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Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza

Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza.

di Roberto Bonfanti

“Chi controlla il controllore?” si diceva un tempo. Allo stesso modo: chi intervista l’intervistatore?
In queste settimane Paolo Pelizza è stato impegnato in un giro di interviste a una serie di personaggi vicini al mondo di Rock Targato Italia. Era quanto meno doveroso che qualcuno si impegnasse ad andare a intervistare lui, che da anni porta avanti sul sito del concorso la rubrica “Le Visioni di Paolo” e che è ormai una colonna portante anche della giuria della manifestazione.

Partiamo dalle basi: chi è Paolo Pelizza?

Paolo Pelizza è uno che da ragazzino ha studiato un po’ di pianoforte e un po’ di chitarra, e per qualche tempo nella sua vita ha anche cantato e composto con scarsissimi risultati sia commerciali che qualitativi. Il fatto è che non ero un gran musicista né un gran compositore, però avevo una discreta voce con una buona sporcizia blues, così per qualche tempo si è ritrovato a cantare in un locale che era anche ristorante, per cui si suonavano pezzi di Battisti, Billy Joel o Sinatra. Comunque ben presto ha capito che non aveva i numeri per vivere con la musica così ha cercato di lavorare in mondi che fossero consoni alla sua indole e alle sue capacità … Quindi, ho iniziato scrivendo per la pubblicità e, frequentando quell’ambiente, sono finito a lavorare nella produzione di spot e da lì nel cinema e nella televisione, sempre per ciò che riguarda la produzione. Insomma, fondamentalmente ora gestisco budget e organizzo produzioni per cui, anche se il fuoco sacro dell’arte non si è mai spento, le mie velleità artistiche hanno lasciato spazio, per ragioni “alimentari”, a ruoli più prosaici. Oltre a questo, insegno produzione al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola nazionale di cinema, che è un’esperienza che mi riempie tantissimo la vita, anche se ora siamo fermi per le ragioni che tutti conosciamo.

Che affinità e divergenze vedi fra il mondo del cinema e quello della musica?

Il mondo del cinema è un argomento complesso da trattare perché negli ultimi anni è entrato in tackle scivolato, come ovunque, il digitale. Per questo molte delle grandi produzioni adesso le fanno Netflix o Amazon. E la grande domanda è: perché chi gestisce fondamentalmente degli algoritmi si deve impegnare in attività di tipo artistico, creativo e dell’intrattenimento? Però lo fanno e, oltre a farlo, quel mondo lo governano anche. Ognuno di noi può pensare che gli piaccia o meno ma è così. Queste realtà ormai si sono prese tutto, dalla consegna delle pizze alla produzione dei film di Scorsese.  Oltretutto l’invasione del digitale ha influito molto anche sulla concezione stessa di cinema: un tempo il cinema era quello che vedevi in sala, e ci sono ancora registi che lavorano con quella concezione -penso a Nolan, Inarritu o Tarantino, tanto per fare qualche nome. C’è tutto un mondo che fa anche cose di qualità e le fa pensandole per una fruizione digitale, proponendo quindi un altro tipo di esperienza concepita per essere individuale. Un altro linguaggio, per così dire. Io, come tutti, ho gli abbonamenti alle piattaforme e non nego che producano cose ottime, ma l’esperienza del cinema in sala è ovviamente un’altra cosa. Scrivere un film per una grande proiezione collettiva o per un’esperienza individuale in cui sei da solo, metti in pausa perché ti suona il cellulare o ti cade il mozzicone sul tappeto oppure ti interrompi perché è pronto l’arrosto, sono cose completamente diverse. Anche lo stesso film visto in sala e poi  a casa è un film completamente diverso.

Sulla musica il discorso è simile: cambiando il tipo di fruizione e il modello di business, è cambiato anche l’ascoltatore. L’utente medio ora è più predisposto ad ascoltare ciò che gli propinano piuttosto che andare a cercarsi delle cose, a provare a coltivarsi un gusto e questo porta inevitabilmente a un appiattimento, all’omologazione.

Da insegnante invece che idea ti sei fatto delle nuove generazioni?

