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Articoli filtrati per data: Marzo 2021

ArtVerona 2021 presenta il nuovo sito web in attesa della 16a fiera

In attesa della 16a edizione della fiera, che si svolgerà dal 15 al 17 ottobre 2021, ArtVerona presenta il nuovo sito web realizzato con Studio Temp.

Progettato e realizzato con Studio Temp come canale editoriale ricco di informazioni utili e approfondimenti sulla prossima edizione della fiera, il sito si presenta con una rinnovata veste grafica che prende spunto dall’identità visiva ideata per ArtVerona 2021.

Protagonisti i paesaggi naturali del nostro Paese – l’Etna, la Cascata delle Marmore, le Grotte di Frasassi, il Dente del Gigante, le Rocce Rosse di Arbatax –distorti, quasi a diventare liquidi e onirici. Questi luoghi, che identificano il nostro tempo in modo misterioso, disarmonico, a volte minaccioso ma anche affascinante, pieno di energia, sfide e opportunità, definiscono l’Italian System di ArtVerona.  Una manifestazione quindi, che è una sineddoche dell’Italia, con gallerie che provengono da tutto il Paese, con gli avamposti culturali di territori periferici e con tutte le bellezze che nono solo le grandi città sono in grado di offrire. 

Il nuovo layout del sito, con un taglio dinamico e ricco di contenuti, intende valorizzare e presentare l’edizione di ArtVerona 2021 che si sviluppa durante tutto l’anno, mettendo in evidenza eventi e incontri, anche digitali, che anticipano e promuovono l’esperienza fisica della fiera.

 

Blog: rocktargatoitalia.eu

Giulia Villani

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Quattro chiacchere con I Sensi Vietati

Cocktail è l'ultimo singolo di Federica Rasicci - in arte I Sensi Vietati - che, introducendo sonorità nuove e sperimentali, inaugura un nuovo capitolo del suo progetto musicale. Il brano racconta di un rapporto complicato fatto di sentimenti contrastanti sfruttando la metafora del drink, composto da una miscela di elementi eterogenei, sentimenti che vengono accostati nonostante la loro incompatibilità.

No, non lo berrei mai
Un cocktail fatto dai miei sentimenti perché tu lo sai
Ci sono troppi rimpianti e tormenti dentro
Mischiarli tutti insieme non è consigliato
Come i bianchi e i colorati con il bucato
Cerco una rima nel posto sbagliato
Spero tu non abbia dimenticato

Abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchere con l'artista:

Come ti sei avvicinata al mondo della musica? Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Ho iniziato ad ascoltare e apprezzare la musica sin da piccolissima tramite i CD dei miei genitori, poi ho iniziato a suonare la chitarra a otto anni. Maggiormente i grandi artisti del cantautorato  italiano e gli artisti moderni e non della musica indipendente.

Perché “I sensi vietati”?

I sensi vietati nasce come ricerca del proibito, una sorta di privazione emozionale e sensoriale manifestata tramite la musica.

Il tuo ultimo singolo, “Cocktail”, è molto distante dai tuoi lavori precedenti, sembra aprire un nuovo capitolo. A cosa è dovuto questo cambiamento?

Sicuramente a una crescita artistica, non è stato un cambiamento voluto bensì una sorta di evoluzione

 “Cocktail” racconta di una miscela di emozioni e sentimenti eterogenei da cui vuoi prendere le distanze: com’è nata l’idea?

Principalmente é nata sulla base delle relazioni umane, un modo per mixare metaforicamente ogni caratteristica soggettiva insieme a quella di qualcun altro. Formulando appunto il drink ipotetico nato dall’unione di essi.

Una domanda un po’ più leggera: qual è il tuo drink preferito?

Nonostante io non sia un amante dei super alcolici, bevo principalmente gin tonic.

In ultimo, come intendi proseguire il tuo progetto? Hai altri singoli prossimi all’uscita?

In realtà sto lavorando al mio primo album, sperando di potervelo far sentire al più presto.

Ci saranno comunque altri singoli in uscita che lo anticiperanno durante questo anno!

Biografia

I Sensi Vietati, all’anagrafe Federica Rasicci, è un progetto cantautorale nato nel gennaio del 2018. Nel febbraio 2019 esordisce con l’EP Carbone prodotto da I&I studio e seguito dai singoli Spigoli (2019) e Sottosopra (2020).
Il nuovo brano di I sensi Vietati, dal titolo “Cocktail”, è disponibile in digitale dal 25 gennaio e in rotazione radiofonica dal 5 febbraio 2021.

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Di: Nadia Mistri 

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VIDEOINTERVISTA la storia di ROCK TARGATO ITALIA - Periodo 1993-1996 (SECONDA PARTE)

 

vedi l'intervista 

https://www.youtube.com/watch?v=L87zyfcKsrQ

 

Prosegue l'intervista, una testimonianza importante storica, tra due personalità del mondo rock italiano. Il periodo analizzato va dal 1993 al 1996: la sinistra italiana, le fanzine, il Mei e le multinazionali, il rock italiano verso nuovi orizzonti.

