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Recensione di “Vincere perdendo”, romanzo di Marco V.Ambrosi articolo di Roberto Bonfanti

Abbiamo sempre conosciuto Marco Ambrosi come eccellente chitarrista dall’anima folk e la mente aperta (prima con i Rosaluna, poi con i Nuju e i La Rosta, per citare le esperienze più significative), ma negli ultimi anni abbiamo avuto modo di apprezzarlo anche come attento operatore culturale con progetti come l’antologia “L’altro allo specchio” da lui ideata e coordinata. Quello che ancora non avevamo avuto modo di approfondire (se non per un racconto pubblicato proprio nell’antologia appena citata) è il suo lato da narratore puro, che trova finalmente spazio nel suo romanzo d’esordio da poche settimane pubblicato da Leonida Editore.

“Vincere perdendo” è un libro che scorre in modo apparentemente leggero ma per nulla banale. Racconta le vicende della squadretta di calcio giovanile di un paesino ai margini della provincia calabrese nella stagione 1992/93, ma ancora di più l’intreccio di giovani vite che si snoda attorno a quell’esperienza e il modo in cui quell’annata segnerà in modo indelebile le esistenze dei protagonisti. Un racconto che riesce a restituire con grande naturalezza il profumo di quegli anni, tratteggiando benissimo il contesto sociale dell’epoca e il modo in cui lo sport, la musica e i buoni maestri possono contribuire alla crescita umana di un gruppo di giovani alle prese con la scoperta del mondo e di sé stessi.

Per chi negli anni in cui è ambientata la vicenda aveva, proprio come i protagonisti della storia narrata, fra i tredici e i quindici anni, il libro non può che avere il sapore di un piacevolissimo viaggio nel tempo per riassaporare l’epoca delle prime idealistiche prese di coscienza politiche, le prime cotte giovanili e le prime grandi scoperte musicali, ma anche per tutti gli altri il romanzo si presenta come una lettura estremamente piacevole piena di riflessioni sulle dinamiche dell’esistenza, sull’attaccamento alle proprie radici e sui concetti stessi di vittoria o di sconfitta tanto nella vita quanto su un campo da gioco.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

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Recensione de “Il nodo”, romanzo di Pieralberto Valli. articolo di Roberto Bonfanti

Pieralberto Valli si conferma sempre più una mente preziosa nel panorama contemporaneo. Lo abbiamo scoperto come musicista ormai una quindicina d’anni fa come leader dei Santo Barbaro, poi ci siamo lasciati affascinare dalla ricerca sonora e poetica sempre personalissima e fortemente visionaria dei suoi lavori da solista (“Atlas” del 2017 e “Numen” del 2019), e in tempi più recenti abbiamo molto apprezzato anche il suo percorso da scrittore che, dopo “Finché c’è vita” del 2015 e “Trilogia della distanza” del 2020, si arricchisce con “Il nodo” di un nuovo importante tassello.

“Il nodo” è un romanzo che assimila molto bene gli insegnamenti dell’Orwell di “1984” e dell’Huxley de “Il mondo nuovo”, ma anche di alcuni lavori di P.K.Dick o del Bradbury di “Fahrenheit 451”, trasportandoli però in una narrazione ancora più filosofica e introspettiva. Un libro che scorre molto lento, dando un peso enorme a ogni singola sfumatura e scendendo, grazie anche al grande spazio dato alla dimensione onirica, molto in profondità nella mente e dell’animo del protagonista, finendo di riflesso col portare il lettore a guardare attraverso i suoi occhi e le sue paure inconsce le contraddizioni di un futuro distopico in cui, con un’esasperazione della tecnica che porta a una società fortemente venata di transumanesimo, tutto è studiato per apparire comodo e rassicurante.