Premetto che il mio osservatorio è quello di uno che lavora in una scuola di cinema, per cui è sicuramente un punto di vista privilegiato rispetto a chi lavora in altri ambiti. Io credo che i giovani d’oggi abbiano realmente una marcia in più in termini di sensibilità, di creatività e di capacità di intuire il mondo che stanno per affrontare. E sicuramente non sono contenti di ciò che stanno per ereditare da noi e, su questo, è difficile dargli torto. Quello che noto però è che da un lato c’è una grande consapevolezza ma dall’altro un senso di resa rispetto ai mutamenti che impatteranno sulla loro vita. Sono come “arresi” a ciò che hanno di fronte. Questo senso di resa è la cosa che più mi dispiace vedere ed è quello che tarpa loro  maggiormente le ali. Il fatto di sapere usare i social, poi, permette a ognuno di loro di avere un proprio pubblico ma ha frammentato la comunità in milioni di piccolissime particelle sociali, di comunità microscopiche, per cui non riescono ad avere un’idea unitaria confrontandosi,  né a creare movimenti che siano realmente efficienti nel perseguire il cambiamento. Poi forse anche i grandi movimenti degli anni Sessanta e Settanta non hanno di fatto portato a chissà quale grande risultato, però quanto meno il movimento c’è stato e nella maturazione delle coscienze e del vivere civile qualcosa ha saputo smuovere.

A proposito di grandi movimenti degli anni ’60 e ’70: le tue radici musicali vengono da lì, giusto?

Sì. Io ho avuto due momenti di formazione importanti: uno è stato la musica degli anni ’60, con il movimento hippie e il rock psichedelico americano, dai Grateful Dad ai Jefferson Airplane per fare i nomi più famosi. Il secondo invece è stato la sponda più popular britannica di quel movimento, per cui: i Beatles, gli Stones, ecc… Poi dentro quel movimento ho iniziato a scoprire cose che erano un po’ meno scanzonate. Insomma, negli anni ’60 c’erano degli artisti immensi ma anche molta positività e molta voglia di fare anche del casino. Negli anni ’70 invece tutto questo si è evoluto in qualcosa di più cupo e cattivo ma anche, dal punto di vista sonoro, più aperto alla sperimentazione e al cercare di fare cose non necessariamente facili da ascoltare. Insomma, i Led Zeppelin, a parte qualche canzone, non è che fossero così semplici. Poi in quel periodo è esploso un rock più scuro e robusto che è poi confluito nella nascita dell’heavy metal. Ovviamente sto sintetizzando moltissimo: so bene che le cose sono molto più complesse e ci sarebbero molte altre sfumature da raccontare. Ma credo che tu a una certa ora debba andare … Secondo me gli anni ’70 sono gli anni della “Grande Isola”, perché è dalla Gran Bretagna che è esploso il fermento maggiore. Nella seconda metà di quel decennio poi c’è stata una grande divisione: da un lato quelli che sono diventati musicisti più raffinati e colti dando origine alla corrente del rock progressivo, di cui noi abbiamo avuto un bellissimo movimento misteriosamente dimenticato, e dall’altro l’estremo opposto che ha fatto emergere il punk. Però la cosa bella degli anni ’70 è che c’erano delle correnti molto definite ma anche molta voglia di mescolarsi e mischiare le carte.  C’è stato anche l’inizio dell’elettronica, i primi synth, i Kraftwerk, i Neu, i Tangerine Dream e altri. È stato un decennio pazzesco che secondo me è finito in grande con la pubblicazione di “The Wall” dei Pink Floyd. Ma la fine degli anni ’70 è stata anche l’inizio della fine perché grandi musicisti, con l’avvento degli ’80, hanno scelto di convertirsi al pop. Penso ad esempio a David Bowie. Anche se il pop che David Bowie ha fatto negli anni ’80 era di livello eccelso e, ovviamente, non mi permetterei mai di dire nemmeno che il pop di Madonna o Michael Jackson non sia stato di alto livello e non abbia lasciato qualcosa di importante. Però è stato l’inizio della stagione dedicata al dare in pasto al pubblico cose più immediate. Io non ho niente contro il pop. Il pop c’è sempre stato: pensa ai Beatles che hanno fatto anche delle straordinarie canzonette oltre ai vari capolavori come “Revolver”, “White album” e “Sgt. Pepper”. Però, secondo me, quel periodo ha creato una china che è poi quella da cui, negli ultimi anni, siamo rotolati. Anche se il rock non è morto negli anni ’80, né tantomeno nei ’90 e ancora oggi ci sono band e dischi eccellenti in quell’ambito. È solo più difficile farlo ascoltare alla gente perché è meno curiosa e appagata da quello che viene loro propinato.

Tornando a Rock Targato Italia: tu hai iniziato a collaborare tramite la rubrica “Le visioni di Paolo”, prima di fare il giurato nel concorso. Ci racconti come è nata la tua collaborazione con Rock Targato Italia?