Intervista di Roberto Bonfanti a Francesco Caprini. Post Produzione di Andrea Ettore Di Giovanni

I Litfiba sono una realtà ormai affermata, le major iniziano a interessarsi alle nuove contaminazioni aprendo etichette dedicate (si veda per esempio la BlackOut), le radio alternative e le riviste di settore iniziano a dare sempre maggiore spazio alle band nostrane e anche Videomusic capisce che il fermento giovanile non è da sottovalutare dando una spinta importantissima all’intero movimento...

 

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Il potere della distrazione: intervista a wLOG

 

20 punti è l'ultimo singolo di wLOG, un cantautore milanese unico nel suo genere, in grado di riportare in musica gli aspetti della vita quotidiana a cui spesso non prestiamo attenzione; in particolare, l'ultimo singolo racconta dei momenti di distrazione sotto un punto di vista nuovo: quando l'attenzione ci abbandona la realtà si tinge di nuovi colori ed entriamo in una dimensione inesplorata.

Perché quello che vale lo lascia in fondo.

Lei scarabocchia sopra e fa cornici a un momento

Abbiamo deciso di intervistarlo per scoprire qualcosa in più su di lui e sul suo progetto musicale:

Come ti sei avvicinato al mondo della musica e com’è nato il tuo progetto musicale?

Scrivere canzoni e suonare la chitarra è una cosa che mi porto dietro fin da piccolino. Diciamo che è stata prima la mia coperta di Linus e poi è diventato una vera e propria necessità fisiologica. Il progetto è nato dopo alcuni provini di fine 2017 dove ho fatto ascoltare le nuove canzoni e gli arrangiamenti a una serie di artisti e manager. Ho capito che avevo in testa dei sound e delle idee che potevano arrivare. Scrivo cose molto diverse l’una dall’altra. Posso dire che ad oggi avete sentito davvero solo un accenno. Vi prometto che nei prossimi mesi vi stupirò.

Perché “wLOG”?

wLOG è prima di tutto un acronimo secretato che mi porto dietro da molti anni. Poi in matematica è la prova applicabile a tutte le casistiche ma che si fonda su un caso speciale. Diciamo che mi sento un po' come quel caso speciale, in una vita che comunque applica le sue leggi inesorabilmente su tutto e tutti.

La tua musica racchiude tante influenze diverse: quali sono i tuoi principali artisti di riferimento?

Non credo di avere un vero e proprio riferimento. Ascolto di tutto da sempre, ma so che le mie cose sono peculiari, spontanee e solo mie.

I tuoi pezzi sono spesso autobiografici: quale consideri, tra quelli già pubblicati, il tuo più intimo e personale?

Un colpo solo e Amsterdam Arena.

“20 punti” tratta di un tema particolare e delicato: a cosa ti sei ispirato?

20 Punti dice che le distrazioni e le disattenzioni non sono un limite, ma una potenzialità. Viviamo in un mondo sempre più creativo. C’è bisogno di sogni e meno ancoraggi a valori gretti e vetusti.

Mi sono ispirato ad un ricordo di una ragazza. Un ricordo nitido che è riemerso alla vista di un regalo che era il gioco Shangai.

Perché hai deciso di abbandonare Milano per trasferirti nelle Valli Bergamasche? La tua creatività ne ha beneficiato?

Sono tante le ragioni sia endogene che esogene. Diciamo che prima di tutto non ho resistito al richiamo della natura e della voglia di esplorarmi in una condizione di isolamento. Sono sensibile e recepisco tutto in modo molto amplificato. Quassù è il paradiso dell’ispirazione

Hai altri pezzi in uscita? Vuoi darci qualche anticipazione?

Certo! Ho finito ieri il prossimo brano che sarà l’inizio di una serie di brani nuovi con un sound ormai ben definito. Diciamo che sono suoni quali evoluzione di Naftalina e Ossido. Ci sarà una forte fusion tra parte acustica, parte rock e parte elettronica. Il cantato sarà complesso e non scontato. Le linee melodiche immediate, di cuore, ma spiazzanti. I testi analizzeranno al microscopio aspetti della vita che spesso sfuggono...

BIOGRAFIA

wLOG è il più atipico dei cantautori che si possa immaginare. Dietro questo nome un po’ complicato da scrivere, ma davvero facile da pronunciare c’è uno tra i più misantropi personaggi della scena indie italiana, che ha mollato la caotica Milano per il suo studio in montagna, nel Parco Orobico in Val Seriana. I suoi brani, tra it-pop, dance ed elettronica, un po’ punk e un po’ prog, sono malinconici, autobiografici, la maggior parte delle volte piuttosto tristi sui quali è impossibili stare fermi.

Quando può, wLOG “ruba” un tram a Milano, e lo riempie di gente scatenando una vera e propria festa itinerante dove si suona, si balla e si beve, un mondo sospeso che, non appena si scende dal tram, scompare alle nostre spalle. Ed è successo già tre volte: una vera e propria festa con il nome di Partyamo.

