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Articoli filtrati per data: Settembre 2021

TRAMEDAUTORE: FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLE DRAMMATURGIE - XXI EDIZIONE

L’edizione di quest'anno di Tramedautore mette in scena drammaturgie ricche di linguaggi contaminati tra loro. Il programma di questa edizione gira attorno ad un solo concetto: ritrovarsi di nuovo insieme, in gruppo, per imparare a riconoscere i propri fantasmi ed esorcizzare le paure che sovrastano il nostro presente, tornando, così, a festeggiare e a ritrovare la forza per proseguire il proprio cammino.

Si comincia venerdì 10 settembre al Teatro Studio Melato con la prima di “Alla festa di Romeo e Giulietta”, spettacolo fresco di debutto al Campania Teatro Festival che vede protagonista il regista Benedetto Sicca in compagnia con Emanuele D’Errico, per una riscrittura a più mani di uno dei capolavori di Shakespeare.

Altra produzione targata Putéca Celidònia, è “Dall’altra parte. 2 + 2=?”, scritto e diretto da Emanuele D’Errico e in scena in prima regionale al Teatro Studio Melato sabato 11.  Sempre sabato 11, al mattino, Tramedautore ospiterà l’assegnazione del Premio drammaturgico “Carlo Annoni”, con il patrocinio del Parlamento Europeo. Il Premio “Carlo Annoni” valorizza, un testo in lingua italiana, uno in lingua inglese e una menzione speciale per un corto teatrale. Alla premiazione quest’anno sarà presente anche il console USA per la cultura Tony Deaton, che premierà il testo inglese vincitore.

Una seconda retrospettiva è dedicata alla C&C Company, che unisce la danza e il physical theater con la parola, il cinema e la musica. Domenica 12 al Teatro Studio Melato va in scena la creazione originale “Right”, prodotta insieme a COB Compagnia Opus Ballet e firmata da Carlo Massari, per l’interpretazione di Aura Calarco, Sofia Galvan, Ginevra Gioli, Stefania Menestrina, Giulia Orlando, Giuseppina Randi, Rebeca Zucchegni.

Martedì 14 va in scena in collaborazione con Circuito CLAPS, al Teatro Grassi, il secondo spettacolo della C&C Company, “Les Miserables”, con Christian Leveque, Carlo Massari, Alice Monti, Luca Sansoè. Due uomini e due donne, omologati dallo stesso abbigliamento, corpetto, guanti e una parrucca arancione, abitano la penombra di uno spazio desolato, mentre si affannano a restare in piedi: le parole, pungenti e sagaci, sono echi a miti del passato e a slogan del presente che descrivono con disincanto la nostra epoca.

Ritorna domenica 12 Balletto Civile, che, sul palco del Teatro Strehler, propone Figli di un Dio Ubriaco”, tappa di un progetto di più ampio respiro che ha debuttato a giugno al Teatro Ponchielli di Cremona e che a Tramedautore intraprende il suo percorso di maturazione. 

Lunedì 13 è la volta di Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich, in prima regionale con “Arturo”, spettacolo vincitore del Premio Scenario Infanzia 2020 ex aequo e finalista In-Box 2021, un puzzle della memoria che mescola i ricordi di padri e figli, senza il filtro della rappresentazione, nato dall’incontro di due registi/autori che condividono lo stesso dolore: la perdita dei propri padri.

Mercoledì 15 altra prima regionale è quella de “Il bambolo” di Irene Petra Zani, con Linda Caridi, per la regia di Giampiero Judica. Una Donna è sulla riva del mare con un Bambolo gonfiabile, i cui occhi senza sguardo sono per lei gli unici occhi da cui riesce a farsi guardare. La relazione esiste da più di diecimila anni: un amore difficilmente degradabile, come la plastica, come un’illusione.

In prima assoluta va in scena giovedì 16 al Piccolo Teatro Grassi “La Lucina”: dal romanzo di Antonio Moresco, una storia sorprendente, piena di mistero e consolazione, di cui firma l’adattamento teatrale Silvio Castiglioni per la regia di Fabrizio Pallara.

Precede lo spettacolo, una “Conversazione con gli autori” Antonio Moresco e Silvio Castiglioni, moderata da Oliviero Ponte di Pino, Presidente associazione Ateatro, nel Chiostro Nina Vinchi. Altra prima assoluta, il “Leviatano” di Riccardo Tabilio, uno spettacolo vincitore del bando NdN – Network Drammaturgia Nuova, una rete nazionale - di cui Outis – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea fa parte - che promuove un’azione di sostegno per la drammaturgia italiana.

