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“Un secondo” Il nuovo singolo di ANDREADIECI

 Dal 16 febbraio in Radio e in tutti i Digital Stores

Pubblicato dall’etichetta: Terzo Millennio Records

“Un secondo” è il titolo del nuovo singolo del cantautore ANDREADIECI, disponibile a partire dal 16 febbraio in Radio e in tutti i Digital Stores.

Con questo brano, dalle venature anni ’90 con la chitarra in primo piano, il cantautore rock milanese ci invita all’introspezione, a prendere tempo per noi stessi in un mondo dove tutto è dominato dalle ore e dalla freneticità, dove anche i secondi fanno la differenza. Come afferma l’artista, “Perché rincorrere il tempo, chi ha deciso che noi dobbiamo vivere succubi delle ore”.

Oggi giorno siamo portati all’omologazione, a considerare sbagliato il diverso, al paragone con chi riesce a raggiungere i propri obiettivi prima di noi. A volte questa brutta abitudine ci costringe in un circolo vizioso, fatto di frustrazione e invidia, che non ci fa stare bene con noi stessi. Invece, ognuno di noi dovrebbe concentrarsi su ciò che per lui è importante, per trovare un equilibrio interiore ed esteriore, liberandosi dalle costrizioni. Un tema universale già affrontato da diversi artisti, non solo musicali, che Andrea rende particolarmente contemporaneo:

“Ho bisogno di riflettere e pensare se c’è un secondo / Un secondo per me / Metti l’abito da sera che si torna più̀ allegri / Metti apposto la testa / Siamo zingari di notte in una festa”

In questo modo, l’artista vuole mettere in discussione il famoso detto “l’erba del vicino è sempre più verde”, esortandoci ad aprire le porte della percezione e a lasciarci guidare dal nostro istinto e dal nostro Essere, in modo da riuscire a trovare la strada giusta secondo le nostre ore, il nostro spazio vitale. D’altronde, basta anche solo un secondo a cambiare il nostro destino. Quante volte ci capita di fermarci, mettere in pausa il mondo esterno per guardarci dentro? Siamo sempre alla rincorsa di nuovi obiettivi e nuove sfide, siamo abituati a gareggiare gli uni contro gli altri, alla ricerca di paragoni che non possiamo reggere, perché ognuno di noi è unico e diverso. Solo in questo modo possiamo riuscire ad amare noi stessi e a comprendere l’importanza del nostro Io.

Il singolo “Un secondo” è dedicato a Gianluca Pechini per stima e amicizia.

BIOGRAFIA

ANDREADIECI, nome d’arte di Andrea Di Lauro, nasce a Milano il 28 gennaio 1976. Se Andrea è il nome di famiglia, il suo nome d’arte invece nasce da un augurio per il suo futuro, il numero 10 ha molti significati: è il numero che artisticamente meglio si adatta alla sua persona, che riflette la fiducia in sé stessi perché è il numero dei campioni; è anche simbolo di moltitudine perché simboleggia un tratto della sua personalità, quello di saper imitare molte voci.

Fin dal suo approccio alla musica in età adolescenziale, si capisce che Andrea ha il potenziale di un artista poliedrico: all’ascolto di musica rap, soprattutto dei brani dei sottotono e degli Articolo 31, affianca quello di Antonello Venditti, Claudio Baglioni e Alberto Camerini.

Conosce la musica americana durante il liceo, avvicinandosi al blues americano e al gruppo musicale dei Doors e dei Dire Straits, che diventano importanti punti di riferimenti per “I Semplici”, il suo gruppo musicale. Col tempo, il gruppo cambia nome in “I Nativa”, avvicinandosi al mondo dei Nirvana, del rock, feste e concerti.

A vent’anni frequenta il QG Studio, i B-Nario e gli Indako; al tempo stesso affianca al lavoro una sua produzione personale: prende in mano la chitarra e inizia a comporre le sue canzoni. Milano è stata il suo palcoscenico: non solo perché suona in locali quali il “Legend”, il “Tunnel” e le “Scimmie”, ma anche perché gli permette di isolarsi per conoscere meglio sé stesso e al tempo stesso di stare immerso tra la gente.

Tutto ciò permette di intuire la profonda curiosità che lo contraddistingue: gli piace definirsi un autodidatta cresciuto per imitazione, preparato, dinamico, creativo e riflessivo. Innamorato di Morrison e di Gianluca Grignani, Ungaretti e Rimbaud, si fa chiamare “un ragazzo di strada” (citando quelli che lui stesso chiama “i mitici Corvi”).

Ha lavorato per 10 anni con il gruppo musicale dei B-Nario come tecnico, tour manager, occupandosi dell’organizzazione dei concerti e assistendoli in studio. Ha conosciuto Alioscia Arioli, musicista e produttore musicale (che ha collaborato per 7 anni con Gianluca Grignani), con cui ha collaborato per l’arrangiamento del singolo Mary Love, una sorta di favola, metafora dei sentimenti e dei comportamenti umani analizzati attraverso una chiave musicale rock.

