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L’AVVENTO DEL SILENZIO.

“La musica aiuta a non sentire dentro

il silenzio che c'è fuori.”

  1. S. Bach

   Ora che persino #RAI2 ha (seppur solo in seconda serata) sdoganato voci “altre” rispetto alla pandemia, sull’origine di questa (era zoonosi e Montagnier era ormai un vecchio rimbambito!), sulla scelta “singolare” di privilegiare la scoperta di vaccini (come se fosse automatico che si sarebbero trovati) e non sulla cura e sulla gestione politica della cosa, sono molto più tranquillo e (quasi) certo che a settembre ci sarà un altro lockdown.

Fatevi coraggio. Almeno, non vivremo nell’incertezza, suvvia. Da parte mia, accetterò di buon grado la nuova ondata di arresti domiciliari anche perché, questa volta, so cosa fare.

Infatti, anticipati da due singoli, usciranno due album che aspetto da tempo con ansia.

Il primo è Senjutsu che segna il ritorno in studio dei Maiden dopo The Book of Souls, pubblicato sei anni fa. Il titolo del singolo è Writing On The Wall, espressione idiomatica che indica che un evento inevitabile sta per accadere (di solito brutto … cosa vi viene in mente?). Il brano della band britannica è, come abitualmente, pieno di riferimenti sia alla loro stessa storia ed iconografia (con Eddie di vari dischi che appare nel pregiato videoclip del pezzo in grafica animata) e con il nuovo Eddie Samurai dell’atteso album che dovrebbe uscire il 3 settembre prossimo, sia a mondi diversi (primo fra tutti il Libro di Daniele contenuto nella Bibbia). Pare che il disco sia accreditato di brani anche piuttosto lunghi dato che la durata complessiva dell’opera è oltre ottanta minuti.

Se l’immagine della cover del disco attinge al Far East, il singolo sembra ispirato da esperienze più tecnicamente country-western, soprattutto nell’intro per poi svilupparsi ed esplodere nel caro vecchio hard rock e blues più che nelle atmosfere prog metal, cifra stilistica del gruppo dai tempi di Powerslave.

Le dichiarazioni di Harris e Dickinson fanno presagire un disco diverso dai precedenti che sperano possa essere digerito dai loro fans, soprattutto dai più puristi. Staremo a vedere e, come al solito, ve ne renderemo conto.

Il secondo album, dal titolo The Quest, è un’inevitabile preziosissimo ritorno: quello degli Yes. La data è quella del 1 ottobre prossimo … già sembra troppo in là.

The Quest, registrato già nel 2019 e prodotto dallo stesso Steve Howie, vede al basso Billy Sherwood dopo la scomparsa del compianto Chris Squire  nel 2015.

Il singolo che apre l’opera è The Ice Bridge, singolo che parla del cambiamento climatico. La cosa che non stupisce, è l’orchestrazione curata. La stesura, da par loro, è naturalmente di assoluto livello. Il disco è accreditato di undici brani che non vediamo l’ora di ascoltare.

Se il buongiorno, si vede dal mattino, abbiamo di che far divertire le nostre orecchie, l’autunno prossimo e, comunque, avremo la scusa per evitare di ascoltare la prosopopea infinita di chi continua a sostenere tutto ed il contrario di tutto, di chi cavalca l’onda del momento, di chi starebbe meglio al Grande Fratello VIP  che in un laboratorio, di chi nega, di chi strumentalizza, di chi ha la verità in tasca (e poi viene regolarmente smentito dai fatti), del nuovo positivismo (il metodo scientifico non può essere fideistico) e, soprattutto, non impazziremo nel silenzio costretto delle nostre case e delle nostre solitudini.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

 

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LA TERZA DOSE. di Paolo Pelizza

LA TERZA DOSE.

Ci sono mattinate che partono male.

Diciamo che da, ormai, sedici mesi conviviamo con bollettini di guerra, arresti domiciliari, varianti varie ed eventuali di un’apocalisse di cui nessuno ha capito molto se non quelli che ci stanno accumulando enormi fortune … Peccato che ancora si parli di fine dell’emergenza da una parte, dall’altra di ripartenza di lockdown, di colori con sfumature profonde, di efficacia e di inefficacia dei vaccini, di preparati salvifici e di sieri killer

Insomma, un gran casino.

Un giorno, un grande e stimato medico trapiantologo, mi disse che la frase che un medico o uno scienziato non dovrebbe dire mai che “è certo”.

Da parte mia, la mattina, cerco di stare il più possibile lontano dalle notizie. Questo perché, al novanta per cento, le news se non sono inesatte, sono “doppate” per mantenere status quo convenienti o per modificare comportamenti di cui qualcuno si avvantaggia sempre. Pensate alla grande sbronza del giornalismo per i social media: gratis, nuove professioni, una nuova socialità, etc.