“Le visioni di Paolo” è nata come rubrica su una radio che si chiamava Radio Meneghina e che era portata avanti da Francesco Caprini. Era una radio che trasmetteva solo in dialetto milanese. Io facevo due ore alla settimana in cui, mentre Francesco parlava di musica indie italiana, io parlavo un po’ di quello che mi pareva, anche di cinema e libri. Avevo anche intervistato un paio di scrittori. Poi, finita l’esperienza in radio, Francesco mi ha invitato a dargli un seguito scrivendo direttamente sul sito di Rock Targato Italia. Così è nata la rubrica e da lì, continuando a collaborare con il sito e a frequentare Francesco, sono finito anche nella giuria del concorso.

Da giurato che idea ti sei fatto di ciò che ruota attorno al concorso?

La mia idea è quella che credo ci siamo fatti tutti: c’è tantissimo entusiasmo, c’è anche un certo tipo di qualità, ma c’è pochissima consapevolezza. Ovviamente è anche cambiato il mondo: un tempo c’erano i produttori che investivano sulle band per permettere loro di crescere e di emergere mentre oggi se vai da un produttore devi essere tu a pagarlo. Per cui la musica la fai a casa tua col computerino e questo purtroppo è triste.
Ciò non toglie che negli ultimi anni siano passati dal palco di Rock Targato Italia almeno 5 o 6 band o artisti che meriterebbero una chance seria e che, se avessero avuto alle spalle un minimo di investimenti, sarebbero usciti molto bene.

Abbiamo parlato del Paolo Pelizza produttore, del Paolo Pelizza insegnante, del Paolo Pelizza ascoltatore di musica, del Paolo Pelizza de “Le visioni di Paolo” del Paolo Pelizza giurato. Ci manca il Paolo Pelizza scrittore.

Il Paolo Pelizza scrittore è uno che scrive cose che non leggerà mai nessuno. Scherzi a parte, ho scritto un romanzo e ho avuto varie vicissitudini con un paio di editori. Di recente un amico mi ha proposto di provare a trasformarlo in una sceneggiatura perché secondo lui la storia è meravigliosa e potrebbe diventare un lungometraggio. Io non sono uno sceneggiatore per cui ho lasciato tutto nelle mani di questo mio amico e vedremo cosa ne uscirà. Di questo romanzo ho abbozzato anche una prima stesura di un seguito e un plot di un ulteriore seguito che andrebbe a chiudere la trilogia. Però sono abbastanza tranquillo sul fatto che chiuderò gli occhi senza vederlo pubblicato. Sono ottimista per questo: nessuno sarà costretto a leggerlo!
A parte questo, al di là di Rock Targato Italia, scrivo delle cose o correggo delle cose per altri scrittori di cui non farò i nomi neanche sotto tortura ...

Credo che ci siamo già detti molto. C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

L’unica cosa di cui non abbiamo parlato è il Covid, ma ne parlano già tutti. Direi che nessuno ci sta capendo un cazzo. Oggi leggevo che un virologo ne ha querelato un altro, per cui siamo veramente al tutti contro tutti. Siamo in un periodo davvero oscuro. Ci sono troppe cose che sfuggono. Già cinque o sei anni fa c’era stato un allarme della comunità internazionale su un virus che sarebbe potuto arrivare, per cui forse già lì si sarebbe dovuto iniziare a mettere in pista dei protocolli globali per far sì che le cose andassero diversamente. Invece questo allarme è stato completamente ignorato da tutti e, alla resa dei conti, in un mondo in cui tutti siamo tracciati e ognuno di noi ha in tasca un affare che si collega a un satellite a ogni passo che facciamo, non hanno trovato di meglio che chiuderci in casa come per la peste del ‘500. Allora qualcuno dovrebbe spiegarci a cosa serve tutta questa tecnologia, questa fiducia cieca nella scienza salvifica. Se ci siamo evoluti per tornare alle situazioni di 500 anni fa, forse non ci siamo evoluti poi così tanto. Se ci dobbiamo salvare da soli e chi garantisce la sopravvivenza della specie sono i gendarmi c’è qualcosa che mi sfugge. Insomma, si evolvono le macchine ma non noi. Siamo in una situazione quanto meno bizzarra. E meno male che questo virus, che è veramente molto contagioso, non è altrettanto letale. Prova a pensare allo stesso virus con la letalità dell’Ebola…

Poi è naturale che, in una situazione nuova e imprevista -anche se tanto imprevista abbiamo visto che non era- chi deve governare possa commettere degli errori. E ci sta. Ci sta, anche, che si debbano fare delle rivoluzioni copernicane di fronte a situazioni che magari inizialmente si pensava potessero essere in un determinato modo e alla fine si sono invece rivelate tutt’altro. Non ci sta però che su queste cose ci si giochi. Non ci sta che determinate situazioni diventino colpose o addirittura dolose. Ma questo purtroppo noi lo sapremo solo fra chissà quanti decenni. D’altra parte, quando si inaugura una stagione di questo tipo, c’è chi vince e c’è chi perde, ma quelli che vincono sono sempre pochissimi.