Sperimentatore, alla ricerca costante di nuovi suoni e sound. La struttura melodica delle sue canzoni rifugge il “già sentito” o richiami ad altre linee note. I testi, i concept, le metriche, le musiche, sono frutto di ispirazione personale e di approfondimenti intimi: “Pubblicare mi ha fatto stare davvero bene, scrivo tantissime canzoni e sento di avere tante cose da dire. Credo che questa cosa finirà con me, non prima di me.”

Gli ultimi brani in sequenza sono “Un colpo solo, Indiani d’America, Naftalina, tutti inseriti nelle playlist Indie Italia e Scuola Indie di Spotify. A luglio 2020 è uscito l’Ep Nisba, a ottobre ha pubblicato il brano I Canini di Vlade a dicembre Ossido, che a breve sarà accompagnato dal videoclip.

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Di: Nadia Mistri

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 A ogni album il suo look: l’evoluzione stilistica dei Beatles

Hanno segnato la storia della musica, ispirato migliaia di giovani artisti, rivoluzionato il genere rock, ma non solo. Grazie al loro successo e alla fortissima copertura mediatica, i Beatles hanno ispirato e influenzato lo stile di un’epoca. Si pensi all’abito nero o al taglio a caschetto: come la loro musica, anche il loro stile immediatamente riconoscibile ha fatto la storia, tanto da rimanere impresso nell’immaginario collettivo ancora oggi.

Moda e musica sono sempre state due forme d’arte in grado di influenzarsi a vicenda: quello dei Fab Four è uno degli esempi più tangibili di questo rapporto. Dati i dieci intensissimi anni di carriera, non è possibile però codificare in modo univoco il loro stile; così come la loro musica, anche l’abbigliamento ha subito un’evoluzione, una crescita, forse anche un processo di liberazione. A partire dalle prime esibizioni ad Amburgo del 1960 fino ad arrivare all’ultimo celebre concerto del 1969, è possibile delineare quattro – o meglio cinque – fasi distinte dello stile della band.

FASE ZERO – The Hamburg days (1960 – 1962)

17 agosto 1960: una nuova band – formata dai giovanissimi John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, Pete Best e Stuart Sutcliffe – si esibisce sul palco dell’Indra Club di Amburgo. Questo è il primo di 281 concerti, lunghi, estenuanti e sottopagati, ma che saranno fondamentali per la loro crescita artistica e personale.

Questi però non sono i Beatles che conosciamo oggi, sia per quanto riguarda la formazione che l’abbigliamento. La band si presentava sul palco indossando t-shirt, polo, stivali da cowboy e giacche di pelle nera; il primo a adottare il chiodo fu il bassista, Stuart Sutcliffe, prendendo spunto dallo stile della sua fidanzata, Astrid Kirchherr, nota per essere sempre vestita con abiti di pelle. Ben presto anche gli altri membri del gruppo seguirono le sue orme, restituendo al pubblico un’immagine coesa e precisa, che ben si addiceva alla loro musica e alla loro attitudine sfrontata. Fino a quel momento, infatti, la giacca di pelle era indossata dai personaggi ribelli interpretati da James Dean e Marlon Brando.

Camminando per le strade di Liverpool già si potevano notare i primi risultati di questo periodo di gavetta: tantissimi ragazzini avevano cominciato a indossare il chiodo, imitando lo stile della band. I Beatles hanno inserito nell’immaginario rock la giacca di pelle come simbolo di ribellione, adottato da decine di band negli anni successivi.

FASE UNO – Please Please Me (1962 – 1964)

Dopo due anni di intensissimo lavoro i Beatles decidono di tornare a Liverpool. Dal 1962 iniziano a fare sul serio: assumono Brian Epstein, al tempo rivenditore di dischi ed elettrodomestici, come loro manager, che, grazie alle sue conoscenze, riuscirà a concludere un contratto discografico con la EMI Production Music. Nelle loro prime prove nella sala d’incisione di Abbey Road riconosciamo la vera formazione dei Fab Four: John Lennon e George Harrison alla chitarra, Paul McCartney al basso e Ringo Starr alla batteria; infatti, su richiesta del produttore George Martin, Pete Best era stato sostituito prima ancora di iniziare a incidere.

Brian Epstein però non si era limitato a introdurre la band sul mercato musicale: il progetto Beatles era stato curato nel minimo dettaglio, a partire dalla loro presenza sul palco, dall’approccio ai media – naturale, ironico ma al tempo stesso sfrontato – fino ad arrivare alla loro immagine.

A quell’epoca suonavano nei locali di Liverpool con vestiti piuttosto sciatti, giacche di pelle nera e jeans, e si presentavano sul palco in modo disordinato, ma si divertivano da morire. Non credo che si sarebbero presi la briga di cambiare, perché i giovani inesperti non sono molto bravi a presentarsi come si deve nei luoghi giusti.

Il manager li aveva quindi trascinati dal sarto inglese Ben O’Don, che confezionò la loro prima uniforme: i Beatles nelle loro canzoni, così come nelle loro diverse apparizioni, facevano trasparire una fortissima sinergia, che doveva essere riproposta anche a livello estetico, attraverso l’abbigliamento e il taglio di capelli, rigorosamente a caschetto con frangia. Restituivano al pubblico un’immagine pulita: completo sartoriale con giacca e pantalone – in nero o colori neutri – e camicia bianca.