Se con “Trilogia della distanza” Pieralberto Valli ci aveva regalato una serie di riflessioni profonde sul tema dell’allontanamento e dell’isolamento, rispecchiando l’aria che molti di noi respiravano in quel 2020 in cui il libro uscì, con “Il nodo” l’artista romagnolo compie il passo successivo, scontrandosi con un mondo in cui la tecnica ha ormai vinto sulla carne e confrontandosi con il bisogno di umanità di una fetta della popolazione ma anche con i relativi rischi. Un lavoro scritto in modo magistrale in cui non c’è nessuno spazio per la banalità o per le risposte consolatorie, ma soprattutto un libro profondamente pensato e destinato a mettere in modo riflessioni quasi mai facili da affrontare che vanno a toccare temi spinosi come il significato del dolore, il concetto di società e la natura stessa dell’essere umano.

Roberto Bonfanti
www.robertobonfanti.com

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Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali

In occasione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali

Lunedì 17 Gennaio – ore 21:00 

Vallechiara Music Hall

Via Adige, 22, Cusano Milanino 

Una serata con poesie, racconti, canzoni dialettali e un'esibizione di ballo per ricordare l'importanzadi tutelare i patrimoni culturali locali.

Sarà presente anche un banco di libri Meraviglie Con speciali promozioni e omaggi per tutti.

Iniziativa promossa da Pro Loco Cusano Milanino.

Prenotazioni e informazioni

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cell. 375 652 3306

Green pass rafforzato e mascherina ffp2 obbligatori

 

 

 

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C’era una volta, un futuro inutile e privo di grazia.

   Le cose più belle, i luoghi più mitici ed evocativi sono messi sempre più a rischio da una volontà di progresso che è ammantata di innovazione, di nuovo a tutti i costi, di un futuro che nessuno ha chiesto o vuole ma che dobbiamo subire, inesorabilmente.

L’importante è sottoporsi a cambiamenti inutili ma che servono a far fare cassa a qualcuno e privano tutti di un pezzo della propria vita, della propria identità e della storia. 

Così Gianfelice Facchetti, in un libercolo che si legge in un paio d’ore stabilisce che lo stadio Giuseppe Meazza a San Siro, Milano è un posto pieno di storia e di storie. Un luogo impregnato di leggenda nello sport ma, anche, nella musica, nell’intrattenimento … un punto di riferimento pulsante della città.

Mentre si discute se abbatterlo, ristrutturarlo e/o dargli un’altra destinazione d’uso, Gianfelice ne racconta le storie, la leggenda e le leggende ma, soprattutto, ci restituisce l’anima appassionata e passionale di generazioni di milanesi passati attraverso guerre, industrializzazione, tifo calcistico e musica.

Così si determina un testimone non un semplice contenitore. Di più … Un monumento sul cui destino, purtroppo, decideranno uomini piccoli e danarosi.

Non fraintendetemi, Gianfelice da galantuomo, non si schiera, si limita a portarci dentro alla narrazione.

Il suo “C’Era Una Volta a San Siro” edito da PIEMME è una raccolta di eventi, aneddoti ed emozioni senza alcuna volontà di giudizio, senza volerne sapere più degli altri (dote rara di questi tempi).

La delicatezza della sua penna e la grandezza delle storie, tuttavia, ci rende partigiani, ci fa alzare a tutela di uno dei pochi pezzi di città che resta come testimonianza di un mondo che è stato fatto di sfide, di conflitti, di romanticismo e di amore per la città più grande e bella del mondo. Una città calvinista, aperta agli altri, coraggiosa, etica e lontana anni luce dagli stereotipi che, pure, hanno voluto appiccicare ai suoi cittadini.

Milano può rinunciare a un nuovo stadio high tech, come può evitare serenamente di diventare la texture per gli esercizi di stile di architetti eccitati da grattacieli sempre più imponenti, forse per compensare altre mancanze ma non può rinunciare a San Siro, come noi milanesi non possiamo impedirci di avere un gran cuore.

di Paolo Pelizza

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