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L’AVVENTO DEL SILENZIO.

“La musica aiuta a non sentire dentro

il silenzio che c'è fuori.”

  1. S. Bach

   Ora che persino #RAI2 ha (seppur solo in seconda serata) sdoganato voci “altre” rispetto alla pandemia, sull’origine di questa (era zoonosi e Montagnier era ormai un vecchio rimbambito!), sulla scelta “singolare” di privilegiare la scoperta di vaccini (come se fosse automatico che si sarebbero trovati) e non sulla cura e sulla gestione politica della cosa, sono molto più tranquillo e (quasi) certo che a settembre ci sarà un altro lockdown.

Fatevi coraggio. Almeno, non vivremo nell’incertezza, suvvia. Da parte mia, accetterò di buon grado la nuova ondata di arresti domiciliari anche perché, questa volta, so cosa fare.

Infatti, anticipati da due singoli, usciranno due album che aspetto da tempo con ansia.

Il primo è Senjutsu che segna il ritorno in studio dei Maiden dopo The Book of Souls, pubblicato sei anni fa. Il titolo del singolo è Writing On The Wall, espressione idiomatica che indica che un evento inevitabile sta per accadere (di solito brutto … cosa vi viene in mente?). Il brano della band britannica è, come abitualmente, pieno di riferimenti sia alla loro stessa storia ed iconografia (con Eddie di vari dischi che appare nel pregiato videoclip del pezzo in grafica animata) e con il nuovo Eddie Samurai dell’atteso album che dovrebbe uscire il 3 settembre prossimo, sia a mondi diversi (primo fra tutti il Libro di Daniele contenuto nella Bibbia). Pare che il disco sia accreditato di brani anche piuttosto lunghi dato che la durata complessiva dell’opera è oltre ottanta minuti.

Se l’immagine della cover del disco attinge al Far East, il singolo sembra ispirato da esperienze più tecnicamente country-western, soprattutto nell’intro per poi svilupparsi ed esplodere nel caro vecchio hard rock e blues più che nelle atmosfere prog metal, cifra stilistica del gruppo dai tempi di Powerslave.

Le dichiarazioni di Harris e Dickinson fanno presagire un disco diverso dai precedenti che sperano possa essere digerito dai loro fans, soprattutto dai più puristi. Staremo a vedere e, come al solito, ve ne renderemo conto.

Il secondo album, dal titolo The Quest, è un’inevitabile preziosissimo ritorno: quello degli Yes. La data è quella del 1 ottobre prossimo … già sembra troppo in là.

The Quest, registrato già nel 2019 e prodotto dallo stesso Steve Howie, vede al basso Billy Sherwood dopo la scomparsa del compianto Chris Squire  nel 2015.

Il singolo che apre l’opera è The Ice Bridge, singolo che parla del cambiamento climatico. La cosa che non stupisce, è l’orchestrazione curata. La stesura, da par loro, è naturalmente di assoluto livello. Il disco è accreditato di undici brani che non vediamo l’ora di ascoltare.

Se il buongiorno, si vede dal mattino, abbiamo di che far divertire le nostre orecchie, l’autunno prossimo e, comunque, avremo la scusa per evitare di ascoltare la prosopopea infinita di chi continua a sostenere tutto ed il contrario di tutto, di chi cavalca l’onda del momento, di chi starebbe meglio al Grande Fratello VIP  che in un laboratorio, di chi nega, di chi strumentalizza, di chi ha la verità in tasca (e poi viene regolarmente smentito dai fatti), del nuovo positivismo (il metodo scientifico non può essere fideistico) e, soprattutto, non impazziremo nel silenzio costretto delle nostre case e delle nostre solitudini.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

 

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LA TERZA DOSE. di Paolo Pelizza

LA TERZA DOSE.

Ci sono mattinate che partono male.

Diciamo che da, ormai, sedici mesi conviviamo con bollettini di guerra, arresti domiciliari, varianti varie ed eventuali di un’apocalisse di cui nessuno ha capito molto se non quelli che ci stanno accumulando enormi fortune … Peccato che ancora si parli di fine dell’emergenza da una parte, dall’altra di ripartenza di lockdown, di colori con sfumature profonde, di efficacia e di inefficacia dei vaccini, di preparati salvifici e di sieri killer

Insomma, un gran casino.