La copertina del loro primo album, Please Please Me, pubblicato il 22 marzo del 1963, sancisce questa prima fase. Ma perché adottare un’immagine così pulita e raffinata per uno dei gruppi rock più rivoluzionario di sempre? Il loro stile era ispirato alla sub-cultura mod – abbreviativo di modernism – nata negli anni Cinquanta e spopolata in Inghilterra nel decennio successivo. I ragazzi mod ascoltavano musica soul, jazz e R&B ed erano contraddistinti da un look curato e innovativo. In questo modo, non solo parlando ma anche vestendosi come “uno di loro”, la band era in grado di raggiungere la nuova generazione in modo più diretto e genuino.

Internasjonal engelsk - Liverpool - a Melting Pot - NDLA

FASE DUE - Help! (1964 – 1966)

Nel 1963 esplode la Beatlemania. Tutti impazzivano per quei quattro ragazzi così giovani, naturali e sfrontati. Erano sui giornali, nelle televisioni, nelle radio inglesi e non solo. Parte della loro popolarità era dovuta alle tournée, organizzate prima nelle città inglesi e scozzesi e successivamente in altre capitali europee – tra le quali anche Roma – e non, come New York e Tokyo.

Per la band sono stati tre anni molto intensi, dai quali ne sono usciti esausti; oltre alle tournée in giro per il mondo si erano dedicati anche alla registrazione di due film – A Hard Day's Night e Help! – e all’incisione di tre nuovi album: Beatles for Sale, Help! e Rubber Soul. In questi lavori traspare tutta la loro stanchezza e necessità di scrivere musica diversa, non più pop e leggera – atta ad attirare il pubblico – ma più seria e vicina al loro personale punto di vista sul mondo.

Più la loro musica e i loro testi si facevano profondi, così anche il loro stile diventava rilassato e informale. Il codice estetico si stava sempre più allontanando dall’immagine fresca e pulita da boy band. Infatti, a partire dal 1965 abbandonano il completo sartoriale: mantenendo sempre una certa coordinazione, ognuno di loro si era orientato verso un look casual composto da jeans, dolcevita e giacca in camoscio o cotone. Bisogna ricordare che, così come i Beatles, anche molti altri giovani si stavano avviando a uno stile più rilassato, rompendo con le generazioni precedenti e rivoluzionando in pochi anni il codice d’abbigliamento dell’epoca, meno legato al capo sartoriale, ma più orientato verso i prodotti industriali, quali jeans e t-shirt.

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FASE TRE – Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (1966 – 1967)

Questo primo passo verso uno stile più casual e informale ha posto le basi per la terza fase, durante la quale i Beatles si sono sentiti liberi di sperimentare, sia a livello musicale che d’immagine. I quattro componenti del gruppo hanno passato due interi anni negli studi di registrazione, dando alla luce quelli che da tutti sono considerati i massimi capolavori dei Beatles: Revolver, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e Magical Mystery Tour. Sono anni di rinnovamento e sperimentazione: nei testi, in cui vengono approfondite tematiche importanti – quali le tasse, la politica e la morte – ma anche nelle sonorità, che si arricchiscono di strumenti indiani e artifici, dati dalla riproduzione di nastri al contrario. I Beatles sono finalmente liberi di esprimersi, senza filtri né condizionamenti da parte del mercato discografico.

La band, durante questo periodo di libertà, riproponeva anche a livello visivo le suggestioni orientali, avvicinandoli sempre più al mondo hippie, del quale si erano fatti portavoce con il loro inno All You Need Is Love. Ogni look era un’esplosione di colori: camicie fiorate in seta, pattern psichedelici ed etnici – come il Paisley persiano – tuniche, caftani, completi dalle tinte sgargianti. Ogni componente si stava riappropriando della propria personalità anche a livello stilistico; alcuni avevano abbandonato il taglio a caschetto, altri portavano barba e baffi. Ognuno di loro declinava in modo personale lo stile hippie, attraverso capi, materiali e fantasie diverse. Infatti, è proprio in questi anni che John Lennon adotta i suoi iconici occhiali da vista tondi.

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FASE QUATTRO – Abbey Road (1968 – 1970)

Questo processo di riappropriazione della propria individualità a livello musicale raggiunge il suo apice in White Album, pubblicato nel 1968 a seguito di un viaggio a Rishikesh, in India. Mai come prima un disco dei Beatles era stato composto da canzoni così diverse: in ogni brano era riconoscibile la cifra stilistica del suo autore. La musica rifletteva la progressiva perdita di coesione tra i membri, dovuta dalle tensioni create all’interno della band derivate delle loro diverse prospettive. In fondo non erano più dei diciottenni, ma uomini adulti, ognuno con la propria individualità.