Invece, non sono altro che il sistema con cui sono riusciti a mettere gli individui su uno scaffale del loro enorme supermercatone globale. Il modo in cui hanno trasformato gli esseri umani in prodotti che si possono comprare e vendere, controllare e condizionare.

Poi, ci sono mattine che partono peggio di altre. Oggi, ad esempio, scopro appena bevuto il primo caffè della giornata che Robby Steinhardt ci ha lasciato a seguito di complicazioni di una pancreatite.

E’ la terza dose di disgrazia … quella che non vorremmo mai inoculare.

Fondatore, voce e violino della band prog americana Kansas, aveva al suo attivo anche una collaborazione con i Jethro Tull, nell’ultimo periodo stava preparando un lavoro da solista, a testimonianza del fatto che un vero musicista ha bisogno di creare, di affrontare nuove sfide e provare nuove strade.

Io scopro i Kansas in una estate del 1980. Sono in montagna e un ragazzo più grande mi fa ascoltare dalla sua autoradio Carry On My Wayward Son. E’ un’epifania. A Domodossola trovo solo il 45 giri. Ma, appena torno a Milano, compro l’album: Leftoverture. L’opera è un viaggio ispirato tra AOR, folk e progressive rock. La qualità di composizioni e scelta dei suoni è altissima… Forse troppo per un gruppo americano, tanto che l’album precedente vende sotto le aspettative della Epic. Il singolo apre il disco e lo “trascina” con una sua facilità di ascolto che, pure, rimane di straordinaria fattura ed evolve con le tessiture più complesse di Miracles Out of Nowhere, Cheyenne Anthem e Magnum Opus.

Mentre una lacrima increspa il liquido scuro nella tazzina, penso a quanto oggi ci sia bisogno di ribelli e di esortazioni a ribellarci.

Grazie Robby.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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APNEA In concerto

APNEA

In concerto

Sabato 17 luglio 2021 – ore 20:00

TROPICANA CLUB

Via Fratelli Cervi 5 – Colbordolo di Vallefoglia (PU)

Gli Apnea tornano a calcare il palco con un nuovo ed elettrizzante concerto tutto dal vivo. Dopo la loro ultima esibizione, avvenuta il mese scorso, trovano nuovamente spazio per dare vita e voce alla musica, che, per via della pandemia, per troppo tempo è rimasta in standby.  In collaborazione con il ‘Caffè della Fortuna – Disco Bar”, il quintetto marchigiano riprodurrà tutti i brani del loro repertorio, in particolare il loro ultimissimo singolo e videoclip “Il giorno di ieri”, uscito lo scorso aprile, con l’obbiettivo di far divertire, cantare e ballare i presenti alla festa.

APNEA è una band attiva da tre anni e formata da Alessandro Guarandelli (Voce), Francesco Antonelli (Basso), Luca Magrini (Chitarra), Andrea Molinari (Batteria / Cori) e Marco Molinari (Chitarra / Cori).

Nell’estate 2019 registrano un EP di 6 tracce, “Private confidenze”, che racchiude l’essenza primordiale della band, un mix di forti emozioni che passa da brani alternativi, come “Aria 8”, “Ossigeno”, fino a raffinate ballad come “Amara”, “E’ tutto vero“.

Estate 2020 pubblicano il videoclip del loro primo singolo ufficiale “Erotica Venere”.

Ad ottobre il concorso ROCK TARGATO ITALIA li decreta vincitori della 32° edizione. A dicembre viene pubblicata la Compilation “ROCK TARGATO ITALIA 1987/1992”, a cura dello scrittore Roberto Bonfanti, una raccolta di brani di grandissimi artisti italiani come Vasco Rossi, Litfiba, Afterhours che contiene anche il loro secondo singolo “Poco prima di dormire”.

Maggio  2021 pubblicano il singolo e videoclip “Il giorno di ieri” per l’etichetta discografica Terzo Millennio Records https://youtu.be/Q5pHxy1CmDo

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IRENE INZAGHI

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L’ARROGANZA DEI GIOVANI DEL ROCK.

L’ARROGANZA DEI GIOVANI DEL ROCK.

“Il rock and roll è qui per restare.”