Un giorno, un grande e stimato medico trapiantologo, mi disse che la frase che un medico o uno scienziato non dovrebbe dire mai che “è certo”.

Da parte mia, la mattina, cerco di stare il più possibile lontano dalle notizie. Questo perché, al novanta per cento, le news se non sono inesatte, sono “doppate” per mantenere status quo convenienti o per modificare comportamenti di cui qualcuno si avvantaggia sempre. Pensate alla grande sbronza del giornalismo per i social media: gratis, nuove professioni, una nuova socialità, etc.

Invece, non sono altro che il sistema con cui sono riusciti a mettere gli individui su uno scaffale del loro enorme supermercatone globale. Il modo in cui hanno trasformato gli esseri umani in prodotti che si possono comprare e vendere, controllare e condizionare.

Poi, ci sono mattine che partono peggio di altre. Oggi, ad esempio, scopro appena bevuto il primo caffè della giornata che Robby Steinhardt ci ha lasciato a seguito di complicazioni di una pancreatite.

E’ la terza dose di disgrazia … quella che non vorremmo mai inoculare.

Fondatore, voce e violino della band prog americana Kansas, aveva al suo attivo anche una collaborazione con i Jethro Tull, nell’ultimo periodo stava preparando un lavoro da solista, a testimonianza del fatto che un vero musicista ha bisogno di creare, di affrontare nuove sfide e provare nuove strade.

Io scopro i Kansas in una estate del 1980. Sono in montagna e un ragazzo più grande mi fa ascoltare dalla sua autoradio Carry On My Wayward Son. E’ un’epifania. A Domodossola trovo solo il 45 giri. Ma, appena torno a Milano, compro l’album: Leftoverture. L’opera è un viaggio ispirato tra AOR, folk e progressive rock. La qualità di composizioni e scelta dei suoni è altissima… Forse troppo per un gruppo americano, tanto che l’album precedente vende sotto le aspettative della Epic. Il singolo apre il disco e lo “trascina” con una sua facilità di ascolto che, pure, rimane di straordinaria fattura ed evolve con le tessiture più complesse di Miracles Out of Nowhere, Cheyenne Anthem e Magnum Opus.

Mentre una lacrima increspa il liquido scuro nella tazzina, penso a quanto oggi ci sia bisogno di ribelli e di esortazioni a ribellarci.

Grazie Robby.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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L’ARROGANZA DEI GIOVANI DEL ROCK.

L’ARROGANZA DEI GIOVANI DEL ROCK.

“Il rock and roll è qui per restare.”

Neil Young

E’ strano come nella musica, come nella fisica, nulla si crei e nulla si distrugga. Di come, ad esempio, chi ha un successo planetario inaspettato si tiri dietro da una parte un movimento e dall’altra moltitudini di detrattori (per lo più poco competenti ma è l’epoca del selfie, il successo lo meritiamo noi anche se siamo incapaci e non gli altri). E’ successo con i Greta Van Fleet che con un solo album all’attivo sono partiti per un tour mondiale ed è così per i Maneskin. Il successo crea sempre antipatie soprattutto tra quelli che davano il genere per spacciato e facevano roba, più o meno, tutta uguale come i loro tatuaggi, le auto sportive e le catene d’oro. Ma, tant’è. La questione centrale di questo “pezzo” è quello di inquadrare meglio la band romana: sono arroganti performer o hanno il fuoco sacro del rock dentro?

Partiamo da Il Ballo della Vita, il primo disco. Un concept incentrato sulla figura un po’ misteriosa e sfuggente di Marlena. L’album è musicalmente un po’ confuso … un po’ (inascoltabile e orribilmente di moda) autotune, un po’ fiati, un po’ rap, un po’ funk … un po’ rock. Se è vero che apprezzo molto la contaminazione, qui l’amalgama non è riuscita pienamente: contaminazione non vuol dire perdere essenza, semmai amplificare la propria personalità, artisticamente parlando. Devo dire, purtroppo, che quando il video è spento, il talent show finito quello che conta è solo ciò che, passando per le orecchie, arriva al cervello e al cuore. E’ la condanna del musico, se no sei un performer magari, anche, bravissimo ma non sarai mai un musicista. Eppure, dentro a quel lavoro poco compiuto e così  inesatto, c’è da salvare un impeto, un’attitudine… Forse, proprio, quell’arroganza nel volersi prendere sul serio a tutti i costi, il voler fare un distinguo: io sono un teenager ma non sono come voi che vi uniformate, che portate il berretto da baseball storto e i pantaloni col cavallo alle ginocchia (senza sapere cosa simboleggia quel modo di vestire), non faccio musica con il PC … A me interessa un’altra cosa: una cosa che forse è anche troppo uguale a quella che si faceva negli anni Settanta ma che fa ancora drizzare i peli sulle braccia, che ancora scuote anime e coscienze e lo fa con autenticità.