Nasce così il bisogno di un “ritorno alle origini”. L’idea era di incidere pezzi più sinceri e spontanei, raccolti in due album: Get Back, che verrà recuperato nel 1970 e pubblicato sotto il nome di Let It Be, e lo storico Abbey Road, l’ultimo realizzato prima dello scioglimento definitivo.

Ancora una volta, il loro percorso artistico ha influenzato la loro immagine. Ognuno aveva sviluppato un suo stile personale: John Lennon portava capelli lunghi, occhiali tondi e grossi cappelli, Paul McCartney era contraddistinto da completi sartoriali e da un’immagine pulita, George Harrison in abiti casual – come i pantaloni a zampa di elefante e blue jeans - e Ringo Starr indossava capi più eleganti, a tratti dandy. La necessità di tornare alle origini si dimostrava anche nella scelta degli abiti e nel codice estetico, più ordinato e composto rispetto agli anni passati.

Quest’ultima fase ha segnato l’inizio di un nuovo percorso per ogni componente della band, che negli anni ha potuto sperimentare e sviluppare una propria personalità, sia attraverso la musica che con la moda. Nonostante il progetto musicale dei Beatles sia durato solo dieci anni, il loro è stato un percorso intenso, ricco di sperimentazioni e influenze diverse, che ha segnato per sempre la storia della musica, ma non solo.

 


 

Di: Nadia Mistri

Blog: Rocktargatoitalia.eu

Credits: Copertina - Immagine 1 Immagine 2Immagine 3

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IN CASO DI COSCIENZA …

 IN CASO DI COSCIENZA …

   E’ inutile che insistiate. Non parlerò di Sanremo 2021.

Non vi dirò che quest’anno le polemiche ci sono state dopo e non in anticipo. Forse, in questo periodo surreale, se ne sono dimenticati e sono corsi ai ripari in seconda battuta. Non vi dirò nemmeno che, in questa edizione, hanno riguardato la “copertura” di un seno femminile, alcune accuse di plagio (un paio di brani erano davvero un po’ più che liberamente ispirati da precedenti altri ma nulla di legalmente rilevante) e sul flop degli ascolti.

Non vi spiegherò che ci sono state altre questioni controverse. Ad esempio, uno speech un po’ “spericolato” su un illustre e tragico suicidio che ha fatto molto indignare famiglia e amici del tormentato artista. Un’altra sulla dimenticanza dell’omaggio previsto per celebrare Stefano D’Orazio. E ancora, la polemica innescata da una storica e stagionata interprete sul fatto che il (bel) canto non è per tutti e con l’aria di una saccente anziana zia, ha chiosato: “ho sentito molte stonature …”. Peccato che la storia della musica contemporanea è piena di “stonati”. Un esempio? Un tale Kurt Cobain non aveva nell’essere perfettamente intonato, il suo punto di forza, eppure ha portato i suoi Nirvana nell’Olimpo delle band più significative di sempre a livello planetario. Quasi, quasi viene voglia di chiedere alla signora se a Chiasso sanno chi lei sia.

Nemmeno parlerò dell’ospite fisso. Sapete cosa si dice degli ospiti … A dirla tutta, è stato interessante su vari piani. Quello più significativo è, indubbiamente, quello delle neuroscienze: tutti i cultori e gli studiosi della materia hanno dovuto rivedere le loro convinzioni sull’egocentrismo infantile. Infatti, ora sappiamo che non sparisce alla fine dell’età evolutiva ma può restare (o incarnarsi) in un marcantonio di quarant’anni e in modo manifesto, non latente. Tenere l’amico ipertrofico, tutte le serate, è stato un po’ di troppo, diciamolo francamente.

Non mi esprimerò sul fatto che mentre il mondo e il nostro Paese è in ginocchio per la pandemia (da cui, ormai, è noto che non si uscirà tanto presto) “fare” Sanremo (con quei cachet poi …) è uno schiaffo alla gente che langue, a cui hanno tolto il reddito, a quelli che perderanno il lavoro un secondo dopo che rimuoveranno il blocco dei licenziamenti (si stima più di un milione di persone), alle attività che hanno chiuso o che chiuderanno e, soprattutto, a quei lavoratori dello spettacolo che non hanno la fortuna di lavorare in grembo a mamma RAI. Se qualcuno avesse tenuto viva una coscienza, probabilmente, avrebbe soprasseduto e magari, quei soldi, pochi o tanti, li avrebbe fatti arrivare in qualche modo (che ne so … costituendo un fondo?) a quelli che non hanno la fortuna di essere protetti dal broadcaster di Stato.

Inoltre, non parlerò (nemmeno sotto tortura!) del fatto che, al di là dell’assenza di mascherine sul palco (comprensibile, peraltro) la kermesse, in assenza di pubblico, ci sia sembrata asettica, sottotono … No, è più corretto, sottovuoto. L’entusiasmo dell’orchestra che ha svolto, anche, la funzione di claque, ha sottolineato la forma di sterilizzata orgia onanistica che ha caratterizzato la manifestazione.