Roberto Bonfanti, scrittore e artista

blog di Rock Targato Italia 

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I DUBBI DI NOI PRIMATI OVVERO COME UN VIRUS SALVERA’ LA MUSICA (E, FORSE, L’ UMANITA’).

I DUBBI DI NOI PRIMATI OVVERO COME UN VIRUS SALVERA’ LA MUSICA (E, FORSE, L’ UMANITA’).

Ci siamo trovati con Antonio Chimienti, mio collega su questa testata web e autore degli interessanti (e tecnici) articoli de Il Dubbio delle Scimmie.

Antonio Chimienti è nato a Torino nel 1967. Studente del Conservatorio G. Verdi e Direttore di Musica Leggera dell’Esercito, è fondatore, musicista e produttore musicale presso la Mediterranean Records (con il partner Paolo Mescoli. oltre duecento artisti registrati), nonché vincitore di 6 Golden Reels ed ex titolare dello studio Il Cortile). E’ stato sponsor Roland insieme a Lucio Dalla ed Elton John nel 1988. Ha realizzato colonne sonore, l’inno della Juventus Football Club e quello del Torino (par condicio!), è stato finalista al New York Film Festival e selezionato alla 50esima Biennale di Venezia. Suo hit selling score 600k+ per Concerto Grosso e Profano. Attualmente sta producendo Libera (Michela Sala, al secolo), scoperta da Pietro Cassano, e a fine maggio (maggio 2020) pubblicherà un remix di Musica Musica cantato da Salvatore Mazzella (il più autorevole interprete di Pino Daniele).

Visio: Bentrovato Antonio e grazie per aver accettato il nostro invito.

Antonio: Grazie a voi.

Visio: Entrando subito nel vivo, so che tu hai un’opinione sul “prima” e sul “dopo” nel mondo della musica. Dove prima e dopo sono intesi con l’avvento della “rivoluzione digitale”.

Antonio: Innanzitutto, bisogna dire che ci sono due ragioni: una culturale e una economica. Per quanto riguarda la prima bisogna dire che la produzione musicale prima era molto più orientata alla ricerca. Esisteva una vera sperimentazione che passava attraverso l’evoluzione sociale, quella culturale e le utopie ma che riconosceva la nostra umanità, la nostra parte più profonda. Per questo le composizioni erano più “difficili” da ascoltare ma toccavano le nostre corde in maniera più importante. D’altronde, la musica è il linguaggio universale. Poi sono cambiati anche gli attori. Una volta, produttori e discografici erano esperti della materia, non uomini marketing. Gli artisti, dentro a quel modello di business, trovavano supporto, consigli e la possibilità di fare la loro musica. Oggi, il lavoro è quello di intercettare quello che funziona e copiarlo. Di solito, lo si copia male. Purtroppo, oggi c’è anche il problema dell’economia. Oggi fanno tutti musica gratis o quasi. E la fruiscono anche gratis! Il discografico non intercetta più talenti, tendenze o messaggi e, non avendo le competenze, deve investire su più artisti. Se prima capiva che quello era l’artista giusto e ci investiva cento euro, attualmente, investe un euro su cento sedicenti artisti e vede come va. Negli anni Settanta e Ottanta, per registrare una linea di basso, si chiamavano diciotto bassisti… le produzioni costavano molto… Spesso oggi si affidano, addirittura, al pubblico per decidere su chi puntare. Così, però, non ci si evolve.

Visio: Premettendo che il mercato è cambiato secondo modelli che non sono gestiti da chi ha le competenze necessarie ma da companies enormi che sono entrate a gamba tesa e senza invito nel settore, cosa bisogna fare oggi per recuperare?

Antonio: Questo periodo di stop, più o meno totale, ci offre un’opportunità per fermarci a riflettere. Ti faccio un esempio. Quanti amici hai risentito dopo anni, durante il lockdown?

Visio: Non so… ma, di sicuro, una decina.