Poi, quella dichiarazione di “diversità” nel mondo omologato, è diventato un urlo. Rabbia contro chi senza conoscere e da dietro uno schermo e una tastiera, si mette ad insultare e a denigrare chi non si assoggetta, chi rivendica di essere individuo libero. E così la premiatissima Zitti e Buoni (di cui ho già lungamente scritto) diventa il grido che apre Teatro d’Ira – Vol.1, secondo LP in studio dei quattro ex buskers. Intanto, va detto che il disco è interamente suonato da loro senza session men ma con il solo produttore (lo stesso de Il Ballo della Vita) Fabrizio Ferraguzzo. E qui la risposta è esatta, anche se non mancano le contaminazioni, qui il rock è autentico tra classico, duro e punk. Perché i quattro ragazzini romani sono quella roba là: no autotune, no tecnologie digitali ma composizione e suono. Apprezzabilissimi i riff di Thomas, il motore musicale della band è dotato un discretissimo numero di cavalli pur non essendo il più grande virtuoso della storia (ci mancherebbe). Affidabile la base ritmica con Victoria e Ethan che sono sempre efficaci. Forse un po’ di troppo le escursioni nei solo di basso che risultano un po’ leggerine, poco solide ma è peccato veniale.

I testi di Damiano sono un pugno nello stomaco: maleducati, sboccati, forti come devono essere quelli di un giovane che vuole rivendicare il fatto che il mondo è suo, che vuole divorare la vita, che non si accontenta di niente di meno del sogno, che darebbe fuoco a tutto quello che nella società è rimasto di gretto, inutile, ideologico e fuorviante. Ora è il suo momento e per la mezz’ora scarsa che dura il disco, ci credi pure tu che stai ascoltando. I due brani decisamente più interessanti sono Coraline e Vent’anni. Nel primo, molto bello musicalmente, torna il personaggio femminile ma non è più la “musa” del primo album, bensì una donna giovane e fragile in un mondo che la spezzerà. Il secondo è una bella ballad più pop, intensa ed evocativa. Forse, un inno generazionale che tra (appunto) venti anni sarà oggetto da parte degli stessi autori di una interessantissima revisione, se cresceranno esponenzialmente come credo.

A chi disprezza questi ragazzi, devo sommessamente suggerire un paio di cose. Questi ragazzi hanno dimostrato senza dubbio che l’unico genere alternativo, autentico e impegnato è il caro, vecchio, rock. Forse il successo che stanno avendo i Maneskin si porterà dietro un movimento contro la scuola dell’obbligo all’uniformità patita negli ultimi due decenni. Vi piaccia o no, sono comunque, un’occasione e una speranza. Questo ci suggerisce la seconda conclusione: il movimento esiste ed esisterà.

Non morirà mai.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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Evidence of Contemporary Papers: inaugurazione della mostra collettiva - 1 luglio 2021

Da oggi, giovedì 1 luglio, dalle ore 10.00 alle ore 20.00, orario continuato, si terrà, presso la Fondazione Mudima di Milano, l'inaugurazione della mostra collettiva 'Evidence of Contemporary Papers' a cura di Davide Di Maggio.

Una mostra con di più di quaranta disegni interamente su carta di artisti di generazioni e provenienze diverse, che concentrano tutta la loro attenzione sull'importanza che la carta ha e ha avuto all'interno della loro crescita creativa. Piccoli fogli e carte di grandi dimensioni, inchiostri acquerellati e schizzi preparatori, collage e grafiche storiche, tutti elementi che parrebbero esiliati o ignorati dal pensiero dell'arte corrente.

Quando si pensa all’arte moderna e contemporanea, vengono subito in mente installazioni, video, fotografie, dipinti e sculture, e difficilmente si pensa alle opere su carta. A differenza di altre forme d’arte basate sulla poetica del definitivo, l’opera su carta è molto più complicata da realizzare in tutte le sue forme, data soprattutto dalla leggerezza e dalla delicatezza del materiale. La carta è un qualcosa di sensibile e vario dove concretizzare le proprie idee, accompagna la vita e le esperienze di gran parte degli artisti contemporanei.