Non vi racconterò dei look e delle esibizioni di Achille Lauro. Bisogna stare attenti a non confondersi: questo ragazzo è un simpatico performer ma non è David Bowie e, purtroppo per noi e per lui, non lo sarà mai. Ma, diciamolo, per Sanremo è addirittura troppo bravo.

Tacerò sulle riesumazioni che il miracoloso Festival ogni anno compie. In questa edizione erano piuttosto tristi e una, addirittura, semi afona. Niente di preoccupante, magari stonava. Chi la sentiva, poi, la zia?

Infine, terrò la bocca chiusa sul fatto che ha vinto una giovanissima band con un bel pezzo rock. Per Sanremo è hardcore. Penso che sulla Riviera tutta, abbiano portato i bambini di corsa a casa, rimesso nella stalla gli animali e sprangato porte ed imposte. Non hanno fatto, probabilmente, molta fatica perché stavano già così per la pandemia. Dico io … ma il rapper che fa lo stesso pezzo che l’hip hop italiana ci propina da un decennio pur cambiando autori e interpreti, dov’era? Oppure, il melenso e/o la melensa super-impostati con la canzone triste e melassata sul fatto di essere stato o stata lasciata? Eppure, c’erano …

Perché non hanno vinto loro? Mah … Strano, perché chi ha vinto ha fatto il pieno dei voti del pubblico. Ci deve essere un errore, perché sono anni che ci dicono che il rock è morto, che non riesce più a parlare ai giovani …

Come Trump. Voglio anche io il ri-conteggio dei voti!

Acqua in bocca, anche sul sospetto di plagio … Sì. Quello era uno dei due pezzi incriminati.

Non vi dirò nulla. Quindi basta … state zitti e buoni.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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"Mareducato" è il nuovo concept album di Gio Evan

Dopo l’esperienza sanremese dove ha gareggiato con la canzone Arnica, Gio Evan pubblica l’album Mareducato, disponibile dal 12 marzo su tutte le piattaforme digitale, in formato CD ed in un esclusivo LP autografato e in edizione limitata per Amazon. Con questo nuovo progetto musicale curato dall’etichetta Polydor/Universal Music, l’artista giunge alla pubblicazione del suo terzo album.

Mareducato è un concept album composto da due parti distinte in cui musica e poesia si uniscono in un prodotto artistico davvero originale. Nella prima parte ci sono 10 canzoni che conducono l’ascoltatore in un viaggio immaginario dalla riva al profondo del mare, dove ogni fase è uno stato d’animo. I dieci brani ci portano dalla costa all’abisso e lo si può intuire anche dai titoli dei singoli pezzi : “Introspezione” è l’inizio, la costa dell’album, “Marinconia” la riva, “Buster Keaton” la risacca, “Arnica” il mare, “Glenn Miller” Il fondale, “L’Amarea” l’alta marea, “Regali fatti a mano” gli scogli, “Mark Rothko” le onde, “Mantra Allegro” L’abisso , “Estrospezione” l’oceano.  La seconda parte del concept album contiene invece la recitazione di dieci poesie inedite accompagnate d aun sottofondo musicale.

Classe 1988, Gio Evan è molto di più che un semplice cantante. È un artista poliedrico che si dedica anche alla scrittura, infatti il 16 marzo esce la sua raccolta di poesie intitolata “Ci siamo fatti mare”, edita da Rizzoli.

Ma le sorprese non finiscono qui per i suoi fan ! Gio Evan ha infatti annunciato le date del tour teatrale “Abissale” che per ora sono due: il 30 novembre 2021 al Teatro Olimpico di Roma e il 6 dicembre 2021 presso il Teatro Nazionale di Milano. Le prevendite del tour, prodotto da Massimo Levantini per Baobab Music & Ethics, sono aperte su Ticketone e Radio Zeta è partner ufficiale del tour.

Biografia

Gio Evan è un artista poliedrico: cantautore, scrittore e artista di strada. Durante gli anni che vanno dal 2007 al 2015 intraprende un viaggio con la bicicletta che lo porta in gran parte del mondo: India, Sudamerica, Europa. Comincia a studiare e vivere accanto a maestri e sciamani del posto e in Argentina viene battezzato come “Gio Evan” da un Hopi. Nel 2008 scrive il suo primo libro “Il florilegio passato”, racconto che narra dei suoi viaggi, senza soldi né scarpe. Tra il 2012 e il 2013 fonda “Le scarpe del vento”, progetto musicale dove scrive, canta e suona la chitarra. Pubblica indipendentemente il suo primo disco “Cranioterapia”. Nel 2014 inizia due progetti per le strade francesi: “Gigantografie” e “Le poesie più piccole del mondo”. Tra il 2014 e il 2016 pubblica i libri “La bella maniera” (il suo primo romanzo, per Narcissuss), “Teorema di un salto, ragionatissime poesie metafisiche” (Narcissuss) e “Passa a sorprendermi” (Miraggi Edizioni), oltre a scrivere e dirigere l’opera “OH ISSA – Salvo per un cielo”. Nel 2017 esce il libro “Capita a volte che ti penso sempre”, per Fabbri. Marzo 2018 è in vendita il nuovo libro per Fabbri “Ormai tra noi è tutto infinito”. Il 17 aprile esce “Biglietto di solo ritorno”, il doppio album di esordio che lo porterà in tour in Italia ed Europa. Dopo un periodo di assenza torna sulle scene nel 2019 con il nuovo romanzo “Cento cuori dentro” (Fabbri Editori) e con “Natura Molta”, il nuovo doppio album. A novembre a Miami è protagonista insieme a Carmen Consoli di HIT WEEK, il Festival dedicato alla diffusione della musica e della cultura italiana oltre i confini nazionali. A maggio 2020 l’artista è tornato con un nuovo libro di poesie “Se c’è un posto bello sei te” (Fabbri Editori) e il nuovo singolo “Regali fatti a mano” (Polydor/Universal). A ottobre esce il libro “I ricordi preziosi di Noah Gingols” per Fabbri Editori.