Antonio: Vedi! Non eri più compresso nelle tue responsabilità professionali, nelle tue abitudini quotidiane e, questo, ti ha fatto tornare in mente persone ed eventi significativi del passato. Così hai sentito il bisogno di riprendere rapporti, di capire com’era andata a questi altri, se avevano la tua stessa percezione… e l’hai fatto usando la scusa di sapere come stavano durante questo periodo. Succederà anche nella musica… Facendo quattro chiacchiere durante il nostro primo incontro “virtuale” ci siamo ricordati di quando si andava a sentire la musica da Mariposa…

Visio: Mi ricordo, certo! Ogni tanto ci andavo quando “saltavo” la scuola. C’erano quelle colonnine con le audiocassette e le cuffie.

Antonio: Quelle con la spugna morbida arancione!

Visio: Bé… In molti casi c’erano solo tracce di quella! In altri casi, l’arancione era un ricordo…  Altro che prendersi il Covid (ridiamo)! Era una stagione straordinaria, però. C’erano molte uscite, la qualità generale era alta.

Antonio: E’ vero! Si andava là, si ascoltava un disco e lo si comprava. Poi lo portavi a casa e prima di capirlo lo dovevi ascoltare venti volte. Solo dopo averlo capito, ti piaceva. Oggi, tutti devono capire subito oppure non aver nemmeno bisogno di capire. Prova a far ascoltare Aqualung (album capolavoro dei Jethro Tull, N.d.R.) ad un teenager! Ti risponderà: cos’è questa robaccia? Perché è abituato ad una produzione di cose molto simili tra loro, piatta, facile. In questo periodo si possono scoprire cose interessanti, si può scoprire che si ha ancora voglia di fare ricerca, di produrre, di mettersi in gioco e di sperimentare. Quando qualcosa o qualcuno ti mette di fronte alla tua fragilità, tendi a comprendere che il tempo è limitato e la posta in gioco è più alta rispetto a quella a cui ti hanno abituato. Nella musica, con le tecnologie attuali potremmo ulteriormente alzare l’asticella, non fare il contrario. Sono fiducioso che succederà anche in molti altri ambiti della nostra vita.

Visio: Cioè, ci hanno mentito…

Antonio: Non lo so. Prima chiamavano Monet per farsi fare un quadro. Correvano un rischio in due: l’artista e chi gli faceva da mecenate. Oggi, sono convinti che i fenomeni esploderanno da soli e che i mercati si autoregoleranno. Quello che hanno ottenuto è che pochissimi riescono a farci battere il cuore, a toccare le note più profonde… ma questa produzione di maniera finirà presto. Spogliati di tutto, siamo uguali perché gioiamo e soffriamo per le stesse cose. Prima di tutto, siamo umani.

di Paolo Pelizza con Antonio Chimienti

© 2020 Rock targato Italia

P.S.: Mentre scriviamo è purtroppo scomparso Florian Scheinder, co-fondatore del gruppo musicale elettronico (o di musica cosmica, se vi piace di più) rivoluzionario: Kraftwerk. David Bowie li definì il suo gruppo preferito. Sia il Duca Bianco sia molti altri musicisti sono stati “contagiati” dalla loro musica. Nell’unirci in un abbraccio alle persone che gli volevano bene, siamo in dovere di ringraziarlo per i regali che ci ha fatto. Grazie Florian, ci mancherai.

P.P.S.: Nelle scorse settimane, causa Covid-19, ci dicono che ha definitivamente chiuso il negozio di dischi Mariposa (che citiamo in questo pezzo) e che già aveva trovato una nuova sede in centro a Milano dopo essere stato per gli anni importanti della formazione di almeno tre generazioni (tra cui la mia!) in Porta Romana. Perdere un pezzo così fondamentale della storia della città, un luogo di diffusione della cultura, è un peccato mortale.

 

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010 - Come scrivere una bella canzone di Antonio Chimienti

010 - Come scrivere una bella canzone

di Antonio Chimienti

 Bello il titolo vero? Be credo che sarà anche l’unica cosa bella di tutto l’articolo. 

Quando stavo pensando che era da un po’ che mancavo sulla mia rubrica e che era tempo di ravvivarla ho cominciato a pensare a qualcosa di interessante da scrivere e visualizzando le problematiche che meriterebbero dei sostegni ho pescato nei pensieri qualcosa di attuale e ricorsivo per abbracciare contemporaneamente più lettori interessati.

Il pensiero pescato sì rifà ad un episodio accadutomi in questo ultimo mese , ma che ho vissuto  nella mia carriera almeno 10 volte ogni anno.

Ve lo racconto così da riassumere esattamente il mood dell’argomento.

Nomi nessuno, ma credetemi tutti di altissimo profilo nazionale.