In altre parole l’opera su carta non cerca una coerenza legata a un’idea del mondo fisso, ma cede al dubbio, alla distrazione, tenendo così sotto controllo il concetto di arte che il mondo ha ratificato, complicandolo e ponendo obiezioni.

'Evidence of Contemporary Papers' presenta un’analisi sia del mondo moderno che di quello antico, che entrano a far parte di un’area di invenzione molto vasta, che diventa quasi una sfera di riflessione e di immaginazione.

Gli artisti che hanno messo in mostra i loro capolavori, sono riusciti a rompere e a spezzare il sottile velo di tenebra che li separa da ciò che è convenzionale, banale o già noto. Una sottile linea d’ombra che, come ha scritto Joseph Conrad:“...è ciò che divide le fasi della vita; la bellezza dalla banalità, la poesia dallo squallore, la geometria dal caos e l’opera umana dalla natura, che poi se ne riappropria. Non più la visione di una barriera che ostacola l'espressione creativa, ma una frontiera, che ci permette di vivere in bilico o di tuffarci in una direzione ben definita”.

Il percorso della mostra parte proprio da questo concetto e si sviluppa sui due piani della Fondazione creando una sorta di casa comune tra gli artisti, che pur con tematiche diverse, sono accomunati dall’uso di un solo materiale: la carta.  

Vi aspettiamo numerosi!

 
 
 
 
IRENE INZAGHI 
 
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Gli ascolti di luglio 2021- La Municipàl, Il Cairo, Cmqmartina.Ministri Balalot

Gli ascolti di luglio 2021.
articolo di Roberto Bonfanti

I tormentoni estivi sembrano diventare di anno in anno sempre più brutti. E non parlo di gusti musicali ma di puro e semplice senso estetico. Se è vero che, come sosteneva Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, sembrerebbe che tutto torni. Nel frattempo in queste ultime settimane sono usciti una valanga di dischi, forse anche per via dell’illusione della finta libertà che ha portato probabilmente a sbloccare anche progetti magari fermi da mesi. Dunque continuiamo a concentrarci su qualcosa che merita attenzione.

Con il nuovissimo album intitolato “Per resistere al tuo fianco” La Municipàl conferma il proprio talento e il proprio stile figlio del miglior pop d’autore, dimostrandosi ancora una volta capace di scrivere canzoni immediate ma al tempo stesso eleganti, accarezzate da una personale vena di malinconia e soprattutto basate su un approccio narrativo quasi letterario che trasforma ogni brano in un affascinante racconto. Una band ormai nel pieno della maturità che appare come una delle realtà pop più interessanti all’interno dell’attuale panorama italiano.

S’intitola “Scirocco”, l’EP d’esordio de Il Cairo: un titolo che sembra fotografare il desiderio dell’artista di portare una ventata di calore mediterraneo all’interno del mondo indie contemporaneo e di raccontare anche la sua città d’origine, Milano, nelle sue venature più autenticamente multiculturali e meno patinate. Cinque canzoni che miscelano pop, indie e desiderio di staccarsi dai cliché dei generi citati per creare uno stile personale sporcandosi con ritmi, sonorità e storie dai toni decisamente più caldi.

C’è una sincerità intrigante nelle canzoni di Cmqmartina e nel suo modo di raccontare le sue fragilità, anche se a rendere tutto realmente incisivo e personale, nel nuovo album intitolato “Disco 2” così come nel lavoro precedente, è la scelta di lasciar correre questi pensieri su beat elettronici da discoteca anziché nascondersi dietro la classica chitarra acustica. Un contrasto fra voglia di ballare e desiderio di mettersi a nudo che si traduce in una sorta di particolare diario danzante di una ventenne inquieta.

Se c’è una cosa che non è mai mancata ai Ministri è la coerenza unita alla determinazione a portare avanti il loro rock ignorando le mode e le tendenze. “Cronaca nera e musica leggera”, il nuovissimo EP della band milanese, si presenta come un insieme di quattro canzoni dirette, pungenti e accattivanti che sembrano riportare il trio alla brillantezza e all’urgenza comunicativa degli esordi. Un gradito ritorno con una verve ritrovata, un’ottima energia e uno sguardo più che mai caustico sulla società.