 

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Eleonora Corso

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“IL SOGNO CANTA SU UNA CORDA SOLA” la performance di Andrea Bianconi in occasione dell’inaugurazione della nuova gestione della ‘Casa delle Arti - Spazio Alda Merini’ il 21 marzo 2021

Il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia e per un'affascinante gioco del destino il 21 marzo è il giorno di un’altra ricorrenza importante: il compleanno della poetessa Alda Merini. In virtù della felice ‘coincidenza’ in questa data, primo giorno di primavera, si è scelto di dare avvio alla nuova gestione della Casa delle Arti - Spazio Alda Merini da parte dell'Associazione ‘Piccola Ape Furibonda’, ATS composta da Cetec, Ebano, Errante e Promise.

Nel pomeriggio di domenica 21 marzo, su invito del Cetec, l'artista Andrea Bianconi, in collaborazione con Casa Testori, realizzerà la performance con la collaborazione artistica di Donatella Massimilla E saranno proprio le 21 diverse voci di donne - artiste, attrici, ex detenute, cittadine – a dare vita insieme ad Andrea Bianconi a una performance libera e "on the road", studiata appositamente per potersi svolgere in piena sicurezza durante questo periodo di pandemia. 

Ne “IL SOGNO CANTA SU UNA CORDA SOLA” le 21 donne effettueranno un percorso che va dai Navigli a via Magolfa, in cui, debitamente distanziate, saranno collegate dalla corda di un lunghissimo telefono senza fili, ideato da Andrea Bianconi, attraverso il quale daranno vita ad un passaparola di versi che unisce persone con vissuti e storie differenti. «Donne per ridare voce e memoria non solo alla Poetessa, ma anche a tutte le persone amate, perdute e mai dimenticate, voci che aiutano a ritrovare se stesse. Nostalgie e desideri, versi poetici come semi di rinascita, ora più che mai, in cui avvertiamo la forte mancanza di teatro, arte, cultura e bellezza», dichiara Donatella Massimilla.

Giuseppe Frangi di Casa Testori sottolinea, accogliendo con entusiasmo la proposta del Cetec, che è proprio grazie alla performance di Andrea Bianconi, artista con il quale hanno lavorato per tante iniziative di arte pubblica, che si troveranno uniti due personaggi che hanno lasciato un profondo segno poetico sulla città in cui hanno vissuto, Alda Merini e Giovanni Testori. 

L’arte della «bambina Merini», come amava chiamarla Pier Paolo Pasolini, muoverà i primi passi sul ponte a lei dedicato con le artiste del Cetec: Elena Pilan, Dalia Nieves, Mariangela Ginetti; insieme ad altre attrici della compagnia di San Vittore e ad artiste vicine alla poetica del Cetec - da Claudia Casolaro ad Ivna La Mart, da Elisa Munforte a Kristal Mendoza - e a chi ha già interpretato pezzi di vita e poesie della Merini - da Rossella Rapisardo ad Alessia Punzo - fino a cittadine di diverse età e cultura.

A raccogliere la corda, davanti alla porta aperta della ‘Casa delle Arti - Spazio Alda Merini’ ci saranno Andrea Bianconi, Donatella Massimilla e Gilberta Crispino accompagnati dalla fisarmonica del musicista Gianpietro Marazza. Su una grande tela bianca disposta sul muro della Casa delle Arti Andrea Bianconi riscriverà a mano 90 titoli di poesie di Alda Merini - corrispondenti al numero di anni che la poetessa avrebbe compiuto proprio nel 2021 - trasformandoli in una nuova poesia e dando vita così a un'opera visiva contemporanea che sarà donata dall’artista alla ‘Piccola Ape Furibonda’ per la Casa Museo di Alda Merini.

L’inaugurazione, nel rispetto delle disposizioni anti COVID-19, potrà essere seguita in diretta streaming sulla pagina InstagramSpazioAldaMerini.

 

«Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta».

 Alda Merini

 

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Giulia Villani

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Il nuovo sito di Pirelli HangarBicocca offre un modo interattivo di vivere l'arte

Il sito web di Pirelli HangarBicocca non è mai stato così interattivo grazie al progetto Bubbles. Con un layout completamente nuovo, si è trasformato in una mappa di contenuti dinamica e in continuo aggiornamento che ruota attorno all’arte e agli artisti.