Autore di una cantante che ascoltate tutti i giorni in radio e tv mi chiede di produrre qualcosa perché ha sentito una mia produzione che sto per pubblicare e la trova “molto attuale” Su questo aggettivo ci ritorneremo perché è l’oggetto di questo articolo. Gli chiedo due testi , lì ricevo e comincio un arrangiamento. Anzi nello specifico per influenzarmi scarico un video di questa cantante che meglio sì adattava alla musica che avevo cominciato a scrivere. Creo il ritornello e la stesura della canzone. Genere Future Pop/ Funky House , ma pur sempre cantato in italiano.

Creo il drop et voilà lo provino con la mia voce. Data l’estensione del cantato dopo un ritornello con la voce utilizzo un suono lead per registrare la melodia perché sia chiara e facilmente apprendibile.

Riscontro: sai Antonio perché non la canti tutta? Ma perché hai messo quel suono a posto del tema? Ma…. non so….non mi convince tanto… ecc.ecc.

Dimenticandosi che me lo aveva chiesto lui sulla scia emotiva procuratagli da un mio lavoro che aveva ascoltato. Non che la cosa mi importi più di tanto, la farò cantare a qualcun’altra, ma la cosa che mi fa rabbia e credo avrà fatto arrabbiare tanti di voi musicisti è il perché a stabilire quale sia una bella canzone devono sempre essere degli individui privi di quella dose minima di immaginazione per vedere un successo prima che sia successo e scusate il gioco di parole, ma la questione è tutta qui.

Scommetto che sé avesse sentito il provino cantato dalla sua “ star” gli sarebbe piaciuto al volo.

Meglio ancora sé avessi speso 30K euro in produzione e avesse sentito già la canzone finita e masterizzata...anzi perché magari non anche appena cantata in uno stadio dalla suddetta “Star”? Ecco allora forse il successo gli sarebbe apparso subito evidente.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone?

Eh sì perché ora abbiamo isolato il “quid” e cioè che il bello è relativo alla fase raggiunta dal suo manifestarsi, ma noi nella musica degli anni 2020 siamo, per usare un eufemismo, veramente sfigati. Siamo come dei Michelangelo il cui pietrone da cui scalpellerà la sua Pietà non solo costa una enormità e non sé lo può permettere, ma oltre tutto il ricavo che ne conseguirà è legato in stretta misura alle decisioni di altri che faranno di tutto per preferire qualcosa che sia più facilmente consumabile piuttosto che penetrante nell’animo di pochi. Quindi poca poesia e molto business. Oggi uno come Bob Dylan dovrebbe nasconderli i suoi testi dentro una canzone per farli arrivare perché mettere sulla bancarella della sua arte i suoi testi non lo porterebbe più lontano del palcoscenico di qualche oratorio. Oggi ci vogliono i fuochi di artificio che ti esplodano sugli occhi per notare qualcosa. E difatti basta guardare gli ultimi Sanremo per identificare questi fenomeni da cinema il cui 90% sarebbe godibile anche con il Mute inserito.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone Antonio?

Analizziamo cosa è oggi una bella canzone. E da cosa deriva i senso del bello.

Io suono il pianoforte da 40 anni. Tu suoni la chitarra , il basso o la batteria da una vita , ma sé ed ascoltare è qualcuno che non ti conosce… magari nel mio caso una bella signora… questa letteralmente sì innamora all’istante, ma sé ed ascoltarmi è mia moglie o una delle mie figlie l’effetto è : ma quando la smetti che mi viene mal di testa. Fa ridere , ma è così.

Perché avviene? 

Ma è ovvio per assuefazione e questo capita anche nei numeri molto più allargati socialmente.

E’ vero ci sono musiche o canzoni definiamole intramontabili, ma comunque una canzone di Caruso o di Mina o dei Bee Gees non ci trascinerebbe più con il portafogli in mano all’acquisto. In questo caso ecco evidenziato che il “bello” è molto relativo sé connesso al raggiungimento limite di una spesa.

Ovviamente una bella canzone deve infrangere questo limite per diventare oggetto del desiderio e quindi : acquistata.

Dunque per riassumere sé ieri un provino pianoforte e voce era sufficiente per capire quanto bella fosse una canzone… oggi non è più così. Anzi siamo arrivati al punto in cui , come nel mio esempio su descritto, la canzone deve essere già completamente prodotta per essere apprezzata. 

Questo accade perché l’attenzione sì è spostata dal messaggio del testo.

E’ ovvio che sé in un epoca passata i canali tv erano 2 ed in bianco e nero non era necessario sviluppare o innescare una battaglia sul visuale come invece siamo arrivati a compiere noi.