NEL WEB:

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Instagram: https://www.instagram.com/dieciandreaofficial/

PAOLA BREDA – GIUSEPPE MARTINO

Divinazione Milano S.r.l. 

Ufficio Stampa, Radio, Tv, Web & Social Network 

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ROCK TARGATO ITALIA, SCADE IL TERMINE PER VOTARE ONLINE

 Comunicato Finali Nazionali Rock Targato Italia 2021

A tutto il mondo!

MARTEDI 23 NOVEMBRE 2021 SCADE IL TERMINE PER VOTARE ONLINE

GLI ARTISTI IN CONCORSO A ROCK TARGATO ITALIA EDIZIONE 2021

I video dei protagonisti delle Finali Nazionali sono sul canale You-Tube

https://www.youtube.com/user/rocktargatoitalia/videos

#PASSAPAROLA #CONDIVIDI #VOTA

 

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Francesco Caprini

Ufficio Stampa DIVI IN AZIONE

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Francesco Caprini – Franco Sainini

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  1. rocktargatoitalia.eu
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RITORNO AL FUTURO.

   “L’oceano è nero, la traccia del diavolo

Guardando oltre sotto il mare

L’occhio della tempesta è proprio qui

Ci sono stato prima che tu nascessi”

dal testo di Stratego, Senjutsu, Iron Maiden  

 Finalmente a mezzanotte … o, meglio due minuti a mezzanotte perché questi ragazzi non si smentiscono mai, è arrivato Senjutsu, il nuovo album (doppio, pure) dei Maiden. Dalla cover, l’inossidabile Eddie ghigna abbigliato da Samurai. Devo dire che, per me che ci sono cresciuto, Eddie nel suo essere una mascotte horror mi ha sempre rassicurato, l’ho sempre trovata amichevole così come i bambini trovano gradevoli le favole in cui rischiano di essere divorati da orchi e streghe. Dal 1980, mi ha sempre sorriso dalla libreria in cui erano riposti i vinili.

Comunque, sei anni dopo The Book of Souls (lì Eddie era in salsa pre-colombiana), esce il nuovo lavoro in studio della band che, sembra, fosse pronto dal 2019. Annunciato da Dickinson e Harris e anticipato da due singoli (di The Writing on the Wall, ho già trattato) ora può finalmente essere ascoltato e giudicato.

Intanto, a caldo, posso dirvi che ha un sapore antologico con un elevato grado di volontà di fare cose più nuove e diverse: il country-western di The Writing on the Wall ne è una testimonianza ma solo la prima. Il secondo singolo Stratego sembra uscito proprio da quel disco del 1980 che s’intitolava Iron Maiden, pur suonando più maturo. Chiudendo gli occhi si viene ancora avvolti dalle suggestioni di allora. Solo la voce di Bruce e la mano sulle pelli di Nicko ti riportano ad epoche più recenti.

Ma è anche un disco nuovo, più evoluto, molto sofisticato.

Non possono mancare, le suites lunghe anzi lunghissime. Se vi siete persi dentro The Empire of the Clouds, se avete amato The Rime of the Ancient Mariner, qui avete addirittura tre brani sopra i dieci minuti primi di durata.

Niente paura, però, in Senjutsu si sono abbandonati i barocchismi e l’eccessivo spolvero tecnico dell’album precedente (soprattutto per quanto riguarda le chitarre): il disco passa potente, epico, orecchiabile ed evocativo come se fosse quello di una band metal qualsiasi e non lo sono per niente. Capita, se si è attenti, di accorgersi che, da qualche parte passa, una tastiera discreta che ricorda il periodo di Somewhere in Time e, il più elettronico, Seventh Son of a Seventh Son dove avevano giocato con pick up esafonici per ottenere un sound più elettronico.

Dicevamo che per questi ragazzi di più di sessant’anni, con quarant’anni passati di carriera, il citare sé stessi è fondamentale: molte le similitudini con album o brani dal passato più o meno recente del gruppo, potremmo divertirci a “trova le differenze” tra Death of the Celts e The Parchment con alcuni lavori tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta. La cosa più stupefacente è che ascolti quasi un’ora e mezza di musica e  ti sembra che siano passati solo cinque minuti perché non sei stanco. Oserei dire che nei vuoi di più, ne vuoi ancora. Perché è un viaggio godibilissimo tra melodica, sinfonica, prog e metal appagante e apparentemente facile. Attenzione, solo apparentemente, perché lor signori sono bravi e lo sono per davvero. Le composizioni sono esatte e strutturate, le armonizzazioni sono personali, varie ed efficacissime. I riff sono solidi e ispirati da tradizioni musicali varie e diverse ma sempre “dentro” al suono del gruppo. La parte strumentale così curata e governata dal basso di Steve Harris con una precisione da orologio nucleare, fanno da cornice alla voce potente, calda, suggestiva di Bruce Dickinson in versione  “trovatore”.