Neil Young

E’ strano come nella musica, come nella fisica, nulla si crei e nulla si distrugga. Di come, ad esempio, chi ha un successo planetario inaspettato si tiri dietro da una parte un movimento e dall’altra moltitudini di detrattori (per lo più poco competenti ma è l’epoca del selfie, il successo lo meritiamo noi anche se siamo incapaci e non gli altri). E’ successo con i Greta Van Fleet che con un solo album all’attivo sono partiti per un tour mondiale ed è così per i Maneskin. Il successo crea sempre antipatie soprattutto tra quelli che davano il genere per spacciato e facevano roba, più o meno, tutta uguale come i loro tatuaggi, le auto sportive e le catene d’oro. Ma, tant’è. La questione centrale di questo “pezzo” è quello di inquadrare meglio la band romana: sono arroganti performer o hanno il fuoco sacro del rock dentro?

Partiamo da Il Ballo della Vita, il primo disco. Un concept incentrato sulla figura un po’ misteriosa e sfuggente di Marlena. L’album è musicalmente un po’ confuso … un po’ (inascoltabile e orribilmente di moda) autotune, un po’ fiati, un po’ rap, un po’ funk … un po’ rock. Se è vero che apprezzo molto la contaminazione, qui l’amalgama non è riuscita pienamente: contaminazione non vuol dire perdere essenza, semmai amplificare la propria personalità, artisticamente parlando. Devo dire, purtroppo, che quando il video è spento, il talent show finito quello che conta è solo ciò che, passando per le orecchie, arriva al cervello e al cuore. E’ la condanna del musico, se no sei un performer magari, anche, bravissimo ma non sarai mai un musicista. Eppure, dentro a quel lavoro poco compiuto e così  inesatto, c’è da salvare un impeto, un’attitudine… Forse, proprio, quell’arroganza nel volersi prendere sul serio a tutti i costi, il voler fare un distinguo: io sono un teenager ma non sono come voi che vi uniformate, che portate il berretto da baseball storto e i pantaloni col cavallo alle ginocchia (senza sapere cosa simboleggia quel modo di vestire), non faccio musica con il PC … A me interessa un’altra cosa: una cosa che forse è anche troppo uguale a quella che si faceva negli anni Settanta ma che fa ancora drizzare i peli sulle braccia, che ancora scuote anime e coscienze e lo fa con autenticità.

Poi, quella dichiarazione di “diversità” nel mondo omologato, è diventato un urlo. Rabbia contro chi senza conoscere e da dietro uno schermo e una tastiera, si mette ad insultare e a denigrare chi non si assoggetta, chi rivendica di essere individuo libero. E così la premiatissima Zitti e Buoni (di cui ho già lungamente scritto) diventa il grido che apre Teatro d’Ira – Vol.1, secondo LP in studio dei quattro ex buskers. Intanto, va detto che il disco è interamente suonato da loro senza session men ma con il solo produttore (lo stesso de Il Ballo della Vita) Fabrizio Ferraguzzo. E qui la risposta è esatta, anche se non mancano le contaminazioni, qui il rock è autentico tra classico, duro e punk. Perché i quattro ragazzini romani sono quella roba là: no autotune, no tecnologie digitali ma composizione e suono. Apprezzabilissimi i riff di Thomas, il motore musicale della band è dotato un discretissimo numero di cavalli pur non essendo il più grande virtuoso della storia (ci mancherebbe). Affidabile la base ritmica con Victoria e Ethan che sono sempre efficaci. Forse un po’ di troppo le escursioni nei solo di basso che risultano un po’ leggerine, poco solide ma è peccato veniale.

I testi di Damiano sono un pugno nello stomaco: maleducati, sboccati, forti come devono essere quelli di un giovane che vuole rivendicare il fatto che il mondo è suo, che vuole divorare la vita, che non si accontenta di niente di meno del sogno, che darebbe fuoco a tutto quello che nella società è rimasto di gretto, inutile, ideologico e fuorviante. Ora è il suo momento e per la mezz’ora scarsa che dura il disco, ci credi pure tu che stai ascoltando. I due brani decisamente più interessanti sono Coraline e Vent’anni. Nel primo, molto bello musicalmente, torna il personaggio femminile ma non è più la “musa” del primo album, bensì una donna giovane e fragile in un mondo che la spezzerà. Il secondo è una bella ballad più pop, intensa ed evocativa. Forse, un inno generazionale che tra (appunto) venti anni sarà oggetto da parte degli stessi autori di una interessantissima revisione, se cresceranno esponenzialmente come credo.

A chi disprezza questi ragazzi, devo sommessamente suggerire un paio di cose. Questi ragazzi hanno dimostrato senza dubbio che l’unico genere alternativo, autentico e impegnato è il caro, vecchio, rock. Forse il successo che stanno avendo i Maneskin si porterà dietro un movimento contro la scuola dell’obbligo all’uniformità patita negli ultimi due decenni. Vi piaccia o no, sono comunque, un’occasione e una speranza. Questo ci suggerisce la seconda conclusione: il movimento esiste ed esisterà.

Non morirà mai.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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