Inoltre i testi bastavano perché non c’e’ ne erano abbastanza. Questi testi non erano scritti da dei geni unici al mondo, ma da quegli unici che arrivavano alla ribalta. Erano pochi e preziosi non perché gli unici, ma perché non c’erano le condizioni per divulgarne di più. Chissà quante meravigliose canzoni sì sono accumulate sulle scrivanie degli editori di allora.

Oggi basta scrivere un post commovente su facebook per sfamarci del necessario giornaliero. Sì è inflazionato. Il testo non è più raro e quindi chi vi ascolta dirà che è normale ...lo confronterà con qualcosa scritto da una altra parte e vi timbrerà come non super interessante. Ma d’altro canto finalmente stiamo dando un giusto valore alle cose, intendo dire che non potevamo continuare a pensare che una persona disinibita capace a manifestare i propri pensieri fosse migliore di un timido che non sentiamo parlare, stiamo comprendendo che nella generalizzazione dei generi il bello sì cela ovunque e che quindi non è prezioso , ma naturale. E’ come sé scoprissimo tutti dei tartufi nei nostri vasi di casa. Il tartufo ritornerebbe ed essere un tubero, semplicemente. Tutti gli esseri umani hanno un’anima. Non solo i poeti.

Quindi abbiamo scoperto che fare una bella canzone oggi non è più raggiungibile attingendo a pie mani alla lirica che abbiamo in dotazione tutti o a qualcosa in particolare , ma già in nostro possesso. Questo perché il mondo , così come mia moglie, sì è assuefatto ad una cosa “semplicemente bella” ed ora esige qualcosa di “complicatamente bella”. Diciamo un bello maggiormente articolato e pertanto frutto di un nuovo sforzo da parte di coloro che intendono produrlo. La natura è un esempio di “complicatamente bello” ed il termine deriva dal fatto che nessuno di noi riesce a coglierne la totale bellezza. Infatti tutti l’amiamo e la percepiamo , ma non siamo assolutamente in grado di ricrearla. Senza spingerci così oltre dobbiamo tuttavia concepire il fatto che una canzone oggi, “una bella canzone”, non può essere creata semplicemente come allora. Dobbiamo fare un upgrade così come ha fatto in realtà il pubblico stesso in cui anche noi artisti siamo pubblico di altri. Accettereste di ascoltare ancora musica replicata da una cassetta a nastro con i sui 15KhZ di limite e tutto il fruscio contenente? No non lo fareste. Volete di più? Anzi vi svelo un segreto...sapete perché al manager della famosa artista nazionale che vi ho raccontato non è piaciuto ”tanto” il mio provino? Perché non lo avevo trattato stereofonicamente e a lui è apparso piccolo. E’ grave? GRAVISSIMO, però non vi nascondo che non volevo relegare ed un trattamento psicoacustico il potere di giudizio sulla mia professionalità anche sé , e qui siamo veramente al paradosso, quello che lo aveva fatto innamorare del mio pezzo inizialmente e che lo spinse a chiedermi un pezzo era stato proprio il trattamento psicoacustico tipico di un brano Trance quale quello appena ascoltato.

Bene non vi ho spiegato come sì scrive una bella canzone, ma so che posso dirvi ancora molto sull’argomento.

Vi saluto elencandovi cosa oggi deve contenere una bella canzone:

  • L’immagine di un qualcuno, bello o brutto , giovane o vecchio non contano, ma che esprima un richiamo a quella promessa atavica che ognuno di noi ha nei confronti del destino in cui sì esce vittoriosi. Una obesa che sì prende una rivincita e ha successo, 5 giovincelli che spaccano il mondo, un non vedente che però ce l’ha fatta, una cassiera che sì sdogana ecc ecc.
  • Una produzione musicale che non importa sé sei di Messina, ma comunque deve SUONARE come fosse fatta nel cuore di NY. Non importa sé lì si usano 8 musicisti a 5k$ + 4$ di studio al giorno...è come un tavolo di poker ...sé vuoi sederti la posta minima è quella. La cosa incredibile è che questo cappio al collo sé lo è messo l’impiccato stesso.
  • La musica non conta! Conta sé sì adatta o meno al genere. Sé poi vuoi inventare un tuo genere.. prego , ma ricordati che ora sono tutti esperti e ti giudicheranno di conseguenza. Dimenticavo che ci sono già algoritmi che scrivono la musica a partire da un accordo. Lo so è assurdo , ma è così.
  • Il testo ha ancora un valore , ma per essere visibile ha bisogno di una grandissima attenzione in fase di scrittura della musica che lo supporta. Non solo, ma  in una maniera quasi tipica dei giocolieri che per qualche attimo hanno librati nell’aria diversi oggetti contemporaneamente così le parole dovranno magicamente essere accompagnate da più cose così come per un giocoliere e staranno magicamente sospese tra un modo di essere cantate ed un significato parimenti a braccietto con il tutto. Un esempio per tutti Vasco Rossi ed i suoi “eh” “uh” o Lucio Dalla con i suoi Skyliner di vocalizzi. per meno di questo sì dura una stagione non di più.
  • Essere titolari di una immagine socialmente riconosciuta. In altre parole sé hai un seguito sui social allora la tua canzone può essere presa in considerazione sé no niente. Non vale nulla.
  • Avere molte canzoni nel cassetto. Il senso è che sé non vuoi essere sfruttato devi inibire il cattivo ricattandolo con il fatto che non gli darai più altri successi, ma lì devi avere o aver dimostrato di saperli produrre. Allora la tua diventa una bella canzone perché potrà essere sfruttata.