Il nome di Babalot dirà probabilmente poco a chi non ha seguito con un minimo di attenzione la scena indipendente di inizio millennio. Per tutti gli altri invece l’artista romano è un vero e proprio culto. Un cantautore stralunato e brillante che, con il suo approccio lo-fi casalingo e i suoi testi surreali, ha aperto una strada che molti hanno poi cavalcato con risultati decisamente meno incisivi. L’etichetta Trovarobato ha deciso di mettere insieme una ventina di artisti per realizzare “Doppelgager Vol.2”: un album composto interamente da cover di brani di Babalot con l’aggiunta di un inedito dello stesso cantautore. Un modo simpatico per riaccendere la luce su un artista che avrebbe meritato maggiore fortuna.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

blog di www.rocktargatoitalia,it

 

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LA STAGIONE PIU’ CRUDELE.

LA STAGIONE PIU’ CRUDELE.

-  E la chiamano estate … Io, onestamente, sto molto meglio col freddo, la nebbia (oramai scomparsa da decenni a Milano), quella pioggerellina sottile e gelida e, se capita, la neve.

Perché, vedete l’estate è decisamente la stagione più crudele e, se ci pensate, è densa di tormenti e tormentatori. E’, per esempio, il momento di vampiri volanti che, in linea con la modernità, ti dissanguano ad ogni ora del giorno e della notte. Instancabili e sempre in baracca!  

Inoltre, ci sono “tormentatori” che colonizzano le radio con brani sedicenti musicali che prendono il nome (azzeccatissimo per noi) di “tormentoni”.

Quest’anno abbiamo, come ogni anno, quella che dopo nove mesi di letargo rinviene ed esce puntuale come la morte, con il bravo compitino tra la dance e la trap in salsa di facezie. Poi, ci sono quelli nuovi. C’è la celebrità che arruola altri due calpestatori di palchi sanremesi ed esce con una prevedibilissima hit con immancabile sponsorizzazione … si sa: business is business. Poi c’è anche l’inossidabile che, per non farsi mancare nulla, dopo aver cantato della guerra del Vietnam (lustri fa) non si nega al richiamo del tormento. A quel punto, qualcuno potrebbe dirmi, basta non ascoltare la radio… Non è così semplice. Perché questi brani con parabola di vita calcolabile in termini entomologici, in realtà, persistono come una brutta tosse. Quando prenderete un metrò, nel prossimo autunno, verranno riproposti da zigani armati di violino e base registrata. Peccato che questi ragazzi stiano alla musica come io sto alla fisica quantistica e, sicuramente, non contribuiscono ad alzare la qualità generale delle canzoni. Tra l’altro, tendono anche a riproporle e riproporle e riproporle per anni. Ottimizzano, per così dire. Un incubo infinito.

Ci credo che il grande direttore d’orchestra dichiari candidamente di volersene andare presto. Quasi quasi anche io.

Poi, però, si accende una luce in fondo al tunnel. Ogni tanto anche la multinazionale di turno fa qualcosa di meritevole… Non so se a dimostrazione che le strade dell’inferno siano lastricate di buone intenzioni oppure per dimostrare che ci sia ancora speranza.

Sia come sia, Universal Music esce con una collana sul prog rock italiano: Prog Rock Italia. Ovviamente, il genere ha ancora un nutritissimo numero di aficionados e cultori, quindi non credo nell’intento filantropico.

I dischi sono disponibili anche in vinile a 18 gr. (scelta da me personalmente consigliata, rispetto ad altri formati). La collana raccoglie noti del genere ma, anche, molte chicche. Il tutto rimasterizzato in modo molto più che decoroso. Si va da Le Orme a Sensations’Fix, da Latte e Miele a Saint Just, da l’Uovo di Colombo a Grosso Autunno in un viaggio alle origini del genere che contaminava il rock con la classica, il folk e il jazz e che, anche e soprattutto, in Italia ha trovato tra i suoi più importanti interpreti a livello internazionale (pensate solo a PFM, Banco, Area, etc.). Il tuffo nella musica che è Musica è rinfrescante e fa prudere di meno le punture delle zanzare, anche quelle che hanno fatto infezione.

Ma, alla fine, ci si gratta lo stesso indifesi da questi mostri volanti. Si suda lo stesso immersi nell’afa e poggiati sull’asfalto rovente tra un black out e l’altro causati dall’utilizzo massivo di condizionatori d’aria.