Sul palco del Piccolo Teatro Grassi venerdì 17, Giulio Forges Davanzati, Alessia Sorbello e Andrea Trovato diretti da Marco Di Stefano, percorrono diverse storie con ibridazioni di genere e registri ironici, compreso il rock, dando spazio a un raffinato e dinamico gioco teatrale.

In prima assoluta anche “Taxi Light Vigil”, diretto dalla regista Elisabetta Carosio, che mette in scena al Teatro Grassi un testo dell’irlandese Darren Donohue carico di umorismo noir, in cui i due protagonisti, interpretati da Gabriele Genovese e Barbara Moselli, si trovano a dover fronteggiare una dimensione visionaria e surreale.

Il gran finale, domenica 19 settembre, è un’intera giornata dedicata ad appuntamenti stimolanti e innovativi che sottolineano l’affinità tra il mondo dei podcast, dei contenuti di audio intrattenimento, e la drammaturgia.

LUOGHI DEL FESTIVAL

Piccolo Teatro Studio Melato – Via Rivoli 6

Piccolo Teatro Strehler – Largo Greppi 1

Piccolo Teatro Grassi e Chiostro Nina Vinchi – Via Rovello 2

BIGLIETTI

Intero € 10 |Ridotto € 8 | Ridotto under 26, over 65 € 5

Maratona Podcast biglietto singolo € 8 | biglietto giornaliero € 30*

* acquistabile telefonicamente o presso la biglietteria del Piccolo Teatro Strehler

BIGLIETTERIA TELEFONICA

Lu – Sa 12:30 – 18:00 | Tel: + 39 02 21126116

BIGLIETTERIA DEL TEATRO STREHLER

Lu – Sa 12:30 – 18:00

BIGLIETTERIA ON-LINE

www.piccoloteatro.org

 

BLOG: ROCK TARGATO ITALIA 

IRENE INZAGHI 

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FAVOLACCE: la mostra personale di Pietro Di Corrado

Dal 7 settembre all'11 ottobre 2021 la galleria Dimora Artica di Milano ospita la mostra Favolacce, prima personale di Pietro Di Corrado (1995), dal titolo ispirato dall'omonimo film dei fratelli D'Innocenzo.

L'inaugurazione si terrà domani martedì 7 settembre dalle ore 18.30 alle 21.30. La mostra è poi visitabile fino a lunedì 11 ottobre in orario 16.00-20.00 il lunedì, martedì, venerdì, sabato e domenica. Sabato 18 settembre, in occasione della Milano Art Week 2021, è prevista un'apertura straordinaria in orario 18.30-23.00. Per ulteriori informazioni telefonare al numero: 380 5245917. 

"FAVOLACCE" è la prima mostra personale di Pietro Di Corrado (1995), dal titolo ispirato dall'omonimo film dei fratelli D'Innocenzo. Pietro Di Corrado mette in scena una serie di manufatti figurativi senza figurazioni, indagando nella pittura e nella scultura il concetto di cortocircuito temporale. Filtrato tutto da un’apparente allegria compositiva che strizza l'occhio al mondo del design e dell'architettura, l'artista vuole celare dei comportamenti umani che scaturiscono dall'esperienza con l'oggetto.
Completata da un wall painting che percorre interamente lo spazio, la mostra unisce alcuni dipinti recenti e la serie di sculture intitolata Summers, ispirata alla credenza popolare per la quale parrebbe che il bambino-adolescente cresca maggiormente nel periodo estivo.
 

BLOG: Rock Targato Italia 

IRENE INZAGHI 

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IL PENSIERO TIBETANO: IL NUOVO SAGGIO DI DEJANIRA

Dejanira Bada è una scrittrice e giornalista che crede tanto nel benessere psico - fisico e nella  pace interiore, per questo motivo ha intrapreso un cammino nello yoga e nella meditazione, per imparare a prendere consapevolezza del proprio corpo e della propria mente. 
In uscita il suo ultimo saggio intitolato "Il Pensiero Tibetano" che sarà disponibile da fine settembre in tutte le librerie e già preordinabile su tutte le piattaforme digitali. 
 