Ultimo : una bella canzone resta una bella canzone. Non è importante sé la massa non l’ascolterà mai. Da essa deriva la tua soddisfazione di poter avere di fronte a te qualcosa che dimorava bellissima dentro di te. I tuoi amici e le persone che ti amano la sapranno riconoscere….. per un pò di tempo poi lo sai che gli verrà mal di testa! 

Antonio Chimienti

blog di Rock Targato Italia 2020

 

 

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“NON SI PUÒ” ritorna STEFANO SANTORO

Dal 15 aprile con un nuovo singolo

“NON SI PUÒ”

ritorna STEFANO SANTORO
In Radio e In Tutti I Digital Store

L’artista Stefano Santoro propone in questi giorni un nuovo singolo dal titolo “Non si può”. Il brano, energico e deciso, mostra però tra le righe la profonda debolezza che la fine di una storia d’amore irrisolta può generare dentro ognuno di noi.

Il singolo racconta, infatti, di un vecchio amore finito che torna a tormentare la mente di un uomo nel presente, rischiando di compromettere la sua attuale relazione.

I ricordi del passato spesso rimangono indelebili nella mente e a volte ritornano. Certe relazioni, finite ma irrisolte, possono ripresentarsi nei pensieri, rischiando di danneggiare una nuova coppia consolidata, che però soffre di qualche sporadico momento di nostalgia da parte dell'uomo, che pensa: "…Stringo forte le mani a chi ora è con me...perdonerà se rivivo quei giorni e la mente è con te, nel riprendere un brivido perso nel tempo..." 

E così l'attuale compagna si ritrova, almeno momentaneamente, a dover condividere mentalmente il suo amore con le ombre del passato. Tutto questo, chiaramente, è solo un ricordo e niente di più, ma quella passione non è del tutto svanita.

BIOGRAFIA:

Stefano Santoro nasce a Milano nel 1984. Sin da piccolo muove i suoi primi passi con la musica iniziando a suonare pianoforte e chitarra all'età di 6 anni. Molte sono state le sue influenze musicali, dai Pooh a Battisti, ai Beatles, Queen, Michael Jackson, Red Hot Chili Peppers fino ai Muse. Grande appassionato anche di cinema segue compositori come Ennio Morricone, John Carpenter e Hans Zimmer.

Inizia ad esibirsi molto presto grazie all'amico Mario Tessuto e a soli 16 anni canta periodicamente nello storico locale "Lisa dagli occhi Blu", avendo l'opportunità e la fortuna di poter condividere l'ambiente e il palcoscenico con artisti del calibro di Don Backy, Jimmy Fontana, Loredana Bertè e moltissimi altri.

Nel 2014 registra in un album tributo ai Pooh insieme a Red Canzian.

Inizia a creare molto presto, compone, arrangia i suoi brani e ne scrive i testi, e all'età di 13 anni fu uno dei pochi ad incidere un intero concept album registrandone tutti gli strumenti, dalle voci alle tastiere e pianoforte, chitarra elettrica e acustica fino a basso e batteria.

Quello che contraddistingue Stefano è la sua puntigliosa ricerca nella sperimentazione del suono, eseguendo lui stesso ogni parte musicale con ogni strumento, dando ai suoi dischi nel bene e nel male la sua totale impronta personale.

Ora è in fase di pre-produzione l'album "Infinito non è" in uscita nel 2020, disco che tratterà molto spesso il tema profondo dell'esistenza, con sfumature cariche ed eleganti che da sempre si porta con sé. La pubblicazione dell’album è anticipata dai singoli “Vivi” (novembre 2019), “Quando inizia un Amore” (gennaio 2020) e “Non si può” (aprile 2020).

Sito web: https://www.stefanosantoro.net/

FRANCESCO CAPRINI

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