A volte, però, ci fanno un po’ d’aria i ritorni (permanenti e continui) dei “soloni” di casa nostra che dopo aver decretato la fine di un genere a favore di altri più pret a porter stanno cercando di difendere posizioni indifendibili, spiazzati dal successo planetario di una band più nostra che non si può. Un gruppo che ha spodestato gli ABBA nella permanenza da “forestieri” nella chart inglese con due brani nella top ten e che ha sbancato Spotify (attualmente) all’undicesimo posto nel mondo.

Devo dire che questi tentativi di mirror-climbing con mani intrise di olio ad alta viscosità, mi rinfrescano tanto. Non capisco perché non si limitino a dichiarare che hanno detto una sequela di cazzate per seguire la moda, per dare credito alla teoria che ci si emancipi solo potendosi permettere collanoni d’oro da 12 chilogrammi ed auto di lusso, perché hanno creduto che giovani e giovanissimi fossero così gretti e superficiali (come loro) da non capire che, nel mondo contemporaneo, loro si stanno adattando ma che c’è altro e di meglio sotto il cielo, sia per l’anima che per le orecchie, basta aspettare o cercare.

Cari soloni, ancora una volta, avete sottovalutato i ragazzi. Tranquilli, qualche volta, l’ho fatto anche io ma mi sono scusato. Perché vedete, loro hanno poco interesse per la vostra catechesi interessata, per la tecnofilia esogena, per il pensiero unico, per selfie e like. Aspettano solo per fare quel piccolo passo avanti, cambiare il mondo e governarlo. Per certo, d’autunno o inverno … adesso fa troppo caldo.

di Paolo Pelizza

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"CALAMITE" di MECNA: Esce oggi il VIDEO del singolo estratto da "MENTRE NESSUNO GUARDA"

Esce oggi su Youtube il video di “Calamite”, il nuovo singolo estratto dal repack di “MENTRE NESSUNO GUARDA”, l’ultimo disco di Mecna, pseudonimo di Corrado Grilli, rapper e cantautore italiano, certificato DISCO D’ORO.

MENTRE NESSUNO GUARDA”, ultimo disco di Mecna, usciva otto mesi fa e grazie ad esso è riuscito ad ottenere la seconda posizione della classifica Fimi/GfK riscuotendo un grande successo dal pubblico e dalla critica. Un lavoro che ha definito la direzione artistica di uno tra i più importanti esponenti della scena del rap d’autore nazionale del momento. La sua forza, o meglio ciò che lo caratterizza di più, è quella di riuscire a spaziare e ad aprirsi sempre a nuovi generi, sonorità e collaborazioni pur rimanendo sempre coerente con il suo percorso, fatto di testi e barre. Con i suoi pezzi, Mecna, cerca di rivelare i propri mondi interiori con un senso di leggerezza, di ironia, ma soprattutto di consapevolezza.

Nel corso del tempo, il cantante è riuscito ad arricchire sempre di più, passo dopo passo, il suo linguaggio, ed è riuscito a renderlo personale e unico. Come il suo linguaggio, anche la strada professionale e artistica di Mecna è cambiata e lo ha portato ad essere apprezzato da un pubblico sempre più ampio, soprattutto dopo la pubblicazione del suo sesto album in studio. 

Oltre ai brani già conosciuti, “Soli” e “Mille Cose”, il repack conterrà altri 6 brani che sintetizzano  le tematiche delle quattordici tracce di "Mentre Nessuno Guarda".

Canzoni sentimentali si alternano a tracce rap, pezzi ballabili a liriche intime, in un equilibrio che riesce a tener insieme stati d’animo opposti tra loro. Dopo i featuring con Guè Pequeno, Ernia, Izi, Frah Quintale e Madame, Mecna chiama a raccolta cinque nuovi artisti di successo: Francesca Michielin, CoCo, Jlord, Ghemon e Ginevra. 

Il lavoro è stato realizzato da Richard Wilson, già curatore della cover di “Mentre Nessuno Guarda” la cui gigantografia ha occupato per un mese un intero muro lungo via Festa del Perdono, antistante l’Università degli Studi di Milano Statale.

MECNA è stato la rivelazione della stagione 2012/2013, con il suo album d’esordio “Disco Inverno” (Macro Beats/Audioglobe) che ha conquistato subito i media specializzati, il pubblico Hip Hop e tutta la scena indipendente italiana.