Di che cosa parla questo saggio? ecco una breve descrizione della trama del testo in uscita:
 
In Tibet Shiné è la pratica del "calmo dimorare" nonché il nome di un famoso dipinto di un monaco nell'atto di inseguire un elefante nero, colui che rappresenta, in realtà, la sua mente. L'inseguimento consta di nove stadi, che lo condurranno infine alla meditazione lhagmthong, la pratica della visione profonda o analitica che ha inizio con il decimo e undicesimo stadio e che gli consentirà di raggiungere l'illuminazione. Ci muoviamo nel testo seguendo tale sentiero. A piccoli passi sul tetto del mondo. Che cosa ci rimane del Tibet dopo il cammino? Di cosa possiamo fare tesoro? Oggi la meditazione sta entrando sempre di più nella vita di noi stressati occidentali. Integrando la meditazione nella nostra quotidianità possiamo ottenere benefici non solo per noi stessi, ma anche per gli altri e per il nostro mondo.
 
Non perdetevi l'uscita del saggio per immergervi sempre di più nel vostro benessere fisico e mentale. Per stare meglio con gli altri e con voi stessi. 
 
 
IRENE INZAGHI 
 
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RITORNO AL FUTURO.

   “L’oceano è nero, la traccia del diavolo

Guardando oltre sotto il mare

L’occhio della tempesta è proprio qui

Ci sono stato prima che tu nascessi”

dal testo di Stratego, Senjutsu, Iron Maiden  

 Finalmente a mezzanotte … o, meglio due minuti a mezzanotte perché questi ragazzi non si smentiscono mai, è arrivato Senjutsu, il nuovo album (doppio, pure) dei Maiden. Dalla cover, l’inossidabile Eddie ghigna abbigliato da Samurai. Devo dire che, per me che ci sono cresciuto, Eddie nel suo essere una mascotte horror mi ha sempre rassicurato, l’ho sempre trovata amichevole così come i bambini trovano gradevoli le favole in cui rischiano di essere divorati da orchi e streghe. Dal 1980, mi ha sempre sorriso dalla libreria in cui erano riposti i vinili.

Comunque, sei anni dopo The Book of Souls (lì Eddie era in salsa pre-colombiana), esce il nuovo lavoro in studio della band che, sembra, fosse pronto dal 2019. Annunciato da Dickinson e Harris e anticipato da due singoli (di The Writing on the Wall, ho già trattato) ora può finalmente essere ascoltato e giudicato.

Intanto, a caldo, posso dirvi che ha un sapore antologico con un elevato grado di volontà di fare cose più nuove e diverse: il country-western di The Writing on the Wall ne è una testimonianza ma solo la prima. Il secondo singolo Stratego sembra uscito proprio da quel disco del 1980 che s’intitolava Iron Maiden, pur suonando più maturo. Chiudendo gli occhi si viene ancora avvolti dalle suggestioni di allora. Solo la voce di Bruce e la mano sulle pelli di Nicko ti riportano ad epoche più recenti.

Ma è anche un disco nuovo, più evoluto, molto sofisticato.

Non possono mancare, le suites lunghe anzi lunghissime. Se vi siete persi dentro The Empire of the Clouds, se avete amato The Rime of the Ancient Mariner, qui avete addirittura tre brani sopra i dieci minuti primi di durata.

Niente paura, però, in Senjutsu si sono abbandonati i barocchismi e l’eccessivo spolvero tecnico dell’album precedente (soprattutto per quanto riguarda le chitarre): il disco passa potente, epico, orecchiabile ed evocativo come se fosse quello di una band metal qualsiasi e non lo sono per niente. Capita, se si è attenti, di accorgersi che, da qualche parte passa, una tastiera discreta che ricorda il periodo di Somewhere in Time e, il più elettronico, Seventh Son of a Seventh Son dove avevano giocato con pick up esafonici per ottenere un sound più elettronico.

Dicevamo che per questi ragazzi di più di sessant’anni, con quarant’anni passati di carriera, il citare sé stessi è fondamentale: molte le similitudini con album o brani dal passato più o meno recente del gruppo, potremmo divertirci a “trova le differenze” tra Death of the Celts e The Parchment con alcuni lavori tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta. La cosa più stupefacente è che ascolti quasi un’ora e mezza di musica e  ti sembra che siano passati solo cinque minuti perché non sei stanco. Oserei dire che nei vuoi di più, ne vuoi ancora. Perché è un viaggio godibilissimo tra melodica, sinfonica, prog e metal appagante e apparentemente facile. Attenzione, solo apparentemente, perché lor signori sono bravi e lo sono per davvero. Le composizioni sono esatte e strutturate, le armonizzazioni sono personali, varie ed efficacissime. I riff sono solidi e ispirati da tradizioni musicali varie e diverse ma sempre “dentro” al suono del gruppo. La parte strumentale così curata e governata dal basso di Steve Harris con una precisione da orologio nucleare, fanno da cornice alla voce potente, calda, suggestiva di Bruce Dickinson in versione  “trovatore”.