Ora, per concludere ed invitarvi ovviamente all’ascolto di questo ottimo lavoro, mi permetto di fare due considerazioni. La prima è che qui c’è birra, ce n’è ancora e ce n’è tanta, alla faccia di chi pensa che i rockers abbiano una naturale data di scadenza come le mozzarelle: ovviamente, c’è meno vigore ma più consapevolezza.

La seconda è che, all’uscita di ogni lavoro dei Maiden (questo è “solo” il diciasettesimo), si scatenano infinite discussioni sui giornali, nei bar e sui social. Sembra che siano straordinariamente divisivi. Io ho già confessato che li trovo rassicuranti ma non posso negare di essere un fan. Non potrei vivere senza pensare che Eddie The Head vegli dalle copertine degli LP su di me, senza la tragica cavalcata dei cavalleggeri di Balaclava, senza il numero della Bestia, senza la paura del buio, etc.

Trovo rassicurante, anche, che siano così divisivi, e risponderei con le parole dello stesso Harris a chi è critico nei loro confronti.

Disse: “Se vi piace la nostra musica, che Dio vi benedica. Se non vi piace la nostra musica, che Dio vi benedica lo stesso.”

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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Il silenzio di settembre 2021.

   Articolo di Roberto Bonfanti

  -  Passeggiavo per il centro di una cittadina ligure. Nei carrugi, appesi ai muri, c’erano targhe con frasi di De André. “Non si risenta la gente perbene se non mi adatto a portar le catene”, diceva una. “L’inferno esiste solo per chi ne ha paura”, recitava un’altra. A poche centinaia di metri da lì una cover band suonava in una piazzetta circondata da recinzioni alte più di due metri con controlli digitali all’ingresso mentre, un paio di giorni dopo, un’orchestra di liscio si sarebbe esibita in una piazza vicina con il divieto per il pubblico di ballare (che immagino sia un po’ come proiettare un film porno con il divieto di masturbarsi).

In quel momento mi è venuto spontaneo pensare al 1992, quando proprio De André, per non tradire i propri principi, rifiutò l’invito a esibirsi in quello che sarebbe stato il più monumentale spettacolo dal vivo della sua carriera (il concerto-evento insieme a Bob Dylan all’interno delle celebrazioni per i 500 anni della scoperta dell’America a cui De André, per rispetto verso le popolazioni native americane, si rifiutò di partecipare in veste di rappresentante della città d’origine di Cristoforo Colombo, ndr). Poi ho guardato il cellulare e mi ha travolto il silenzio assordante degli artisti di oggi verso la deriva sempre più asfissiante imboccata in questi ultimi mesi dal nostro Paese. Gente che ha costruito intere carriere sull’esaltare chi è “morto per la libertà” oggi considera serenamente rinunciabile ogni forma di libertà individuale. Artisti che si sono riempiti per anni la bocca di “restiamo umani” oggi chiudono gli occhi davanti a un sistema che ci spinge a guardare ogni individuo come un potenziale pericolo anziché, appunto, come un essere umano. Ex ribelli sbraitano contro chi “non rispetta le regole”. Paladini dei diritti hanno improvvisamente dimenticato anche i propri slogan più classici, da “il corpo è mio” in giù. Vecchi poeti si dimostrano capaci di azzardare qualche timida lamentela solo quando si tocca il loro orticello improvvisando discorsi da ragionieri sulla “filiera”.

Sia chiaro: non è una situazione facile. È ovvio che per molti si tratta di decidere se lavorare o meno o quanto meno di scegliere se inimicarsi o meno gli ingranaggi di quel sistema che gli permette di lavorare molto di più, ma purtroppo questo è un dilemma che nei prossimi mesi toccherà sempre più persone in modo sempre più violento e, anche per questo motivo, da determinati personaggi ci si aspetta quel pizzico di lucidità, integrità e coraggio (o almeno, se vogliamo accontentarci del minimo sindacale, inventiva nel trovare modi alternativi per esprimersi e stimolare la riflessione senza prostrarsi a ogni minimo diktat di regime) che dovrebbe valere loro la definizione di “artisti”. Per questo l’unica musica che ho sentito quest’estate e che mi sento di recensire alla vigilia di un periodo che si preannuncia ancora più drammatico è stata il silenzio assordante di un’intera classe di musicisti su tutto ciò che sta stravolgendo i pilastri del nostro vivere civile e il concetto stesso di essere umano.

Proprio De André, in un’intervista di diversi anni fa, disse testualmente: “l'artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l'abbiamo nel culo”. E in effetti…

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

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