TRACKLIST

01. Calamite
02. Vestito Bianco feat. Francesca Michielin
03. Voodoo feat. J Lord
04. Come No

05. For You feat. CoCo

06. Nuova Tipa

07. Mille Cose

08. Soli feat. Ghemon e Ginevra

 

Di seguito le date del tour, calendario in costante aggiornamento:

26/06 - Roma - Cavea Auditorium

01/07 - Milano - Carroponte (SOLD OUT)

02/07 - Milano - Carroponte

04/07 - Ferrara - Ferrara Sotto le Stelle (SOLD OUT)
29/07 - Cosenza - Be Alternative Festival

07/08 - Vicenza - Lumen Festival
04/09 - Bari - Acqua In Testa (SOLD OUT)
05/09 - Napoli  - Ex Base Nato

07709 - Caserta - Caserta Music Festival (SOLD OUT)
11/09 - Bologna - Arena Puccini

 

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IRENE INZAGHI 

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"PITTURE" DI PIER PAOLO CALZOLARI - A CURA DI MARIA CHIARA VALACCHI

Cabinet, lo spazio indipendente milanese pensato e gestito dalla curatrice Maria Chiara Valacchi, inaugura “Pitture”, la mostra personale di Pier Paolo Calzolari, pittore e artista nato a Bologna nel 1943.

Il progetto è composto da sole tre opere in tela, di cui due inedite, scelte per relazionarsi con le caratteristiche architettoniche di Cabinet.
“Moon Umbrella”, “Haïku Luna Bianca” e Rideau, rappresentano una congiunzione alla poetica di Calzolari, che mescola riferimenti differenti, dalla tradizione pittorica italiana (soprattutto grazie all’uso di tecniche classiche quali la tempera grassa, la tempera all’uovo, pigmenti a colla e, infine, l’olio e la grafite) fino ad arrivare all’uso di un’iconografia lirica e rarefatta, ma anche momenti più severi del periodo poverista come il l'uso del piombo o le canne di bambù, terminando il lungo percorso nella realizzazione di cristallizzazioni superficiali e nell'uso di un’ostrica (elemento quasi bizzarro per un'opera d'arte).

Calzolari inizia il suo percorso artistico nella Bologna degli anni ’60, e in breve tempo sviluppa la sua esperienza nella cosiddetta “Arte Povera“, da cui si distaccherà presto per dedicarsi a una poetica più libera e svincolata. Potremmo dire che da quel momento in poi Calzolari incarnerà la perfetta figura del Doppengalger – letteralmente “doppio viandante” – una parola tedesca che descrive la presenza di un alter ego, un Io nascosto che nasce con noi. 

La mostra sarà accessibile dal 24 maggio al 4 luglio - dal mercoledì al venerdì dalle 16.00 alle ore 19.00 solo su appuntamento.

 

via alessandro tadino 20
20124, Milano

Mail to: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Mob: +39.338.3032422

www.spaziocabinet.com

 

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IRENE INZAGHI 

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C’era una volta, un futuro inutile e privo di grazia.

   Le cose più belle, i luoghi più mitici ed evocativi sono messi sempre più a rischio da una volontà di progresso che è ammantata di innovazione, di nuovo a tutti i costi, di un futuro che nessuno ha chiesto o vuole ma che dobbiamo subire, inesorabilmente.

L’importante è sottoporsi a cambiamenti inutili ma che servono a far fare cassa a qualcuno e privano tutti di un pezzo della propria vita, della propria identità e della storia. 

Così Gianfelice Facchetti, in un libercolo che si legge in un paio d’ore stabilisce che lo stadio Giuseppe Meazza a San Siro, Milano è un posto pieno di storia e di storie. Un luogo impregnato di leggenda nello sport ma, anche, nella musica, nell’intrattenimento … un punto di riferimento pulsante della città.

Mentre si discute se abbatterlo, ristrutturarlo e/o dargli un’altra destinazione d’uso, Gianfelice ne racconta le storie, la leggenda e le leggende ma, soprattutto, ci restituisce l’anima appassionata e passionale di generazioni di milanesi passati attraverso guerre, industrializzazione, tifo calcistico e musica.

Così si determina un testimone non un semplice contenitore. Di più … Un monumento sul cui destino, purtroppo, decideranno uomini piccoli e danarosi.

