E’ un elenco di generi primari per sopravvissuti! Questo disco è una continua sorpresa nel susseguirsi dei brani con un’infinita citazione di generi e tecniche. Il basso di Squire segue la tradizione dei bassi “melodici” (tra tutti Beatles e The Who) liberando la chitarra di Howe a spaziare ed a portarci in viaggio dentro ad un rock marginale, fatto più di escursioni classiche sinfoniche, nel jazz e nel folk. La title track è una suite di diciotto minuti, tanto per gradire, ed è ispirata al romanzo Siddharta di Hesse. Il “baratro” esistenziale degli Yes è sicuramente molto lontano dal nostro ma il titolo e la grandezza dell’album ci stanno alla grande!

#4. Wish You Were Here dei Pink Floyd. Bacchettato da molti per non aver inserito questi ragazzacci britannici nella precedente playlist, me li sono conservati per la composizione della lista degli album per la fine del mondo. Dopo il successo epocale di Dark Side of the Moon, il gruppo si ritrova in preda a sé stesso. Troppi pochi stimoli dopo un’esperienza come quella, troppo tempo per pensare, perché sentimenti contrastanti facciano la loro comparsa accompagnati da quel sottile, freddo senso di colpa che da tempo era con loro. A volte rimanendo sullo sfondo, a volte risalendo il flusso delle coscienze. Così nasce Wish You Were Here, altro album capolavoro del gruppo. E’ per Syd Barrett, fondatore della band, malato di mente, tossico e genio, il senso di colpa. La consapevolezza di averlo abbandonato, di non aver fatto abbastanza sono i temi del disco: assenza, disagio mentale ma, anche, quello di un sotterraneo, malcelato cinismo dell’industria musicale. Attualmente, siamo tutti lontani per decreto e credo che tutti noi si stia esprimendo lo stesso augurio del titolo.

#5. The Wall dei Pink Floyd. Quarto ed ultimo capolavoro della gestione di Roger Waters dopo Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e Animals, chiude gli anni Settanta e quella straordinaria stagione nella produzione musicale. Autobiografico per Waters, il concept racconta la storia di una rockstar chiamata Pink che attraverso una serie di episodi traumatici e di disagio psicologico arriva a costruirsi un muro con gli altri. La scomparsa del padre durante la Guerra (quello di Waters morì durante la battaglia di Cassino e lì è sepolto), gli insegnanti autoritari, la madre che aveva come unico oggetto d’amore il figlio e i tradimenti della moglie sono i mattoni del muro. I nostri muri sono reali e di mattoni solidi dentro agli arresti domiciliari nei quali ci hanno messo. Speriamo che questa situazioni duri il meno possibile e che non sia la scusa per costruirne altri, di muri.

#6. Darwin del Banco di Mutuo Soccorso. Secondo noi, il concept più importante del prog italiano e uno dei più significativi del prog tutto. Prodotto dall’etichetta di Emerson, Lake and Palmer (Manticore), il disco è una esplorazione per suoni, parole ed immagini della nascita e dello sviluppo delle forme di vita sulla Terra in chiave evoluzionistica (ci mancherebbe!) ma priva di dotte e barbose dialettiche di tipo scientifico/filosofico. Le liriche sono, in realtà, personali ed intime. Le tastiere e la chitarra (quella di Marcello Todaro) ci guidano attraverso fughe dal sapore “bachiano”, intermezzi jazz e ouverture tipiche del genere. Ma il paesaggio sonoro è ricco e scarsamente applicabile a quanto conosciuto e apprezzato nella Grande Isola, regalando all’ascoltatore un senso di fresco e di nuovo: direi vagamente mediterraneo. Un album che non ha avuto paura del tempo: suona nuovo dal 1972.

Così finisce la prima parte tra evoluzioni, muri, malinconie e conti alla rovescia. Per la seconda dovrete aspettare un’altra settimana e, come sapete, accetto consigli e suggerimenti. Intanto, vi invito a rispettare le regole ma, soprattutto, a non smettere mai di vigilare e stigmatizzare qualsiasi tentativo di annullare le libertà e di limitare i diritti conquistati a così caro prezzo e previsti dalla nostra Carta … mentre scrivo corre il triste anniversario delle Fosse Ardeatine, cerchiamo di raccogliere il testimone dei martiri e degli incalcolabili sacrifici fatti.

di Paolo Pelizza

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