Ora, per concludere ed invitarvi ovviamente all’ascolto di questo ottimo lavoro, mi permetto di fare due considerazioni. La prima è che qui c’è birra, ce n’è ancora e ce n’è tanta, alla faccia di chi pensa che i rockers abbiano una naturale data di scadenza come le mozzarelle: ovviamente, c’è meno vigore ma più consapevolezza.

La seconda è che, all’uscita di ogni lavoro dei Maiden (questo è “solo” il diciasettesimo), si scatenano infinite discussioni sui giornali, nei bar e sui social. Sembra che siano straordinariamente divisivi. Io ho già confessato che li trovo rassicuranti ma non posso negare di essere un fan. Non potrei vivere senza pensare che Eddie The Head vegli dalle copertine degli LP su di me, senza la tragica cavalcata dei cavalleggeri di Balaclava, senza il numero della Bestia, senza la paura del buio, etc.

Trovo rassicurante, anche, che siano così divisivi, e risponderei con le parole dello stesso Harris a chi è critico nei loro confronti.

Disse: “Se vi piace la nostra musica, che Dio vi benedica. Se non vi piace la nostra musica, che Dio vi benedica lo stesso.”

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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Il silenzio di settembre 2021.

   Articolo di Roberto Bonfanti

  -  Passeggiavo per il centro di una cittadina ligure. Nei carrugi, appesi ai muri, c’erano targhe con frasi di De André. “Non si risenta la gente perbene se non mi adatto a portar le catene”, diceva una. “L’inferno esiste solo per chi ne ha paura”, recitava un’altra. A poche centinaia di metri da lì una cover band suonava in una piazzetta circondata da recinzioni alte più di due metri con controlli digitali all’ingresso mentre, un paio di giorni dopo, un’orchestra di liscio si sarebbe esibita in una piazza vicina con il divieto per il pubblico di ballare (che immagino sia un po’ come proiettare un film porno con il divieto di masturbarsi).

In quel momento mi è venuto spontaneo pensare al 1992, quando proprio De André, per non tradire i propri principi, rifiutò l’invito a esibirsi in quello che sarebbe stato il più monumentale spettacolo dal vivo della sua carriera (il concerto-evento insieme a Bob Dylan all’interno delle celebrazioni per i 500 anni della scoperta dell’America a cui De André, per rispetto verso le popolazioni native americane, si rifiutò di partecipare in veste di rappresentante della città d’origine di Cristoforo Colombo, ndr). Poi ho guardato il cellulare e mi ha travolto il silenzio assordante degli artisti di oggi verso la deriva sempre più asfissiante imboccata in questi ultimi mesi dal nostro Paese. Gente che ha costruito intere carriere sull’esaltare chi è “morto per la libertà” oggi considera serenamente rinunciabile ogni forma di libertà individuale. Artisti che si sono riempiti per anni la bocca di “restiamo umani” oggi chiudono gli occhi davanti a un sistema che ci spinge a guardare ogni individuo come un potenziale pericolo anziché, appunto, come un essere umano. Ex ribelli sbraitano contro chi “non rispetta le regole”. Paladini dei diritti hanno improvvisamente dimenticato anche i propri slogan più classici, da “il corpo è mio” in giù. Vecchi poeti si dimostrano capaci di azzardare qualche timida lamentela solo quando si tocca il loro orticello improvvisando discorsi da ragionieri sulla “filiera”.

Sia chiaro: non è una situazione facile. È ovvio che per molti si tratta di decidere se lavorare o meno o quanto meno di scegliere se inimicarsi o meno gli ingranaggi di quel sistema che gli permette di lavorare molto di più, ma purtroppo questo è un dilemma che nei prossimi mesi toccherà sempre più persone in modo sempre più violento e, anche per questo motivo, da determinati personaggi ci si aspetta quel pizzico di lucidità, integrità e coraggio (o almeno, se vogliamo accontentarci del minimo sindacale, inventiva nel trovare modi alternativi per esprimersi e stimolare la riflessione senza prostrarsi a ogni minimo diktat di regime) che dovrebbe valere loro la definizione di “artisti”. Per questo l’unica musica che ho sentito quest’estate e che mi sento di recensire alla vigilia di un periodo che si preannuncia ancora più drammatico è stata il silenzio assordante di un’intera classe di musicisti su tutto ciò che sta stravolgendo i pilastri del nostro vivere civile e il concetto stesso di essere umano.

Proprio De André, in un’intervista di diversi anni fa, disse testualmente: “l'artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l'abbiamo nel culo”. E in effetti…

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

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