Non fraintendetemi, Gianfelice da galantuomo, non si schiera, si limita a portarci dentro alla narrazione.

Il suo “C’Era Una Volta a San Siro” edito da PIEMME è una raccolta di eventi, aneddoti ed emozioni senza alcuna volontà di giudizio, senza volerne sapere più degli altri (dote rara di questi tempi).

La delicatezza della sua penna e la grandezza delle storie, tuttavia, ci rende partigiani, ci fa alzare a tutela di uno dei pochi pezzi di città che resta come testimonianza di un mondo che è stato fatto di sfide, di conflitti, di romanticismo e di amore per la città più grande e bella del mondo. Una città calvinista, aperta agli altri, coraggiosa, etica e lontana anni luce dagli stereotipi che, pure, hanno voluto appiccicare ai suoi cittadini.

Milano può rinunciare a un nuovo stadio high tech, come può evitare serenamente di diventare la texture per gli esercizi di stile di architetti eccitati da grattacieli sempre più imponenti, forse per compensare altre mancanze ma non può rinunciare a San Siro, come noi milanesi non possiamo impedirci di avere un gran cuore.

di Paolo Pelizza

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Dal 4 all’11 luglio la XXIX edizione di Iseo Jazz con Ferra, Zambrini, Intra, JW Orchestra, Premazzi, Plankensteiner e molti altri

In programma dal 4 all’11 luglio, la ventinovesima edizione di Iseo Jazz, che avrà l'obbiettivo di ripresentare, quasi interamente, lo schema che era stato previsto per il 2020 (caratterizzato solo da un concerto ideato come omaggio per onorare le vittime del Covid - 19). Una ripartenza che segna la ripresa di una continuità, di una coerenza, ma soprattutto di una rinascita che solo la cultura può veramente guidare.

L'evento, negli anni, è diventato un punto di riferimento della scena italiana, un approdo importante per i nostri musicisti di jazz. Un festival che pone la musica al centro, dove non esistono più pregiudizi stilistici, ma solo spazi significativi per le nuove generazioni, senza dimenticarsi, però, delle grandi personalità della scena jazzistica. 

La singolarità di Iseo Jazz risiede nel fatto di essere una manifestazione che privilegia la cultura musicale e non l’intrattenimento e anche il programma di quest’anno lo dimostra ampiamente. Dal solo di Bebo Ferra (il 7 luglio a Sale Marasino), evocativo e ricco di spunti eterogenei, alla rilettura in chiave jazzistica di Mozart (l’11 luglio a Iseo) a opera della JW Orchestra di Marco Gotti (premio Iseo alla carriera per l’originalità e l’importanza del suo lavoro di band leader e arrangiatore); dalla libera improvvisazione del duo Remondini-Manera (Iseo, 9 luglio) alla varietà propositiva del nuovo quartetto di Antonio Zambrini (Clusane, 10 luglio); dal trio di Simona Premazzi, pianista italiana affermatasi a New York (Iseo, 11 luglio), al quartetto di baritoni, che viaggerà nella storia del jazz più recente, della sassofonista Helga Plankensteiner (Palazzolo sull’Oglio, 4 luglio). Da segnalare, inoltre, la rilettura del rock progressivo da parte del gruppo del trombettista Marco Mariani (Iseo, 9 luglio), mentre lo spazio ai giovani e ai talenti emergenti sarà dedicato al quartetto del contrabbassista Andrea Grossi, che si muove nell’ambito del rapporto tra poesia e musica (Palazzolo sull’Oglio, 4 luglio). Infine, il duo di Enrico Intra, il vero testimonial musicale della rassegna, che il 10 luglio a Clusane dialogherà con una giovane musicista di talento (Margherita Carbonell), partendo da spunti legati agli studi tecnici per contrabbasso.

Un cartellone che evidenzia, da una parte, la presenza del jazz al femminile, lo sguardo del jazz al mondo del rock e, infine, l’attenzione per le forme di improvvisazione contemporanea e i rapporti con l’elettronica. 

Anche quest'anno, l'evento musicale è caratterizzato anche dalla presenza di una mostra fotografica “diffusa”, allestita nei negozi del centro del capoluogo del Sebino, per creare un ideale “vestito” jazzistico come cornice del festival. 

 

BLOG: Rock Targato Italia 

IRENE INZAGHI 

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