Il progetto “Bubbles” è un ambiente digitale concepito per permettere al visitatore di esplorare l’universo dell’arte contemporanea e per poter ritrovare l’ampia produzione di contenuti realizzata da Pirelli HangarBicocca intorno alle mostre e agli eventi culturali. Il nuovo sito web non offre solo l’opportunità di completare o preparare la visita negli spazi espositivi, ma è concepito anche per essere uno strumento indipendente ed efficace per chiunque desideri rimanere aggiornato sui temi della creatività contemporanea. Appassionati, studenti, ricercatori e fruitori curiosi possono avvalersi di questo nuovo strumento per avere un’esperienza artistica a 360° gradi.

La navigazione è strutturata per incontrare cinque diverse tipologie di “Bubbles”, vere e proprie “bolle” di materiale testuale, video e audio che offrono diverse categorie di esperienze. Attraverso le Bubbles Watch, Read, Listen, Connect ed Experience è possibile affrontare una moltitudine di argomenti e temi grazie a video o estratti di articoli e cataloghi, esplorare le no mostre da una prospettiva differente, ascoltare le playlist musicali di artisti, connettersi a progetti collaterali e anche partecipare in tempo reale agli eventi realizzati in streaming. Le interviste, i video, i saggi, i link a progetti correlati, le playlist e le dirette live rendono pirellihangarbicocca.org uno spazio digitale popolato di contenuti interconnessi che permettono all’utente di transitare da un approfondimento all’altro seguendo i propri interessi e obiettivi.

Il nuovo sito web ha come fine quello di agevolare la fruizione e il reperimento di informazioni e di rendere più immediata la consultazione di materiali d’archivio. La possibilità di “fluttuare” da una bolla all’altra permette di fare un vero e proprio viaggio nel mondo dell’arte stando comodamente seduti e con il semplice uso di un dispositivo in grado di collegarsi ad internet.

Apre il sito il profilo dell’edificio ex industriale di Pirelli HangarBicocca reso con un leggero tratto a spiovente, che indica la presenza di un nuovo hub e la possibilità di fare esperienza sia reale, negli spazi fisici di Via Chiese a Milano, sia digitale sul web.

Il progetto “Bubbles” è stato concepito e sviluppato con l’obiettivo di arricchire le modalità di divulgazione dell’arte contemporanea. Attraverso la condivisione di contenuti di qualità, Pirelli HangarBicocca intende ampliare la proposta culturale dell’istituzione mettendola a disposizione del pubblico, in linea con la sua missione che da anni viene rappresentata e comunicata con l’hashtag #ArtToThePeople.

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Eleonora Corso

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"PROUD OF ME. Ditemelo adesso che sono SBAGLIATO" : la storia e il messaggio di coraggio di VINCENZO TEDESCO.

 

"Oggi ho una certezza: che non ho più paura di ESSERE FELICE, ed essere felice significa ESSERE ME STESSO, con tutte le mie SFUMATURE e i miei MILLE COLORI."

In Proud of me. Ditemelo adesso che sono sbagliato, edito da Mondadori Electa, Vincenzo Tedesco, uno dei volti più amati sul web, rivela la sua storia di conquista di un’identità omosessuale con delicatezza, sincerità e con l’ironia che lo contraddistingue.

In questo libro Vincenzo si racconta a cuore aperto con il suo stile diretto, libero, ironico e pieno di emozioni, per dimostrare che, per essere felici, bisogna imparare ad accettarsi e ad amarsi.

Vincenzo è uno degli influencer più amati: tutti conosciamo il suo lato divertente, spigliato, estroverso. Eppure, da ragazzo, era timido e insicuro: vittima dei pregiudizi e dei bulli, ultimo tra gli ultimi della "piramide alimentare" scolastica, per lui andare a scuola era diventato un vero incubo. Fino a quando trova il coraggio di fare coming out, di affrontare gli insulti ma soprattutto di essere orgoglioso di sé.

Un ragazzo come tanti, ma quando si decise a fare coming out, Vicenzo un adolescente di un piccolo paese di provincia, vede la sua vita cambiare radicalmente: atti di bullismo, insulti e tutta la cattiveria che il mondo non smette di riservare a chi sceglie di essere ciò che più desidera. 

È grazie ad internet che Vincenzo Tedesco trova il suo riscatto: tramite i suoi canali YouTube, Instagram, TikTok, si fa conoscere, usa la sua ironia per raccontare la sua vita, per ridere insieme ai suoi numerosi follower, e  delle trasmissioni più note di cui fa diverse parodie. In breve tempo, Vincenzo diventa un volto noto del web e un punto di riferimento per chi vuole trovare il coraggio di essere se stesso e per chi come lui ha capito che "la vita è troppo corta per essere seri!"

Vincenzo Tedesco è attivo oggi su tutti i social: 870mila fan su Instagram (con una media di 60mila like per post), 2,1 milioni su Tiktok, 920mila su Youtube.

 

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Giulia Villani

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